Orizzonte

Il mio orizzonte, per un mese, saranno i due promontori gemelli, simili a mastodontici capodogli che proteggono un'insenatura dell'isola di Leros. Vado di nuovo sulle tracce del romanzo che sto scrivendo (uno dei due), ad ascoltare le voci e a raccogliere i frammenti sparsi di vite lontane nel tempo che ancora risuonano tra acqua e roccia. Lascio l'Italia con uno strano sentimento che mescola rabbia ed indulgenza. Vorrei spiegare a lungo, a chi me lo chiede, e sono parecchi, che uno scrittore combatte per quello in cui crede con la sua scrittura. Vorrei dire a tutti quelli che propongono di boicottare la Mondadori (e dunque l'Einaudi, la mia casa editrice da sempre) che questo significherebbe, per gli scrittori, tirare i remi in barca e smettere di avere fiducia che le proprie parole, il proprio lavoro (che poi è anche lavoro di squadra, dunque di direttori di collana, editors, grafici e quant'altro) è importante e vale la pena di essere difeso. E per i lettori significherebbe essere più poveri, più poveri di voci e di compagni di vita. Si resta in certi luoghi anche quando si sta scomodi. Ci si resta perché (e se) si continua a pensare che quei luoghi meritino la nostra presenza e la nostra voce. Andarsene, in tante occasioni della vita, sia minime che enormi, sia private che pubbliche, è un pavido gesto di resa. Un modo un po' troppo semplice per eliminare le contraddizioni. Tanto più che le contraddizioni non si eliminano con un gesto: ci si sta dentro e si cerca per quanto si può di sgretolarle, un pezzetto alla volta. Il nostro Paese, è una contraddizione. E non basta certo un plateale beau gest da parte degli scrittori per risoverla. 

Quando tornerò sarà autunno. E l'autunno vuol dire che si avvicina l'inverno, la stagione che amo. Spero di tornare con gli occhi pieni d'acqua, i muscoli allenati e il portatile carico di storie. 

Annunci

Il più grande dei mondi

"Appoggiato al lungo manico del mio falcetto, faccio una pausa durante il lavoro nel frutteto e osservo le montagne intorno e il villaggio sottostante. Mi domando come mai i pensieri delle gente siano arrivati a girare più in fretta del volgere delle stagioni."

Masanobu Fukuoka, La rivoluzione del filo di paglia

PICT0124

La mattina apro il file e non so quale voce incontrerò. Ricomincio da capo ogni giorno e anche se la pagine lentamente si accumulano, non ho la più vaga idea, ancora, di quale forma stia prendendo questa storia che scrivo. Queste storie che scrivo. Perché ci sono due cose che corrono parallele e a seconda dei giorni è l’una oppure l’altra a chiamarmi, come sempre mi accade. A un certo punto arriva il momento della disciplina: mettere tutte le carte in tavola e cercare di decifrare l’arcano, ma ancora non sono lì. Allora apro altri file, ricostruisco attimi misteriosi di vite lontane nel tempo, oppure mi lascio sommergere dalle parole di qualcun altro. Vedo, respiro, vivo e penso con il corpo e la testa e le frasi di un altro scrittore (una scrittrice, in questo particolare caso) e mi fa bene. Tradurre è così: ti allontana da te stesso e ti costringe all’attenzione, alla cura del dettaglio, ti obbliga a trovare un differente ritmo di respirazione, non quello che ti è naturale, ma quello che usa questo altro, -o altra- al quale ti accosti con umiltà e pudore, spesso senza nemmeno domandarti se le cose che scrive, e come le scrive, ti piacciano o meno. Sei al suo servizio e non puoi permetterti di dimenticarlo nemmeno per un istante.
 
