Roba come spelling e righe dritte non importano molto nel jazz. Il jazz riesce a vedere cose, disegnare cose delle persone, che dipingendo o scrivendo non riesci a fare.

Un mondo all’incontrario, Thelonius Monk/Melodius Thunk- da Natura morta con custodia di sax, Geoff Dyer

E’ stato proprio in questa settimana nella quale per distrarmi da Passanti Autostradali, Bretelle Nord, inquinamento atmosferico e acustico, Romilie varie (questo progetto delirante, qui) e una bibliografia sterminata da sfrondare, ascoltavo ossessivamente Fine and mellow nella versione di Billie Holiday  – qui, una cosa meravigliosa: Lei, Lady Day. Ben Webster sax tenore (quello con la faccia schiacciata), The Pres-Lester Young (quello dolce, col sax spostato di lato), sax baritono Gerry Mulligan (quello bianco, giovanissimo) – e pensavo, sempre per distrarmi, a un’idea che coltivo da anni e cioè quella di fare una ricerca  sulle donne del jazz in Italia, non le giovani, le contemporanee, ma le ‘pioniere’, se mai ce ne sono state (e pare di sì), donne che in un paese maschilista come l’Italia si sono dedicate a una musica ‘maschile’ per definizione, aggressiva, nera, difficile ( come cantava Paolo Conte, le donne odiavano il jazz: "non si capisce il motivo"), dicevo, è stata in questa settimana che li ho rincontrati tutti. Caso? Certo, caso. Ma anche no. Carlo, Bruno, Max ( qui, But not for me, Carlo Atti sax tenore, Bruno Briscik contrabbasso, il chitarrista non lo riconosco, il batterista- come sempre nell’ombra- è Owen Hart) li ho incontrati al Bravo Café senza sapere che stavano per suonare lì. Jimmy invece l’ho incontrato in piscina, oggi. E così, dato che una cosa si lega all’altra  ho seguito il filo. A 18 anni e poi a 19, 20, 21 e 22, la mia vita è stata soprattutto questa: jazz. No, io non suonavo niente. Ascoltavo. Facevo la groupie e prendevo appunti negli spazi bianchi dei libri di Kerouac e Henry Miller. Cantavo solo quando a sentirmi erano massimo due, ma sapevo tutti gli standards a memoria. La pianura emiliana assomigliava agli Stati Uniti, e di notte, in macchina, a 50 km/h nella nebbia, ascoltavamo bebop – esclusivamente bop, perché il resto per noi non era più jazz, ma un’altra cosa – e il nostro dio era Sonny. Il Colossus. Li ho sentito tutti, dal vivo, quelli che c’erano ancora: Gerry Mulligan, Sonny Rollins ( sette volte), Ornette Coleman, Herbie Hancock, Max Roach… un elenco infinto, con la sola eccezione di Chet Baker, ché quella sera ero stanca e dissi, no ragazzi, un’altra volta, poi lui morì e un’altra volta non c’è stata più. E poi c’erano i vecchi di pianura e quelli che venivano da lontano ma stavano qui, perché Bologna, in Italia, era la città dove abitava il Jazz, (il grande Sal Nistico, ad esempio, che ora non c’è più, e Steve Grossman, tutt’ora in grande forma). E siccome una cosa si lega all’altra, mi è venuto in mente un pezzo che avevo scritto tanto tanto tempo fa e che si chiamava ‘Visioni di pianura’. 1996. L’uomo con la giacca di velluto che suona sulla Trasversale di pianura è Carlo Atti. E’ successo davvero. E non una volta sola. Ho rivisto la pianura con gli occhi di allora: è sempre la stessa. No, no che non è la stessa. Adesso ci sono più passanti, bretelle, rotonde, ponti, cantieri, villette a schiera, adesso, ci sono tonnellate di cemento in più. E se non facciamo qualcosa, ce ne sarà sempre di più e l’eco di quel sax tenore che si allarga nei campi, sui maceri, i pioppeti, si spegnerà definitivamente, e resteranno solo lo spelling dei politici e degli urbanisti e le righe dritte (?) dei geometri.

