Inverno

L’inverno provoca in noi curiose opposizioni. Per quanto possa apparire minacciosa, una parete di neve fa da protezione alla nostra psiche vacillante. Tutto questo freddo ha un effetto anestetizzante: il battito cardiaco rallenta e la coltre di neve induce al sonno… L’inverno ha il cranio levigato e ogni nostro slittamento sul ghiaccio nero è cerebrale….Ridotti alla cecità dalla neve, scegliamo cosa vedere e sentire mentre il dolore si cancella da solo. All’asfissia e all’ignoranza si accompagna però anche il rinnovamento: neve sugli zigomi arrossati e una forma incontaminata di pensiero… D’inverno, la coscienza somiglia a un’acquaforte.

Gretel Ehrlich, L’incanto degli spazi aperti

Mentre qui sbocciano i primi fiori, il cielo smette quella sua cappa grigia opprimente e fa sventolare colori sulla pianura, io sto con la testa china su mappe di ghiaccio. Niente strade, niente sentieri, solo crepacci e distese di neve che ogni tre passi cambia consistenza e dunque nome. Tra poco parto. Manca ancora una parte di attrezzatura e il vecchio trolley blu non è in grado di contenere tutta quella roba. A Gennaio sono partita per l’Africa con un paio di desert boots, un costume e tre magliette e invece adesso, in valigia, tute termiche e moffole, calzettoni di lana e maglie di pile. Leggo i diari di Knud Rasmussen e chiudo gli occhi quando la spedizione, affamata, è costretta ad uccidere uno dei cani della muta da slitta per cibarsi. Leggo di riscaldamento globale, di carotaggi del ghiaccio, di navi e uomini scomparsi nel nulla bianco, di sciamani inuit e di caccia alle balene.

Arriva la primavera, e io cammino all’indietro, verso il cuore dell’inverno.


Germania anno zero

di Roberto Rossellini

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La città è piena di sole davanti al ragazzino che cammina. E’ una città distrutta dalla guerra. Le bombe l’hanno ricamata precise, millimetriche, senza tralasciarne un angolo. Il ragazzino è solo in mezzo alla strada, impegnato in un gioco che tutti i bambini del mondo conoscono da sempre e sempre conosceranno.
Ci sono righe da calpestare e altre da evitare. E’ un disegno preciso, anche se nessun’altro oltre a lui può vederlo.
La città intorno non fa nessun rumore. E’ zitta e soffice da pestare.
Prima è stato un diluvio di esplosioni e schegge che fischiavano tra le case. Sono state gambe e braccia, dita con le unghie pallide e sbrecciate o dipinte di rosso, scarpe e occhiali, borse e libri squadernati che piovevano dal cielo.
Ma adesso è il silenzio la cosa più forte di tutte.
Un salto veloce, uno più lento, gli occhi strizzati per proteggerli dal sole, quasi ciechi, ma le ombre il ragazzino le vede anche così e sono tutte sbagliate.
Se riesce a saltare quattro volte ed  evita di toccare quella crepa con la suola delle scarpe, la città smetterà d’essere vuota e zitta. I muri torneranno su, un mattone alla volta. Se ci riesce, ci saranno nuove stanze, e saranno più grandi di prima e si riempiranno di mobili e cose. La gente uscirà dalle cantine, tornerà dentro i palazzi, sui balconi usciranno un’altra volta i vasi di geranio. Le primule gialle. I canarini.  Le coperte a prendere aria.
Il ragazzino salta tre volte. Un’ombra, una riga, una striscia di luce.
Un gruppo di bambini gioca a pallone e lui tenta un innesto impossibile, un approccio, uno scontro. Il pallone rotola via e nessuno lo insegue.
E’ già troppo grande per giocare con loro.
Ha certe ombre adulte sulla faccia che lo bandiscono per sempre dal mondo dei bambini.
Prima correvano tutti, la strada sfatta era un campo di battaglia costruito apposta per i nani. Adesso se ne vanno. Ed è tutta colpa sua.
La luce gli taglia la strada, il ragazzino deve deviare se non vuole di nuovo  pestare l’ombra sbagliata. Se riesce a non pestarla, il suo vecchio padre risorgerà dal letto bianco, come Lazzaro aprirà gli occhi e si reggerà sulle sue gambe, la lingua tornerà rosa, solleverà le braccia per stringerlo a sé e lui non l’avrà ammazzato.   
Ma questo è tutto un gioco sul futuro. E i giochi sono quello che sono e il futuro è una cosa che non si può toccare, piena di spigoli e di forse.
Quello che c’è, sono strade vuote e polvere e macerie. La fame di tutti. La sua. Le colpe di tutti. La sua.
Il ragazzino sale le scale di un palazzo vuoto come il tronco cavo di un albero spaccato dal fulmine. Il sole entra da feritoie nei muri. Da finestre che sono soltanto quadrati aperti nei mattoni. Dura un’eternità, questa salita.
Il volo finale dura molto meno. Una donna urla. Qualcuno corre. Il silenzio si spezza. La colpa pure.