Alzo lo sguardo verso gli alberi fuori dalla finestra. Attendo con impazienza il momento in cui le foglie cominceranno a cadere e finalmente la vallata si aprirà davanti a me, un orizzonte più lontano, più largo e azzurro. L’orto certi giorni posso anche dimenticarlo: piove un poco quasi tutti i pomeriggi. I pomodori sono ancora verdi. I baccelli dei fagioli si gonfiano e arrossiscono sulla pianta e zucchine e insalate si moltiplicano senza particolari cure. Gusci d’uova sbriciolati e macerato di aglio e rosmarino per allontanare afidi e lumache. Stop. La gatta mi segue nei miei giri di perlustrazione e affonda le unghie nel terriccio smosso dalle talpe. Qualche giorno fa è passata una lupa sotto le finestre del mio studio. Al primo colpo d'occhio ho pensato (o forse l'ho detto, ché ormai parlo da sola): "ma che cinghiale magro!". Poi lei è passata di nuovo, probabilmente seguiva le tracce dei piccoli di cinghiale, e l'ho vista bene. Era giovane, e affamata. Ho battuto le mani, non so neanche perché visto che la gatta era in casa, e la lupa ha sollevato la testa e mi ha guardato ben bene, poi si è girata e, con tutta la calma del mondo, se n'è andata verso la valle. Lo sguardo più intenso che mi sia capitato in queste ultime settimane: non si dimenticano, gli occhi di un lupo, ed è la seconda volta che li incontro, in pochi mesi.
 
Mi domando se sono io ad essermi un poco allontanata dagli esseri umani ai quali volevo bene e con i quali condividevo molte cose o se è nella natura dei rapporti umani distrarsi, allontanarsi, allentarsi per poi forse ritrovare una traiettoria che avvicina. Questa è la vita che volevo, la vita che voglio e per la quale sono portata. Come per tutte le cose, c'è un prezzo da pagare, ed è la distanza – fisica, ma in certo modo anche spirituale- da alcune persone. Mi ripagano le testarde piccole piante che sbucano dalla terra, mi ripagano le bestie selvatiche, il silenzio, il profumo del bosco e il cielo grande sopra la testa? Credo di sì, però un lampo di sofferenza ogni tanto mi attraversa. Vorrei mostrare a quelli ai quali voglio bene le piccole avventure che si iscrivono sul dorso delle montagne un giorno dopo l’altro e una notte dopo l’altra, tante storie minime che messe insieme fanno il senso di tutto. Vorrei fargli vedere che si può davvero scegliere di vivere in un altro modo: rallentare, diminuire, lavorare uno spazio di terra ridotto, ma più in profondità. Vorrei rovesciare davanti a loro i tesori accumulati in queste settimane: rami rossi di sambuco seccati che sembrano coralli, penne e piume di uccelli, code di lucertola, ghiande, malli di noce e coleotteri con il carapace di oro fuso, grappoli di lucciole accese e l’eco di misteriosi suoni notturni. 
 
Io sono qui. E voi, dove siete?

"Io credo che se uno entra a fondo nell'ambiente che lo circonda immediatamente e nel piccolo mondo di tutti i giorni in cui vive, il più grande dei mondi si rivelerà."

M.F.

 


Semina e polli blu

Primo: scegliere il pezzo di terra giusta in base all'inclinazione del terreno, l'esposizione al sole e ai venti, la presenza o assenza di alberi con le radici troppo espansive o le fronde troppo ampie. Poi misurarlo, delimitarlo, studiare le zone in cui suddividerlo. E cominciare a dissodare: frantumare il manto erboso preesistente, estirpare erbacce e sassi, rivoltare le zolle e ricoprirle con una spolverata di concime organico. Oppure non fare niente, e lasciare che la terra faccia da sé quello che deve, e vuole fare? Poi procedere alla semina. Per questo, occorre attende la stagione giusta. E adesso è la stagione giusta. Occorre stare attenti a che tipo di semi hai intenzione di piantare, prima di farlo: alcuni devono stare coperti sotto una morbida coltre scura, altri puoi spargerli sopra la terra e basta. Poi dovrai proteggerli dal becco arrogante degli uccelli –il metodo delle palline d’argilla?- innaffiare, controllare le piantine nuove quando finalmente spunteranno,  e magari trapiantarle, distanziarle le une dalle altre e tenere alla larga le bestie selvatiche. Ultimo: pregare che piova né troppo né troppo poco. 



