strada
E’ dai sogni che si comprendono le proprie ossessioni: stanotte ho sognato di camminare lungo l’Aurelia. Risalivo a piedi, da Roma verso Bologna, a sinistra la costa, il Tirreno una linea azzurra, e a destra un immenso, infinito cantiere che procedeva senza interruzioni, dritto sparato in avanti: tubi, cumuli di ghiaia, palizzate, reti arancioni, giganteschi archi di cemento armato; le colline erano sventrate, la terra rossa aperta come una ferita. Parlavo con qualcuno e dicevo: non resterà più niente, quella è l’autostrada nuova, poi l’alta velocità. Raderanno al suolo i paesini, le case coloniche, i pascoli, tireranno giù tutte le colline, e dal mare, si vedrà  solo il cemento. 
Poi stamattina, quando mi sono svegliata ho letto questo appello, e subito dopo questo articolo: Romilia, Cazzola pensa di ritirarsi. In Toscana c’è un Comitato della Bellezza che si batte per la tutela del paesaggio, nascono associazioni spontanee di cittadini furibondi. A Medicina, il sindaco probabilmente piange di sconforto all’idea che Romilia non si farà. Perché la bellezza della pianura (quella poca rimasta intatta) non dovrebbe essere difesa con furore, al pari di un dolce paesaggio collinare fiorentino?

Ho aperto Nello specchio del passato, di Ivan Illich (grazie, P.) e ho sottolineato queste parole:

Il moderno residente ha perso gran parte della sua capacità di abitare. La libertà di abitare ha perso per lui ogni significato. Reclama il diritto di disporre di un certo numero di metri quadri di spazio costruito. Sono preziose per lui la fornitura di servizi e la possibilità di servirsene. Ha rinunciato all’arte di vivere…Il residente vive in un mondo fabbricato. Non può tracciare il proprio cammino sulla strada che percorre più di quanto possa fare un buco nel muro. Attraversa la vita senza lasciare tracce. I segni che lascia sono considerati deterioramento, usura.

Non lasciamo tracce, solo segni di deterioramento.


neve

Si è fatto silenzio. L’acqua che saltava veloce sopra le pietre del fiume. Poi ha cominciato a nevicare. Il cielo, blu grafite, poi bianco. Non ha più smesso. I libri sono rimasti chiusi. Hai ceduto. Esattamente come cedono i rami degli alberi sotto il peso bianco. Devi aver sorriso, chiudendo gli occhi. Quando li hai riaperti, fuori era tutto immobile, tutto bianco. Bianco in primavera. Neve fresca che suona sotto gli anfibi. Nostalgia del presente, hai pensato: già sai che questo istante ti mancherà per sempre. Ma le cose – e le storie- erano tutte al loro posto, hai constatato: niente va perduto, nonostante. E allora hai letto lui, ad alta voce. (La poesia non era questa, ma è questa che avresti voluto.)

Lucrezio lo sapeva:
Apri la cassa,
Vedrai, è pieno di neve
Che turbina.

E tavolta due fiocchi s’incontrano, s’uniscono.
Oppure uno devia, con grazia
Nel suo poco di morte.

Da dove viene quel chiarore
In alcune parole
Quando l’una è solo la notte,
L’altra, un sogno?

Da dove vengono quelle due ombre
Che vagano, ridendo,
Di cui una imbacuccata
In una lana rossa?

I.Bonnefoy, De natura rerum, da Inizio e fine della neve (1991)




Io mi adatto alle cose malmesse. Intendo dire che non mi piace metter in ordine le cose. Se qualcosa non è a posto di fronte a me, io non la metto a posto. Mi metto a posto io.

