Semina e polli blu

Primo: scegliere il pezzo di terra giusta in base all'inclinazione del terreno, l'esposizione al sole e ai venti, la presenza o assenza di alberi con le radici troppo espansive o le fronde troppo ampie. Poi misurarlo, delimitarlo, studiare le zone in cui suddividerlo. E cominciare a dissodare: frantumare il manto erboso preesistente, estirpare erbacce e sassi, rivoltare le zolle e ricoprirle con una spolverata di concime organico. Oppure non fare niente, e lasciare che la terra faccia da sé quello che deve, e vuole fare? Poi procedere alla semina. Per questo, occorre attende la stagione giusta. E adesso è la stagione giusta. Occorre stare attenti a che tipo di semi hai intenzione di piantare, prima di farlo: alcuni devono stare coperti sotto una morbida coltre scura, altri puoi spargerli sopra la terra e basta. Poi dovrai proteggerli dal becco arrogante degli uccelli –il metodo delle palline d’argilla?- innaffiare, controllare le piantine nuove quando finalmente spunteranno,  e magari trapiantarle, distanziarle le une dalle altre e tenere alla larga le bestie selvatiche. Ultimo: pregare che piova né troppo né troppo poco. 



Coltivare un orto non è tanto diverso dallo scrivere un libro. Tranne il fatto essenziale che tutte le operazioni di cui sopra le fai anche da seduto e senza vanga o rastrello a spellarti le mani e vento e insetti a girarti attorno o picchiarti addosso. Forse è per questo che l'idea di cominciare mi rende così felice. Procederanno di pari passo pagine e ortaggi. Ci sarà apprensione per entrambi, giorni di sconforto e altri di luce. L'angoscia delle trasferte lavorative col senso di colpa per l'abbandono. Però la testa si stancherà finalmente insieme al corpo, a fasi alterne. E tutte le domande che mi farò, in un caso e nell'altro, avranno una risposta che potrò usare in due sensi. Nel frattempo, cerco movimenti tellurici sotto i polpastrelli. Accarezzo le foglie nuove degli alberi. Qualche tempo fa ho osservato con sgomento un pavone che faceva la ruota a nessuno -o meglio, la femmina c'era, ma badava a beccare per terra- e le sue penne e piume sollevate a cerchio vibravano con dolcezza e violenza insieme. Un milione di occhi azzurri mi fissavano tremolando come fiamme. Ho ricordato le parole d'amore di Flannery O'Connor per i suoi polli blu.


 
Tutti dovrebbero poter contemplare un pavone, e soprattutto, avere accesso a un giardino. 

 

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Un viaggio dall’altra parte della strada

Sul primo numero della nuova edizione di Piazza Grande, il giornale di strada di Bologna, è uscita la prima puntata di un viaggio dentro la città che io e Carlo Lucarelli faremo nei prossimi dieci mesi, un percorso a testa, una volta per uno.

Piazza Grande numero 163, aprile 2010. 

 Questa è la versione non tagliata del mio pezzo introduttivo.  


Perfino gli uccelli non sono più gli stessi. Gli ouraka arrivarono qui da Buenos Aires trent’anni fa. Questo ve lo dimostra. Le cose cambiano per gli uccelli, proprio come cambiano per noi.”

