Non è metafora

P1010074Non è metafora sentire l’influenza dei morti sul mondo, proprio come non è metafora sentire il cronometro al carbonio 14, il contatore Geiger che amplifica il debole respiro della roccia, vecchia di cinquantamila anni. Non è metafora essere testimoni della stupefacente fedeltà dei minerali magnetizzati, che anche dopo centinaia di milioni di anni puntano sempre verso il polo magnetico….Possiamo desiderare ardentemente un luogo; ma anche i luoghi desiderano. La memoria umana è codificata nelle correnti d’aria e in ciò che sedimenta sul fondo dei fiumi. I fiocchi di cenere attendono di essere raccolti, le vite di essere ricostruite.

Anne Michaels, In fuga

Auschwitz I, il 27 gennaio era pieno di gente: scolaresche affollate in spazi angusti, in fila per uno nei sotterranei, ammassate davanti alle reliquie custodite dietro enormi teche di vetro, concentrate a guardare le installazioni dell’orrore: una montagna di capelli ingrigiti dal tempo, e poi scarpe, migliaia di scarpe, da donna, da uomo, da bambino, e protesi, busti ortopedici, occhiali, spazzole, catini, valigie. Qualcuno piange davanti ai vestitini dei bambini, qualcuno davanti ai capelli tagliati, qualcun’altro davanti al muro delle fucilazioni.  Auschwitz I è una cittadina di mattoni rossi, è un Museo della Memoria. Fuori dalle finestre, il cielo bianco e un vento gelido. Io non piango. Non sento niente. Guardo. Ascolto. Prendo appunti mentali. Auschwitz II- Birkenau, invece, è la fabbrica della morte. Il binario che arriva dentro il campo. I resti delle baracche, quelli dei crematori. Una gigantesca, ordinata, efficiente fabbrica della morte che dà l’idea di un’organizzazione perfetta, ritmicamente inappuntabile. La nostra guida, Margherita, è un’insegnante polacca che parla benissimo italiano, è appassionata, emotiva. E’ brava, ma io non la ascolto, dopo un po’, non la ascolto più. Mi stacco dal gruppo, faccio silenzio dentro. Auschwitz II- Birkenau è l’assurdo. L’irreale. Per qualche minuto mi attraversa un ombra gelata. Il pensiero che tutto questo sia stato davvero, come sostengono certi negazionisti, esagerato, addirittura inventato. Sì, penso, Birkenau è un inferno freddo ideato e messo in scena da un artista sfrenato e geniale. Birkenau non può essere un luogo della realtà. E’ un’astrazione. Qualcuno piange davanti ai resti delle camere a gas. Molti si commuovono nella baracca dei bambini, con i disegni affrescati sul muro. Altri crollano alla baracca con l’ospedale delle donne dove si aspettava solo di morire e dove i corpi, quando non si riusciva a smaltirli in fretta, rimanevano accatastati all’aperto, sulla terra nuda, protetti allo sguardo da alti muri rossi, mentre Margherita racconta l’immagine descritta nel libro di una sopravvissuta, quella di una bambina dagli occhi vuoti che accarezza i capelli della madre ormai quasi morta. Io sono ancora nel boschetto, da sola. C’è un tabellone con una fotografia sfocata, storta, una delle tre foto di Auschwitz scattate di nascosto dai prigionieri e che sono arrivate fino a noi. Una fila di donne sotto questi stessi alberi, nude, in movimento. Stanno per essere condotte alla camera a gas. E’ il Crematorium V. All’ombra di questi alberi, in questo posto perfetto per una domenica di festa, per un pic nic all’aperto, donne, vecchi e bambini aspettavano il loro turno, senza sapere per cosa. C’è silenzio, un sole pallido che scalda appena la schiena, l’erba troppo verde, il fruscio delle foglie. Il senso d’irrealtà ha la meglio, e insieme al freddo mi intorpidisce le dita, e tutto il resto.

boschettoBN Leggi il seguito di questo post »

Annunci

Non andate (o andate?) ad Auschwitz

auschwitz_big                      Auschwitz, una fossa comune.

Quest’anno, sul ‘treno per Auschwitz‘ che parte domani pomeriggio da Carpi e arriva a Cracovia sabato verso sera, ci sono anch’io. Sul numero di Vanity Fair in edicola questa settimana, Alessandro Piperno, in un articolo provocatorio intitolato "Non andate ad Auschwitz" scrive: L’ Olocausto non è un’esperienza collettiva. Ma individuale.(…) E’ da anni che guardo con sospetto qualsiasi ricorrenza che tende a celebrare la morte di tutti quegli ebrei. Perché so che se costringi a ricordare per editto la gente diventa insofferente e cattiva." E ancora, "simboli, astrazioni, rituali, retorica…ecco i nuovi nemici di quei tanti morti che non riposano in pace." Capisco il suo punto di vista. E capisco che la retorica spesso svuota di senso, è guscio, frammento morto che parla una lingua morta. Ma la mia domanda è: meglio quindi l’oblio? Non credo. Trovare una lingua che respiri per continuare a ricordare quello che è accaduto, a degli individui, certo, ma per estensione a tutto il genere umano. Il mio modo e quello di tanti altri che domani partiranno con me è salire su quel treno che da Carpi arriva fino in Polonia: lo stesso percorso che gli internati nel campo di Fossoli hanno fatto per essere deportati nei lager nazisti. Provare a immaginare, a sentire, a condividere. Per quanto è possibile.

