Someday at Christmas, Stevie Wonder

Annunci


Ultimo giorno con la Rete a disposizione. Poi, dieci giorni nell’eremo, per cercare di finire tutti i lavori in sospeso, e sono parecchi, prima di un anno che si preannuncia denso, di cose da fare, di posti da vedere, di persone da incontrare. Il 9 gennaio parto per la Sierra Leone. La valigia- un bagaglio a mano- è già pronta, la testa un po’ meno: forse, come dice il ragazzino di Paranoid Park all’altro ragazzino protagonista, per Paranoid Park, non si è mai pronti, e quindi forse anche per certi luoghi, e per certe ferite non si è mai pronti. L’importante è buttarsi, andare. Nello zaino, Il nocciolo della questione e i quaderni d’Africa di Graham Greene, i documentari di Sorious Samura, e saggi che parlano di bambini soldato e miniere di diamanti. A Freetown la guerra civile (1991-2002) è finita. Ma anche se si prova ad andare avanti, immagino che dopo soli 5 anni, di fantasmi ce ne siano ancora tanti, in giro per le strade, e nella testa della gente. Poi, dopo aver letto, e visto documenti, provo a svuotare gli occhi dal già visto e le orecchie dal già sentito. Voglio arrivare con uno sguardo semplice, e lasciare che siano il posto, e la gente che lo abita, a parlarmi.


Dalla SS 64 alla Via Emilia. Un  percorso a rettangolo tra Emilia e Veneto. Cantieri da tutte le parti. Marciapiedi, rotatorie, nuovi svincoli, villette, palazzi, centri commerciali, capannoni industriali, case coloniche in rovina, i paesi sulle statali come grumi di catarro sputati sulla strada ogni tot chilometri, Babbi Natale che si arrampicano sulle facciate di tutte queste orribili casette giallo acido e verde vomito, presepi di paese chiusi dietro pareti di plexiglass, le strade invase di camion, furgoni, corriere, automobili sparate a 13O all’ora. La pianura è una cicatrice unica. Come un corpo devastato da una guerra mai dichiarata ufficialmente. Sono stanca, sporca, e sono triste, ho gli occhi pieni di brutture, e la testa scombinata. Sulla via del ritorno, in silenzio o quasi, io e Samuele non riusciamo più ad accorgerci di niente, siamo anestetizzati, lui non fotografa e io non prendo nessun appunto. Il cemento e i gas di scarico ci hanno otturato i sensi.

Ora lavo via la strada dalla pelle e dai capelli. Prima di scriverne, devo far sedimentare tutte queste polveri sottili. Ci vorrà un po’ di tempo.



In partenza per una due giorni di reportage sulle Statali tra Veneto ed Emilia Romagna. Romea e Adriatica, principalmente, con deviazioni consentite: Ferrara Padova Rovigo Mestre Ravenna Rimini, più o meno. Ma prima di andare, una mail che ho ricevuto ieri sera:

Intanto auguri.

Scolta… mi ha scritto uno che non so neanche chi sia e mi ha parlato del
tuo libro dove mi dice che c’è del gran umarellismo, del ciappinismo, della
roba che viene presa dal cassonetto, delle carte… insomma della gran
modestia e soprattutto del gran umarellismo.
Fico!

Danilo Maso Masotti  – Umarells

Ecco, a parte che Umarells è un fondamentale, volevo dire all’anonimo segnalatore questa cosa: grazie, tu sì che hai capito.



