cose che vanno e cose che vengono

Sono cresciuta in pianura. L’orizzonte aperto mi ha educato lo sguardo. Odio le montagne che chiudono la vista, soffoco nei boschi, i portici mi fanno venire l’ansia. Abitudine alla nebbia, alla foschia, all’afa, a tutto ciò che provoca indeterminatezza di visione. Ma il posto in cui sono cresciuta, non somiglia più a niente. Neppure la foschia riesce a nascondere le nuove palazzine dipinte d’albicocca, le superstrade intorcinate sopra i campi, le gru arrampicate contro il cielo. La mia vecchia gatta è morta. La piccola Coop  vicino a casa dei miei è stata chiusa e spostata in un quartiere nuovo fiammante. La campagna attraverso la quale scorrazzavo in lungo e in largo in bicicletta, agonizza, e i camion sono dappertutto.

Ogni volta che parto, quando torno, qualcosa è andato via, e qualcos’altro è arrivato. E ogni volta, io posso solo dire: mi dispiace, non c’ero.


Mappamondo

mappamondo1Una finestra in Islanda, nella penisola di Snaefellsnes, davanti all’Oceano.

Gli umani viaggiano per vedere più chiaramente il luogo da cui provengono.

Bill Holm, The Music of failure


Scuse

Chiedo scusa. A tutti quelli che mi cercano e non mi trovano. A quelli che mi scrivono e ai quali non arriva una risposta. A quelli che mi invitano a cena e hanno la sensazione di essere Jannacci che cerca di prendere un appuntamento con il Papa in quel meraviglioso film di Ferreri. Non lo faccio apposta. Oggi sono due settimane esatte che sono tornata da un viaggio che è stato impegnativo da molti punti di vista. A casa, a Bologna, ci sono rimasta tre giorni. Scadenze opprimenti, cose rimandate da mesi che tornano a farsi pressanti. Notti quasi insonni e risvegli inquieti. Non ho ancora capito chi è a correre più veloce: io o la vita. Certo è che non siamo in sincrono.

Ovunque mi trovi, sul pavimento c’è sempre almeno una valigia aperta, mezza piena e mezza vuota. Libri crivellati di post-it coperti di crittogrammi misteriosi e rimpianti che non ho il tempo di approfondire.
 


Zeroville

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1.

La testa rasata di Vikar è tatuata su un lobo destro e su uno sinistro del cranio. Un lobo è occupato dal primo piano ravvicinato di Elizabeth Taylor e l’altro da quello di Montgomery Clift, i volti che quasi si sfiorano, le labbra che quasi si sfiorano, l’una tra le braccia dell’altro su una terrazza, le due persone più belle nella storia del cinema, lei la versione femminile di lui e lui quella maschile di lei.
Zeroville di Steve Erickson, che ho tradotto con l’ausilio della preziosa consulenza cinematografica di Andrea Bruni, alias Contenebbia, è in libreria.
Dalla mia postfazione, un brano dell’intervista che ho fatto a Steve Erickson:


(….)
A un certo punto del lavoro di traduzione abbiamo pensato che forse includere una lista di tutti i film direttamente o indirettamente citati nel romanzo avrebbe avuto un senso, per i lettori italiani; abbiamo tenuto lì quest’idea, senza però prenderla troppo sul serio, perché c’era anche una spinta che andava nella direzione opposta: Zeroville è un romanzo che parla della potenza del mondo onirico, una potenza capace di deformare la percezione della realtà, chissà, forse anche di plasmarla, e Steve Erickson è uno scrittore che niente ha di didattico. Così, ho pensato di domandarlo a lui, cosa ne pensasse di questo embrione d’idea, e già che c’ero gli ho chiesto anche altre cose. Questa, con qualche taglio, è la lettera che mi ha scritto.

(…) In effetti, a un certo punto, quando il libro stava per essere pubblicato negli Stati Uniti, a qualcuno era venuta l’idea di includere una lista di films alla fine del romanzo. E come giustamente avete sospettato, io ero contrario. Ero contrario perché in fondo, l’elemento più importante di questa storia è il suo protagonista: Vikar, e la sua ossessione per il cinema, che modella la sua visione del mondo e viceversa. E poi, io volevo che il lettore vedesse i films allo stesso modo in cui li vede Vikar, e per Vikar, i titoli non sono importanti. Per Vikar, il Cinema si fonde con la ‘realtà’, e le sale cinematografiche sono come fermate nel suo viaggio attraverso quel mondo. Come indubbiamente saprai anche tu, quello che uno scrittore non rivela è altrettanto importante di quello che invece svela. Quindi vi prego di non includere quella sorta di glossario al quale avevate pensato. Credo fortemente che servirebbe solo a spezzare l’incantesimo del romanzo, e a distruggere la sua aura misteriosa.(…)

Steve Erickson, marzo 2008

Uno stralcio della postfazione di Andrea, qui.

www.steveerickson.org/


che ci faccio qui?


fiordo
Atterrando all’aereoporto di Reykjavik, l’altro ieri, ho scoperto che i miei occhi avevano dimenticato il colore dell’erba. Atterrando ad Amsterdaam, ieri, ho scoperto che avevano dimenticato anche le tangenziali, le autostrade, i camion e le automobili. Avevo dimenticato anche i portici di Bologna, i gas di scarico, le anoressiche travestite da veline e i burini travestiti da tronisti, il vaudeville con sfumature tragiche della politica (?) italiana, lo schifo di quella che chiamamo ‘informazione’. Là dov’ero, c’erano solo il ghiaccio, la neve, l’ululato dei cani e quello degli ubriachi, un’infelicità diffusa che ha riempito il mio cuore di tristezza. ‘Il mondo non è un panorama‘, pensavo; le bellezza naturali di un luogo non possono compensare in alcun modo, per quanto mi riguarda, la sofferenza degli esseri umani che lo abitano. Io oggi cammino per le strade di quella che dovrebbe essere la mia città, due giorni fa camminavo sulle uniche tre strade di Tasiilaq. Sono confusa. Un mese come un anno. Non comprendo la lingua dei quotidiani, quella dei tg, non ho la forza di mettermi al passo -come si usa dire con orrenda espressione- leggere le email, andare a visitare un blog. Devo resettare il mio orologio interno. Capire cosa ci faccio qui.

isole di ghiacciotasillaq neve