lunapienaluglio
In questa casa davanti al mare, in questi due mesi, ho visto morire una gatta neroruggine molto anziana e nascere un bambino che si chiama Matteo, ho finito un romanzo e ne ho cominciato un altro, nuovi progetti si sono guadagnati icone sul desktop del portatile con nomi bellissimi: Zeroville, NY, Body Shots e Walden, ad esempio. I quaderni si sono riempiti di appunti. Sono stata sola, come ora, e sono stata in compagnia, come l’altroieri e come lo sarò dopodomani, ho bevuto vino, mojito, mangiato pesce fritto e pomodori appena raccolti, ho fatto l’amore e ho dormito sonni da bambina, ho fotografato cantieri, ho letto decine di libri, ho visto quasi tutti i film di Marco Ferreri, Madre e figlio di Sokurov, due serie di Oz e tre di Nip & Tuck, ho parlato del passato e del futuro, ho contemplato il mare, mi sono seduta sulle mura della rocca a strapiombo sulla scogliera con un amico e un’amica, in momenti diversi, e ho immaginato alternative di vita possibili, la mia e le loro, ho bagnato le piante sul davanzale e accarezzato tanti gatti, ho parlato con i bambini e ho fatto amicizia con una signora molto anziana, e ho nuotato, ogni giorno, con gli occhi spalancati sott’acqua. Da metà settembre e per tutto l’anno prossimo ci saranno treni, aerei e continenti diversi. E dunque letti e case e panorami e città e persone. Ripenserò a questi mesi di calma apparente davanti al mare, a quanto davvero l’estate, per me, sia da sempre il tempo della raccolta, della messa a frutto, tempo di concentrazione e produzione. Tempo che visto da fuori sembra placido, quasi immobile e invece è ritmo, ghiandola che secerne senza sosta. Ho fotografato la luna piena stanotte, luna piena di luglio, una luna che celebra molti anniversari. Dieci anni da tante cose. Dieci anni da cose bellissime, da cose tragiche, da cose importanti e finite. Ho brindato con succo di mela e subito ho pensato a quelle parole di Maria Zambrano, da un libro che mi accompagna in questa estate, dappertutto, parole che dicono così: Posto che sonno e veglia non sono due parti della vita, che essa, la vita, non ha parti, bensì luoghi, e volti. Quindi via il bicchiere e via il brindisi. Dieci anni non sono un segmento, non sono una porzione, non sono altro che flusso fluito. E luoghi, e volti. E anche se stanotte ho sognato che il mio corpo era coperto di tagli e il sangue zampillava ed era rosso acceso intorno a me, quando mi sono svegliata non ho avuto paura e non l’ho letto come un incubo. Anzi. La superficie del mio corpo -la mia anima?- adesso non è più impermeabile e respingente, è membrana porosa, che sa accogliere e mandare indietro senza strappi. Flusso che fluisce.

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cantiere1

…scrittori che hanno descritto con intelligenza un determinato paesaggio accettano tranquillamente la sua massiccia deturpazione…Pare che gli “uomini di cultura”, usciti dalla biblioteca o dal loro studio, diventino improvvisamente ciechi quando si trovano per la strada: una candida quanto colpevole ignoranza dei più elementari problemi di una città li fa, da gran tempo, complici involontari degli sventratori, degli speculatori e delle società immobiliari…

Antonio Cederna, Le vacche sacre, 1955

Sarà per questo che non sono riuscita a trovare quasi nessuno scrittore italiano che nei suoi romanzi abbia raccontato, o almeno descritto, un cantiere? A parte Italo Calvino, che nel 1956 scrisse un racconto lungo, La speculazione edilizia, che lui stesso definì “tra le storie che ho scritto quella in cui sento d’aver detto più cose…”, e che racconta la tragicomica discesa agli inferi di un intellettuale di sinistra, Quinto Anfossi, disgustato del mondo, che decide che forse, l’unico modo, è non opporsi, alla deriva morale, ma adeguarsi, e dunque si trasforma, o meglio tenta di trasformarsi, in un improbabile speculatore edilizio. Me lo ha segnalato il mio amico Alberto Bertoni (professore universitario, critico e poeta) insieme a Metello di Pratolini. In un sms di risposta al mio nel quale gli domandavo: ma tra gli scrittori italiani, ce n’è qualcuno che abbia scritto di cantieri, di devastazione paesaggistica, di cemento?

Sono ben accetti suggerimenti.

Nel frattempo, per distrarmi dalla scrittura del racconto per VerdeNero, vado a caccia di suggestioni anche qui, in Maremma, zona per nulla risparmiata dalla frenesia edificatrice (o edificatoria? Mah. Di certo, non edificante), nemmeno all’interno del Parco dell’Uccellina, dove ho trovato il seguente agglomerato di casette e ho pensato, come quasi sempre, che ai geometri bisognerebbe davvero fargli del male.

