E dopo il campo, l’acqua

luceLa luce è quella di una perfetta sera d’estate. C’è una falce di luna alta nel cielo. E i riflessi sull’acqua della laguna sono di quelli che mandano in deliquio i turisti, indecisi se lasciarsi andare al godimento contemplativo o accanirsi sulle loro digitali per portarsene via un frammento, di tutta questa bellezza. Venezia è sempre così, e stasera è ancora più così del solito: poetica, magica, straniante, luminosa. Dietro le grate dell’Isola di San Servolo un tempo i pazzi guardavano l’acqua. Dalle finestre delle camerate, forse qualcuno guardava le barche allontanarsi. Nei giorni di nebbia, il mondo spariva. Restava un giardino. Il cielo. Questo odore di cordame bagnato e sale tutt’attorno.

Lei viene dalla campagna. Te la immagini una ragazza che non ha mai visto altro orizzonte che un campo ritrovarsi qui, reclusa? A lei piaceva correre, e ora scopre che non sa nemmeno cosa voglia dire nuotare. E mentre il vaporetto ci riporta indietro e le stelle cominciano a esplodere nel cielo, tu avvicini le labbra al mio orecchio destro, un brivido leggero, e mi dici: la vedi quella finestra? La terza da sinistra, mettiamo, è lì che sta, e guarda verso di noi, e qui, su questa imbarcazione che si allontana, c’è sua sorella che va via. E lei la guarda andare, la guarda finché non sparisce. Sì, riesco a vederla, la fronte appoggiata al vetro e gli occhi scuri spalancati. Ora il suo orizzonte è quest’acqua immobile a sud e una striscia di terra dall’altra parte.

Quella che il mondo chiama follia è un’isola. E’ un viaggio concentrico con un’estensione forzata di quarantamila metri quadri. Per uscirne, puoi soltanto scavare. O imparare a nuotare.

finestra sulla laguna


La ragazza e il campo

la ragazza e il campo

Le colline sconfinano in bianchezza.
Persone o stelle
Mi guardano con tristezza, le deludo.

Il treno lascia una linea di respiro.
O lento
Cavallo colore della ruggine,

Zoccoli, dolenti campane-
Per tutta la mattina la
Mattina si è andata annerendo.

Un fiore trascurato.
Le mie ossa hanno requie, i campi
Lontani mi sciolgono il cuore.

Minacciano di assumermi fino a un cielo
Senza stelle né padre, acqua buia.


Sylvia Plath, Pecorella nella nebbia da Ariel.

La ragazza che cammina incontro al campo portava un vestito rosso, quel giorno d’estate di tre anni fa. La fotografia inganna e neppure lavorandola con photoshop potrei riuscire a ritrovarlo preciso, quel punto di colore. Potrebbe chiamarsi Teresa e avere gli occhi scuri. Potrebbe essere una ragazza che si allontana verso un campo come ci si allontana verso il mare. Anche un campo potrebbe travolgerti e farti sparire. O almeno, io ci credevo, quando ero piccola. O forse ci speravo. Camminavo dentro i campi con il cuore in subbuglio. E niente cambia e tutto ritorna. Così camminiamo, io e Teresa che ancora non so di preciso da dove arriva, se dal ventre della terra o dagli abissi marini, e quanto dolore si porta addosso, pronta a rovesciarmelo davanti come una cesta piena di spighe o di pesciolini. Con orgoglio tiene alta la testa e mi dice: il dolore non mi ha presa, sono stata io a prendere lui, e a metterlo nel sacco. Fammi camminare, ragazza con il vestito rosso, dentro il campo o sul fondo del mare, non importa dove, ma non permettermi di voltare la testa indietro.


Ché dietro non c’è più niente da guardare.


