Dall’altra parte della strada -3-

Questo  mio pezzo è uscito sul numero di ottobre di Piazza Grande, giornale di strada di Bologna, consultabile on line qui:

Sono davanti al mare più mare che riesca a immaginare: l’Egeo visto dalle coste di un’isola piccolissima del Dodecaneso, eppure penso a Bologna. Penso alla mia città di pianura, gelida d’inverno e rovente d’estate. Penso ai giorni d’agosto in cui la cappa ti preme addosso e il cielo è un coperchio bianco che ti soffoca. Penso che ogni anno, quando la stagione estiva è alle porte, formulo lo stesso proposito per l’anno successivo: non farmi trovare in città, scappare, rifugiarmi se possibile su uno scoglio davanti al mare, seduta sulla banchina di un porto qualunque a guardare le barche che entrano ed escono, le vele che si tendono e schioccano in un vento che a Bologna non c’è, che non esiste proprio, salvo rari sbuffi primaverili. Perché Bologna, mi viene da pensare, è la città che meno marina in Italia non ce n’è un’altra, distesa com’è in mezzo a una pianura e senza sfogo d’acqua. Penso che potrei vivere a Genova, a Venezia, a Trieste, potrei vivere a Livorno oppure a Pescara, addirittura mi basterebbe Rimini, d’inverno potrei passeggiare per un lungomare deserto e farmi attraversare da folate di vento odorose di alghe, invece di stare all’ombra dei portici senza nessun orizzonte verso il quale riposare lo sguardo.
 
A Bologna, da sempre, e sempre, io rimpiango il mare. Eppure qualcosa non torna, se da una minuscola finestra in via Piella, una sera d’estate non poi così calda, all’improvviso guardi giù e vedi le case specchiarsi in una strada d’acqua nera e capisci che Bologna, un tempo, forse assomigliava un  poco a Venezia. E adesso invece, certi giorni ti viene da pensare che non somiglia neanche più a se stessa. Non è mica facile capirla una volta per tutte, l’anima di una città. Forse perché è fatta di tante anime diverse, che si accoppiano, fanno famiglia, poi magari si allontanano e si separano. Cambiano, le città, e non hanno un cuore solo, sono organismi complicati.
 
In un pomeriggio d’estate che minaccia temporale, con Giampiero, la sua compagna Antonella e il loro figlio Ismaele andiamo a fare un giro dalle parti di casa loro. Attraversata Via della Beverara e una rotonda che immette nella tangenziale svoltiamo lungo il terrapieno di una sopraelevata. Non capisco bene cosa vogliano mostrarmi, in quella orribile terra di nessuno nella quale ci ritrovavamo a camminare e che per una volta mi fa rimpiangere il centro storico. Siamo in una zona che è una via di mezzo tra un quartiere residenziale e uno industriale, un deserto agostano nel quale spiccano branchi di anziani accasciati all’ombra di qualche palazzo, le sedie di plastica in cerchio, i polpacci gonfi allungati sul cemento bollente. Poi, di colpo, svoltato un angolo piombiamo nel passato: piccole case addossate l’una all’altra, un odore di salmastro e un canale che corre da una parte verso la città dall’altra verso la campagna. Il quartiere Navile, a Nord di Bologna, confinante con il comune di Corticella, l’ho sempre considerato fuori dalle mie rotte, anche quando per un paio d’anni anni ho abitato vicino al Centro Lame e mi sarebbe bastata una deviazione minima in direzione opposta a quella che prendevo di solito per andare in centro, per ritrovarmi precisamente qui, in un cuore della mia città che ha smesso di battere tanto tempo fa. Eppure, il canale Navile era la via d’acqua di Bologna. Tutta la città tra il 1100 e il 1200 era stata dotata di una rete idrica artificiale che serviva per le attività industriali (mulini da grano e da seta, conciatura di pelli e tessuti) e questo canale che ora mi scorre sotto gli occhi e che costeggio camminando sul suo argine verde, era fatto per la navigazione fluviale. Via, vento in poppa, da Bologna verso Ferrara e poi su fino a Venezia, e al mare.
Il Parco di Villa Angeletti adesso è un paradiso per le nutrie e per gli uccelli, ma non per gli esseri umani. Qualche ceffo si muove tra gli arbusti con aria sospetta: piccoli spacciatori? Tossici che vengono qui a farsi tanto non c’è nessuno? Qualche solitario in tenuta da jogging e l’ipod nelle orecchie, manco l’ombra di una donna da sola, magari seduta a leggersi un libro, né di bambini che giocano. Eppure è un parco bellissimo, eppure da qui il rumore del traffico non si sente e tutto è verde e gli alberi di sambuco sono pieni di grappoli maturi. E l’acqua del canale gorgoglia. C’è un pezzo di Bologna che sembra un po’ Venezia, un po’ Amsterdaam, un po’ Comacchio. Un pezzo di Bologna che odora di mare e che fa rimpiangere il tempo in cui l’acqua attraversava la città e gli uomini ci scivolavano sopra con le barche per trasportare merci dentro e fuori le mura. Bologna aveva il suo porto, le sue chiuse, le sue barche e i suoi marinai; adesso ha i suoi parcheggi, il suo Sirio, i suoi suv, le sue polveri sottili, e la sua gente chiusa dentro gli abitacoli. Ho letto che è previsto un intervento di recupero in varie fasi di tutte queste aeree verdi che sorgono ai lati del canale Navile, in un progetto generale che vorrebbe restituire ai cittadini una parte di città, così misteriosa e bella, per troppo tempo dimenticata e sepolta dal degrado. Io spero che sia vero, mi piacerebbe poter pensare che vivo in una città d’acqua e smettere di rimpiangere il mare. Quando tornerò a Bologna, andrò a sedermi ogni tanto in quella piccola e verde piazza intitolata ai Marinai d’Italia, davanti a una scultura che raffigura una barca e sognerò cosa avrebbe potuto essere questa città se invece di aprire le porte ai motori si fosse continuato a riempire le sue vie d’acqua.
 
 

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maestro è colui che ci aiuta a tornare a casa

Dialogo intorno al Libro dei maestri di Beppe Sebaste
con Beppe Sebaste e Simona Vinci

venerdì 3 dicembre 2010
ore 17
Sala dell'Aquila
Via Galliera 26
Bologna

 


Verdenero a Bologna

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