Coltivare un orto non è tanto diverso dallo scrivere un libro. Tranne il fatto essenziale che tutte le operazioni di cui sopra le fai anche da seduto e senza vanga o rastrello a spellarti le mani e vento e insetti a girarti attorno o picchiarti addosso. Forse è per questo che l'idea di cominciare mi rende così felice. Procederanno di pari passo pagine e ortaggi. Ci sarà apprensione per entrambi, giorni di sconforto e altri di luce. L'angoscia delle trasferte lavorative col senso di colpa per l'abbandono. Però la testa si stancherà finalmente insieme al corpo, a fasi alterne. E tutte le domande che mi farò, in un caso e nell'altro, avranno una risposta che potrò usare in due sensi. Nel frattempo, cerco movimenti tellurici sotto i polpastrelli. Accarezzo le foglie nuove degli alberi. Qualche tempo fa ho osservato con sgomento un pavone che faceva la ruota a nessuno -o meglio, la femmina c'era, ma badava a beccare per terra- e le sue penne e piume sollevate a cerchio vibravano con dolcezza e violenza insieme. Un milione di occhi azzurri mi fissavano tremolando come fiamme. Ho ricordato le parole d'amore di Flannery O'Connor per i suoi polli blu.


 
Tutti dovrebbero poter contemplare un pavone, e soprattutto, avere accesso a un giardino. 

 


Io Amo

Andrej Letko
 
17 marzo 1977 – 1 febbraio 2010


9bc7911f6c11599e96d6c76f4fe5533f
Non te l’ho mai detto che Dimitri, uno dei personaggi del mio romanzo Strada Provinciale Tre, l’avevo costruito rubandoti delle cose. Forse perché la tua storia e la sua erano molto molto diverse, neanche il Paese era lo stesso: la tua città era Bratislava, Repubblica Slovacca, e la sua Kiev, Ucraina. Quasi niente, alla fine, corrispondeva. Però, c’era il tuo modo di muoverti, da puledro bellissimo e sgraziato con le zampe troppo lunghe e quella frenesia di mettersi a correre quando ancora non sa neanche tenersi dritto; c’era il tuo modo di costruire le frasi, la tua vitalità e la tua fretta di mangiare la vita. Il tuo sorriso. Adesso, penso al tuo corpo giovane che dentro la cella frigorifera di un obitorio d’ospedale aspetta di sapere se tornerà a casa, oppure resterà nella città che lo aveva accolto nelle sue strade, gelide d’inverno e bollenti d’estate. Nevica, oggi, e io guardo i fiocchi bianchi fuori dalla finestra e penso che uscendo di casa non avrò mai più la gioia inaspettata di incontrarti da qualche parte e di abbracciarti e di ascoltare con trepidazione le tue novità. Perché io ci speravo davvero, Andrej, ci credevo che la tua energia e i tuoi talenti sarebbero riusciti ad averla vinta sulla strada, sulle sostanze, sull’autodistruzione, sulla sfiga. Eri troppo bello e troppo intelligente, tu, per farti fregare davvero, in via definitiva. E invece. E invece ascolto la tua voce dentro la testa e cerco di ricordare la stretta delle tue braccia l’ultima volta che ti ho visto, che era la fine di ottobre e a Bologna faceva un freddo assurdo, e tu mi hai sollevata da terra e mi hai fatta girare come si fa con i bambini. Anche quest’anno avremmo festeggiato i nostri compleanni a pochi giorni di distanza. Probabilmente ti avrei mandato un sms o una mail per dirti una cazzata tipo pesciolino-fratellino, auguri!

