Dall’altra parte della strada -4-

Questo mio pezzo è uscito sul numero di dicembre del giornale di strada Piazza Grande.

Non è da oggi che il mercato immobiliare di Bologna mi appare come una roba aliena e incomprensibile. Quindici anni fa, a 26 anni, avevo deciso che era tempo di andare a vivere da sola e valutai l’opportunità di acquistare un monolocale in centro. Organizzai una serie di visite alle quali mi presentai con la più candida, meravigliosa e ottusa delle ingenuità. Vidi cose che voi umani…no, anche voi le avete viste, le abbiamo viste tutti quanti, noi che un bel giorno abbiamo pensato che invece di buttare via i nostri pochi soldini in un affitto spropositato, forse avremmo fatto meglio a fare un piccolo sforzo in più e garantirci un investimento per il futuro. La nostra ingenuità ha sbattuto il muso -oltre che con la non concessione dei mutui da parte delle banche- contro visioni che mai avremmo potuto immaginare neanche sotto l’effetto di sostanze psicotrope. Seminterrati umidi con grate affacciate sui marciapiedi ad altezza scarpe dei passanti, nonché comode vie di passaggio per pantegane, spacciate per caratteristici pied-a terre, soffitte per raggiungere le quali occorreva scalare chilometri di tetti, graziosi bilocali a più livelli che si rivelavano 12 metri quadri soppalcati dove il letto era un giaciglio ricavato su una struttura di legno con trenta centimetri di aria respirabile. Bagni ciechi. Angoli cottura incavati in nicchie simili alle grotta degli uomini preistorici. La mia verginità immobiliare, anche se messa a dura prova, resisteva. Andò perduta in via definitiva una mattina di inizio primavera: sul groppone della memoria avevo già decine di catapecchie malsane  e non credevo che ormai avrei più potuto trovarmi di fronte a qualcosa in grado di stupirmi. E infatti non fu sopresa. Non fu smarrimento. Non fu confusione. Fu indignazione, disgusto, rabbia incontenibile quella che mi riempì il petto quella mattina in cui entrai nel delizioso e particolare oggetto di via Saragozza. L’appartamento si raggiungeva scalando quattro rampe di scale normali, più una rampa in legno tarlato che conduceva ai tetti. Un corridoio vetrato sul quale si aprivano tre o quattro porticine da nano di Biancaneve. Era anche grazioso, quel corridoio verandato. C’erano piantine grasse fuori dalle porte e la luce era proprio bella, lassù. Il mio cuore si gonfiò di sollievo. Poi, l’agente immobiliare (no, non lo ricordo con esattezza, nella mia testa le loro facce, i loro corpi e il loro genere, si mescolano e si confondono in un'unica entità magmatica e cangiante che come caratteristica principale, e unica a pensarci bene, è l’untuosa impermeabilità all’evidenza dei fatti reali del mondo, l’avversione alla concretezza delle cose così come stanno)…dunque dicevo, l’agente immobiliare spinse la terza porticina da nano e letteralmente mi buttò dentro la mia nuova casa. D’istinto arretrai d’un passo. Ma la creatura immobiliare là dietro premeva e così fui costretta a entrare. Tutto lo spazio (se così si può definirlo), in alto, in basso e di lato, era rivestito di mattonelle bianche e verdi tipo bagno d’autogrill. E la prima immagine che mi passò per la testa, fu quella del un cunicolo dei Sopravvissuti. Per avventurarmi in quei 18 metri quadri fui costretta a chinare la testa e ingobbire le spalle. E dire che sono bassa, pensai, e cercai di consolarmi, con questo pensiero. Vede, diceva la creatura immobiliare con una voce che mi giungeva distorta e piena di echi alieni, lì c’è il bagnetto, lì c’è l’angolino cottura, lì l’armadietto a muro, laggiù il ripostiglino. Tutto quanto, lì dentro, era ‘ino’ e ‘etto’. Come la casettina di Barbie, mi sfuggì dalle labbra. Ma la creatura immobiliare non mi cagò di striscio, tutta presa a mostrarmi la meraviglia delle meraviglie: l’abbaino che dava sui tetti. Venga, venga per di qua. Mi girai su me stessa ed ero già lì, nell’unico punto della scatolina (o scatoletta?) dove si