Ogni storia è scritta sul corpo. Senza corpi, non esistono storie. E ogni corpo racconta la sua. Cicatrici, nei, segni del tempo, segni involontari come esiti di incidenti o di malattie, e segni scelti, come tatuaggi, tagli rituali, bruciature, metamorfosi chirurgiche. Anche cancellate, le tracce di ogni storia scritta su un corpo, da qualche parte, in qualche modo, restano. E la memoria di ciò che siamo stati ce la portiamo addosso. I corpi sono le storie. E questo, David Cronenberg lo sa benissimo. Pelle, sangue, ferite, mutazioni, tutto ciò che esce o può entrare in un corpo umano, non gli hanno mai fatto paura, anzi. Il suo cinema si nutre di rosso: il rosso del sangue vivo, quello livido e violaceo dei tessuti necrotici, quello lieve, appena un accenno, che affiora sotto il biancore della pelle di un neonato. Incredibile come pur raccontando in fondo sempre e ogni volta la medesima ossessione riesca comunque, sempre e ogni volta, ad arrivare così in fondo. Dentro.

Eastern promises (La promessa dell’assassino) di David Cronenberg.

Su D di Repubblica dello scorso sabato – pagine 54-55- un servizio sulle cicatrici del Ruanda. Corpi che raccontano storie terribili, storie che non bisogna smettere di raccontare. 


Qualche anno fa ero nella sala di un cinema romagnolo insieme a C. Il film era Il sesto senso.  Più o meno a metà della proiezione mi voltai verso di lui e gli sussurrai: allora, hai capito? Lui voltò la testa verso di me per una frazione di secondo: no, zitta, mi intimò. E io mi tappai la bocca, indispettita. La verità era che volevo vendicarmi. Vendicarmi perché qualche giorno prima avevo fatto il terribile errore di leggere una recensione al film uscita su La Stampa, a firma della signora Lietta Tornabuoni, che raccontava per filo e segno la trama del film, colpo di scena finale compreso. Da allora, ho smesso del tutto di leggere le recensioni. Prima le leggevo a volo d’uccello, con gli occhi strizzati, perché lo sapevo già che dicono sempre qualcosa che non dovrebbero dire, dopo ho smesso di fidarmi del tutto. Le evito e basta. Continuando però a domandarmi questa cosa: i recensori lo sanno oppure no che il senso di una storia sta nella storia stessa? Che quello che un lettore- o uno spettatore- vuole è immergersi in una narrazione ed essere trasportato, secondo i ritmi e i modi che l’autore ha scelto, dentro un universo parallelo? Un universo in cui i fatti, i dettagli, le sfumature, si svelano un poco alla volta secondo una logica che deve essere rispettata? E allora la domanda è: lo fanno apposta? E’ un gesto di spregio nei confronti dell’autore che recensiscono? Un modo secondo loro elegante di fargli sapere che il suo lavoro non vale un cazzo? Oppure è semplice ottusità? O ancora, è il modo che hanno per cercare di far notare che sono dei gran manici e che hanno capito tutto e che una macchina narrativa se vuoi la smonti in due righe? Forse, tutte queste cose insieme. Io ci aggiungo che questo modo di recensire è offensivo nei confronti di lettori e spettatori. Questo perché ieri su La Repubblica è uscita mezza pagina di recensione su SP3 che mi ha intristita. Perché non dice quasi niente del libro e dice troppo della trama. Fosse anche uno solo il potenziale lettore al quale il romanzo poteva dire qualcosa, se l’ha letta ora non gliela dirà più. E’ triste.Triste perché le storie dovrebbero essere lasciate andare come si lasciano andare i palloncini. Le storie non vanno smontate, non vanno spiegate, non vanno dissezionate come fossero cadaveri su un tavolo per le autopsie. Perché le storie sono organismi. Se le operi senza anestesia, le ammazzi.

lago              Lago di pratignano, foto di P.

Forse, come alcuni amano sentirsi parlare, io amo sentirmi scrivere?

Ludwig Wittgenstein, Movimenti del pensiero, Diari


Via, nell’eremo, per tre giorni. Niente rete, niente telefono, niente cellulare. Una pila di libri, una di taccuini, un dizionario, tre ricette da sperimentare nelle pause della traduzione che sto per finire. Spero in una tempesta. Ho voglia di bianco, e di quel silenzio particolare che scivola sulle cose insieme alla neve. Un silenzio che assomiglia a quello che si produce a volte – volte benedette– dentro la testa, mentre si scrive.