Non c’è molto. La luce e l’ombra che sono nitide e feroci. Lo sguardo di un ragazzino che ha fatto una cosa tremenda. La pelle bruciata che lascia la guerra sulle città, le cose, le persone.
Basta far camminare un ragazzino dentro una vera città distrutta. Niente set cinematografici, niente costruzioni di cartapesta. Prendere questo ragazzino e farlo camminare. In mezzo alla città, in mezzo alla gente, ma solo, isolato da tutto, con la luce che lo ritaglia e lo fa splendere nella polvere. E poi aspettare. Seguirlo. Aspettare. Assecondare il suo movimento verso un destino che lo insegue, anche se il ragazzino crede di essere lui quello che è a caccia.
Non c’è molto.
C’è tutto.

(2004)


naufragi

testata10 marzo – 5 aprile Naufragi, il festival delle fragilità metropolitane. Un festival che induca chi vi partecipa a lasciarsi andare alla deriva per perdersi, per poi ritrovarsi. Un’idea del naufragio lontano dalla sconfitta, ma come momento che prelude ad un arrivo, ad un porto sicuro. Disagio sociale, genere, migranti, nomadi: 4 temi per 4 filoni di approfondimento, per iniziare.

Cliccando sul banner, il sito con il programma. Segnalo due appuntamenti, il primo giovedì 3 aprile:

Porte aperte: Le strutture di accoglienza visibili a tutti. Arte e cittadinanza per i senza dimora.

Ora, non è che gli altri giorni questi posti non siano visibili, è solo un modo -detto tra noi un po’ criptico- per invitare tutti i cittadini che abbiano tempo e voglia, a farsi un giro nei luoghi in cui si cerca di dare una mano a chi ne a bisogno. In particolare, invito chi ne avesse voglia a venire al Centro Diurno di Via del Porto 15, Bologna, dove troverà la redazione di Asfalto al completo. (Speriamo! Io farò di tutto per esserci, nel pomeriggio).

Altro appuntamento, venerdì 4 aprile al Cinema Lumiere di via Azzo Gardino 65 alle ore 14.30. Quando, nella sezione Dimoranti e senza dimora, Asfalto parteciperà al convegno portando il suo lavoro e le parole di chi vive la strada ogni giorno.


Sherwood Anderson


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Questa è la storia di un uomo che non è soddisfatto di se stesso e vuole essere un altro. Strano, perché è un uomo che ha tutto. Ha trentasei anni, una bella casa, una bella moglie, tre figli e una ditta di vernici in una cittadina (potrebbe essere il nostro nordest) prospera e laboriosa. Ha fatto un bel po’ di soldi, frequenta la crema dell’ambiente in cui vive, gioca a biliardo in un club per ricconi, è socio del Country Club. Però quest’uomo ha un segreto. Una follia apparentemente innocua: nella sua casa c’è una stanza chiusa a chiave, e la chiave di quella stanza la conserva lui, sempre in tasca. Dentro quella stanza c’è una branda, ci sono due sedie, uno scrittoio, dei libri, nient’altro. Di notte, quando il resto della famiglia dorme sonni tranquilli, l’uomo entra nella stanza, oppure lo fa quando in casa non c’è nessuno, e ci entra con un secchio d’acqua, due stracci, sapone, si spoglia, e la pulisce fino a farla brillare, si fa un bagno e, finalmente, ci si chiude dentro. E cosa fa? Gioca con i soldatini. Oppure scrive.