L’11 agosto, a Festambiente -Rispescia, Grosseto- Carlo Lucarelli e io andiamo a parlare della collana Verdenero e dei nostri racconti. L’ora precisa ancora non la so. Provvederò al più presto.

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(…)Il punto chiave è la paura inculcata, della mancanza, del disordine. Bisogna superarla. Io dico che quando qualcuno non ha più questa paura, si sottrae a tutti i poteri. C’è un’equivalenza totale tra le cose, l’individuo non può tirarsene fuori se non in maniera individuale, ritrovando un’indifferenza fondamentale nei confronti di ciò che gli viene proposto, faccende politiche, faccende commerciali. Bisognerebbe che la paura diminuisse: ogni volta che c’è, il potere ha presa. C’è un legame diretto tra paura e potere.

Marguerite Duras, La via della gaia disperazione, da Il nero atlantico (Outside)


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A Bologna. A casa per tre giorni. (Casa? Leggendo A immaginare una vita ce ne vuole un’altra, di Elena Stancanelli -pagine dedicate a una Roma non ovvia da una scrittura non ovvia- il cuore mi si è stretto e ho avuto spesso la sensazione che ormai casa per me sia più là che qui, nonostante che una vera casa là non ce l’abbia e qui sì…e ho pensato che casa, allora, forse sono le persone che hai voglia di vedere, le strade che hai voglia di attraversare, non che qui non ce ne siano, chiaro, però forse là ce ne sono di più, di persone, e di strade.) Dunque a casa tre giorni, il tempo di fare alcune cose che andavano fatte, incontrare alcune persone che andavano incontrate, e correre al cinema Rialto, sotto casa, a vedere XXY. Asciutto, emozionante, con personaggi che somigliano davvero a persone e non ad astrazioni. Alex ha quindici anni, è un’ermafrodito/a. Che cosa questo significhi esattamente è difficile da spiegare, dato che ogni caso è un caso a sé, diciamo che si tratta di individui che hanno (ometto volontariamente soffrono di) disordini della differenziazione sessuale. E che molto (troppo?) spesso vengono trattati chirurgicamente per definirli dentro il solito schema binario: o maschio o femmina.

Alex, la protagonista di questo film argentino, è una bellissima (perfetta, come la definisce il padre) creatura di quindici anni, e che cos’è di preciso non lo sa. Forse nemmeno vuole saperlo. E’ se stessa. Maschio o femmina cosa importa?

Mi ha fatto tornare in mente questa frase di Djuna Barnes, da La foresta della notte:

Noi andiamo ciascuno alla sua casa secondo la nostra natura – e la nostra natura, sia come sia, ci tocca sopportarla….

Io andrei oltre: la nostra natura ci tocca accettarla, comprenderla, imparare ad amarla, sia come sia.

E mi è tornata in mente anche quella bambina che conoscevo così bene, una bambina che si innamorava dei maschi, ma che detestava i vestiti da femmina, i capelli lunghi e giocare alla mammina tra bambolotti e dolciforni e preferiva menare fendenti con le sciabole dei suoi amici, quella bambina che crescendo ha sempre avuto un miglior amico e non una migliore amica, che crescendo ha continuato ad innamorarsi quasi esclusivamente di maschi, ma detestato con passione lo shopping, le scarpe con i tacchi, le movenze da gattina, le serate con le amiche, la lingerie di pizzo e le riviste femminili e non ha mai sognato di trasformarsi in una perfetta sposa e mamma in carriera. Tutto questo, sentendosi costantemente in colpa, costantemente diversa, costantemente giudicata.

Ecco. Per tutti quelli che non sono come altri desidererebbero che fossero. E non si rassegnano a diventare quello che altri vorrebbero farli diventare.


retroblogIl 18 luglio a La Manifattura, Bologna. Parco 11 settembre 2001
ore 21e30
all’interno della Rassegna Scena aperta, la lettura teatrale di Stanza 411 con Chiara Cicognani.

orrorebn

…e d’altra parte, come sfuggire, se la Terra, così ho letto, la Terra è tutta piena, congestionata, farcita, imbottita, spalmata…solo il diciassette per cento della Terra senza l’uomo…diciassette per cento del globo non contaminato dalla presenza dell’acaro-uomo…diciassette per cento di buio: niente autostrade, niente tangenziali, niente provinciali, niente strade, nemmeno sterrate, niente grattacieli, niente palazzi, case, ville, villette, niente cemento, niente campi coltivati, niente pascoli, niente capi di bestiame, niente energia elettrica….solo i poli e i deserti senza tracce umane, ma il resto, il restante ottantatré per cento del pianeta Terra è infestato, invaso, contagiato, asservito, colonizzato, mai meno di un abitante per chilometro quadrato, mai meno di una strada entro un raggio di quindici chilometri, e le case, i palazzi, le villette a schiera, il cemento il cemento il cemento….sarà mai più poter posare la pianta dei piedi su una striscia d’erba, sulla terra nuda…

Dalla rivista Science: Domesticated Nature: Shaping Landscapes and Ecosystems for Human Welfare