Proseguirono costeggiando palizzate e caseggiati, binari ferroviari e buie entrate di bar che non invitavano a bere. Era una città degradata, che sapeva di polvere e fabbriche tristi. La maggior parte dei cartelli dicevano “Chiuso’ o “Affittasi”.
Un autista baritono e il suo Duca, Natura morta con custodia di sax, Geoff Dyer.
 

Eccole qui, le visioni.

Prima-Inverno

Tutto il giorno nebbia, non uno squarcio che si sia aperto a versare un lampo di conforto. Sole ghiacciato che compare solo per un attimo, poi il cielo si chiude sopra la città, si appoggia ai tetti delle case, al cranio pelato delle auto, alla schiena dei passanti.
Il pomeriggio è livido sulla campagna, al ritorno, ma la nebbia si è sciolta. 
Il treno è rosso bianco e blu, la tratta, Bologna-Portomaggiore. Da quanto tempo esiste? Da quanto tempo questi pendolari grassi e ridanciani che conversano di sesso e di partite, partono e tornano sugli stessi vagoni?

I rami degli alberi che scorrono dietro i finestrini: braccia tese e rinsecchite e dietro, una pianura bianca, sfumata in viola e azzurro.  Un fuoco acceso nel cantiere dietro la stazione del paese quando scendiamo.

Davanti alla campagna distesa: pioggia leggera, inizio dell’inverno. Ancora fiori abbaglianti, assurdi nel grigio pallido della luce. Penso al piazzale della stazione, com’è di notte.

La campagna è nera. Si stende come stoffa davanti al piazzale della stazione. Tutto è di un nero luminoso e inquieto, mobile. Tre lampioni alti dalla luce gialla, esagerata, rompono il buio in un unico punto. E’ lì, in quel punto al limite dello spiazzo, al centro esatto del cono di luce, che si intravede una figura sottile. E’ un uomo. Indossa una giacca di velluto, lucida e nera come la campagna, fuori moda come questo paesaggio vuoto e abissale. Sta lì in piedi, immobile, le braccia appena sollevate e la testa inclinata verso sinistra. Il sassofono puntato alla luna. Suona. La musica entra nei campi, è come un pianto piccolissimo e lontano. Le auto che passano lungo la Trasversale di Pianura non si accorgono di niente, sfrecciano veloci, non vedono l’uomo, non sentono la musica.
E’ inverno, e questa è la pianura padana, per una volta senza nebbia.

Seconda-Autunno

Il dio che vedo passeggiare sotto il porticato del chiostro della Chiesa dei Frati –la chiesa con l’affresco nascosto- è diverso da quello che mi raccontano alla dottrina. Ha le gambe nude e lo sguardo freddo, la bocca è ferma in un sorriso finto. Io ho sette anni, accendo una candela, mi bagno le dita nell’acquasantiera, guardo l’altare, faccio quello che fanno le donne del paese, quelle col fazzoletto a fiori sulla testa.

L’altra chiesa- la Pieve- quando torno da un giro in campagna, è un’apparizione araba nel blu che scende improvviso.

Sotto la chiesa, sepolti nel fango, centinaia e centinaia di scheletri a pezzi, teschi incastonati nelle arcate sotterranee. Musi asciutti e uguali che sorreggono i fedeli con impassibile zelo.
Credo di averli visti quando avevo dieci anni; se ci penso, me li vedo davanti agli occhi, ma forse non li ho visti davvero, me li hanno solo raccontati. Ma quando si hanno dieci anni, è quasi la stessa cosa.

Di fianco alla Pieve, il piccolo cimitero di campagna, con i lumini tutti accesi come per una festa tra i campi, circondato e avvolto da sempre nuove costruzioni: villette a schiera con giardino, nani di terracotta e cani aggressivi. Ma il cimitero resta lì, con le sue luci tremolanti, e i suoi tanti ospiti muti. Simili in tutto a quelli che reggono le fondamenta della Chiesa. Chissà se si incontrano mai.

Tornerò a trovare qualcuno, senza guardare le case, magari quando le foglie per terra si saranno asciugate.

Terza-Primavera   

Un gallo che canta, all’infinito, nel primo pomeriggio.

Il fusto di una betulla, bianco come carta e dietro, cielo azzurro livido, piccole foglie gialle che si scuotono con grazia tutt’attorno.

Piatta campagna, luce bianca
Di luna quasi piena
Specchiata nel lago artificiale
Fusti snelli
Spogli mormoranti
Di buio e brezza.

