James Graham Ballard

th_Ballard_080402111114235_wideweb__300x30015 novembre 1930- 19 aprile 2009

www.jgballard.ca/

Sei stato, e sarai, un grande compagno di viaggio, per me.
E mi dispiace di non averti mai incontrato, se non dentro i libri che hai scritto.

Anche se a pensarci, un libro è il posto migliore di tutti.

s.

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Festival del Racconto- Cremona

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Domenica 19 aprile alle 15 sarò al Festival del Racconto di Cremona per una lettura.
Di cosa? Se ci saranno due microfoni e due postazioni-lettura, mi sdoppierò, e leggerò dai Dialoghi con Leucò di Cesare Pavese, in caso contrario, due racconti del troppo poco ricordato Giovanni Arpino.

La terra trema


"…i morti sì, possono essere limitati. I danni sì, possono essere contenuti, quando le case sono costruite con i progetti giusti e gli accorgimenti giusti e i materiali giusti. E nessuno dovrebbe saperlo meglio di noi italiani. Che viviamo in una terra tra le più inquiete di un mondo in cui avvengono ogni anno un milione di terremoti piccolissimi e tra questi almeno un centinaio del quinto grado della scala Richter, cioè uno ogni tre-quattro giorni e ogni tanto ne arriva uno che sconquassa tutto. E per giorni giurano tutti che basta, occorre cambiare le regole e bisogna adottare una volta per tutte i sistemi che aiutano a limitare i danni perché è stupido spendere i soldi come per decenni ha fatto lo Stato che secondo i dati del Servizio geologico nazionale è riuscito a spendere solo dal 1945 al 1990 per tamponare i danni di catastrofi naturali varie oltre 75 miliardi di euro e cioè quasi 140 milioni di euro al mese. Più quelli spesi dal 1990 in qua per il sisma nella Sicilia Orientale nel dicembre 1990 e per quello nell’Umbria e nelle Marche del settembre 1997 e per quello a San Giuliano di Puglia dell’ottobre 2002… Tutti lut
ti seguiti da una promessa solenne: mai più. E presto dimenticata sotto la spinta di nuovi condoni, nuove elasticità urbanistiche, nuove regole più generose… Mentre cala la notte, nei paesi sotto il Gran Sasso la terra, ogni tanto, dà un nuovo scossone. Piccolo. Leggero. Sinistro. Così, tanto per ricordare chi comanda. "

Gian Antonio Stella, Il corriere della sera di oggi.