Su uno dei tuoi profili on line, alla dicitura Interessi, avevi scritto così: IO AMO. E mi piace pensare che tu non abbia smesso. Sai cosa faccio, Andrej, me la prendo io, questa frase, questo motto. Un’altra cosa che ti rubo. Anche se conoscendoti un po’ penso che me l’avresti regalata volentieri, se te l’avessi chiesta.

IO AMO.

Quale migliore disposizione si può indossare sopra il cuore per attraversare le strade del mondo?

Ps Però Andrej, vaffanculo, sono ancora qui che aspetto il nuovo template per questo blog che mi avevi promesso due anni fa.


Domani

tomorrowCercavo un video da postare qui per augurare, a tutti quelli che casualmente passeranno nei prossimi giorni, un nuovo anno selvaggio. Volevo farlo con le immagini del film 2009 che ho amato di più, e  all’improvviso nella mia casella di posta è comparso questo disegno qua sopra. Me l’ha mandato R. senza specificare l’autore. (Che sia lei? Sì, R. è una donna misteriosa che mi manda segnali di fumo e piccoli fantasmi).  E insomma, dal momento che il film è per l’appunto Nel Paese delle Creature Selvagge di Spike Jonz, sono rimasta sorpresa. Sincronicità. E’ bello quando succede. Il 2009 è stato un anno difficile credo per tutti. Forse non più di altri anni passati o futuri, ma certo non spensierato. Il cielo fuori dalla mia finestra cittadina è grigio tipo lastra di piombo, ma adesso riempio uno zaino e me ne vado qualche giorno nel bianco. A nascondermi. Ritrovarmi. Abbracciare qualcuno. I files dentro il pc si riempiono di storie. Il 2010 sarà un anno di cose da portare a termine e poi sgravare. E con un paio di sogni da realizzare. Auguro a tutti quanti belle storie da raccontare e farsi raccontare. Magari anche brutte, ché quando hai finito di raccontarle o di ascoltarle, anche le storie brutte ti hanno insegnato qualcosa. Il sole prima o poi torna sempre fuori.

Stay wild.


Una metà

"Tienimi al tuo fianco, gli dissi; fammi
essere soltanto una metà – una metà soltanto (non
importa quale) -, ma una e definita
e non l’una e l’altra, insieme e separate, insieme e
incompatibili,
poichè allora non sono altro
che un taglio divisorio profondo verticale
la lama di un dolore, profondo e senza
nome",
e neanche la lama in quel caso vi appartiene. "Non ne
posso più – gli dissi – tienimi."

Yannis Ritsos, Persefone

Era tutto bianco. La neve è tornata anche quest’anno. Il fuoco era acceso e i nostri libri aperti tutt’intorno, sparsi tra letto, divano e tavoli; c’erano pentole sul fuoco e vino rosso nell’unico calice superstite. Ho chiuso gli occhi e ho sentito che la mia vita era quella, e non un’altra. Tutto era bellissimo, imperfetto e vibrante. E io ero presente. Ho alzato la mano, come facevamo da bambini a scuola prima di parlare, e gli ho detto: sono qui.


mekong*No, non è il Mekong, è l’isola del Giglio, Campese, tre o quattro sere fa.

Se agosto era rosso, e misterioso, settembre è oro infuocato. E’ polvere di stella senza nome, e sogno sognato al risveglio. La "mia" città si scuote dall’estate, si scuotono i suv, gli autobus, i cantieri, gli uffici, sbattono i portoni dei palazzi e sferragliano le serrande dei negozi, si svegliano gli studenti che tornano con i segni del costume da bagno addosso e la testa piena di vento e canzoni imparate a memoria, e pure io torno, ma la valigia resta aperta, che presto riparto. Fare quel che occorre fare, ma senza perdere di vista la rotta. Che ora tira dritta al largo, punta all’orizzonte e sfida la paura, senza tremare.

bimbi on the beach