E la chiamano estate

italia
E va bene. E’ estate. Fa un caldo bestia. Qua a Bologna oggi ci sono 37 gradi. Dovevo partire per le Dolomiti zaino in spalla e poi non sono partita perché i sensi di colpa lavorativi mi assillano. Sono qui. Tra cinque o sei files aperti come gole profonde che mi chiedono energia, visione e lucidità mentale e un frasario cinese a portata di mano nelle pause. Già mi immagino, tra poche settimane, su un treno che corre verso il Wu-Tai-Shan mentre abbaio a una signora obesa carica di bagagli: bu iao gi lou!* Col terrore di sbagliare e di farmi sfuggire un: ni iou sing sceng huo ma? ** Va bene. E’ estate. D’estate i quotidiani -e i tiggì- mollano  il freno definitivamente e si scatenano in consigli di sopravvivenza al caldo, gossip furiosi e pandemie funeste. E’ estate, e impazzano le intercettazioni telefoniche tra vecchi signori ridicoli e povere donne patetiche. Fa caldo. Siamo in Italia. Per far cadere un governo, col caldo e in Italia, occorre procedere per gradi e a colpi di cazzate. Però nel frattempo accadono delle cose. Tipo che senza grancassa e tromboni hanno approvato il Piano casa. E tipo che qualche giorno fa, Gasparri (dio mio, Gasparri, già solo scrivere questo cognome mi fa sudare freddo) ha presentato una mozione della maggioranza dove si chiede di tagliare i fondi alla ricerca sul solare. Fa caldo. Il sole picchia sulla testa degli italiani. Perché mai dovremmo pensare di usarlo per produrre energia? Ci basta e avanza che picchiandoci in testa ci conduca al delirio.

"Un padre non svende la figlia per far cassa. Qui, lo ripeto, stanno svendendo la nostra Italia davanti all’indignazione del resto d’Europa."

Giulia Maria Crespi, Fondatrice del FAI. L’intervista completa, qui.

* Per favore non spinga!
** Lei è attiva sessualmente?


Passaggi

figure4figure2figure3figure 6figure 1figure5
Passano in una direzione. E anche nell’altra. Passano da soli. In coppia. Passano in gruppo. La luce gialla dei lampioni al sodio li ritaglia come sagome sopra l’asfalto sciolto. Anche loro si sciolgono. Si dissolvono. Passano e tornano indietro. Si fermano il tempo di un sorriso, di un respiro. Passano e non tornano più.

Anche quando guardiamo dall’alto e ci crediamo sopra, fuori, siamo noi, quelli che passano.


Quali nuove poesie sei andata a cercare?

Cinque sirene ti condurranno
lungo il cammino di alghe e coralli
e fosforescenti cavallucci marini faranno
una ronda al tuo lato.
E gli abitanti dell’acqua ti nuoteranno
subito al lato

Abbassa ancora un po’ la luce
lasciami dormire in pace, tatina mia
e se chiama non dirgli che ci sono,
digli che Alfonsina non torna,
e se chiama non dirgli mai che ci sono
digli che me ne sto andando.

Te ne vai Alfonsina con la tua solitudine
Quali nuove poesie sei andata a cercare?
E una voce antica di vento e di mare
ti lacera l’anima
e sta là chiamando
e tu vai, fin là, come in sogno
Alfonsina addormentata, vestita di mare.
Alfonsina Y el mar

Alfonsina Storni – a lei è ispirata questa canzone di Ariel Ramirez e Felix Luna che è ormai un classico – è stata una poetessa, una giornalista, una drammaturga e soprattutto una donna libera, in un tempo in cui, per una donna, essere libera era ancora più difficile di oggi. (Perché ancora oggi, in molte parti del mondo essere una donna è un inferno, e anche dalle nostre parti non è sempre così facile come ci piace immaginare.) Alfonsina la sua libertà l’ha pagata cara, ma la libertà, per chi davvero desidera – o non può fare a meno di- essere libero non avrà mai un prezzo troppo alto. Qualche giorno prima di allontanarsi per sempre nelle acque di Mar Del Plata, scrisse la sua ultima poesia, questa:

Voglio dormire

Denti di fiori, cuffia di rugiada,
erbose mani, tu, nutrice lieve,
tienimi pronte le lenzuola di terra
e la coperta di muschio cardato.