Bruce Chatwin, In Patagonia
 

Chissà perché ci trasformiamo in viaggiatori solo quando un aereo, una nave, un treno o un qualunque altro mezzo di trasporto ci recapitano (il più velocemente possibile e con il minor sbattimento) a debita distanza da casa nostra. Possibilmente a migliaia di chilometri dal nostro Paese di provenienza. Un posto in cui il paesaggio, l’architettura, le facce, gli odori e i sapori siano abbastanza diversi da quelli cui siamo assuefatti da riuscire  a rianimare almeno un po’ i nostri sensi anestetizzati. Abbiamo bisogno di uno spostamento geografico consistente per ricominciare ad accorgerci del mondo che ci si muove attorno. Per constatare, con un misto di soddisfazione e spavento, di possedere ancora un paio di gambe, di occhi e un naso. Guardiamoci dentro lo specchio della hall del nostro hotel un’ultima volta prima di buttarci là fuori, nell’ignoto. Bardati come muli da soma e trasformati dall’armamentario turistico in Indiana Jones della vacanza -organizzata o meno- nella versione adeguata a longitudini e latitudini: il noi stesso Viaggiatore Tropicale, Polare, Escursionista, Marinaretto. Come tanti piccoli Ken e Barbie di un’ipotetica linea Giramondo. Cappellini improbabili con visiere assurde e scritte talvolta imbarazzanti che mai e poi mai indosseremmo a casa nostra. Pantaloni milletasche e sandali coi calzini. Borse che strabordano di oggetti: coltellini svizzeri del peso di un mammuth, bussole e gps satelittari, salviette igienizzanti, lozioni antizanzare, barrette energetiche. Improvvisamente, in quel giorno benedetto in cui ha inizio la vacanza, scopriamo che il mondo, ignorato fino ad allora in mesi e mesi di percorsi obbligati e ore di flanellosi televisiva, ci interessa. Che la contemplazione di un sasso piantato in mezzo a un’area verde e contrassegnato da una scritta in inglese che dice “Resti del tempio di Esculapio” ci provoca una fibrillazione. E quell’esotica creatura che ci zampetta sopra, merita anch’essa di essere osservata in devoto e religioso silenzio e successivamente riconosciuta sopra una guida e dunque fotografata in molte pose e infine classificata per poter poi una volta tornati a casa mostrare le nostre immagini agli amici e entusiasti sussurrare – o esclamare, a seconda del nostro carattere e modo di esprimere l’entusiasmo: ecco una cornacchia del Peloponneso! D’altra parte, quella tonnellata di guide che ci portiamo appresso, conficcate a forza dentro la borsa multitasche che ci sega una spalla e ci costringe a camminare in diagonale, dovrà pur servire a qualcosa. Così come la mappa, che quasi sempre ha la dimensione di un lenzuolo e che dispieghiamo con attenzione cercando di riportarla alla serica consistenza del suo primo minuto di vita, quando era appena stata partorita dalla sua placenta di plastica. Le nostre facce sono serie e appasionate, come fossimo Cortes alle prese col Nuovo Mondo.

Eppure, si potrebbe essere viaggiatori anche solo attraversando una strada. Il protagonista di Wakefield, uno dei più bei racconti dello scrittore americano Nathaniel Hawthorne, è esattamente questo che fa: attraversa una strada e va vivere, di nascosto da tutti, in un appartamento della casa di fronte a quella nella quale ha vissuto fino a quel giorno con la moglie. Perché lo fa? Molti motivi, non ultimo, vedere la sua vita e dunque se stesso, dal di fuori. Per vedersi, insomma. Cosa che è quasi impossibile fare se non si cambia prospettiva. E farlo non è per niente semplice: spesso il luogo in cui viviamo si trasforma in qualcosa di cui ci serviamo e basta. Se potessimo vedere una mappa dei nostri movimenti, ci accorgeremmo di usare una percentuale ridicola dello spazio che abbiamo a disposizione. I nostri percorsi sono sempre gli stessi, non scantoniamo e non deviamo quasi mai dalle traiettore abituali, vuoi per mancanza di tempo, vuoi per pigrizia mentale. E giorno dopo giorno, mese dopo mese, anno dopo anno, la nostra attenzione al luogo nel quale viviamo cala insieme alle diottrie. Può poi capitare un giorno di risvegliarsi all’improvviso e di accorgersi con orrore che attorno a noi tutto è radicalmente cambiato e non abbiamo alcuno strumento per interpretare quel cambiamento. Forse, avremmo fatto meglio ad esplorare i nostri luoghi con maggiore costanza.
 
E’ per questo che abbiamo deciso di provare ad avventurarci per le strade della nostra città, Bologna, come se ci trovassimo dall’altra parte del mondo, in una città sconosciuta di uno Stato nel quale mettiamo piede per la prima volta. E d’altra parte, Bologna è cambiata tantissimo, negli ultimi anni. La nostra città rossa, nostra signora di portici e tortellini, di osterie e sangiovese, cubetti di mortadella e sanpietrini, città dotta e città grassa, città che cambia ogni secondo e che ci ostiniamo a voler descrivere con le parole che già l’hanno descritta centinaia di volte, fino a rendere quelle parole astratte e senza suono. Vogliamo quindi provare a guardare e raccontare la città nella quale abbiamo studiato e ci siamo formati, come esseri umani e come scrittori, la città dalla quale spesso partiamo per andare lontano e poi ritorniamo, quasi fossimo legati a una catena fantasma che qui ci riporta. Ma vogliamo provare a farlo con occhi vergini. Siamo pronti a trasformarci in esploratori della nostra città e vogliamo andare a vedere tutti quei posti che fino ad ora non abbiamo mai neanche considerato, perché erano fuori dalla nostra geografia emozionale o pratica. Dieci percorsi. Uno al mese. La digitale in tasca, una mappa della città, un taccuino per gli appunti e un buon paio di scarpe, come raccomandava Anton Cechov. Alla prossima.