Intorno ai maceri danzano le ombre. Le fronde degli alberi ci affondano dentro insieme alle stelle. Si sentono i sussurri delle vecchie storie di soldati annegati, di contadini spariti mentre tornavano dai campi. Stanno tutti lì dentro a far baldoria, sott’acqua, nella melma, con bicchieri di sangiovese e sigarette arrotolate a mano.
Ascoltano i sospiri di tutti quelli che vengono qui a fare l’amore. Romantico. Romantico come quei preservativi buttati tra i cespugli: plastica annerita in cui per sbaglio sono rimasti intrappolati gli insetti.

Quarta-Estate
   
I tigli sono fioriti, tutto è invaso dal loro profumo. La bicicletta scivola veloce sotto le fronde alte, tra ombre improvvise e recuperi del sole: una gara allegra che nessuno vince.
Una panchina solitaria davanti ad un campo immenso. Chi l’avrà voluta, proprio lì, davanti a una specie di mare?
Immagino che sarebbe bello essere un vecchio molto curvo e molto stanco e sedere lì, davanti al campo, con pantaloni di tela chiara e un bastone tra le dita che non riescono più a stringere tanto bene le cose, contemplare l’azzurro verde del granturco, riandare a tutte le altre estati, infinite e uguali. Osservare il fruscio impercettibile del granturco che cresce sotto il sole.
 I gatti si arrotolano intorno alle gambe del vecchio, strisciano contro la tela dei suoi pantaloni, fanno le fusa e piangono d’amore, perché sono randagi.
Il vecchio socchiude gli occhi e pensa alla briscola della sera, alla minestra di cipolle e patate, e a quell’estate lontana, eroica, di cui non ricorda più quasi nulla.
Non vede la golf nera che passa sulla strada dietro di lui a manetta, con i finestrini abbassati e dentro quattro giovani allegri che ascoltano la canzone nuova dell’estate nuova – la loro estate eroica- fumando una canna. Non li vede. E loro non vedono lui. Ma sono lì, lo scenario è lo stesso, anche se loro passano e lui resta.

Simona Vinci- 1996


KABUL_PIRAMIDE – ROMA


Una ‘storia d’immigrazione’ di Giovanni Maria Bellu. Oggi, su Repubblica.it, eccola.
Invito gli amici romani che la leggono ad andare a farsi un giro alla Fermata della metro Piramide- Testaccio-, a fare ‘qualcosa’.  Se qualcuno scatta qualche foto e me la manda, mi fa un piacere. Io purtroppo non mi posso muovere di qui fino al 9 febbraio. Nel frattempo, a Bologna i posti letto nei dormitori pubblici scarseggiano. Fa freddo, in queste notti. E nei dormitori, prima gli homeless italiani, poi – e solo poi- gli stranieri. Naturalmente, i clandestini, gli ‘irregolari’, restano fuori comunque. Ieri, nel deserto post-prandiale bolognese, in piazza Carducci, un ragazzo della Sierra Leone, desolato, e stanco, si è fermato a prendere un po’ di sole con me e mi ha raccontato il suo su e giù Rovigo-Bologna. A Rovigo, un africano evidentemente più ‘addentro’ di lui, gestisce un appartamento-albergo dove affitta posti letto a 10 euro a notte. Una bella stuoia per terra e via a dormire. Certo, i 10 euro – più quelli per il biglietto del treno – bisogna guadagnarseli a suon di fazzoletti e calze a righe e elemosine – a meno che, mi ha detto, un giorno o l’altro non mi decida a rubare. Intanto, mentre parlavamo, un signore di mezza età, maglietta bianca e scarpe da ginnastica, faceva tai-chi in mezzo alla piazza, nel sole.


Ce lo ricordiamo?

Il 27 gennaio del 1945 le truppe dell’Armata Rossa – durante la loro avanzata verso Berlino – arrivarono nella cittadina polacca di Oświęcim (Auschwitz). La prima armata che entrò nel lager fu la LX Armata del Primo Fronte Ucraino. 7.000 prigionieri erano ancora in vita. Tra questi, c’era anche Primo Levi. E anche persone che ho conosciuto, e che adesso non ci sono più. Per tutta la vita, dopo, non hanno smesso di raccontare che cosa fosse, quel posto. 
Stamattina, Carlo e Beatrice, e tanti altri, sono là. Sono partiti da Fossoli, in treno, tre giorni fa. E idealmente, io sono con loro.

