Dall’altra parte della strada -2-

Questo mio pezzo è uscito nel nuovo numero di Piazza Grande, in vendita in questi giorni per le strade di Bologna, e consultabile on line, qui.

La prima volta che ci sono venuta, da queste parti, facevo la quarta ginnasio e una mia compagna di classe mi aveva invitata a studiare a casa sua. Ho un ricordo confuso di un lunghissimo viaggio in autobus attraverso zone agricole e cantieri, spazi vuoti verdi e marroni e l’apparizione all’orizzonte di una landa desolata sopra la quale come funghi atomici erano esplosi chissà quando palazzi che somigliavano ad astronavi aliene. Da una parte c’era il fiume Reno, dall’altra i tralicci dell’alta tensione e questa edilizia popolare, così diversa da tutto quello che conoscevo: venivo dalla campagna di Budrio e il mio orizzonte erano campi piatti e nebbiosi, e per cinque ore, la mattina di sei giorni alla settimana, i muri incombenti oltre le finestre lunghe e strette del liceo Galvani in via Castiglione, pieno centro storico. Qui, a Santa Viola, quartiere barca-Reno, alla me quattordicenne e digiuna ancora di viaggi e metropoli, sembrava di essere atterrata in un'altra città, un altro Paese, un altro Mondo. E la stessa sensazione in effetti ce l’ho anche oggi, meno straniante però, perché nel frattempo gli spazi vuoti verdi e marroni si sono riempiti: di palazzi, di giardini pubblici. E di gente, che oggi, domenica d’aprile d’elezioni con l’aria di vera primavera (anche non lo sappiamo che una perturbazione infinita ci farà ripiombare nell’inverno per un altro mese di buio e piogge) affolla i cortili delle scuole elementari e medie trasformati in seggi, sfoggiando alternativamente mise d’alta moda e tute sformate; e poi, già che è dovuta uscire per votare, lascia che corpo e polmoni prendano aria, magari un gelato, due passi con il cane e i bambini.  Anche per me è stato un sollievo uscire finalmente dall’asfittico centro storico, tutto ripiegato sui propri intestini rossorosa di portici e  ritrovarsi fuori, con il cielo aperto sopra la testa. Lungo i viali di circonvallazione, al posto delle solite file di suv c’erano scooter e ragazzini in maglietta che filavano verso i colli per andare a stravaccarsi su un prato. Al quartiere Reno-Barca, ogni cortile  e ogni giardino, pubblico o privato, sono fioriti. Forse la domenica non è il giorno giusto per capire i posti: le attività abituali sono sospese, la gente, finalmente libera, se la giornata è bella esce dalle case per andare a fare quello che gli pare e non quel che è costretta a fare. Ci sono meno auto e molte più biciclette e l’atmosfera è respirabile. Allora, forse, il giorno sbagliato è il giorno giusto. Perché è alla domenica che capisci come gli spazi vengono usati dalla gente nel tempo vero, quello che possono finalmente dedicare a se stessi, e dunque tanto più indicativo per comprendere come sia stato progettato e come si sia evoluto veramente un quartiere.
 
In via Nullo Baldini, davanti ai portici del “Treno” -duecentocinquanta metri di cemento bianco e girgio senza soluzione di continuità disegnato dall’architetto Vaccaro e edificato dallo IACP negli anni ’60- c’è un mercatino domenicale fitto così di gente. Ti ci butti in mezzo lasciandoti trascinare dalla folla e guardi i banchetti di pentole, biancheria per la casa, le montagne di calzini a un euro e ascolti le chiacchere della gente. E la vera sorpresa è che l’arabo si mescola al dialetto bolognese. La sorpresa è che un venditore di scarpe da ginnastica cerca di spiegarsi a una donna in niquab e nessuno sembra farci minimamente caso. I cachet azzurrini o violetti delle ‘sdaure’ si mescolano allegramente ai veli integrali, e gomito a gomito, donne di culture lontanissime e teoricamente incompatibili, frugano nei cesti di mutande mentre i mariti fumano e girano la testa di qua e di là, distratti. Al bar, una fauna eterogenea di giovani e meno giovani locali si fanno servire caffè e aperitivi da una coppia di giovanissimi camerieri orientali e i più vecchi si appassionano in discussioni politiche che io, ormai forzata habituè dei bar del centro storico frequentati da studenti universitari credevo perdute per sempre. Chiuse a tripla mandata o trasformate in pizzerie con le cozze di plastica appese ai muri come le antiche sezioni di campagna del Pc o di Rifondazione Comunista. D’altra parte, è qui che pulsa il cuore popolare di Bologna. E’ qui che sono nate le prime fabbriche e industrie bolognesi e dunque le prime cooperative. E’ qui che si sono riversati gli immigrati dal Sud negli anni sessanta e dove vuoi che andassero i nuovi immigrati, che sempre dal Sud vengono anche se è un Sud più lontano?
 
Nei giardinetti davanti al Cimitero cittadino della Certosa, ultima tappa del tour di oggi, fotografi una vecchia signora dalle mani diafane insaccata su una carrozzina spinta da una robusta, bionda e impassibile badante col muso duro e l’ipod conficcato a forza nelle orecchie. Ti immagini che la vecchia signora parli da sola e non si aspetti ormai nessuna risposta dal mondo, figuriamoci da una badante straniera.
Eppure, questa è la città dell’accoglienza. Lo è sempre stata, lo è ancora e sempre lo sarà, dicono.
La più antica università d’Italia, orde di studenti da ogni parte d’Italia e d’Europa. Liberalità e simpatia. I bolognesi, gente ospitale, generosa e aperta.
Sarà. Forse, ci crederai di nuovo davvero quando nei sotterranei umidi e ombrosi della Certosa spunterà una lapide simile a quella che ora stai contemplando con due lacrimuccie che ti pizzicano l’angolo degli occhi: “Il 6 febbraio 1935 spirava nelle braccia del signore ERSILIA VENTURI, di anni 69, fu domestica fedele e onesta per 41 anni presso la nobile Casa Masetti ove dedicò con zelo tutta la sua vita e fu da loro contraccambiata con le più amorose cure.”
Ci sarà un nome come Catarina o Slavenka, o Ileana, e la foto di una donna con gli occhi di ghiaccio che tiene tra le sue mani robuste quella diafana di una vecchia signora bolognese.
 
Fuori, nella luce rosata del tramonto, la gente passa da sola, in coppia o in comitiva. Italiani e stranieri e stran-i-eri-italiani (ché ci sono anche loro e sono tanti). Passano a piedi, in bici, in scooter. Zitti oppure chiacchierando. L’acqua del canale scintilla placida e molti forse si domandano quale sarà l’esito delle elezioni, domani mattina. Io, allargo ancora la domanda, dentro, e mi chiedo quale sarà l’anima di questa città, domani mattina; e poi tra un mese e tra dieci anni. E mi viene da essere languida e fiduciosa – almeno per una volta, almeno per cinque minuti- e da pensare che questa città, con giusto un pelo di sforzo in più da parte dei suoi prossimi governanti e dei suoi cittadini, originari o acquisiti, quegli aggettivi là, tipo “generosa”, “aperta”, “ospitale”, se li merita e se li meriterà ancora. 

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