CENSURA
#2

Andres Serrano Piss Christ

Piss Christ- Cristo di Piscia
di Andres Serrano

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CENSURA

LouRobert Mapplethorpe, Lou 1978 N.Y.C.
 (che Lou sia Lou Reed?)

Al mio amico Contenebbia è stata censurata dalla redazione di Splinder una fotografia di Larry Clark, questa. Io rispondo con uno scatto di uno dei più grandi fotografi americani: Robert Mapplethorpe. Stiamo a vedere cosa succede. La censureranno, ritenendola ‘inadatta’ e adducendo magari come motivazione che la "masturbazione fa male alla salute e fa diventare ciechi"? Nell’attesa: i miei omaggi. (Anche a Lou, chiunque sia, o sia stato.)

"…è caratteristico della logica paranoide della censura ritenere che la virtù, in quanto virtù, debba essere innocente, e dunque, se non protetta, vulnerabile alle astuzie del vizio.
J.M.Coetzee, Pornografia e censura

PS. Che senso ha censurare le fotografie ‘scorrette’ di un artista quando in rete circola la più BIECA pornografia (ad esempio, stupri elevati a genere, il RAPE) – e lo scrive una che contro la pornografia non ha assolutamente NIENTE- ed è lì, a portata del mouse di qualsiasi ragazzino?


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Uno è lì per vendere, l’altro – forse- per comprare. Due uomini senza nome si incontrano in un posto senza nome, di notte, in un’ora scura. Uno è indicato come IL DEALER, l’altro come IL CLIENTE. Quale sia l’oggetto di questa transazione non è dato saperlo. Potrebbe essere droga, oppure sesso, più probabilmente, la vita stessa. Che altro è infatti la vita se non un eterno vendere e comprare? Se non un continuo, malinconico desiderio insoddisfatto? O uno scontro crudele, dove ognuno cerca di avere la meglio, a qualsiasi prezzo?

E’ una pièce di Bernard Marie Koltès, drammaturgo francese (1948-1989)


"Fra due uomini che si incontrano bisogna sempre scegliere di essere quello che attacca; certo, a quest’ora in questi posti, bisognerebbe avvicinarsi a ogni uomo o animale sul quale si è posato lo sguardo, colpirlo e dire: io non so se era sua intenzione colpire, per una ragione assurda e misteriosa che comunque non avrebbe ritenuto necessario farmi conoscere, ma in ogni caso ho preferito farlo per primo…io ho preferito essere la tegola che cade, anziché la testa, il recinto elettrico anziché il muso della vacca..."

Il cliente, Nella solitudine dei campi di cotone

Ai Teatri di vita di Bologna, martedì 8 maggio ore 21.15, una serata d’ascolto: il testo di Koltès nella versione radiofonica di Mario Martone con Carlo Cecchi e Claudio Amendola.


3death2Dance of Death,
Hans Holbein The Younger 1524-26

Su Repubblica di ieri: due articoli letti di corsa al bar bevendo il cappuccino e poi riletti on-line, stanotte: nel primo, il racconto stringato della visita che Cazzola ha fatto a Romano Prodi nel pomeriggio del 25 aprile. Hanno parlato anche di Romilia. Come, non viene riportato. Intanto, in casa i nipoti di Prodi chiamano ‘nonno!’. Più o meno.
Il secondo articolo, questo:

Sul grande schermo in arrivo l´enigma del "Divo" Andreotti
Sorrentino, un film per raccontare i giorni neri del senatore
La sfida artistica: rendere in immagini la Dc, un modo per sua natura anti-spettacolare
FILIPPO CECCARELLI