sulla strada

Il reportage, Sulla strada, L’Italia delle vie provinciali con il mio testo e le foto di Samuele Pellecchia è uscito sul numero 3-2008 di Panorama e si può scaricare dal sito previa registrazione on-line. la versione pubblicata è di 5.000 battute, quella che incollo di seguito è l’originale, di 13.000.

La fame insaziabile delle strade

Un quadrilatero di strade statali tra Emilia Romagna, Veneto e ritorno: questi non sono i posti adatti per una gita, nonostante un tratto del percorso, la Strada Romea o Statale 309 – secondo una statistica dell’ACI del 2007 al quarto posto tra le strade più pericolose d’Italia -coincida con l’antica Romea sulla quale viaggiavano a piedi i pellegrini cristiani per raggiungere le tombe degli apostoli a Roma, toccando nel viaggio importanti centri spirituali come l’abbazia di Pomposa vicina a Comacchio. Adesso queste strade sono esclusivamente le rotte dei mercanti motorizzati. Oggi siamo in due, lui fotografa e io prendo appunti, non ci siamo mai incontrati prima d’ora e adesso siamo qui, dentro una micra nera senza lettore cd, la sua, e partiamo per andare a a guardare un pezzo d’Italia, uno di quei pezzi d’Italia, e di mondo, che centinaia di migliaia di persone attraversano avanti e indietro tutti i giorni senza forse prestargli poi troppa attenzione. Siamo appena partiti dall’autostazione di Bologna, e abbiamo appena imboccato la statale 64, La Ferrarese, che corre parallela all’autostrada e già siamo fermi, al contrario degli altri, di tutti quelli che corrono lungo questa strada sulla quale non c’è alcun motivo di fermarsi, perché le strade servono ad andare, a trasportare, a muoversi, non c’è tempo per le soste, e ai margini c’è la terra di nessuno. O almeno sembra, perché se poi davvero ci si ferma, allora è un’altra storia. Dalla SS 64 via Ferrara, Rovigo, Ravenna, Rimini, alla Statale 9, la famosa Via Emilia. Cantieri da tutte le parti, alcuni in attività, ma la grande maggioranza chissà perché, fermi, con le gru immobili che si stagliano contro il cielo come mostruosi dinosauri mummificati e le impalcature deserte. Marciapiedi, rotatorie, nuovi svincoli, villette, palazzi, centri commerciali, capannoni industriali, case coloniche in rovina; i paesi, sulle statali che percorriamo, assomigliano a grumi di catarro sputati sulla strada ogni tot chilometri, in questo periodo ci sono ancora spaventosi Babbi Natale fantoccio che si arrampicano sulle facciate di tutte queste orribili casette giallo acido e verde vomito, presepi di paese chiusi dietro pareti di plexiglass, e le strade invase di camion, furgoni, corriere, automobili sparate a 13O all’ora. La pianura è una cicatrice unica, come un corpo devastato da una guerra mai dichiarata ufficialmente. Case in rovina, abbandonate, l’edera che si mangia tutto, gli alberi nudi, oltre le rovine, la strada, i camion e il loro ringhio costante. Se una volta abitare lungo una strada era un privilegio, adesso è una disgrazia, lungo le strade ad alta percorrenza ci abitano solo i poveri, i vecchi, gli extracomunitari. A Lovoleto, villette a schiera rosa e bianche che sembrano carceri, oppure ospedali, cubicoli di cemento con inferriate dappertutto, e poi cancellate, palizzate, reti. Quartieri residenziali e cimiteri sembrano disegnati e concepiti da un’unica mano geometrile, la città dei vivi e quella dei morti escono dallo stesso studio di progettazione. Leggi il seguito di questo post »

