Raccontare storie

Un uomo racconta storie così tante volte che diventa quelle storie, esse continuano a vivere dopo di lui e in questo modo, lui diventa immortale.
 

storyteller6E’ possibile essere un mediocre viaggiatore di commercio nato in una microscopica cittadina americana persa nel nulla, aver avuto una sola donna per tutta la vita e allo stesso tempo aver vissuto una vita straordinaria? Dipende. Dipende dal nostro modo di rielaborare ciò che ci accade. Il vecchio Ed Bloom, il protagonista del film di Tim Burton Big Fish, ha passato la sua vita a raccontare aneddoti incredibili popolati di streghe, nani e giganti, gemelle siamesi, lupi mannari e pesci enormi. Ora che sta morendo, suo figlio William tenta di ricostruire la vera storia della vita del padre depurandola degli elementi mitologi e epici.

 

Ma è possibile farlo?

Ogni vita raccontata è il risultato di un procedimento alchemico misterioso. 

 

Tutti siamo potenziali cantastorie e tutti sappiamo che ogni volta che raccontiamo qualcosa di noi a qualcuno, in quel qualcosa c’è del vero e c’è dell’inventato. Per essere narrata, una storia ha bisogno di essere ricostruita e strutturata. E il mondo è pieno di gente che racconta storie incredibili: dal salumiere, al bar, alla fermata dell’autobus; la parrucchiera, la nostra migliore amica, uno sconosciuto incontrato su un treno. Il mondo vibra di micro-racconti. Poi ci sono gli scrittori, che quelle storie, quando sono bravi, sono capaci di raccontarle meglio, di renderle speciali, uniche, e di farle risuonare in tante teste, in tanti cuori e in tante pance (a seconda di quale sia il posto nel quale per ciascuno di noi risuonano le emozioni). 

 

Le storie –tutte le storie, anche quelle che non piacciono a noi, ma piaceranno a qualcun altro- arricchiscono la vita, ci aiutano a sopportarla quando delude o fa soffrire, a conservare memorie, costruire strategie, elaborare miti che ci permettono di esistere e di riconoscerci, non solo come singoli, ma come comunità.

 

Noi siamo le nostre storie.

Quelle che raccontiamo in prima persona e quelle che ascoltiamo e condividiamo. 

 

E anche per questo che ogni volta che qualcuno ci porta via una storia (nasconde un libro, cancella una voce) è come se stesse tagliando via un pezzo del nostro corpo collettivo. 

 

Ma è bene che lo sappiano, quei "qualcuno": il corpo collettivo ha una diabolica, mostruosa, esorbitante e meravigliosa capacità di rigenerarsi. 


Roghi di libri in Italia- Book Burning in Italy

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E' davvero cominciata così, questa bruttissima storia della lista di proscrizione degli scrittori che nel 2004 firmarono l'appello per Cesare Battisti, con un assessore alla cultura (Raffaele Speranzon del comune di Venezia) che dichiara: 

«Scriverò agli assessori alla Cultura dei Comuni del Veneziano perché queste persone siano dichiarate sgradite e chiederò loro, dato anche che le biblioteche civiche sono inserite in un sistema provinciale, che le loro opere vengano ritirate dagli scaffali: è necessario un segnale forte dalla politica per condannare il comportamento di questi intellettuali che spalleggiano un terrorista…» «Chiederò di non promuovere la presentazione dei libri scritti da questi autori: ogni Comune potrà agire come crede, ma dovrà assumersene le responsabilità. Inoltre come consigliere comunale a Venezia, presenterò una mozione perché Venezia dia l'esempio per prima» ?

In realtà no, in realtà era cominciata prima, questa presa di posizione sta dentro un certo clima che evidentemente si sta surriscaldando, se è vero, come è vero, che alla Biblioteca di Preganziol è stato rimosso Gomorra di Roberto Saviano, ad altre biblioteche è stato chiesto di eliminare i libri e i dvd di Marco Paolini e addirittura, nell’ottobre 2009 il Sindaco di Musile di Piave ha chiesto alla biblioteca comunale di rimuovere le pubblicazioni “politicizzate”, ovvero La Repubblica Il Manifesto. 

E quindi?
Quindi questa storia non riguarda soltanto gli scrittori che hanno firmato la petizione Battisti. (Io, per esempio, non l'ho firmato.)
Questa storia non riguarda soltanto gli scrittori.
Questa storia riguarda i bibliotecari e riguarda i lettori.
Questa storia riguarda tutti i cittadini.
Non può esistere un'autorità che decida cosa si può leggere e cosa no. 
Non possiamo accettare che qualcuno decida cosa dobbiamo pensare.

La letteratura deve essere libera.
Le parole devono essere libere.
Il pensiero deve essere libero.
A partire dalla libertà, si può discutere su tutto, ma ciascuno deve avere la voce per farlo: se la voce gliela togli stai giocando slealmente. E anche stai dimostrando una cosa: che delle voci libere hai una paura fottuta.  

