Letteraria

In questi giorni, l’uscita di due riviste letterarie che mi stanno a cuore, oltre che per la loro qualità, per il fatto che riannodano fili tra amici con i quali non collaboravo da tempo.

letteraria

La prima è letteraria -rivista semestrale di letteratura sociale- edita da Editori Riuniti. In questo primo numero: una parte monografica con riflessioni sul tema Bianco/Nero (percezione del razzismo, ma anche rapporto tra romanzo noir ed eventuale romanzo bianco, reportages e articoli che trattano temi politici e d’attualità oltre che letterari. Il tutto corredato dalle splendide fotografie di Mario Dondero. La rivista è nata a Bologna dal desiderio -stimolato in molti scrittori, studiosi e giornalisti da Stefano Tassinari- di un confronto su grandi temi sociali. Un modo di provare a riflettere, ognuno a suo modo, ma in "coro", su ciò che ci accade attorno. Il risultato mi pare davvero molto interessante.
Il mio contributo si intitola Il paesaggio dentro.

"La letteratura può seminare il dubbio mettendoci in panni altrui, sostituire al nostro altri -talvolta inusitati- punti di vista, farci uscire dai confini della nostra esperienza diretta. La letteratura è costruzione di esperienze ‘vicarie’, di sguardi che ci inquadrano da fuori. "

Wu Ming 1, dal suo pezzo: Dividere ciò che è unito, Note sulla Letteratura e la comunità razzista. a pag 15.

Dal 1° di giugno sarà reperibile nelle maggiori librerie italiane al costo di 10 euro.

La seconda è il 14 numero di Versodove, rivista di poesia e narrativa, che non usciva da tempo e che è stata la mia prima ‘casa’ letteraria ai tempi dell’università.
versodoveA 5 euro nelle librerie coop. versodove@gmail.com

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Lungo una strada italiana

per strada


I cinesi non muiono mai

Piatto I cinesi non muoiono_big
Quella dei cinesi è la comunità più numerosa d’Europa. Dagli anni Ottanta ad oggi, in Italia sono passati da duemila a centocinquantamila. Tra gli immigrati regolari sono il 5 per cento, una cifra irrisoria a pensarci bene, perché invece sembra che siano dappertutto. Formichine laboriose, sguardo basso e testa china. E se fino a un decennio fa ci stavano anche simpatici, adesso, la sensazione è che gli italiani e gli uomini dagli occhi a mandorla non si capiscano poi così bene. Ogni volta che si parla di loro, salta fuori l’ombra della mafia, lo sfruttamento del lavoro minorile, l’impero dei falsi smerciati in tutto il mondo. I luoghi comuni sui cinesi si sprecano, e la maggior parte sono vere e proprie leggende metropolitane, a partire da quella che dà il titolo a questo saggio scritto a quattro mani dai giornalisti Riccardo Staglianò (Repubblica) e Raffaele Oriani, (Corriere della Sera): ossia che i cinesi non muoiono mai. E infatti, chi l’ha mai visto un funerale cinese? Una delle possibili risposte, quella più macabra e forse fantasiosa, l’ha immortalata in Gomorra Roberto Saviano, con quell’immagine sconvolgente che apre il romanzo e nella quale cadaveri di cinesi stipati come sardine, cascano giù da un container diretto verso la Cina per smaltirne i cadaveri illegalmente e passare i documenti dei morti a nuovi immigrati clandestini. Eppure, potrebbero anche esserci altre risposte, ci dice questo saggio, ad esempio – fatto banale ma estremamente delucidatorio- che sono giovani: l’età media della comunità cinese in italia è di 34 anni- ed è dunque naturale che il tasso di mortalità sia bassissimo. E poi che i cinesi preferiscono morire a casa loro, e che quando si ammalano tornano a farsi curare, e in caso, a morire, in patria. Secondo l’antico detto cinese luo ye gui gen e cioè “non è bene che la foglia cada lontano dall’albero”. Per vederla più da vicino, questa comunità che negli ultimi cinque anni è cresciuta, in termini di imprese, del 154 per cento (quasi un cinese su cinque ha un’attività in proprio), Staglianò e Oriani hanno attraversato l’Italia. Da nord a sud, dalla comunità storica di Milano, la Chinatown di Via Paolo Sarpi, alle risaie del vercellese, dove un tempo stavano le mondine, dal Piemonte – Bagnolo Luserna ad esempio, dove i cinesi spaccano la pietra con la quale si producono i sampietrini che lastricano le strade di mezza Europa e dove, racconta un imprenditore del settore “be’, prima che arrivassero i cinesi nella mia azienda si facevano settanta milioni di lire di fatturato all’anno. Oggi supero il milione di euro.” – Hanno raccolto le storie delle ricche multinazionali cinesi che salvano marchi storici italiani in declino, quelle delle fabbriche tessili di Prato, poi quelle dei cinesi di Roma e Napoli, centri nevralgici dello smistamento di materiale all’ingrosso, fino a quelli delle fabbriche di materassi di Matera. Staglianò e Oriani vanno a incontrarli, queste lavoratrici e lavoratori instancabili e misteriosi che in un’Italia che in fondo è nostra quanto loro, comprano, investono, producono. Questo libro ci svela cose che sarebbero sotto gli occhi di tutti se solo volessimo guardarle, ad esempio, che la loro forza sta nella coesione: “Il dito, il singolo cinese, è come se non esistesse. Se non hai relazioni non sei nessuno, se non fai parte di una mano sei un uomo finito.” Stretti tra loro da vincoli di parentela, anche lontanissima, e capaci di aiutarsi l’un con l’altro a distanza, secondo il sistema delle guanxi, le relazioni. E’ così ad esempio che un cinese che non possiede nulla riesce a mettere insieme cifre sufficienti a mettere in piedi un’attività: con l’aiuto dei connazionali, della sua rete di relazioni. Anche se adesso naturalmente le cose stanno cambiando: i ragazzi nati e cresciuti qui, quelli definiti la generazione del soppalco (in un unico locale, spesso un seminterrato, migliaia di cinesi lavorano e vivono: in basso si lavora, sul soppalco si riposa) o generazione 2 hanno frequentato e frequentano le scuole italiane, parlano italiano, insomma, SONO italiani (anche se spessissimo non hanno la cittadinanza, ma un permesso di soggiorno rinnovato di anno in anno, secondo logiche burocratiche fracamente poco comprensibili). Forse questi ragazzi saranno capaci, come molti di loro stanno già dimostrando, che non è necessario spaccarsi la schiena quattordici ore al giorno e rinunciare a tutto per scalare la vita. E faranno tesoro della lucidità e della tenacia di genitori e nonni, che gli hanno dimostrato che anche da un soppalco si può arrivare dappertutto.

