Trittico su una Casa

Il pezzo che segue è un Oggetto Non Identificato. Note di lavorazione divaganti e collaterali a un progetto al quale sto lavorando. E' anche una specie di variazione sul tema dell'anima dei luoghi. Nello specifico, dei luoghi nei quali sono accaduti fatti violenti; il tentativo di farli parlare in un modo diverso da quello che viene comunemente utilizzato dai media.

 

 Perugia

Gennaio 2010
 

IR_Delitto di Perugia_8589


E’ una casa vuota, ordinata, apparentemente muta. Gli scuri sono serrati. Vista dal vero è più piccola di come appare nelle fotografie o nelle immagini degli speciali televisivi. O forse è anche che la si guarda dall’alto, infossata com’è al di sotto della strada sopraelevata. E’ appena al di fuori della mura antiche della città, subito oltre il viale di circonvallazione. Le macchine scorrono in entrambe le direzioni di marcia, a qualsiasi ora del giorno o della notte. 

Sembrava isolata e tranquilla, vista nelle foto, e isolata, in un certo senso lo è: se urli, da qui, forse non ti sente nessuno, se fai casino, tieni la musica alta e inviti troppi amici, nessuno se ne accorge. Le prime case sono dall’altra parte della strada, abbastanza lontane, dietro un parcheggio. Dalle finestre, i vicini forse non riescono nemmeno a vederlo, questo piccolo giardino, soltanto il tetto, e la terrazzina. C’è un camino, un piccolo portico rustico con la colonna di mattoni. Fa freddo, la pioggia che cade sottile sottile assomiglia alla neve. Un impasto bianco sciolto, gelido sulle mani e sulla porzione di faccia scoperta.

Solo una finestra è esposta in direzione della strada, le altre danno sulla vallata, che si apre ampia e verdissima appena sotto il terrapieno sul quale la casa è costruita. Negli annunci di affitto, ora che è stato ordinato il dissequestro e l’immobile è tornato a disposizione dei legittimi proprietari, veniva definito “villino”.  A quanto mi dicono amici perugini, il villino di via della Pergola 7 è sempre stato quello che è oggi: una casa di studenti, per studenti. Non ci ha abitato, negli ultimi decenni, una famiglia, non ci sono nati né cresciuti bambini, uno di quei posti dove si fanno le feste, che accolgono per brevi periodi vite diverse che arrivano da lontano, si mescolano, e poi vengono risputate fuori con un'alternanza sistole/diastole di moto centripeto e moto centrifugo tipica degli anni universitari. Un posto dove passare, non dove restare.

E invece, Meredith è rimasta qui. In una delle stanze sul retro, la più piccola, è rimasta una ragazza inglese di 21 anni.

Non può andarsene. Non potrà andarsene mai. Mai per davvero.

C’è un grande albero di magnolia, appena oltre il guardrail. Le sue foglie giocano con il muro bianco granuloso, ridipinto di fresco, della casa dove una ragazzina si è smarrita per sempre.
 

  novembre 2007
 

IR_Delitto di Perugia_8565

 

La casa non è mai stata così piena di gente, neanche durante le feste più pazze, mai. E’ letteralmente infestata. Gli agenti della Polizia Scientifica, quelli della Postale, i ragazzi che la abitano e quelli che la frequentano abitualmente, un andirivieni che fa circolare l’aria dentro le stanze, muove le pagine dei libri, gli orli dei vestiti abbandonati sulle seggiole o per terra.

La casa violentata, calpestata, toccata, sfiorata, fotografata, ripresa, studiata, dissezionata. Eccola: pronta a diventare un plastico in uno studio televisivo, un set dell'incubo.

La casa, che geme sotto il peso di tutti quei passi, quelle mani, quell’attenzione non richiesta. Si ribellerà, in qualche modo?

 

Passato (-)
 

IR_Delitto di Perugia_8570


Le luci sono tutte accese. Una finestrella che emana una vibrazione color albicocca. Le auto che passano lungo via della Pergola non se ne accorgono, hanno i finestrini chiusi, vanno di fretta, non c’è nessuno
spiazzo in cui avrebbe il minimo senso accostare e fermarsi, qui, neanche se la vista della vallata che si stende al di sotto di quel villino è così bella. Non se ne accorgono, ma la casa vibra,
letteralmente. Emana odori e le sue pietre sudano. E’ proprio come un corpo. Un corpo giovane, che scrolla da sé l’idea della morte, degli anni, del tempo che corre veloce. E’ nel suo presente più bello e la sua pancia risuona di voci, chitarre strimpellate, baci schioccati. I vetri delle finestre umidi di vapore lasciano scorgere solo ombre. E fuori, le luminarie natalizie attaccate alla bell’e’meglio, con lo scotch. Su un tavolino davanti al portico c’è ancora una zucca di Halloween intagliata, ormai ammuffita, quasi mummificata, che continua a sorridere. La casa si scuote dalle fondamenta, asseconda il ballo dei giovani corpi che la abitano con i loro sogni, le loro urla, i loro segreti sussurrati da bocca a bocca mentre i bassi di una musica percuotono carne e mattoni come pugni. 