Diane Arbus

Mi addormento guancia a guancia con il gatto, il ron-ron tiepido nell’orecchio, dieci minuti di buio in pieno giorno. Intorno a me, il mondo di colpo è in bianco e nero, il bambino con la bomba in mano mi guarda -muto, gli occhi sbarrati- poi arrivano le gemelle, la ragazzina down con la corona di carta che le aureola la testa, le tre nane a braccetto, il travestito dolente con le calze di seta, e quattro esseri indefinibili con maschere di cartapesta che gli nascondono il volto. Un racconto di Flannery O’Connor filmato da David Lynch. C’erano bocche senza denti, occhi storti, bambini tristi e vecchi pazzi. E una ragazza con lo sguardo inquieto che scattava una foto a se stessa riflessa dentro uno specchio, nuda, mutande candide da bambina su un corpo  diventato adulto da poco. Diane Arbus. Il mito. La maledetta. La cacciatrice di mostri. La suicida. Mi sono svegliata di scatto, il libro aperto sul lato del letto che chiamo ‘la parte di colui che grazie al cielo mai arriverà’. Un cerchio di grafite intorno a quella frase in esergo. Peccato, perché era un mondo in cui sarei rimasta ancora volentieri, già mi ero adattata, nessun desiderio di mettere in ordine niente, a parte aggiustare il tiro del mio, di sguardo. Avrei voluto sentire cosa avevano da dirmi tutte quelle strane persone, ognuna la sua storia, ognuna una diversa intuizione del Mistero. Dell’Ombra.

Raccontano che alla prima esposizione delle fotografie di D.A. qualcuno sputò sulle stampe, indignato: cerchi l’orrido, la trasgressione fine a se stessa, hai il gusto dello scandalo, sei morbosa.

Sì, era morbosa, Diane Arbus. Cercava se stessa nella deformità, nella follia, nella normalissima – straordinaria- bruttezza, aveva occhio per le sproporzioni, orecchio per le dissonanze (era smisurata, nell’impero delle misure, come scriveva Marina Cvetaeva) e probabilmente, quando si guardava allo specchio non vedeva il volto d’angelo triste che si portava appresso come una condanna. Lei era dall’altra parte. E conosceva l’abisso del suo cuore. Per le strade andava in giro a cercare i suoi simili, quelli che l’abisso lo portavano stampato addosso, evidente. L’hanno definita fotografia della deriva, la sua. Pedinava i suoi soggetti, ma non li spiava, non li fotografava di nascosto, chiedeva il permesso e loro si mettevano in posa per lei. Chissà se le si affidavano perché sentivano che dentro, lei era come loro…

Non c’è pietà, nelle foto di Arbus, non c’è giudizio, è questo che ho pensato riprendendo in mano il libro, c’è empatia, condivisione, e indecenza, nel senso più alto del termine. C’è ossessione. C’è il tentativo di sovvertire le regole della visione, di ribaltare lo sguardo.
 
“La fotografia quasi sempre è complice dell’umanitarismo d’accatto” scrive Bertelli. Le foto di Boris Mikhailov che ho postato qualche giorno fa credo che vadano nella medesima direzione di quelle della Arbus. Non c’è l’odioso umanitarismo d’accatto, non c’è pietà. Non si tratta di cronaca. Non si parla di bene o male astratti. Si parla di vita. Di esseri umani. Di empatia. E di indecenza. Perché la decenza –e la convenienza, e il decoro- è quanto di peggio ci si possa augurare. Nell’arte. E nella vita.

(Morboso: Obiettivamente anormale e assurdo, opprimente e talvolta addirittura ossessivo.

Indecente: Apertamente contrario a un conveniente e decoroso rispetto della propria o altrui dignità.)

Devoto-Oli, Dizionario della lingua italiana.



ECOMOSTRI A BOLOGNA

segnali

Da L’Unità del 19 marzo, un intervento del Prof Giuseppe Campos Venuti su Romilia.
Qui due brani estrapolati per chi non ha voglia di leggersi il pezzo (male) intero.

"Una operazione al limite della legalità, ma fuori da ogni visione etica, che rappresenta soltanto una gigantesca operazione immobiliare…"

"Non è possibile sostenere in alcun modo che si tratta di una operazione industriale, perché siamo di fronte soltanto ad una speculazione, fatta da privati con la complicità delle istituzioni. È una operazione identica a quella che fece ai suoi esordi Berlusconi, 45 anni fa; ottenendo dal Comune di Segrate una variante che consentiva di urbanizzare 70 ettari di campagna, permettendogli di costruire dal nulla «Milano2», una cittadina alle porte della grande città. E così dalla Edilnord naquero le fortune del Cavaliere, dal mattone alla tv, alla editoria, fino alla costituzione di un partito politico. Eppure le istituzioni bolognesi non sembrano indignarsi. La Regione è quasi apertamente favorevole, il Comune di Bologna non sembra interessato…".