Vado a dormire, o mia nutrice, cullami
Ponimi una lucerna al capezzale
una costellazione; quella che ti piace;
tutte van bene; smorzala un pochino.

Lasciami sola: ascolta erompere i germogli…
un piede celeste ti culla dall’alto
e un passero ti traccia uno spartito

perché dimentichi… Grazie. Ah, un incarico
se lui chiama di nuovo per telefono
digli che non insista, sono andata…

(Scritto presumibilmente fra il 20 e il 21 di Ottobre 1938, fu da lei inviato personalmente a "La Nación" e pubblicato il giorno dopo la sua morte)

PS. Avishai Cohen è un contrabbassista israeliano. Compositore, suona anche il pianoforte e come si può dedurre dal video, canta.


Nel bianco, una strada tra me e te

"In Groenlandia il cristallo riflette la gioia, i gabbiani e gli orsi. La luce delle stelle anima i ghiacci opalescenti e apre una strada tra me e te."
Margherita II Regina di Danimarca, Nuuk, 21 giugno 2009 in occasione della celabrazione dell’Indipendenza della groenlandia sancita dal referendum dello scorso novembre (vestita con pantaloni di pelle di foca).

"Siamo molto ottimisti, anche se la produzione (di petrolio) non è ancora cominciata. Abbiamo il potenziale per diventare un emirato dell’Artico. E abbiamo anche oro, diamanti, uranio, zinco e piombo….Lo scioglimento della banchisa renderà più facili le perforazioni."
Jorn Skov Nielsen, direttore dell’Ufficio per il petrolio e i minerali groenlandese (senza pantaloni di pelle di foca).

Fonte: Internazionale 3/9 luglio 2009, da Liberation, Francia, Serge Enderlin.

Il mio racconto di viaggio in Groenlandia, Nel bianco ha vinto -ex aequo con Zingari di Merda di Antonio Moresco (con le fotografie di Giovanni Giovannetti)- la XII edizione del Premio Albatros-Città di Palestrina per la Letteratura di viaggio. Quando ritrovo le motivazioni**, nel delirio di valigie sfatte e da fare, le posto. Intanto ringrazio la Giuria degli Studenti dell’Istituto Tecnico Commerciale L. Luzzatti e dell’Istituto Professionale di Palestrina che hanno deciso di assegnare al mio libro anche il loro premio, autonomo. Li ringrazio per la loro lettura attenta ed empatica e per la loro presentazione, così calda e precisa. Voglio anche rassicurarli, ché la pianta di melograno che mi hanno regalato sta felice e fiorita sul suo nuovo balcone. Anche se tornare a casa in treno, con i bagagli, due targhe e un vaso in mano non è stato precisamente leggerissimo.

** Motivazioni

Per Simona Vinci, le distese ghiacciate della Groenlandia, sono un nuovo punto di partenza alla ricerca di "un posto nel mondo". Dopo i reportage sulla distruzione del patrimonio ambientale italiano, sul cemento e l’acciaio che hanno strangolato il nostro paesaggio, Simona Vinci ha sentito il bisogno di purificare il suo sguardo, ricercando nel bianco dei ghiacci una primaria e originale fonte di ispirazione per questo suo libro-reportage. Le distese della Groenlandia rappresentano, per la sua ricerca, le pagine bianche su cui riscrivere, con un linguaggio semplice, diaristico, la sua rinnovata mappa interiore. Il groviglio delle città italiane, le strade, i cavalcavia che si intrecciano confondendo la visione, avevano bisogno di essere allontanati dalla percezione per fare spazio alla visione, alla pulizia e alla nettezza del paesaggio artico. la semplicità del paesaggio e delle popolazione descritte in questo libro si riflettono nella sommessa intensità della sua scrittura, così nitida, chiara, calma. La Vinci è stata capace di costruire, sulle orme del suo viaggio rale un viaggio dentro di sé ancora più vero, ma allo stesso tempo un viaggio all’esterno di sé, un confronto con l’esperienza e la ricerca dell’altro. Non si limita a raccontare solo fatti o episodi ecltanti, storie curiose o aneddoti su una terra ignota, ma si sofferma, con il suo sguardo delicato e attento anche su aspetti e particolari intimi e quotidiani di questo mondo di ghiaccio e silenzio. La scrittrice ha raccontato se stessa senza risparmiarsi, riuscendo allo stesso tempo a non invadere la scena, lasciando parlare le cose che la circondano. Lo scricchiolio del ghiaccio sotto gli stivali, il sibilo del vento, i colori accesi delle case, riescono a dire di più sull’intimità umana che non, a volte, intere pagine di descrizioni di stati d’animo. Proprio in questa rara peculiarità si trova l’affascinante segreto di Nel bianco. (…)

