Periferia totale

 (…)
 La pioggia riga i vetri e nel silenzio che si è fatto si sente forte il raschiare dei tergicristalli sul parabrezza. Come fantasmi deformi i palazzi anonimi, sfaldati dall’incuria, devastati da un naturale desiderio di suicidio, si confondono nella melma di buio che le poche luci o i tagli dei fari non riescono a dissipare. Dove possiamo evadere? C’è una direzione in questo lugubre Asse Mediano che ci porti fuori dalla Periferia totale? In realtà questa è la periferia di nessun centro, una alopecia urbanistica che cresce a chiazze, l’apparizione sotto forma di calcestruzzo e mattoni forati di un’oscenità etica. Cosa può fare l’arte o la letteratura di questo, è molto dubbio: è il suo materiale, ma è un materiale che sarebbe ingiusto e vile trasformare in arte, in poesia, in bellezza. Vorrebbe dire redimerlo, e questo atto renderebbe impossibile per sempre il solo gesto forse sensato: dire e far vedere fino a che punto è arrivato qui il disumano. (…)

Giuseppe Montesano, Napoli. Periferia Totale in PERIFERIE, a cura di Stefania Scateni, Laterza

Il libro prova a raccontare sei periferie: Milano, Napoli, Bologna, Roma, Torino e Bari. E’ quasi tutto interessante. Ma il capitolo di Giuseppe Montesano dedicato a Napoli vale il resto. (Insieme ai quadri di Andrea Chiesi che accompagnano il capitolo su Bologna.)

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sp3 - immigrati Immigrati nordafricani lungo la SP3- dicembre 2006


(…)
-Manchi di ambizione, Bortch, è triste. Ecco perché sei qui con le mani luride a guardare gli aerei che passano….
-E tu allora?
Non mi prendo neanche la briga di rispondergli. Lo lascio lì e vado a fare due passi sino in fondo al parcheggio.(…) Mi accendo una sigaretta. Poi torno lentamente verso Bortch, soffiando fuori il fumo con aria pensierosa.
-Scusami- gli dico avvicinandomi. – Ogni tanto sragiono. E’ questo lavoro. Mi rende amaro. Bisogna che me ne vada.
-E dove vuoi andare?- mi domanda lui.
-Non lo so ancora.
-A fare cosa?
-Vedrò.
Accartoccio il bicchiere e lo spedisco in aria con un calcio.
-Dobbiamo tornare dentro- dico. -Ci sono i vitelli da finire.
Lui mi segue e torniamo a finire i vitelli. (…)

LO STORDIMENTO, Joel Egloff, Instar libri

Quando li ho visti – e fotografati- mi è venuto in mente questo scambio di battute e ho immaginato che i loro discorsi potessero essere simili a questi.
Lo stordimento è un romanzo breve, narrato in prima persona da un giovane che lavora al mattatoio di un luogo senza nome, una terra devastata "stretta tra un aereoporto e una discarica". Il cielo è una cappa uniforme, senza colore. Tutt’attorno, esalazioni tossiche, rifiuti, l’odore del sangue che emana dal macello. Ogni giorno è identico all’altro. Si può solo sognare di andarsene.

"Sogno che non ho più bisogno di andarci. Sogno che sono già di ritorno, oppure che arrivo e trovo tutto bruciato, con le rovine ancora fumanti. Sognare non è reato."

La vita, come scrive il protagonista, è un’emorragia che dura ‘da così tanto tempo da far venire i giramenti di testa’.



Regno a venire

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"I quartieri residenziali sognano la violenza. Addormentati nelle loro sonnacchiose villette, protette dai benevoli centri commerciali, aspettano pazienti l’arrivo di incubi che li facciano risvegliare in un mondo più carico di passione… (…)Stavo attraversando zone cresciute alla rinfusa tra una città e l’altra, una geografia di deprivazione sensoriale, un territorio di strade a doppia carreggiata e stazioni di servizio, aree industriali e segnali stradali per Heathrow, terreni agricoli in disuso pieni di serbatoi per butano, depositi con esotici rivestimenti di lamiera. (…)passai accanto a un magazzino di mobili all’ingrosso, un allevamento di cani da difesa e un tristissimo complesso residenziale che sembrava un carcere riconvertito. Non c’erano cinema, chiese, né centri di attività amministrative o ricreative, e gli unici indizi di qualcosa di culturale erano la schiera infinita di cartelloni che pubblicizzavano uno stile di vita consumistico."

JAMES G. BALLARD,  Regno a venire

Tutto il mondo è paese. O quasi tutto. Come fare, per sfuggire al cemento che ci cola attorno da tutte le parti, e si estende a macchia d’olio, e ci stringe e ci leva spazio, e aria? Come fare, per deragliare da questa strada a senso unico sulla quale ci siamo incamminati? Come si fa a scappare? Come si fa a sconfiggere questo agghiacciante Regno a venire? 


Cemento

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"….rifiutare come spazzatura i luoghi comuni della speculazione e della demagogia, le argomentazioni dei vari maitres à penser dei giornali, secondo i quali inquinamento e cementificazioni sarebbero il "prezzo da pagare al progresso": quando invece è ora di mettersi a studiare, e a calcolare gli astronomici costi sociali scaricati sulla collettività da quel tipo di "progresso", in termini di congestione, inquinamento, dissesto idrogeologico, attentato alla salute e alla pubblica incolumità. Tutta l’Italia va trattata come un parco, e alla rigorosa salvaguardia dei valori del suo territorio va rigorosamente subordinata ogni ipotesi di trasformazione e sviluppo: perché non venga definitivamente distrutta l’identità e l’integrità fisica del nostro Paese."

Antonio Cederna, Un paese a termine, ottobre 1991 introduzione al volume BRANDELLI D’ITALIA – Come distruggere il bel paese- Newton Compton editori, 1991 

"… questo cemento…questi cantieri che ovunque sono la linfa dell’economia…tutto questo cemento sta costruendo un’enorme gabbia, per non dire carcere, intorno alla vita della piccola e media borghesia italiana, che con questa ossessione (per la casa) e con l’impossibilità di raggiungerla, sta impedendo forse all’intero paese di trovare uno sviluppo che non sia appunto l’immobile, che non sia la casa… il cemento quindi è il sangue che pulsa nelle arterie dell’economia italiana…."

Roberto Saviano, stralcio da Napoli, dentro il vulcano, Radio Rai 3 puntata  del  29/11/2006 -Cemento-