Kushe-oo

scuolaBombuna              Scuola di Bombuna

E così, dopo una jeep, un elicottero, due aerei, una corriera, un taxi, un treno, 31 ore di viaggio e sette di sonno, stamattina mi sono svegliata nel mio letto, niente sveglia delle 7e30 suonata a gusci di noce di cocco, niente inno nazionale sierraleonese cantato dai bambini dell’asilo, niente suono della risacca, niente Teresa già in pista da ore a gestire la comunità, niente Papayo che corre a salutare, niente Mabinthu che parte per la pietraia, niente Cecilia che si arrampica sugli adulti come fossero alberi, niente Kadiathu sempre arrabbiata, niente Sylvester che mi fa l’occhiolino e mi prende per mano, niente Awa che mi chiama, niente Joseph che prepara cassava al sugo, niente corse in macchina con Gabriel e Angel di Alonzo and the Indegnes in sottofondo, niente Payra con gli occhiali da sole, niente Charles, niente Baka e niente Santigie con la sua stampella troppo corta. A Bologna il cielo è grigio, c’è corrente elettrica e acqua calda, e ieri sera al self service della Stazione Termini, a Roma, i piatti abbandonati mezzi pieni mi hanno fatto venire le lacrime agli occhi. Sono tornata, ma sono ancora là, a Lakka Beach, Freetown, Sierra Leone, dove la sera non cala semplicemente il buio, ma la tenebra, e dove le strade sono polvere rossa e fiumi di gente che cammina. Lì, ogni giorno è una battaglia. Contro la fame, la sete, le malattie, la sventura, contro il ricordo delle guerre passate e il timore di possibili guerre future, e lo stesso, si prova a sorridere.



Tra le palme, nella macchia e nella giungla, l’uomo bianco appare un elemento spurio, incongruo, dissonante: pallido, debole, la camicia madida di sudore, i capelli appiccicati, sempre tormentato dalla sete, da un senso di impotenza, dalla malinconia. E sempre in preda alla paura: delle zanzare, dell’ameba, degli scorpioni, dei serpenti. Tutto ciò che si muove lo riempie d’orrore, di spavento, di panico.

Ryszard Kapuscinski, Ebano

Le mie sigarette sono aumentate di prezzo ieri, l’Autan Extreme è esaurito in tutte le farmacie del mio quartiere causa esodo natalizio esotico dei bolognesi abbienti, la medicina cinese per la malaria che siamo riusciti a procurarci è per due e siamo in tre, arriviamo di notte e non abbiamo la certezza assoluta che qualcuno verrà a prenderci all’aereoporto di Lungi, non riesco a trovare un cappello in nessuno scatolone dei vestiti estivi, ho paura della meningite, della zanzara anofele, dei roditori, dei serpenti, dei barracuda, degli squali, dei cani gialli, dell’Harmattan, dei bambini, dei malati, dei sopravvissuti, dei commercianti di diamanti, dei musulmani e dei preti cattolici.

Vado.

Qui, i quotidiani on line della Sierra Leone.


RU486 e legge 194

femminismo-2-thumb

Mentre il punto dovrebbe essere questo: RU486, ossia la pillola abortiva disponibile in quasi tutti i Paesi della UE, e in Italia in ‘sperimentazione’ al Sant’Anna di Torino, si torna a discutere della legge 194. E all’inizio, quando senti certe affermazioni, le lasci scivolare al margine del cervello, lì, nell’indistinto calderone dove si depositano a mo’ di schiuma le informazioni pubblicitarie, la marea di cazzate che quotidianamente si riversano dalla carta stampata, dalla rete, dalle radio e dalle TV accese dappertuttto,  perché c’è una specie di bilancia interna che da sola che decide che no, quella cosa lì è troppo assurda per dovrle prestare attenzione. Poi però c’è anche un campanello d’allarme che timido comincia a suonare e si fa sempre più forte e ti dice che certi diritti, certe conquiste, forse TUTTI i diritti e TUTTE le conquiste, non sono mai dati una volta per tutte, che tocca stare all’erta di continuo per non farseli scippare da sotto il naso all’improvviso, per disattenzione, per pigrizia, per ignavia. La campagna per una moratoria della legge sull’aborto lanciata dal Foglio di Giuliano Ferrara e appoggiata da Forza Italia e dal Vaticano ( per farla breve, ma non sono i soli) è agghiacciante. I nomi degli schierati? Basta chiudere gli occhi, tirare a indovinare e ci si prende: Bagnasco, Ruini, Bondi, Formigoni, Binetti. Io questi nomi non avrei mai voluto scriverli in questo spazio. Ma devo. La più bella l’ha detta un’ispirato Buttiglione: "un contributo economico mensile a chi sceglie di non abortire."
Come sempre, da sempre, è facile combattere le battaglie SUL e CON il corpo degli altri.
Forse che è il momento di rispolverare degli slogan che sembravano logori e ingrigiti tipo IL CORPO ( E L’UTERO) E’ MIO E LO GESTISCO IO? Forse sì.

Qui c’è un’analisi della questione di Giuseppe Genna, fondamentale.

PS. ERRATA CORRIGE: la più bella l’ha detta l’ON. Irene Pivetti: "Non ho mai creduto al criterio dell’autodeterminazione della donna." Non riesco nemmeno a commentarla, quest’affermazione.