Questa recensione è uscita sul numero di novembre 2008 del giornale di strada Piazza Grande.


Alla festa dei senza fissa dimora


Questo mio pezzo è uscito su l’Unità di ieri, 18 settembre 2008, accompagnato da un mio scatto.

Il party scaccia-paura nella casa dei senza dimora


sergio         
Sergio, il cuoco della serata, serve personalmente la cena agli invitati.

Sulla targa del numero civico della Casa del Riposo Notturno Zaccarelli, in via del Lazzaretto -quartiere Lame, Bologna, poco lontano dai viali di circonvallazione che abbracciano il centro storico- manca un numero, così il 15 si è trasformato in 5, ma lo stesso non è possibile sbagliarsi: nel giardino che circonda la bassa palazzina a L dipinta di giallo pallido, ci sono tavoli apparecchiati e illuminati dalle fiaccole, e dall’impianto acustico approntato lungo il fianco dell’edificio, arrivano schitarrate e prove microfono. Stasera, 16 settembre 2008, ho il privilegio di partecipare ad una festa speciale in ricordo di Massimo Zaccarelli, senza fissa dimora storico a Bologna, tra i fondatori del giornale di strada Piazza Grande, scomparso prematuramente per un infarto all’età di 35 anni e al quale è intitolata la struttura. I partecipanti alla festa sono quelli che qui ci passano la notte, quelli che gravitano attorno ai servizi e alla cooperativa La strada, operatori e educatori, e qualche amico, come me. Per arrivare dal centro ci vogliono due autobus, meno di dieci  fermate e un pezzo a piedi dopo i mastodontici uffici delle Poste Centrali. I dormitori adesso -nella smania di bonificare la lingua italiana e ripulirla con il politically correct- si chiamano quasi tutti Case di Riposo notturno, pillola addolcita per le orecchie dei cittadini comuni e anche dei cittadini che comuni lo sono un po’ meno -pure se a guardare le statistiche, quello dei senza fissa dimora è un popolo che aumenta esponenzialmente alla soglia di povertà che si abbassa-. Quelli che un tempo chiamavamo barboni, o senza tetto, per la stessa logica linguistica di cui sopra adesso sono senza fissa dimora e utenti dei servizi sociali. Alla Casa del Riposo Notturno Zaccarelli (Uno dei cinque dormitori di Bologna. 64 posti di cui 6 riservati alle donne, media di permanenza dagli uno ai tre mesi in relazione al comportamento e al rapporto con i servizi sociali, 50% di presenze di stranieri, est-europei; nordafricani, Eritrei e qualche sudamericano) non ci sono mai stata, così cammino lungo la strada e seguo quelli che mi precedono e che hanno tutta l’aria di andare proprio lì. Come faccio a riconoscerli? In effetti, quando non sta seduto per terra su un mucchio di cartoni e non fa colletta, come si fa a riconoscerlo, un senza fissa dimora? Dai vestiti che indossa o dalla faccia stropicciata? Certo che no, sarebbe troppo facile, chi vive per strada oggi molto spesso è un insospettabile, forse allora io li riconosco dal modo di camminare, che spesso è lento, come se ci fosse tutto il tempo del mondo per arrivare dove si deve andare. Quando hai già perso tutto, d’altra parte, cos’è che dovrebbe metterti fretta? Leggi il seguito di questo post »