La famosa gobba, che al cineasta non è apparsa tale: «Andreotti non ha la gobba, incurva deliberatamente la schiena, incassando la testa dentro le spalle, per comodità». E infine gli occhi: «Li dilata di colpo, senza un apparente motivo, come segno di assoluta imprevedibilità». Quest´ultimo particolare è già tornato utile a Toni Servillo, che dovrà calarsi nel personaggio senza diventarne il sosia. Niente museo delle cere, niente Bagaglino: assonanza, non somiglianza. Prova di trucco di tre ore e mezzo, al termine della quale un autore meticoloso e visionario come Sorrentino si è potuto dire soddisfatto.
E insomma: si può fare un film su Andreotti? Risposta: «Sì, non dovrebbero esserci rischi, i tempi sono maturi». In un certo senso è proprio l´enigma del personaggio a richiederlo. Per usare le parole di Eugenio Scalfari: «La complessità del personaggio Andreotti ne fa anche, se si può dir così, la grandezza. La grandezza dell´enigma». A Sorrentino pare di averlo colto in «un´alternarsi di amabile buonsenso e lampi di clamorosa intelligenza che ti spiazzano e rendono la sua figura indecifrabile. Perché Andreotti fa l´elemosina, ma c´è chi lo teme; incontra Madre Teresa di Calcutta, ma lo chiamano Belzebù. E´ lui stesso a giocare con la propria ambiguità, e tuttavia si percepisce come una persona normale, ironica, distaccata». Dunque un soggetto formidabile.
Inizio riprese a metà giugno. Titolo: «Il Divo». Con qualche pretesa filologica si può aggiungere che fu il povero Pecorelli il primo a chiamare Andreotti «il divo Giulio». La produzione è Indigo Film, Lucky Red, Parco Film più un gruppo francese; pellicola prevenduta a Sky e Medusa Homevideo. Anna Bonaiuto sarà Livia Danese, la moglie di Giulio: «Il loro – spiega il regista – appare un rapporto molto bello e intimo, all´insegna della reciproca ironia». Piera Degli Esposti si calerà nella celebre segretaria, la signora Enea, attraverso la quale Sorrentino si riserva «uno sguardo non politico sulla politica». Si vedranno Cossiga e Franco Evangelisti, lo storico braccio destro che nel momento decisivo non aiuta l´uomo cui ha dedicato l´intera sua esistenza. Altri attori: Giulio Bosetti, Michele Placido, Carlo Buccirosso; Paolo Graziosi farà Aldo Moro.
Perché «Il Divo»? «Perché Andreotti viene in scena come un divo, ma ad un tratto le luci accecanti del palcoscenico si spengono. Per poi riaccendersi, dopo l´assoluzione, ma in modo intermittente e con lampadine un po´ più fioche». Dell´interminabile vicenda il film copre un arco temporale ristretto, ma concentrato nella sua drammaticità: dalla fine del suo settimo governo (aprile 1992), alla vigilia del processo di Palermo. In mezzo c´è la mancata conquista del Quirinale, la strage di Falcone, il colpo delle accuse di omicidio e associazione mafiosa; quindi la disperazione, la malattia, l´insonnia, così intensa da trasmettere sul piano dei silenzi, del buio e dei chiarori di una Roma che vede l´ennesimo crollo di un potere. Sullo sfondo il tarlo che Montanelli espresse nell´interrogativo: o Andreotti è il più grande perseguitato, o è il più grande criminale di questo paese. «Comunque un frammento di storia – secondo Sorrentino – che consente di raccontare noi stessi e il presente».
Metafore, visioni, flash-back. I modelli di riferimento sono Martin Scorsese e Oliver Stone; per quanto riguarda l´Italia, «la lezione di Rosi e di Scola, con le urgenze e le priorità che il cinema ha ancora il dovere di porre agli spettatori». Ma Il Divo non è un film a tesi: «Sistematizza i fatti, muovendosi lungo canali d´imparzialità oggettiva. Non mi interessa di prendere posizione, tocca allo spettatore risolvere, se ci riesce, l´enigma andreottiano».
L´unica licenza riguarda il caso Moro: «Mi sono permesso di creare un rapporto a distanza, ininterrotto». Risuonano terribili le parole dello statista ucciso. Quelle più dure nei confronti di Andreotti, «gelido e chiuso nel suo cupo sogno di gloria», con quello spaventoso presagio: «Lei passerà alla triste cronaca che le si addice». Ma anche le parole dolci rivolte dal prigioniero al nipote Luca. La chiave interpretativa è che dietro il pudore, l´imperturbabilità e perfino la cinica maschera andreottiana si celi un autentico dolore». Forse anche un inestinguibile rimorso: «Qualcosa che non lo molla mai. Moro è la sua vera emicrania, anche se lui ce l´ha da prima».
La sfida artistica consiste nel rendere in immagini un mondo che per sua natura e vocazione è anti-spettacolare. E di farlo nel tempo rapido e scintillante della tv: «La Dc – per intendersi – non è la Costa Smeralda, ma una ragnatela di rapporti astrusi e di sfumature impalpabili. Lo stesso protagonista è fermo, vive seduto. Si tratta di movimentare ciò che è statico». In questo un aiuto può venire dalla musica che non sarà sinfonica, ma irta di suggestioni rock e anche punk. Visto e ascoltato da vicino, Andreotti continua ad offrire arcani che forse si disvelano fuori del tempo e dello spazio. Una contraddizione vivente che almeno al cinema si può risolvere nel suo doppio e nel suo contrario.