(In memory of Meredith Kercher)

Le immagini che accompagnano il testo sono del fotografo Italo Rondinella e sono protette da copyright. 

Annunci

C’etait Une Histoire d’Amour -Jeanne e Amedeo Modigliani- Art News

Questa mia micro-sceneggiatura è stata realizzata per il Magazine di Arte e Cultura di Rai Tre, Art News, in onda ogni sabato alle 16. La Rubrica si chiama Noir e quest'anno è affidata ad una serie di scrittori italiani. Sul sito vengono via via messe tutte quante le puntate. 

Qui, la puntata completa andata in onda sabato scorso 23 ottobre. 
Qui, le puntate precedenti. 

Qui, la colonna sonora ideale di questo testo.

La mia prossima sceneggiatura sarà dedicata al pittore Simeon Solomon


Dall’altra parte della strada -2-

Questo mio pezzo è uscito nel nuovo numero di Piazza Grande, in vendita in questi giorni per le strade di Bologna, e consultabile on line, qui.

La prima volta che ci sono venuta, da queste parti, facevo la quarta ginnasio e una mia compagna di classe mi aveva invitata a studiare a casa sua. Ho un ricordo confuso di un lunghissimo viaggio in autobus attraverso zone agricole e cantieri, spazi vuoti verdi e marroni e l’apparizione all’orizzonte di una landa desolata sopra la quale come funghi atomici erano esplosi chissà quando palazzi che somigliavano ad astronavi aliene. Da una parte c’era il fiume Reno, dall’altra i tralicci dell’alta tensione e questa edilizia popolare, così diversa da tutto quello che conoscevo: venivo dalla campagna di Budrio e il mio orizzonte erano campi piatti e nebbiosi, e per cinque ore, la mattina di sei giorni alla settimana, i muri incombenti oltre le finestre lunghe e strette del liceo Galvani in via Castiglione, pieno centro storico. Qui, a Santa Viola, quartiere barca-Reno, alla me quattordicenne e digiuna ancora di viaggi e metropoli, sembrava di essere atterrata in un'altra città, un altro Paese, un altro Mondo. E la stessa sensazione in effetti ce l’ho anche oggi, meno straniante però, perché nel frattempo gli spazi vuoti verdi e marroni si sono riempiti: di palazzi, di giardini pubblici. E di gente, che oggi, domenica d’aprile d’elezioni con l’aria di vera primavera (anche non lo sappiamo che una perturbazione infinita ci farà ripiombare nell’inverno per un altro mese di buio e piogge) affolla i cortili delle scuole elementari e medie trasformati in seggi, sfoggiando alternativamente mise d’alta moda e tute sformate; e poi, già che è dovuta uscire per votare, lascia che corpo e polmoni prendano aria, magari un gelato, due passi con il cane e i bambini.  Anche per me è stato un sollievo uscire finalmente dall’asfittico centro storico, tutto ripiegato sui propri intestini rossorosa di portici e  ritrovarsi fuori, con il cielo aperto sopra la testa. Lungo i viali di circonvallazione, al posto delle solite file di suv c’erano scooter e ragazzini in maglietta che filavano verso i colli per andare a stravaccarsi su un prato. Al quartiere Reno-Barca, ogni cortile  e ogni giardino, pubblico o privato, sono fioriti. Forse la domenica non è il giorno giusto per capire i posti: le attività abituali sono sospese, la gente, finalmente libera, se la giornata è bella esce dalle case per andare a fare quello che gli pare e non quel che è costretta a fare. Ci sono meno auto e molte più biciclette e l’atmosfera è respirabile. Allora, forse, il giorno sbagliato è il giorno giusto. Perché è alla domenica che capisci come gli spazi vengono usati dalla gente nel tempo vero, quello che possono finalmente dedicare a se stessi, e dunque tanto più indicativo per comprendere come sia stato progettato e come si sia evoluto veramente un quartiere.
 