Confusioni a Bologna, Italia*

Prima di andare, ancora una cosa: pochi giorni fa ero a cena con degli amici e la conversazione a un certo punto si è infiammata sul tema della sicurezza nelle nostre città. O dell’insicurezza percepita, quella pompata dai media, cavalcata con foga dai politici, e che sempre più spesso fa venir voglia di sparare –metaforicamente– sullo straniero. Le posizioni, e le analisi, erano diverse, anche se convergevano sul fatto che spesso più che emergenza reale si tratta di paura. Però, a questo proposito, mi è tornato in mente un pezzo scritto poco tempo fa sul suo blog da una persona che stimo e della quale credo di conoscere l’onestà intellettuale. Si chiama Massimiliano e di mestiere fa l’assistente sociale (adesso si dice operatore). Il pezzo, Confusioni a Bologna, è questo. E le sue perplessità, le sue domande confuse (così lui stesso le definisce) sono anche le mie.

Altre cose interessanti sul tema, scritte anche da quelli che stanno dall’altra parte della strada, si possono trovare, spesso tra le righe, sul blog Asfalto in diretta dal laboratorio informatico del Centro Diurno di Bologna.


Frontiere, e Agota Kristof


Su Repubblica di oggi, un articolo di Giovanni Maria Bellu: Quel cimitero nel canale di Sicilia. "Diecimila annegati in 10 anni: "Secondo i dati dell’Alto Commissariato, a un quinto dei migranti che giungono in Italia via mare vengono riconosciuti l’asilo politico o la protezione umanitaria. Cioè non sono "clandestini". Ma questo lo si scopre nel momento in cui arrivano. Quando i più fortunati possono raccontare la loro storia."

Leggendo questo pezzo, mi è venuto in mente un racconto di Agota Kristof –Casa mia– contenuto nella raccolta di racconti La vendetta, Einaudi L’Arcipelago, e mi sono ricordata che ne avevo scritto per Liberazione. Ecco il pezzo.

