Simposio Internazionale di Chirurgia Plastica


Corpo toccato, toccante, fragile, sempre cangiante, sfuggente, inafferrabile, evanescente sotto la carezza o il pugno, corpo senza scorza, povera pelle tesa su una caverna dove fluttua la nostra ombra…

Jean-Luc Nancy, Cinquantotto indizi sul corpo – n°57-

La scorsa settimana a Bologna (da mercoledì a sabato, mattina e pomeriggio) si è tenuto un Congresso Internazionale di Chirurgia Plastica organizzato dall’Ospedale S.Orsola-Malpighi e dalla Scuola di Chirurgia Plastica dell’Università di Bologna che riuniva Chirurghi Plastici (non necessariamente estetici) da 41 Paesi. Le Lezioni spaziavano dalla Storia delle Origini della specialità, agli aspetti psicologici e psicosociali, dalla bioingegneria alla chirurgia plastica ricostruttiva e alle applicazioni in oncologia….Erano presenti molti dei più grandi Chirurghi Plastici del mondo. Naturalmente, l’articolo che è uscito sul Venerdì di Repubblica ( pag 70, Estetica -Chirurgia plastica mania moderna? No, già nel ‘500 ci si rifaceva il naso, di Carlotta Mismetti Capua, con un riquadro ‘dedicato’ al Simposio tenuto a Bologna) concentra l’attenzione esclusivamente sulla chirurgia plastico-estetica più voluttuaria e questo è alquanto irritante. La Chirurgia Plastica si occupa non solo di estetica, ma anche di funzionalità. E in ogni caso restituisce una dignità a persone insultate dalla genetica o dai casi della vita (tumori, incidenti). Dopo lezioni come quella del Prof. Fernando Ortiz Monasterio sulla Chirurgia Plastica applicata alle anomalie e malformazioni cranio-facciali, oppure quella del Dr. Nelson Piccolo sulla Chirurgia Ricostruttiva nei grandi ustionati, si smette una volta per tutte di associare la chirurgia plastica esclusivamente alla liposuzione o all’ingrandimento del seno. La cosa sconvolgente, per me, è stata notare, oltre che lo straordinario risultato ottenuto sui corpi, e sui volti, dei pazienti, il cambiamento negli occhi di queste persone. Sguardi senza speranza, vuoti, prostrati, che si rianimano, diventano brillanti, vivi. E questo nonostante l’inevitabile sofferenza fisica sopportata prima e dopo gli interventi e le lunghe degenze. Bambini, adolescenti o adulti -l’età non fa differenza- quel lampo nello sguardo che prima era spento, adesso brilla.

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Frontiere, e Agota Kristof


Su Repubblica di oggi, un articolo di Giovanni Maria Bellu: Quel cimitero nel canale di Sicilia. "Diecimila annegati in 10 anni: "Secondo i dati dell’Alto Commissariato, a un quinto dei migranti che giungono in Italia via mare vengono riconosciuti l’asilo politico o la protezione umanitaria. Cioè non sono "clandestini". Ma questo lo si scopre nel momento in cui arrivano. Quando i più fortunati possono raccontare la loro storia."

Leggendo questo pezzo, mi è venuto in mente un racconto di Agota Kristof –Casa mia– contenuto nella raccolta di racconti La vendetta, Einaudi L’Arcipelago, e mi sono ricordata che ne avevo scritto per Liberazione. Ecco il pezzo.

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Ne Il grande quaderno, uno dei tre romanzi che compongono La trilogia della città di K di Agota Kristof, i gemelli Lucas e Claus, nei loro esercizi di composizione scrivevano: Le parole che definiscono i sentimenti sono molto vaghe; è meglio evitare il loro impiego e attenersi alla descrizione degli oggetti, degli esseri umani e di se stessi, vale a dire alla descrizione fedele dei fatti. Era una lezione di scrittura e una lezione di vita. Dura, certo. Forse per molti inaccettabile. Ma quando a 21 anni oltrepassi una Frontiera– che non potrai mai più riattraversare- con una bambina di quattro mesi al collo, per approdare a un luogo nel quale non conosci nessuno e del quale non conosci la lingua, e poi a una fabbrica dove lavori per otto ore al giorno ad assemblare meccanismi di orologi, non c’è molto altro da fare che elaborare una strategia di distanziamento, qualcosa che ti permetta almeno di non andare a pezzi. Non hai più un Paese, né una comunità nella quale riconoscerti: la gran parte degli amici che come te hanno attraversato la Frontiera infatti non reggono, si suicidano, spariscono. Tu resti, resisti. Ma non hai più una lingua. Il mondo parla intorno a te e tu non capisci cosa dice. Nessun libro ti parla, non hai nemmeno questa consolazione. E allora impari a osservare, e a farlo con il maggior distacco possibile. E impari che in fondo, non fa poi tanta differenza: che cosa? Niente. L’amore, l’odio, la speranza, la disperazione, è tutto grigio, tutto uguale. C’est egal è il titolo francese della raccolta di racconti di Agota Kristof che Einaudi manda in libreria con il titolo La vendetta e che non disattendono quella durissima lezione di distanziamento enunciata all’inizio. Scritti negli anni Settanta – prima di dedicarsi a quella che resterà probabilmente l’opera della sua vita, la Trilogia- sono venticinque racconti brevi, secchi, affilati, stralunati, sarcastici. Cinque aggettivi per descrivere un libro, e una scrittura, dai quali gli aggettivi sono banditi. I personaggi di queste 25 storie non hanno nome, non hanno volti delineati, non sono personaggi in senso classico, sono voci, voci dall’esilio. Il tema che lega tutti gli scritti di Agota Kristof d’altra parte è questo, non può essercene un altro, visto che la storia della ragazza che attraversa la frontiera per non fare mai più ritorno nel suo paese d’origine è la sua storia. ( E la scrittrice la racconta in un altro piccolo testo uscito di recente con il titolo L’analfabeta edizioni Casagrande). Esilio, e dunque solitudine, e la sensazione- la certezza- di non avere più una patria in nessun luogo. Lettere che non arrivano, telefonate che arrivano ma ai numeri sbagliati, la nostalgia insanabile per un piccolo paese senza nome, la morte di un operaio, l’attesa di una vita diversa che non arriverà mai. Le storie si svolgono verosimilmente in Svizzera, Paese nel quale la Kristof vive da 40 anni, e i protagonisti potrebbero essere svizzeri, oppure ungheresi, come lei, ma mentre li leggevo, io immaginavo anche rumeni, slavi, albanesi, africani. Immaginavo queste storie di esilio e di distacco e di impossibilità di integrazione vera, profonda,  visualizzando i volti degli stranieri che incontro ogni giorno al supermercato, alla fermata dell’autobus, in treno, i volti delle tante ragazze –slave, sudamericane, africane- che di notte, e sempre più spesso di pomeriggio, affollano i viali delle nostre città, gli snodi delle tangenziali, le strade provinciali. Questo mare infinito di gente che mi vive di fianco e del quale so così poco.