Le nostre braccia strappate all’agricoltura

Cinque giorni sugli Appennini, qualche raggio di sole e un po’ di pioggia. Le testine verdi degli spinaci dentro una cassetta. Gemme dappertutto. E fiori. Insetti. Uccelli che cantano. Caprioli. Una pila di libri letti, una decina di pagine scritte, schemi, progetti, un bel po’ di lavoro che progredisce. Poi tocca tornare. Oggi ho spalancato le finestre della mia casa bolognese per cambiare aria: fuori il respiro notturno, dentro i gas di scarico. Sul mio balcone, che per fortuna affaccia su un micro giardino e non sulla strada, in questi cinque giorni sono spuntati tutti i semi che avevo piantato la settimana scorsa: zinnie, lattughine, piselli rampicanti, pomodori, spinaci e finocchietto selvatico, le uniche a tacere, per il momento, sono le fragole rampicanti. Osservo le piantine -ancora sottili e verde chiaro- con emozione, ma avverto anche una sensazione sgradevole: i vasi sono troppo piccoli, lo spazio è poco e c’è troppa ombra. E’ un balcone cittadino, d’altra parte, non un orto in piena terra. Intorno, il suono degli aspirapolvere, delle macchine, dei clacson su via Santo Stefano, la musica che esce dalle finestre spalancate delle case gonfie di studenti. Il mio orrizonte, che ieri era una cresta di montagne, oggi è il muro giallo di una chiesetta sconsacrata, sono i tetti affollati di piccioni e le finestre sbarrate del palazzo dall’altra parte della via. Ogni volta che torno, soffro. Ogni volta che torno, tutta l’energia creativa che mi è germogliata dentro cola via insieme alle lacrime da smog. Vangare, zappare, trapiantare, innaffiare, cucinare, pulire, tutte queste cose mi affaticano, ma non mi svuotano. Rispondere al cellulare, presenziare, incontrare, scrivere e-mails, la somma di attività previste dalla parte esteriore del mio mestiere, invece, mi riempie di angoscia, mi stanca, mi deprime. E mi viene in mente un’immagine di me a quattordici anni, i primi giorni di liceo in città. Dopo anni di corse in bici, di accerchiate del generale Custer inscenate in mezzo ai campi, ginocchia sbucciate, pantaloni di velluto a coste a zampa d’elefante e capelli spettinati, eccomi lì, seduta ad un banco come un cane alla catena, in un’aula buia, circondata da cloni travestiti da paninari: maglioncini colorati, calze a rombi, Timberland ai piedi e terra marrone spennellata su guanciotte da bambine emiliane. Sono figli di avvocati, medici, commercialisti. Vivono in appartamenti cittadini o nelle ville sui colli. Io mi sveglio alle sei e mezza per arrivare in via Castiglione, al mitico Liceo Galvani, dal paesello, con la corriera. Fino all’altro ieri facevo sgommare le ruote della bici da cross e adesso mi ritrovo catapultata in un mondo di occhiate fugaci che stimano in un batter di ciglia valutazioni economiche dei guardaroba. Mi chiamano ‘La contadina’. E io non capisco le cose che dicono, non distinguo le marche dei loro vestiti e tornare a casa in corriera attraversando i campi e leggendo un romanzo dopo l’altro, un giorno dopo l’altro, è l’unica soddisfazione delle mie giornate di ginnasiale. Non credo d’essere cambiata poi molto, da allora.

Mentre scendevo in città, ieri sera, lungo via Murri vedo le vetrate di una palestra spalancate sul traffico della sera: gente che suda nei completini grigiopigiama e nei body attilati e ossigena i polmoni a ritmo di dance nei vapori neri dei gas di scarico. Siamo tutti pazzi, ho pensato, dei poveri disperati. Anzi, siamo tutti scemi.

Oggi, su Repubblica, un fondamentale pezzo di Carlo Petrini: Il Made In Italy della terra. Una provocazione, e l’indicazione di una possibile via d’uscita dalla crisi.

"Bisognerebbe pensare e parlare non solo di crisi dell’agricoltura, ma di agricoltura come una delle possibili vie d’uscita dalla crisi. La formula purtroppo però non è così scontata, perché evidentemente in Italia tornare alla terra o continuare il lavoro di padri agricoltori non è facile: il Paese, preso dall’ansia di rilanciare i consumi, l’industria e l’edilizia, un’opzione del genere neanche se la immagina (….)".


Una rosa (antica) per Giulio Einaudi

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Giulio Einaudi

 2 gennaio 1912- 5 aprile 1999

Lo faccio oggi perché sono in partenza e il 5 aprile non avrò un collegamento internet. Però avrò una bottiglia di Dolcetto di Dogliani e una rosa bianca sul tavolo.

New Towns, nuovi cippi tombali

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Con due milioni e mezzo di case sfitte, l’Italia sente proprio l’esigenza delle new towns annunciate dal Piano Casa. Quante Milano 2 vogliamo costruire per far ripartire il settore edilizio? Bologna 2, Parma 2, Verona 2, Cremona 2, Firenze 2….. eccetera eccetera….e d’altra parte, dove metterlo tutto il cemento che produciamo (46 milioni di tonnellate l’anno)?

Quanto scommettiamo che a progettare le New Towns non chiameranno Lucien Kroll

Io non parlo mai di architettura in sé […] e neppure di urbanistica. Tutte queste professioni sono sicuramente dignitose, ma poco ‘olistiche’: il paesaggismo è veramente olistico, e un’architettura che su di esso si fondi diviene subito strumento di civilizzazione" L. Kroll