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Ne Il grande quaderno, uno dei tre romanzi che compongono La trilogia della città di K di Agota Kristof, i gemelli Lucas e Claus, nei loro esercizi di composizione scrivevano: Le parole che definiscono i sentimenti sono molto vaghe; è meglio evitare il loro impiego e attenersi alla descrizione degli oggetti, degli esseri umani e di se stessi, vale a dire alla descrizione fedele dei fatti. Era una lezione di scrittura e una lezione di vita. Dura, certo. Forse per molti inaccettabile. Ma quando a 21 anni oltrepassi una Frontiera– che non potrai mai più riattraversare- con una bambina di quattro mesi al collo, per approdare a un luogo nel quale non conosci nessuno e del quale non conosci la lingua, e poi a una fabbrica dove lavori per otto ore al giorno ad assemblare meccanismi di orologi, non c’è molto altro da fare che elaborare una strategia di distanziamento, qualcosa che ti permetta almeno di non andare a pezzi. Non hai più un Paese, né una comunità nella quale riconoscerti: la gran parte degli amici che come te hanno attraversato la Frontiera infatti non reggono, si suicidano, spariscono. Tu resti, resisti. Ma non hai più una lingua. Il mondo parla intorno a te e tu non capisci cosa dice. Nessun libro ti parla, non hai nemmeno questa consolazione. E allora impari a osservare, e a farlo con il maggior distacco possibile. E impari che in fondo, non fa poi tanta differenza: che cosa? Niente. L’amore, l’odio, la speranza, la disperazione, è tutto grigio, tutto uguale. C’est egal è il titolo francese della raccolta di racconti di Agota Kristof che Einaudi manda in libreria con il titolo La vendetta e che non disattendono quella durissima lezione di distanziamento enunciata all’inizio. Scritti negli anni Settanta – prima di dedicarsi a quella che resterà probabilmente l’opera della sua vita, la Trilogia- sono venticinque racconti brevi, secchi, affilati, stralunati, sarcastici. Cinque aggettivi per descrivere un libro, e una scrittura, dai quali gli aggettivi sono banditi. I personaggi di queste 25 storie non hanno nome, non hanno volti delineati, non sono personaggi in senso classico, sono voci, voci dall’esilio. Il tema che lega tutti gli scritti di Agota Kristof d’altra parte è questo, non può essercene un altro, visto che la storia della ragazza che attraversa la frontiera per non fare mai più ritorno nel suo paese d’origine è la sua storia. ( E la scrittrice la racconta in un altro piccolo testo uscito di recente con il titolo L’analfabeta edizioni Casagrande). Esilio, e dunque solitudine, e la sensazione- la certezza- di non avere più una patria in nessun luogo. Lettere che non arrivano, telefonate che arrivano ma ai numeri sbagliati, la nostalgia insanabile per un piccolo paese senza nome, la morte di un operaio, l’attesa di una vita diversa che non arriverà mai. Le storie si svolgono verosimilmente in Svizzera, Paese nel quale la Kristof vive da 40 anni, e i protagonisti potrebbero essere svizzeri, oppure ungheresi, come lei, ma mentre li leggevo, io immaginavo anche rumeni, slavi, albanesi, africani. Immaginavo queste storie di esilio e di distacco e di impossibilità di integrazione vera, profonda,  visualizzando i volti degli stranieri che incontro ogni giorno al supermercato, alla fermata dell’autobus, in treno, i volti delle tante ragazze –slave, sudamericane, africane- che di notte, e sempre più spesso di pomeriggio, affollano i viali delle nostre città, gli snodi delle tangenziali, le strade provinciali. Questo mare infinito di gente che mi vive di fianco e del quale so così poco.

Sarà in questa o in un’altra vita?
Tornerò a casa. (…)
E sotto le mie palpebre, scorreranno le immagini di quel brutto sogno che fu la mia vita.
Ma non mi faranno più male.
Sarò a casa mia, sola, vecchia e felice
(…).”

Liberazione, marzo 2005


Nessun popolo è illegale

Il triangolo nero

Violenza, propaganda e deportazione. Un manifesto di scrittori, artisti e intellettuali contro la violenza su rom, rumeni e donne