Sarà in questa o in un’altra vita?
Tornerò a casa. (…)
E sotto le mie palpebre, scorreranno le immagini di quel brutto sogno che fu la mia vita.
Ma non mi faranno più male.
Sarò a casa mia, sola, vecchia e felice
(…).”

Liberazione, marzo 2005


Qualcosa che non va

Sì, c’è decisamente qualcosa che non va: sabato e domenica, in treno, correndo ‘verso e da’ una serata obbligata che assomigliava al set di un film di Sorrentino, ho letto Sunset Limited, l’ultimo libro di Cormac McCarthy, e l’ho trovato insopportabile. Di ritorno, nelle pause di scrittura tra dieci sofferte righe espulse e cinque cancellate, ho cominciato Diario di un anno difficile, l’ultimo libro di J.M.Coetzee, e mi sono sorpresa a correre in avanti per vedere se migliorava o se la noia avrebbe continuato impietosa a battermi nelle orecchie. Ho deciso di fermarmi a pagina 93. Forse non è il momento, ho pensato. O forse è che davvero, io e la narrativa, in questo momento abbiamo poco da spartire. Sono tornata al manuale di Medicina nel Mondo Classico, e alle impugnature di bisturi di età romana con sollievo. Passerà?


Riproduzione

Lo so che non sta bene parlare dei libri che non si sono letti. Lo so, giuro che lo so. Prometto di non farlo mai più, ma stavolta devo. Ho appreso cinque minuti fa che è uscito un nuovo libro di J.M. Coetzee, dunque sto per precipitarmi in libreria. Dopo un mese di ghiacci, a carburare le novità ci sto mettendo più del previsto. Ma il punto non è questo, il punto è che ho appreso pure che anche Piero Angela ha scritto un nuovo libro, il cui titolo è: "Perché dobbiamo fare più figli". Sottotitolo, Le impensabili conseguenze del crollo delle nascite. Editore, Mondadori. Nella scheda di presentazione leggo: "il crollo delle nascite, che rischia di mettere in seria crisi il nostro paese e più in generale l’Occidente. Soprattutto se messo in relazione con un costante (per quanto benvenuto) innalzamento dell’età media dei decessi e un conseguente invecchiamento della popolazione." Ora, io non leggerò mai questo libro, è una cosa che so. Ci sono cose che uno sa, di se stesso. E so anche che data questa premessa non dovrei parlarne, e invece ne parlo lo stesso, perché nel mio mese di ghiacci ho letto e riletto un altro libro, di un signore che si chiama Jared Diamond, il cui titolo è Collasso, e il sottotitolo: Come le società scelgono di vivere o di morire. Saggio nel quale, dopo aver preso in esame i fattori che hanno portato al crollo e all’estinzione di società del passato (un esempio per tutti: le colonie norvegesi fondate intorno al Mille in Groenlandia dal Vichingo Erik il Rosso) Diamond passa a scrivere del presente. E nel capitolo finale, Il mondo è il nostro polder, nella sezione Lezioni per il Futuro, indica proprio l’incremento demografico (all’11 posto tra le 12 categorie di impatto sull’ambiente che portano guai al sistema Mondo) come uno dei fattori problematici dellla contemporaneità. Comincia così: "La popolazione mondiale è in crescita. Il suo incremento fa aumentare il fabbisogno di cibo, spazio, acqua, energia e altre risorse. (….) Sotto molti punti di vista, già oggi i livelli di popolazione non sono sostenibili."

Ecco, io sogno un faccia a faccia tra questi due signori.
E non so perché -anzi lo so- già da ora posso dire che parteggerei per Jared Diamond.