Per ogni ulteriore informazione e approfondimento sulla vicenda e su ciò che ogni singolo cittadino può fare per manifestare il suo dissenso e la sua indignazione per proposte che fanno presagire tempi ancora più brutti di quelli che già stiamo vivendo, rimando a questi link:

http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=2572

http://loredanalipperini.blog.kataweb.it/

Book Burning in Italy: read in english. FrancaisCastellano. Català

 


Trittico su una Casa

Il pezzo che segue è un Oggetto Non Identificato. Note di lavorazione divaganti e collaterali a un progetto al quale sto lavorando. E' anche una specie di variazione sul tema dell'anima dei luoghi. Nello specifico, dei luoghi nei quali sono accaduti fatti violenti; il tentativo di farli parlare in un modo diverso da quello che viene comunemente utilizzato dai media.

 

 Perugia

Gennaio 2010
 

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E’ una casa vuota, ordinata, apparentemente muta. Gli scuri sono serrati. Vista dal vero è più piccola di come appare nelle fotografie o nelle immagini degli speciali televisivi. O forse è anche che la si guarda dall’alto, infossata com’è al di sotto della strada sopraelevata. E’ appena al di fuori della mura antiche della città, subito oltre il viale di circonvallazione. Le macchine scorrono in entrambe le direzioni di marcia, a qualsiasi ora del giorno o della notte. 

Sembrava isolata e tranquilla, vista nelle foto, e isolata, in un certo senso lo è: se urli, da qui, forse non ti sente nessuno, se fai casino, tieni la musica alta e inviti troppi amici, nessuno se ne accorge. Le prime case sono dall’altra parte della strada, abbastanza lontane, dietro un parcheggio. Dalle finestre, i vicini forse non riescono nemmeno a vederlo, questo piccolo giardino, soltanto il tetto, e la terrazzina. C’è un camino, un piccolo portico rustico con la colonna di mattoni. Fa freddo, la pioggia che cade sottile sottile assomiglia alla neve. Un impasto bianco sciolto, gelido sulle mani e sulla porzione di faccia scoperta.

Solo una finestra è esposta in direzione della strada, le altre danno sulla vallata, che si apre ampia e verdissima appena sotto il terrapieno sul quale la casa è costruita. Negli annunci di affitto, ora che è stato ordinato il dissequestro e l’immobile è tornato a disposizione dei legittimi proprietari, veniva definito “villino”.  A quanto mi dicono amici perugini, il villino di via della Pergola 7 è sempre stato quello che è oggi: una casa di studenti, per studenti. Non ci ha abitato, negli ultimi decenni, una famiglia, non ci sono nati né cresciuti bambini, uno di quei posti dove si fanno le feste, che accolgono per brevi periodi vite diverse che arrivano da lontano, si mescolano, e poi vengono risputate fuori con un'alternanza sistole/diastole di moto centripeto e moto centrifugo tipica degli anni universitari. Un posto dove passare, non dove restare.

E invece, Meredith è rimasta qui. In una delle stanze sul retro, la più piccola, è rimasta una ragazza inglese di 21 anni.

Non può andarsene. Non potrà andarsene mai. Mai per davvero.

C’è un grande albero di magnolia, appena oltre il guardrail. Le sue foglie giocano con il muro bianco granuloso, ridipinto di fresco, della casa dove una ragazzina si è smarrita per sempre.
 

  novembre 2007
 

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La casa non è mai stata così piena di gente, neanche durante le feste più pazze, mai. E’ letteralmente infestata. Gli agenti della Polizia Scientifica, quelli della Postale, i ragazzi che la abitano e quelli che la frequentano abitualmente, un andirivieni che fa circolare l’aria dentro le stanze, muove le pagine dei libri, gli orli dei vestiti abbandonati sulle seggiole o per terra.

La casa violentata, calpestata, toccata, sfiorata, fotografata, ripresa, studiata, dissezionata. Eccola: pronta a diventare un plastico in uno studio televisivo, un set dell'incubo.

La casa, che geme sotto il peso di tutti quei passi, quelle mani, quell’attenzione non richiesta. Si ribellerà, in qualche modo?

 

Passato (-)
 

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Le luci sono tutte accese. Una finestrella che emana una vibrazione color albicocca. Le auto che passano lungo via della Pergola non se ne accorgono, hanno i finestrini chiusi, vanno di fretta, non c’è nessuno
spiazzo in cui avrebbe il minimo senso accostare e fermarsi, qui, neanche se la vista della vallata che si stende al di sotto di quel villino è così bella. Non se ne accorgono, ma la casa vibra,
letteralmente. Emana odori e le sue pietre sudano. E’ proprio come un corpo. Un corpo giovane, che scrolla da sé l’idea della morte, degli anni, del tempo che corre veloce. E’ nel suo presente più bello e la sua pancia risuona di voci, chitarre strimpellate, baci schioccati. I vetri delle finestre umidi di vapore lasciano scorgere solo ombre. E fuori, le luminarie natalizie attaccate alla bell’e’meglio, con lo scotch. Su un tavolino davanti al portico c’è ancora una zucca di Halloween intagliata, ormai ammuffita, quasi mummificata, che continua a sorridere. La casa si scuote dalle fondamenta, asseconda il ballo dei giovani corpi che la abitano con i loro sogni, le loro urla, i loro segreti sussurrati da bocca a bocca mentre i bassi di una musica percuotono carne e mattoni come pugni. 

(In memory of Meredith Kercher)

Le immagini che accompagnano il testo sono del fotografo Italo Rondinella e sono protette da copyright.