"Se l’orrore nazista viene considerato un destino tedesco, non un destino collettivo, l’uomo di Belsen sarà ridotto a una vittima di un conflitto locale. Una sola risposta per un tale crimine: trasformarlo nel crimine di tutti. Condividerlo. Come si condivide l’idea di uguaglianza, di fraternità. Per sopportarlo, per tollerare l’idea, condividere il crimine."
Marguerite Duras, Il dolore

Vado a camminare nel sole, con questo libro.


                                                               
Questo è un bollettino di guerra. Dall’inizio del 2007, in Afghanistan sono morte almeno 286 persone,  in Iraq, almeno 1716 . Va letto senza saltare un riga. Possibilmente a voce alta. Con lo stesso tono monocorde, meramente informativo con il quale è scritto.


"Quattro precetti: spezzare i pregiudizi; liberarsi delle cattive disposizioni di spirito; meditare sulla giovinezza; non far nulla contro il proprio talento."
Nathaniel Hawthorne, Taccuini Americani

L’altra sera a cena con amici, durante una conversazione ( opere prime, giovani autori di talento) tacevo, continuava a risuonarmi in testa questo appunto di Hawthorne. Un/a giovane (che noia) autore/ice pubblica un libro (romanzo, saggio, fritto misto, non importa) diventa un caso ( come, non cambia molto: passaparola tra lettori, abile operazione di marketing editoriale, le due cose insieme). Finisce sulle copertine dei giornali. Per una stagione, in rari casi un po’ di più, in certi ambienti non si parla d’altro. Lo/a vogliono tutti. In televisione, alla radio, nelle librerie, nelle biblioteche, nei circoli, nei salotti, ai premi letterari. Se è anche vagamente commestibile da un punto di vista estetico, diventa anche un sex symbol. Lo vogliono dunque, possibilmente, ai cocktail, alle cene (nei loro salotti, appunto), qualcuno/a lo/a vuole-vorrebbe anche a letto. Il/la giovane autore/ice vengono spinti dall’editore ( entità astratta che si declina in direttori generali, direttori di collana, editor, venditori, uffici stampa e via elencando) a tramutarsi in una scimmia ammaestrata. Tolti gli incontri con il pubblico vero dei lettori, spesso occasione straordinaria per il/la suddetto/a giovane, tutto il resto è agghiacciante turbinio sociale di mani sudate, tartine al caviale,  fagottini di verza ( catering in pvc), sorrisi laidi, mafie culturali (e non solo) che cercano di mettergli le grinfie addosso, di farsi belli illuminandosi della sua momentanea luce. Di quello che scrive, di quello che pensa, di quello che è, in verità non frega niente a nessuno. O quasi. Poi la luce si accende da qualche altra parte (non si può illuminare sempre e solo lo stesso angolo di salotto, la stessa sculturina) e la giovane scimmia (o foca) ammaestrata, a questo punto furibonda, nauseata e triste, ripensa ai precetti di Hawthorne e se li scolpisce nella mente. Soprattutto l’ultimo. Per preservare il proprio talento occorre scrollarsi la palla dal naso. Perché all’inizio, il giovane autore crede di essere più furbo di loro. Di poterli usare a sua volta mentre essi lo usano (in realtà, abusano). Ma quasi ( quasi ) mai è così. Il potere delle mafie culturali è subdolo. Una violenza che cova sotto una graziosa cenere. Saper dire di no è essenziale. Essenziale, continuare a ripeterlo. No, grazie. Preferirei di no. Poi finalmente si diventa grandi. E dire di no diventa ogni giorno più facile. A questo punto, occorrerà sopportare tutti quelli che ti ricorderanno solo per il primo eclatante libro che hai scritto. Quando tu sai quanto ti siano costati, e soprattutto, quanto ti costeranno tutti gli altri. Si torna ai punti uno e due dei precetti di H.: è tempo di spezzare i pregiudizi, e liberarsi delle cattive disposizioni di spirito. D’altra parte, l’autore scrive non per ‘loro’, ma per tutti gli altri, e a tutti quegli altri deve il punto uno, due, tre ( meditare sulla giovinezza, che se dio vuole prima o poi finisce ) e quattro.


