Simeon Solomon

Simeon Solomon

Londra, 9 ottobre 1840- St.Giles Workhouse, 14 agosto 1905

Pittore inglese. Preraffaellita.

Questo testo è stato scritto per il Magazine di Arte e Cultura Art News, Rai Educational.

Il video, qui:

http://www.artnews.rai.it/dettaglio_puntata.aspx?IDPuntata=1297

All’angolo di una strada di Londra, nella nebbiolina umida e grigia di un pomeriggio qualunque, un vecchio signore vende fiammiferi. E’ calvo, e una folta barba, crespa e grigia, gli nasconde metà del viso. E’ ubriaco e non sembra granché in salute. Difficile riconoscere in lui un ragazzo “…molto slanciato, bruno, un paio di cicatrici sulle palpebre, andatura dinoccolata, naso importante. Questo è Simeon Solomon.

Sono parole tue, vecchio, scritte dal te stesso di oggi che descrive in terza persona  quello di ieri. Forse, la distanza da noi stessi, Simeon, ce la insegna la vita quando non è tenera, quando ci graffia e ci morde. Ma il tuo personaggio, più che cucirtisi addosso nel corso del tempo, ha preso forma quando eri ragazzino, ultimo di otto fratelli di una ricca famiglia ebraica londinese. Tuo fratello maggiore e tua sorella Rebecca ti insegnavano a dipingere e si accorgevano che tra tutti gli artisti della famiglia eri indubbiamente tu, il più giovane, quello che aveva più talento di tutti e che sarebbe arrivato chissà dove. E infatti sei diventato famoso, le tue tele venivano esposte alla Royal Academy, viaggiavi in Italia e studiavi, dipingevi, scrivevi, miglioravi. E correvi e correvi. E ti sentivi sempre più libero e sempre più te stesso. Però un certo punto la tua corsa si è fermata in un gabinetto pubblico. Zona Oxford Street, Londra, 11 febbraio 1873. Arrestato con l’accusa tentata sodomia. Insieme a te viene fermato un ragazzino di sedici anni, si chiama George Roberts e di mestiere fa il garzone di stalla. Niente a che vedere con il genere di amici cui sei abituato: il circolo dei prereaffaliti, pittori come Dante Gabriel Rossetti, e poeti come Swinburne. Al processo vieni condannato, ma la tua pena è commutata in una cauzione che viene pagata dalla tua famiglia. E’ l’ultimo favore che ti faranno. Sarai tu a non accettarne mai più. Da quel graffio in poi, la tua vita cambia piega. Fuggi in Francia, ma da se stessi non si fugge, e di nuovo, la tua inclinazione sessuale così poco conforme alle regole sociali ti frega. Ci provi, a reinserirti nel tuo ambiente e a ricuire i rapporti con artisti e galleristi, ma ora anche i tuoi amici ti abbandonano. Troppi scandali, Solomon e poi hai pure incominciato ad alzare un po’ troppo il gomito. E dire che molti sono gay, e si atteggiano a ribelli, scandalosi a tempo perso, ma in realtà capacissimi di mantenere una facciata sufficientemente protettiva. Non è mai facile scegliere di essere  fino in fondo se stessi, in nessun tempo e in nessun contesto sociale. Per te, forse, lo è stato ancora di più: un giovane pittore omosessuale che non si nasconde dietro una composta vita borghese come richiedono il tempo e il luogo nel quale vivi. Tu vuoi essere libero. Vuoi essere Simeon. Quello che dipinge meravigliosi e carnalissimi angeli ragazzini, sognatori e dormienti, quello ironico, che ha fatto dell’arte la sua vita fin da quando era un bambino.

Mancano ancora vent’anni all’infame processo ad Oscar Wilde che sbatterà in faccia alla benpensante e ottusa società inglese di fine ottocento certe inclinazioni innominabili e tu, nonostante sia un pittore affermato non sei famoso come lo sarà lui. E’ più facile finire sotto silenzio. Ti guardi da fuori: quel giovane arguto e pieno di talento, affascinato dalla sensualità, non può chinare la testa e far pubblica ammenda. Per tutto il resto della tua vita continuerai a dipingere, a disegnare, e siccome i soldi per comprarti tele e oli non ce li hai, lo farai dove capita, con quel che riesci a procurarti. La tua casa, dal 1885 fino alla morte sarà la St Giles Workouse, una sorta casa per poveri.

E così, adesso sei qui, vecchio, in una sera umida di nebbia, all’angolo di una povera strada di Londra, ubriaco fradicio, a vendere fiammiferi, e forse socchiudi gli occhi e dentro la tua testa sei ancora quel Simeon là, quello slanciato, bruno, col suo naso importante e lo sguardo sensuale, con il turbante in testa e il prezioso abito orientale che ti fece indossare il tuo amico pittore e fotografo per diletto David Wilkie Wyfield per ritarti così come lui ti vedeva, e come forse ti vedevi anche tu: un giovane uomo libero, poetico e irriverente. Col coraggio di essere se stesso, anche se il prezzo da pagare, per questo, è salatissimo: la vita intera.

 

 

 


Bambini che vorrei come amici -3-

Robert Louis Stevenson

 

Sarebbe stato il bambino dietro il vetro, evanescente come una silouhette ritagliata nella carta velina. Un perfetto singolo fiocco di neve sempre come appena caduto dal cielo. Ma sarebbe stata solo l’apparenza, come quella della sua stanza, una normalissima stanza, a prima vista – letto, cuscini, armadio, una poltrona, pile di libri, un magico teatrino di Skelt- dove un un bambino pallido e con i polmoni deboli avrebbe trascorso fin troppo del suo tempo. Avresti picchiettato le nocche contro la finestra per catturare la sua attenzione e forse, anche per sfuggire a una strana sfumatura d’oscuro che spesso s’impadroniva dei suoi sogni, lui ti avrebbe fatta entrare. Tu avresti portato l’aria fresca del giardino, l’odore della vegetazione e della pioggia, tutte quelle avventure che ti si attaccano alle fibre dei vestiti e ti si impigliano nei capelli anche solo ad attraversare una strada, e lui avrebbe chiuso i vetri dietro di te per far comparire il vero mondo che da fuori non riuscivi a vedere. E avresti scoperto che quel che ti era apparso come un semplice letto, in realtà era una nave, e l’armadio una montagna, la poltrona un castello, i tappeti mari in tempesta e le tende, dune di ghiaccio da attraversare. L’acqua vi avrebbe travolti e trasportati in mille mondi lontanissimi dove bambini di tutti i colori e di tutte le razze si sarebbero uniti al vostro impavido veliero. Fuori dai vetri sarebbe apparsa Atlantide, e i vetri stessi si sarebbero sciolti come neve al sole al vostro passaggio. Ci sarebbero stati imponenti fari torreggianti tra i flutti a illuminare i marosi e indicarvi la via. Sareste poi tornati sani e salvi, la testa pesante di storie da trascrivere e sareste approdati al tavolino da tè dove una signorina di nome Cummy vi avrebbe aspettato con una ricca merenda e l’avrebbe condita con altre storie ancora, storie da far tremare e piangere qualsiasi altro bambino, ma voi no.

E sempre, sul muro, ci sarebbe stata un’ombra misteriosa. Il suo doppio forse, a volte minuscolo e a volte enorme, diverso da lui, eppure così vero. In partenza verso un paese dei sogni del quale solo la notte si trova la strada, un posto dove suona una musica che una volta svegli non si riesce mai a ricordare e per questo bisogna ritornare.

E scrivere storie cos’è, se non un modo di tornare?