Mi ha fatto tornare in mente un passaggio dall’ultimo libro di Vitaliano Trevisan, Il ponte. Questo:

"E non è mia intenzione raccontare una storia: il mondo ormai soffoca nelle storie e nelle cosiddette narrazioni, e tutto è storia e narrazione, a prescindere dal contenuto. Nel paese che mi ostino ancora a chiamare mio, ma che non è mai stato mio, la cosa assume aspetti perversi. C’è gente che ha fatto fortuna raccontando storie di delitti e di stragi, più o meno di stato, che di continuo vengono raccontate e ricostruite e narrate fin nei più piccoli dettagli, senza per questo arrivare mai a mettere la parola fine. Così, pensavo, non si fa che ri-costruire e ri-raccontare la storia di un fallimento, sempre lo stesso, che è il fallimento collettivo di una nazione che è crollata su se stessa e non ha saputo far altro che aggiungere rovina a rovina, che non ha saputo nemmeno consolidare quelle rovine che, nella maggior parte dei casi, addirittura non riesce a percepire come tali, che dalla storia, e dalle storie, non ha mai saputo né voluto trarre insegnamento, ne ha mai voluto soffermarsi su quella costante, quella sì una cosa da ricordare, che hanno in comune tutte queste storie e queste narrazioni, ovvero l’assenza della parola fine. In una parola, pensavo, l’assenza del colpevole. Anche coloro che sono stati dichiarati colpevoli, dopo un po’ non sono più colpevoli…."

Intanto, nella mia testa: le parole RICONCILIAZIONE  e APOCALISSE (una recensione di Michael Chabon a The road, di Cormac McCarthy, sulla New York Review of Books).

PS. Sulle PAROLE DA SALVARE, qui.


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…La creazione artistica è per me un modo di conquistare una tale conoscenza di sé, della propria vita, da doverla trasformare, una ‘confrontazione’ immediata. Credo che le mie  pièces funzionino come la psicoanalisi: nell’analisi, quando una persona parla all’interno di uno ‘spazio ideale’, prima o poi le cose importanti vengono dette. Allo stesso modo, i personaggi dei miei drammi si muovono sempre verso se stessi
”.
Lars Norén, Citato in: Janzon, L., “Samtal med Lars Norén”,  Entré, nr 1, 1982, pp. 24; 26.