Leggendo Bene e male nella psicologia analitica di Jung ho sottolineato questo passo: Come l’iniziato in una società segreta che si è liberato della collettività indifferenziata, così l’individuo che sia solo sulla sua strada ha bisogno di un segreto che per varie ragioni non possa o non gi sia consentito rivelare. Un tale segreto lo costringe all’isolamento, nel suo individuale progetto. Solo un segreto che l’individuo non possa tradire- che tema di abbandonare, o che non possa esprimere a parole, e che pertanto sembri appartenere alla categoria delle follie- può impedire il cedimento altrimenti invitabile. (…)

E mi è venuta in mente la storia di quest’uomo, che è- credo- una storia emblematica per moltissimi artisti, e per moltissima gente in generale.
L’uomo in questione era Sherwood Anderson, uno degli scrittori più importanti della letteratura americana d’inizio novecento, maestro di Hemingway e Faulkner, che un giorno decise di abbandonare anche la sua stanza segreta – oltre che ditta di vernici, moglie e figli- per seguire la sua follia di là dal fiume.

Le ultime parole che scrisse alla moglie furono queste:

Cornelia, c’è un ponte su un fiume con davanti delle traversine. Quando arriverò là sarò a posto. Scriverò tutto il giorno sotto il sole e il vento mi soffierà tra i capelli.
                                                                                        Sherwood”

Non so se poi quell’uomo si sia mai sentito veramente ‘a posto’. Certo è che ha scritto dei libri bellissimi. 

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Sulla strada

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Questa nostra strada: la Via Emilia tra identificazione, memoria e mutamento


Relatori: Carlo Quintelli (Docente di Composizione Architettonica e Urbana) e Simona Vinci (Scrittrice)

Alla Biblioteca Poletti di Modena, Sabato 12 aprile 2008, 5:00 PM

In attesa del Festival dell’Architettura del prossimo ottobre sul Pubblico Paesaggio, La Biblioteca Poletti, in collaborazione con il Settore Trasformazione Urbana e Qualità Edilizia del Comune di Modena, propone una riflessione sul tema della strada intesa come elemento primario e costitutivo dell’essenza urbana, attraverso il quale “leggere” e valutare la dimensione delle città e, del territorio nazionale ed emiliano in particolare, oggi sottoposti ad una veloce e spesso incontrollata trasformazione. In uno scenario caratterizzato da infrastrutture viarie sempre più complesse fatte di reti, maglie, condotti e tangenziali che intersecano i tracciati storici, sino alla cancellazione degli stessi, la strada rischia di perdere il ruolo originario di spazio della collettività, capace di accogliere i principali valori dell’abitare, per trasformarsi in semplice elemento di transito e di collegamento, in contesti urbani ed insediativi ibridi e frammentati che generano un paesaggio discontinuo e senza relazione tra i diversi elementi. Tuttavia, la strada continua a raccontare e tramandare, coi suoi nomi e le sue caratteristiche, la memoria profonda dei luoghi, la vita e la storia delle città, come nel caso della Via Emilia, un tema intorno al quale si è sviluppata un’intensa attività di ricerca che ha portato ad interessanti proposte progettuali.

Di quali elementi, dunque, deve tenere conto un’efficace azione progettuale che intenda la strada come strumento della progettazione urbana e territoriale e come importante elemento che concorre anche al disegno del paesaggio?

Ne discutono, insieme agli architetti, una scrittrice (SImona Vinci) e un geografo (Franco Farinelli).

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Uomini di carta e inchiostro- Maigret


JeanGabin
Jean Gabin-Maigret


Maigret sono io… oppure no?