Bielorussia, da La strada di Levi                                      17        
 Emilia-Romagna, Budrio                                                                                                                                                                   pianura

"Sono un operatore cinematografico. Sono andato laggiù ricordando quello che ci avevano insegnato: è in guerra che si diventa veri scrittori e roba del genere. (…) Sono arrivato sul posto. La gente zappava nei propri orti, nei campi lavoravano trattori e seminatrici. Cosa dovessi filmare era un mistero. Non c’erano esplosioni da nessuna parte."
 Svetlana Aleksievic, Preghiera per Chernobyl’

Due frasi appuntate ieri pomeriggio, alla Feltrinelli di Bologna, in fretta, a matita – la grafite  sbavata sul foglietto a righe del taccuino – alla presentazione del libro che racconta la lavorazione del film La strada di Levi, di Davide Ferrario e Marco Belpoliti.
Queste: “Siamo partiti, abbiamo filmato: non c’era niente da dimostrare”. "E’ comunque un viaggio, poi si passa oltre.
Gli ho chiesto un viatico, quando gli ho fatto firmare il libro (cosa che non faccio mai, non ho il feticismo degli autografi, dei ricordi) perché un tratto di quel viaggio è quello che farò anch’io all’inizio di aprile. Cosa decisa, ormai, anche se ancora non ho trovato nessuno che voglia accompagnarmi. Probabilmente andrò sola. Per la prima volta nella mia vita, a trentasei anni (a aprile ne avrò 37) salirò su un pullman e attraverserò un pezzo di Europa che sembra qualcos’altro, o forse chissà, davvero Europa, davvero un posto ‘a cui si sente di appartenere’. Può darsi che sia giusto così, che sia arrivato il momento di smettere di avere paura. Come Goethe a 37 anni partì per l’Italia senza dire niente a nessuno scrivendo sui suoi taccuini “voglio darmi anima e corpo alle cose grandi; istruirmi ed educarmi, prima che il quarantesimo anno mi raggiunga.” Il viatico, Davide me l’ha scritto in russo “ te lo farai tradurre laggiù, in Ucraina.” E così farò, non voglio saperlo prima, cosa significa quella frase. Vado, anche se quella parte dl romanzo che riguarda il passato di uno dei personaggi è breve, ed è già scritta, ma io glielo devo. Parto perché ‘non c’è niente da dimostrare’. Si tratta soltanto di andare a guardare. I campi, le pianure. Speculari a questa, la mia, quella dove la storia si svolge. Ma nella testa dei personaggi di un romanzo – nella testa dello scrittore- c’è anche un altro paesaggio, un paesaggio che viene dal passato, che si alimenta di immaginazione, di racconti riportati, di ‘leggende’. Parto per dispiegare quell’immaginazione, quei racconti riportati, quelle leggende, sopra la terra vera, con lo stesso gesto col quale un viandante dispiega una mappa seduto su un cippo in mezzo alla campagna e cerca di far combaciare due dimensioni della stessa cosa: ‘mondo visibile’ e ‘mondo rappresentato’. Mondo. Territorio. Strade sopra le quali si viaggia, si cammina, si vive.

Il percorso è questo: Budrio, Ferrara, Padova, Venezia, Udine, Tarvisio-Villach, Graz, Furstenfeld-Rabafuzes (Ungheria), lago Balaton, Budapest, Polgar, Nyiregyhaza, Zahony-Chop (frontiera con l’Ucraina), periferia di Uzhgorod, Mukaceve e poi la statale M06 fino a Lviv e quindi a seguire verso Kiev.

Quelli e quelle – soprattutto donne- che saranno i miei compagni di viaggio, vivono in due posti: nella pianura padana con il corpo, e nella pianura ucraina nei sogni che fanno la notte, nei ricordi. Io li accompagno a vedere la terra dei loro sogni, che siccome sono sognati qui, appartengono anche a me. Glielo devo.


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Il 18 febbraio Stanza 411 – una lettura teatrale – ( Korekané ) è al Teatro Rosaspina di Montescudo, Rimini  all’interno di questa rassegna.

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