Ammetto la mia ossessione, ma temo che se non ci si lascia ossessionare da mostruosità del genere, TUTTO finirà nel cemento. E nelle mani di uomini che è impossibile guardare senza provare il bisogno di distruggerli, per dirla con Bataille. Probabilmente accadrà comunque. But not in my name.

fountain 02The fountain, Darren Aronofsky
La musica.

La luce, mutata

Non ci vediamo più nella stessa luce,
Gli occhi e le mani non sono più gli stessi.
L’albero è più vicino, più viva la voce delle fonti,
E più profondi i nostri passi, tra i morti.

Dio che non sei, posa la mano sulla nostra spalla,
Abbozza il nostro corpo col peso del tuo ritorno,
Compi la fusione delle nostre anime agli astri,
Ai boschi, alle grida d’uccelli, alle ombre e ai giorni.

Rinuncia te in noi come si squarcia un frutto,
E noi cancella in te. Rivela il senso
Misterioso di ciò che è solo semplice
e senza fuoco cadrebbe in parole senza amore.

Yves Bonnefoy, Ieri deserto regnante-Pietra scritta

Un film che ti fa ripensare alla poesia mille volte sottolineata di un poeta che ami. A quel libro, strappato a metà: una è rimasta con te, l’altra forse ora è in Cina, insieme all’amico che un giorno d’aprile ha preso un taglierino: ecco, i libri amati si dividono, come fossero pane. Poi il tempo passa, arriva qualcuno, con un gesto misterioso, e così semplice, tende la mano: le poesie perdute le ritrovi scritte lì.



BORIS MIKHAILOV. E’ stato al MOMA di New York l’anno scorso che ho visto le sue fotografie per la prima volta. Non avevo ancora idea di quanto quelle immagini che guardavo a bocca aperta, la testa inclinata e la schiena un po’ curva, si sarebbero incastrate nella mia immaginazione. La serie si chiamava U zemli – On the ground (1991). La città raccontata da quelle immagini color seppia, schiacciate al suolo -appese molto in basso, per scelta dell’autore, in modo da costringere chi guarda a una fatica percettiva, a fare uno sforzo verso il basso, farsi piccolo, a scendere a livello del terreno- era Kharkov city. Ucraina. Sul taccuino avevo scritto:  Ricordatelo, ricordati questa fatica nello sguardo. Questa postura innaturale alla quale ti costringe e che ti fa guardare con più attenzione: ti fa sentire qualcosa che altrimenti non sentiresti. Come applicare questa cosa alla scrittura? Boris Mikhailov – see also Case History.


Case History è una serie di circa 400 fotografie. A tratti insopportabili. Documentano lo stato di una parte di popolazione dopo il crollo dell’Unione Sovietica. Immagini che parlano di povertà, disperazione, alcolismo. Senza filtri. Sono i corpi a parlare. I tatuaggi. Le gengive sdentate, la pelle avvizzita, le cicatrici. Il tempo che si incide sui corpi. La malattia. La morte. La verità.


On the one hand, for myself personally, I understand that taking pictures of poverty was my professional and civil duty. On the other hand, I accept traditional clichés about  ‘not using others’ grief" But what does "others’ grief"  mean? And how must a photographer behave?
 B. Mikhailov

Da un lato, per quanto mi riguarda personalmente, io so che fare fotografie per documentare la povertà era mio dovere civile e professionale. Dall’altro, accetto anche quei clichés tradizionali che dicono che non si dovrebbe usare il dolore degli altri. Ma cosa significa ‘dolore degli altri? E come dovrebbe comportarsi allora un fotografo?
B.M.

E uno scrittore? Dovremmo restarcene muti a guardare? Oppure distogliere lo sguardo, tapparci la bocca, parlar d’altro? Mi è tornata in mente Christa Wolf, stamattina, e quella sua domanda, che è anche mia, e che da anni mi perseguita :

"Ma dove comincia il maledetto dovere di chi scrive -il quale, che lo voglia o no, e’ un osservatore, altrimenti non scriverebbe, ma combatterebbe o morirebbe- , e dove finisce il suo maledetto diritto?"
C.W., Trama d’infanzia



"Mentre mi sedevo al tavolo quella mattina ero di nuovo deciso a non impormi, a lasciare che il racconto che stavo cercando di scrivere si scrivesse da sé, a essere ancora una volta ciò che ero sempre stato, uno schiavo degli abitanti del mio mondo immaginario."

Sherwood Anderson, Le voci del torrente