La storia recente di questo paese è un susseguirsi di campagne d’allarme, sempre più ravvicinate e avvolte di frastuono. Le campane suonano a martello, le parole dei demagoghi appiccano incendi, una nazione coi nervi a fior di pelle risponde a ogni stimolo creando "emergenze" e additando capri espiatori.
Una donna è stata violentata e uccisa a Roma. L’omicida è sicuramente un uomo, forse un rumeno. Rumena è la donna che, sdraiandosi in strada per fermare un autobus che non rallentava, ha cercato di salvare quella vita. L’odioso crimine scuote l’Italia, il gesto di altruismo viene rimosso.
Il giorno precedente, sempre a Roma, una donna rumena è stata violentata e ridotta in fin di vita da un uomo. Due vittime con pari dignità? No: della seconda non si sa nulla, nulla viene pubblicato sui giornali; della prima si deve sapere che è italiana, e che l’assassino non è un uomo, ma un rumeno o un rom.
Tre giorni dopo, sempre a Roma, squadristi incappucciati attaccano con spranghe e coltelli alcuni rumeni all’uscita di un supermercato, ferendone quattro. Nessun cronista accanto al letto di quei feriti, che rimangono senza nome, senza storia, senza umanità. Delle loro condizioni, nulla è più dato sapere.
Su queste vicende si scatena un’allucinata criminalizzazione di massa. Colpevole uno, colpevoli tutti. Le forze dell’ordine sgomberano la baraccopoli in cui viveva il presunto assassino. Duecento persone, tra cui donne e bambini, sono gettate in mezzo a una strada.
E poi? Odio e sospetto alimentano generalizzazioni: tutti i rumeni sono rom, tutti i rom sono ladri e assassini, tutti i ladri e gli assassini devono essere espulsi dall’Italia. Politici vecchi e nuovi, di destra e di sinistra gareggiano a chi urla più forte, denunciando l’emergenza. Emergenza che, scorrendo i dati contenuti nel Rapporto sulla Criminalità (1993-2006), non esiste: omicidi e reati sono, oggi, ai livelli più bassi dell’ultimo ventennio, mentre sono in forte crescita i reati commessi tra le pareti domestiche o per ragioni passionali. Il rapporto Eures-Ansa 2005, L’omicidio volontario in Italia e l’indagine Istat 2007 dicono che un omicidio su quattro avviene in casa; sette volte su dieci la vittima è una donna; più di un terzo delle donne fra i 16 e i 70 anni ha subito violenza fisica o sessuale nel corso della propria vita, e il responsabile di aggressione fisica o stupro è sette volte su dieci il marito o il compagno: la famiglia uccide più della mafia, le strade sono spesso molto meno a rischio-stupro delle camere da letto.
Nell’estate 2006 quando Hina, ventenne pakistana, venne sgozzata dal padre e dai parenti, politici e media si impegnarono in un parallelo fra culture. Affermavano che quella occidentale, e italiana in particolare, era felicemente evoluta per quanto riguarda i diritti delle donne. Falso: la violenza contro le donne non è un retaggio bestiale di culture altre, ma cresce e fiorisce nella nostra, ogni giorno, nella costruzione e nella moltiplicazione di un modello femminile che privilegia l’aspetto fisico e la disponibilità sessuale spacciandoli come conquista. Di contro, come testimonia il recentissimo rapporto del World Economic Forum sul Gender Gap, per quanto riguarda la parità femminile nel lavoro, nella salute, nelle aspettative di vita, nell’influenza politica, l’Italia è 84esima. Ultima dell’Unione Europea. La Romania è al 47esimo posto.
Se questi sono i fatti, cosa sta succedendo?
Succede che è più facile agitare uno spauracchio collettivo (oggi i rumeni, ieri i musulmani, prima ancora gli albanesi) piuttosto che impegnarsi nelle vere cause del panico e dell’insicurezza sociali causati dai processi di globalizzazione.
Succede che è più facile, e paga prima e meglio sul piano del consenso viscerale, gridare al lupo e chiedere espulsioni, piuttosto che attuare le direttive europee (come la 43/2000) sul diritto all’assistenza sanitaria, al lavoro e all’alloggio dei migranti; che è più facile mandare le ruspe a privare esseri umani delle proprie misere case, piuttosto che andare nei luoghi di lavoro a combattere il lavoro nero.
Succede che sotto il tappeto dell’equazione rumeni-delinquenza si nasconde la polvere dello sfruttamento feroce del popolo rumeno.
Sfruttamento nei cantieri, dove ogni giorno un operaio rumeno è vittima di un omicidio bianco.
Sfruttamento sulle strade, dove trentamila donne rumene costrette a prostituirsi, metà delle quali minorenni, sono cedute dalla malavita organizzata a italianissimi clienti (ogni anno nove milioni di uomini italiani comprano un coito da schiave straniere, forma di violenza sessuale che è sotto gli occhi di tutti ma pochi vogliono vedere).
Sfruttamento in Romania, dove imprenditori italiani – dopo aver "delocalizzato" e creato disoccupazione in Italia – pagano salari da fame ai lavoratori.
Succede che troppi ministri, sindaci e giullari divenuti capipopolo giocano agli apprendisti stregoni per avere quarti d’ora di popolarità. Non si chiedono cosa avverrà domani, quando gli odii rimasti sul terreno continueranno a fermentare, avvelenando le radici della nostra convivenza e solleticando quel microfascismo che è dentro di noi e ci fa desiderare il potere e ammirare i potenti. Un microfascismo che si esprime con parole e gesti rancorosi, mentre già echeggiano, nemmeno tanto distanti, il calpestio di scarponi militari e la voce delle armi da fuoco.
Succede che si sta sperimentando la costruzione del nemico assoluto, come con ebrei e rom sotto il nazi-fascismo, come con gli armeni in Turchia nel 1915, come con serbi, croati e bosniaci, reciprocamente, nell’ex-Jugoslavia negli anni Novanta, in nome di una politica che promette sicurezza in cambio della rinuncia ai principi di libertà, dignità e civiltà; che rende indistinguibili responsabilità individuali e collettive, effetti e cause, mali e rimedi; che invoca al governo uomini forti e chiede ai cittadini di farsi sudditi obbedienti.
Manca solo che qualcuno rispolveri dalle soffitte dell’intolleranza il triangolo nero degli asociali, il marchio d’infamia che i nazisti applicavano agli abiti dei rom.
E non sembra che l’ultima tappa, per ora, di una prolungata guerra contro i poveri.
Di fronte a tutto questo non possiamo rimanere indifferenti. Non ci appartengono il silenzio, la rinuncia al diritto di critica, la dismissione dell’intelligenza e della ragione.
Delitti individuali non giustificano castighi collettivi.
Essere rumeni o rom non è una forma di "concorso morale".
Non esistono razze, men che meno razze colpevoli o innocenti.
Nessun popolo è illegale.