Maria Ida Gaeta


L’isola delle storie- Il ritorno


pubblicoI festival letterari non sono tutti uguali, questo è chiaro. L’isola delle storie di Gavoi, però, è ancora meno uguale. Sarà per lo scenario nel quale si svolge: un paesino della Barbagia a quasi 800 metri di altitudine con stradine che scendono in picchiata e salgono in verticale, piccole piazze e balconi fioriti, sarà per il pubblico che affolla gli incontri e che è fatto di gente di tutte le età e che viene da tutta la Sardegna (ma anche dal Continente), con quelli che si portano la seggiola da casa, la carrozzina con il pupo, la nonna sul balcone. Sarà per il cibo, per il mirto, per le decine di giovani volontari con la maglietta rossa che organizzano, spostano sedie, sistemano microfoni e ti aiutano a trovare la strada se ti perdi, sarà che a Gavoi sono così ospitali che aprono le porte delle case e ti fanno entrare dappertutto, sarà per gli odori della vegetazione che si spargono nell’aria e danno alla testa. Sarà che tutto questo messo assieme fa crollare le maschere di botto: sei sei uno stronzo si capisce subito, e si capisce subito anche se dietro la facciata di autore impegnato si nasconde un allegro cazzone pronto a fare baldoria, ché una cosa non dovrebbe escludere l’altra. In questi giorni ho visto autori-scrittori-giornalisti e semplici lettori diventare una specie di corpo unico che si scambiava informazioni, consigli di lettura, che litigava anche, si appassionava, si caricava il piatto di  pane carasau, maccarones de busa e ricotta di pecora senza smettere di parlare: di libri, di idee, e anche di cazzate. Ci sono dei posti dove non te lo puoi permettere, di fare la star. Nessuno ha paura di alzarsi dalla platea e dirti: senti un po’, ma chi ti credi di essere? Qui, ho sentito una ragazza apostrofare così un noto autore: "Lei, mi scusi se glielo dico, ma ha l’apocalisse dentro." Porca miseria, ‘sti lettori.

Ho un taccuino pieno di indirizzi, di appunti, di disegnini: libri che devo assolutamente leggere e film che devo vedere. Ho la macchina digitale piena di scatti. E una fotografia che mi ha regalato Stanislas Guigui: un ragazzino sui dieci anni, nel quartiere del Cartucho, a Bogotà, che posa col suo coltello. Ho conosciuto tante persone, scrittori, giornalisti, (aggiunta: traduttori), attori, cuochi, orafi, scultori, insegnanti in pensione, studenti delle scuole medie e bambini che per il momento sono bambini e basta. A questo servono i festival, a trasformare le parole che hai scritto o quelle che hai letto in voce viva, sguardo, carne. Tra autore e lettore il patto muto diventa una stretta di mano, due vite che si incontrano anche solo per poche ore, ma si incontrano davvero.

E’ stato bello condividere il mio tempo, le emozioni, le parole. Grazie.

pubblico 2                Pubblico in piazza Sant’Antioco