La prima verità


La prima verità
Simona Vinci

In uscita a fine marzo
Stile libero Big
pp. 408
€ 20,00
ISBN 978880621268

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Uno stivale rosso

 

Forse questa storia, come tutte le storie, è cominciata tantissimo tempo fa. E’ cominciata ancora di prima di incominciare, se capite cosa intendo.

Certo, un punto di partenza per iniziare a raccontarla io l’ho trovato, ma questo non esclude che sia possibile risalire a un tempo ancora più lontano delle passeggiate lungo la spiaggia che mia madre mi portava a fare ogni domenica quando ero un bambino.

Mi mostrava le conchiglie, le impronte dei granchi sulla sabbia, le cabine vuote degli stabilimenti balneari. Vuote perché mia madre detestava la spiaggia nei mesi estivi e il mio ricordo infantile del nostro Adriatico è sempre grigio e ventoso, oppure di sole limpido e freddo, e invariabilmente, nelle mie immagini mentali, la spiaggia è semi deserta e gli stabilimenti sono chiusi. Il mare d’inverno è come un film in bianco e nero visto alla tivù diceva quella canzone così triste, e anche per me il mare era questo, è ancora questo: poca gente che cammina lungo il bagnasciuga stringendosi al collo il bavero del cappotto, i capelli che si gonfiano per via di vento e salsedine, i cani che corrono dietro a bastoni lanciati verso l’acqua e a volte hanno paura di bagnarsi le zampe nella spuma che ribolle.

Mia madre camminava accanto a me trascinando la gamba destra in un buffo modo, e lo faceva da sempre, da che ho memoria di lei, della sua figura piccola e dei suoi capelli rossi, e ora che ci penso non gliel’ho mai chiesto perché camminasse in quel modo. Le persone che amiamo sono quello che sono, i loro difetti, le loro caratteristiche, le loro stranezze, ci sono così familiari che non ci troviamo nulla di strano, soprattutto finché siamo bambini. I bambini prendono le cose così come sono. E io non me lo sono mai chiesto, ad esempio, perché mia madre avesse i capelli rossi e le lentiggini sugli zigomi, perché indossasse sempre lunghe gonne fiorite o sorridesse alzando l’angolo destro delle labbra e mai il sinistro. Era lei. Era mia madre, Sabina, una piccola donna dai capelli color fiamma che claudicava leggermente tenendo per mano il suo bambino lungo una spiaggia semi deserta.

Ruotava l’anca di qualche grado e le sue impronte sulla sabbia erano diverse: una era dritta e, diciamo così, normale, precisa, come quelle di tutti insomma; l’altra invece si portava appresso una specie di rotazione, come uno sbuffo circolare subito prima di posare il piede a terra. Una pennellata rotonda. La sua impronta digitale. Mi piaceva rimanere un po’indietro, con lei che mi tirava per la manina e voltarmi a guardare quel disegno che continuava ripetersi lungo il nostro percorso. Quell’orma mi faceva sentire al sicuro: non l’avrei mai persa, mia madre, come a volte succedeva nelle fiabe che lei mi leggeva la sera, prima di mettermi a letto. Non l’avrei mai perduta perché avrei potuto riconoscere le sue impronte da quelle di chiunque altro al mondo. Se anche se avesse cambiato scarpe ogni giorno e la suola avesse lasciato righe, quadretti, loghi o nomi diversi, io l’avrei ritrovata, perché nessuno, camminando, faceva quello stesso disegno che conoscevo così bene.

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