Quando mi è stato chiesto di scegliere un personaggio di romanzo sul quale costruire una lezione, ho pensato subito a Maigret. Anche se mi erano venuti in mente altri personaggi che amo e che oltre ad essere creature di carta sono diventate per me qualcosa di più, Maigret faceva capolino da tutte le parti e cercava di attirare la mia attenzione. Forse perché Maigret non è il classico personaggio da romanzo: estremo, paradigmatico, spesso tragico oppure ironico e comunque sopra le righe, Maigret è diverso, è un uomo come ce ne sono tanti. Un uomo appunto, con vezzi, tic abitudini e caratteristiche così pronunciate che quando si pensa a lui, ai suoi casi, a quei libri nei quali sono raccontati, l’idea, il pensiero, diventano immediatamente qualcosa di tattile, fatto di atmosfere, di odori, colori, sapori, consistenze. Maigret non vive soltanto in duecento trecento pagine (la lunghezza media di un romanzo) , Maigret vive in migliaia e migliaia di pagine, in decine di film per il grande schermo, riduzioni televisive e radiodrammi.

Il suo creatore, George Simenon, ha scritto 75 romanzi che hanno per protagonista Jules Maigret. E un centinaio, forse di più, di racconti. Il primo romanzo risale al 1930 ed è intitolato Pietr il Lettone. L’ultimo, Maigret et Monsieur Charles è del 1972.
1930-1972, sono 42 anni. Una vita. Per 42 anni, forse di più -considerando che un personaggio vive come un fantasma nella testa dell’autore per un bel po’ prima di essere messo sulla carta e continua ad abitarci anche dopo, dopo che l’ultima riga su di lui è stata scritta e pubblicata- Jules Maigret ha camminato a fianco di Georges Simenon, come un’ ombra fedele.
Così, prima ancora di domandarci chi sia questo Jules Maigret, mi piacerebbe ci domandassimo cosa è stato per Georges Simenon il suo personaggio.
Creatura di carta e inchiostro soltanto, no di certo.
Un alter ego, forse.
Una mescolanza di persone realmente incontrate da Simenon. Di sicuro.
Un modo per sbarcare il lunario. Certo.
Un amico e un compagno di vita. Questo, soprattutto.  

Nel capitolo finale di uno straordinario romanzo di Paco Ignacio Taibo II che si intitola Rivoluzionario di passaggio, lo scrittore si rivolge al suo personaggio (che al contrario di Maigret vive solo nella leggenda, nelle cose che si raccontano di lui, nelle tracce che ha lasciato nel continente sudamericano ed oltre, ma che cambia volto e nome per ogni voce che lo racconta) e gli rivolge un saluto:

Allora, sembra che te ne stai andando, che ormai posso allungare ben poco la storia con cui ci siamo fatti compagnia in queste ultime notti. Niente dura in eterno, Sebastian, dico a te e dico alla macchina da scrivere che, abituata ai monologhi, non risponde più.
“Qualche istante prima di svanire, mi rivolgi un sorriso divertito. Stanotte, mentre scrivo a macchina davanti alla finestra, ti ricambio il sorriso.

All’inizio del romanzo Taibo gli aveva scritto anche:

Io faccio molta poesia, a tue spese. Tu fai una passeggiata per le strade acciottolate di Atlixco, a spese mie.

Queste due frasi, dicono molto del rapporto che uno scrittore può intrattenere con il proprio personaggio. Dicono che un personaggio di romanzo non è soltanto un fantasma, un’ombra che si illumina quando è sfiorata e raccolta dalla luce delle parole e delle frasi stampate nero su bianco sopra la carta. Un personaggio di romanzo per lo scrittore esiste davvero. Fa parte delle sue giornate, dei suoi gesti quotidani.
Può durare tre giorni, un anno o una vita quel periodo di tempo nel quale lo scrittore, ad ogni passo che fa, ad ogni luce che vede, ad ogni odore che respira e ad ogni avventura o disavventura che gli capita, si immagina il suo personaggio nella stessa situazione e si domanda, ma lui (o lei, o loro) che farebbe? Ma lui, cosa sentirebbe?
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Trovami, un giorno


Non sono mai stata su un’isola. Eppure le conosco bene. Le capisco. So il coraggio che ci vuole a tirar fuori dall’acqua la testa e guardare lontano.

Lo capisco,  perché  io sono un’isola.

Valentina Misgur, Trovami, un giorno

Ogni primo libro pubblicato, per quasiasi autore, è una conquista. Forse, nel caso di Valentina, lo è ancora di più. Lo so, perché la conosco bene. E dunque auguro a questo libro tutta la fortuna possibile. Esce l’11 marzo, per le edizioni EL.