L’atto dello scrivere è per Norén una necessità imprescindibile, lo strofinare una ferita costantemente aperta che ha nome infanzia e crescita. La scrittura si è fatta rituale, scongiuro contro il passato”.
un critico teatrale (Ring L.) su Lars Norén

Dentro una stanza chiusa (un teatro?), sdraiati su un lettino oppure faccia a faccia con qualcuno; in mezzo a una strada, tra centinaia di persone o nella solitudine di un paesaggio desolato: in ogni caso, ci si muove verso se stessi. Anche quando si crede – ci si convince- di fuggire, dissolversi e sciogliersi nelle storie degli ‘altri’, nel ‘mondo’. Il mondo è ‘io’. Il mondo è ‘te stesso’. Comunque, è sempre di questo, che si tratta: conquistare una conoscenza di sé.


lunafiori

(….)Uso le parole come riparo, dice
e quando dice
i fiori si schiudono il mondo si desta
è lui fiore dischiuso lui mondo ridestato
attraverso le parole  nelle parole  con le parole
si apre e poi si chiude
fluttua e poi affonda
e mentre nasce e viene ucciso
continua ad essere parola
rinasce continuamente nelle parole e
non può morire
Finché sulla terra le parole non si esauriranno
continuerà a trasmigrare diventando
roccia ruota amore
diventando sangue cielo giorni di un calendario
(…)

Parole, parole OOKA MAKOTO

Ci incontriamo attraverso le parole  nelle parole  con le parole. Lì ci comprendiamo, fraintendiamo, perdiamo, ritroviamo. A volte c’è silenzio, ma le parole sono anche lì, una specie di contrappunto muto, un disegno impercettibile: ghiaccio sul vetro di una finestra, un pelo sottile che galleggia in un dito d’acqua rimasto dentro il bicchiere. Una volta ho sognato un uomo con tre paia d’occhiali: uno appoggiato sulla fronte, uno sul naso, l’altro che gli penzolava sulle guance e davanti a lui, su un tavolo molto grande, c’erano decine di dizionari in tutte le lingue del mondo. Ho pensato: quegli occhiali, e quei dizionari, gli servono per leggere ME. ‘I cetacei utilizzano un ‘vocabolario’ di circa 400 ‘parole’, hanno anche dei dialetti, lo sapevi?’ Mi hai chiesto ieri. E io ho pensato a tutte le parole che non siamo in grado di percepire. Una trama intricata di suoni e segni tutti ancora da decifrare.

Questo è solo l’inizio.


Stava lì seduto, avvolto nella coperta. Dopo un po’ alzò lo sguardo. Ma noi siamo ancora i buoni? Disse.
Sì. Noi siamo ancora i buoni.
E lo saremo per sempre.
Sì, lo saremo per sempre.
Okay.

The road, Cormac McCarthy

Dal Pakistan, un video che mostra un ragazzino di 12 anni che sta per sgozzare un uomo, un ‘islamico traditore.’ Le sequenze finali sono troppo ‘crude per essere mostrate.’ Dunque si fermano lì, il ragazzino vestito da jihadista con il coltello in mano, l’uomo bendato disteso per terra. Qualcuno l’ha visto, il finale? Qualcuno ce l’ha, il video completo? E’ uno snuff-movie? Oppure la morte dell’uomo bendato è una cosa reale? Io non lo so. Quello che so, è che sul sito del Corriere della Sera, questo video mi si è aperto con le immagini di un uomo leggiadro vestito di bianco in cima a uno strapiombo: la pubblicita di un profumo, giusto qualche secondo prima del servizio. La seconda volta che l’ho fatto partire, la pubblicità era scomparsa. Evidentemente è impostata in modo da apparire soltanto al primo collegamento: non esageriamo, si saranno detti.

Mi è venuto il vomito, stamattina. E non per il video pakistano.
Moralismo? Può darsi. Quando smetterà di venirmi il vomito, vorrà dire che sarò morta.

*Il giornalista voce narrante del servizio ripete per due volte jidaista. Cos’è? Dadaista?
 Da Jihad> Jihadista