riusciva a mantenersi in posizione semi-eretta. Ci ritrovammo lì, io e la creatura, con le teste spinta fuori dalla finestrella a vasistas e respirare i miasmi che salivano da via Saragozza. Che bella vista, eh? Carponi, uscii dalla graziosa mansarda senza trovare la forza di rispondergli e corsi giù per le quattro rampe più una di scale e lui (o lei? O Esso?) mi inseguì tallonandomi e quando ci ritrovammo sotto il portico, finalmente fuori da quell’incubo escheriano, non riuscii a dirgli altro che una frase, ridicola, inutile, e soprattutto rivolta non si sa bene a chi, forse al dio malvagio di quella mia città cattiva, per parafrasare (più o meno) i Pooh:Vergognatevi! Vergognatevi tutti! Sono passati 15 anni, e questa storia mi è tornata in mente oggi, mentre rientro da una visita a una casa in zona Corticella (una delle poche zone abbordabili per chi oggi, novembre 2010, decida che 18 metri a 180mila euro pur se dentro porta sono francamente improponibili). L’agente immobiliare era entusiasta, della casa che andava a propormi. Un rapporto qualità prezzo imbattibile in una zona graziosissima. E mentre l’aspettavo, lungo una strada che mi si rivelava ora nella sua vera natura: doppia circolazione con passaggio dell’autobus numero 11 dalle 5e 40 di mattina fino all’1 di notte, nelle due direzioni di marcia. Stavo lì a fumare una sigaretta per ingannare l’attesa davanti a un bar ricevitoria che alle 4 del pomeriggio rigurgitava di un gruppo misto tra extracomunitari e locali tutti comunque chiaramente nullafacenti nonché ubriachi e molesti. Di fianco al bar, una rosticceria di tre locali: miasmi di olio fritto si riversavano in strada ogni volta che un cliente entrava o usciva. Poi, la nuova (ma in verità antichissima) Creatura Immobiliare è arrivata. Ha aperto un portoncino e mi ha fatto strada nell’appartamento. Grande era grande, e da una parte, le finestre davano su un dirupo coperto di boscaglia che ruzzolava verso il canale. La Creatura, come mi avesse letto nel pensiero, ha sorriso: fanno la disinfestazione tutti gli anni, per le zanzare tigre. Dall’altra parte, quella dove si trovavano le camere da letto, ci si affacciava dritti sulla strada. Primo piano. E mentre la Creatura mormorava  è davvero silenzioso, tutto considerato, la schiena di un autobus appariva a filo della finestra e il vetro, il pavimento sotto i nostri piedi, i muri un po’ scrostati, tremavano e oscillavano e il rumore si univa baldanzoso a quello di un aereo in decollo. Sono scoppiata a ridere, ho stretto un arto superiore della Creatura e ho ripreso l’autobus. Ormai era l’ora di punta, e da Corticella, per raggiungere il centro storico dove abito e dal quale desidero fuggire per incompatibilità caratteriale, ci ho messo quarantacinque minuti. Il riso si è trasformato in magone.
Pensavo alla mansardina di 15 anni fa e mi chiedevo: cos’è cambiato, in questi 15 anni, in questa città che sfrutta a sangue gli studenti fuorisede e che vuol bene solo alle ricche famiglie possidenti? In fondo, lo fa dal tardo Medioevo: se esistono i portici, per i quali la città è famosa nel mondo, è per conquistarsi stanze in più da poter affittare agli studiosi che da tutta Europa venivano nel famoso Ateneo. La differenza è che ora c’è la Crisi. E non è uno slogan. E la tragedia vera di milioni di italiani con gli stipendi (quando ce li hanno) dimezzati dalla cassa integrazione o comunque dal costo della vita che non è mica diminuito insieme ai conti in banca. La tragedia di milioni di ragazzi che non possono permettersi di uscire dalle case dei genitori e smettere di attingere ai borsellini dei nonni. La tragedia di gente che si indebita per il resto della sua vita per viverla, quella benedetta o maledetta vita, in una deliziosa, caratteristica, graziosissima e particolare topaia.
 
 
Bologna, noi tutti, per questo, ti vogliamo meno bene di quanto meriteresti. Certi giorni, ad essere sinceri, ti detestiamo.

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