Scritto e promosso da: Alessandro Bertante, Gianni Biondillo, Girolamo De Michele, Valerio Evangelisti, Giuseppe Genna, Helena Janeczek, Loredana Lipperini, Monica Mazzitelli, Marco Philopat, Alberto Prunetti, Marco Rovelli, Stefania Scateni, Antonio Scurati, Beppe Sebaste, Lello Voce, Wu Ming.
Tra i primi firmatari: Fulvio Abbate – Maria Pia Ammirati – Manuela Arata – Bruno Arpaia – Articolo 21 Liberi di – Rossano Astremo – Andrea Bajani – Nanni Balestrini – Guido Barbujani – Ivano Bariani – Giuliana Benvenuti – Silvio Bernelli – Stefania Bertola – Bernardo Bertolucci – Sergio Bianchi – Ginevra Bompiani – Carlo Bordini – Laura Bosio – Botto&Bruno – Silvia Bre – Enrico Brizzi – Luca Briasco – Elisabetta Bucciarelli – Franco Buffoni – Errico Buonanno – Lanfranco Caminiti – Rossana Campo – Maria Teresa Carbone – Massimo Carlotto- Lia Celi – Maria Corbi – Stefano Corradino – Mauro Covacich – Erri De Luca – Derive Approdi – Donatella Diamanti – Jacopo De Michelis – Filippo Del Corno – Mario Desiati – Igino Domanin – Tecla Dozio – Nino D’Attis – Emergency – Francesco Forlani – Enzo Fileno Carabba – Ferdinando Faraò – Marcello Flores – Marcello Fois- Gabriella Fuschini – Barbara Garlaschelli – Enrico Ghezzi – Tommaso Giartosio – Lisa Ginzburg – Roberto Grassilli – Andrea Inglese – Franz Krauspenhaar – Kai Zen – Nicola Lagioia – Gad Lerner – Giancarlo Liviano – Claudio Lolli – Carlo Lucarelli – Marco Mancassola – Gianfranco Manfredi – Luca Masali – Sandro Mezzadra – Giulio Milani – Raul Montanari – Giuseppe Montesano – Elena Mora – Gianluca Morozzi – Giulio Mozzi – Moni Ovadia – Enrico Palandri – Chiara Palazzolo – Melissa Panarello – Valeria Parrella – Anna Pavignano – Lorenzo Pavolini – Giuseppe Pederiali – Sergio Pent – Santo Piazzese – Tommaso Pincio – Gabriella Piroli – Guglielmo Pispisa – Leonardo Pelo – Gabriele Polo – Andrea Porporati – Alberto Prunetti – Laura Pugno – Serge Quadruppani – Christian Raimo – Veronica Raimo – Franca Rame – Lidia Ravera – Jan Reister – Enrico Remmert – Marco Revelli – Ugo Riccarelli – Anna Ruchat – Teresa Sarti – Roberto Saviano – Sbancor – Clara Sereni – Gian Paolo Serino – Nicoletta Sipos – Piero Sorrentino – Antonio Spaziani – Gino Strada – Subsonica – Carola Susani – Stefano Tassinari – Annamaria Testa – Laura Toscano – Emanuele Trevi – Filippo Tuena – Raf Valvola Scelsi – Francesco Trento – Nicoletta Vallorani – Paolo Vari – Giorgio Vasta – Maria Luisa Venuta – Grazia Verasani – Sandro Veronesi – Marco Vichi – Roberto Vignoli – Simona Vinci – Yo Yo Mundi
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