In via Nullo Baldini, davanti ai portici del “Treno” -duecentocinquanta metri di cemento bianco e girgio senza soluzione di continuità disegnato dall’architetto Vaccaro e edificato dallo IACP negli anni ’60- c’è un mercatino domenicale fitto così di gente. Ti ci butti in mezzo lasciandoti trascinare dalla folla e guardi i banchetti di pentole, biancheria per la casa, le montagne di calzini a un euro e ascolti le chiacchere della gente. E la vera sorpresa è che l’arabo si mescola al dialetto bolognese. La sorpresa è che un venditore di scarpe da ginnastica cerca di spiegarsi a una donna in niquab e nessuno sembra farci minimamente caso. I cachet azzurrini o violetti delle ‘sdaure’ si mescolano allegramente ai veli integrali, e gomito a gomito, donne di culture lontanissime e teoricamente incompatibili, frugano nei cesti di mutande mentre i mariti fumano e girano la testa di qua e di là, distratti. Al bar, una fauna eterogenea di giovani e meno giovani locali si fanno servire caffè e aperitivi da una coppia di giovanissimi camerieri orientali e i più vecchi si appassionano in discussioni politiche che io, ormai forzata habituè dei bar del centro storico frequentati da studenti universitari credevo perdute per sempre. Chiuse a tripla mandata o trasformate in pizzerie con le cozze di plastica appese ai muri come le antiche sezioni di campagna del Pc o di Rifondazione Comunista. D’altra parte, è qui che pulsa il cuore popolare di Bologna. E’ qui che sono nate le prime fabbriche e industrie bolognesi e dunque le prime cooperative. E’ qui che si sono riversati gli immigrati dal Sud negli anni sessanta e dove vuoi che andassero i nuovi immigrati, che sempre dal Sud vengono anche se è un Sud più lontano?
 
Nei giardinetti davanti al Cimitero cittadino della Certosa, ultima tappa del tour di oggi, fotografi una vecchia signora dalle mani diafane insaccata su una carrozzina spinta da una robusta, bionda e impassibile badante col muso duro e l’ipod conficcato a forza nelle orecchie. Ti immagini che la vecchia signora parli da sola e non si aspetti ormai nessuna risposta dal mondo, figuriamoci da una badante straniera.
Eppure, questa è la città dell’accoglienza. Lo è sempre stata, lo è ancora e sempre lo sarà, dicono.
La più antica università d’Italia, orde di studenti da ogni parte d’Italia e d’Europa. Liberalità e simpatia. I bolognesi, gente ospitale, generosa e aperta.
Sarà. Forse, ci crederai di nuovo davvero quando nei sotterranei umidi e ombrosi della Certosa spunterà una lapide simile a quella che ora stai contemplando con due lacrimuccie che ti pizzicano l’angolo degli occhi: “Il 6 febbraio 1935 spirava nelle braccia del signore ERSILIA VENTURI, di anni 69, fu domestica fedele e onesta per 41 anni presso la nobile Casa Masetti ove dedicò con zelo tutta la sua vita e fu da loro contraccambiata con le più amorose cure.”
Ci sarà un nome come Catarina o Slavenka, o Ileana, e la foto di una donna con gli occhi di ghiaccio che tiene tra le sue mani robuste quella diafana di una vecchia signora bolognese.
 
Fuori, nella luce rosata del tramonto, la gente passa da sola, in coppia o in comitiva. Italiani e stranieri e stran-i-eri-italiani (ché ci sono anche loro e sono tanti). Passano a piedi, in bici, in scooter. Zitti oppure chiacchierando. L’acqua del canale scintilla placida e molti forse si domandano quale sarà l’esito delle elezioni, domani mattina. Io, allargo ancora la domanda, dentro, e mi chiedo quale sarà l’anima di questa città, domani mattina; e poi tra un mese e tra dieci anni. E mi viene da essere languida e fiduciosa – almeno per una volta, almeno per cinque minuti- e da pensare che questa città, con giusto un pelo di sforzo in più da parte dei suoi prossimi governanti e dei suoi cittadini, originari o acquisiti, quegli aggettivi là, tipo “generosa”, “aperta”, “ospitale”, se li merita e se li meriterà ancora. 


Sei fuori posto anche tu?

sei fuori posto

Sei narratori italiani raccontano il nostro tempo e il nostro Paese.

Da un Sud del mondo all'altro: nel lungo racconto Il contrario della morte, di Roberto Saviano, un giovanissimo reduce dall'Afghanistan incontra la sposa di un compagno rimasto ucciso. Anche Maria è molto giovane, troppo per essere vedova, e sa benissimo che cos'è l'amore… Un secolo indietro, un'altra guerra: in Ferengi di Carlo Lucarelli, a Massaua, Colonia Eritrea, agli occhi della serva Aster, che l´amore non lo conosce, gli italiani non fanno bella figura. Fanno paura. Altre serve, o schiave, che forse si libereranno: come Grazia, la protagonista del racconto di Valeria Parrella, Il premio, nell'Italia ancora contadina del secondo dopoguerra. «Si diceva che il suo bambino avrebbe parlato l'italiano, e avuto un bel cognome piemontese». Nella Milano degli anni Ottanta, dove il marcio appare quando meno te lo aspetti, ci porta invece Piero Colaprico con Scala C: all'ex maresciallo Pietro Binda torna in mente una storia di quegli anni, il giorno che il suo nipotino londinese gli chiede, nonno che cos'è il destino? Scatenato, vorticoso, esilarante, Wu Ming mette in scena nel segno della libertà della scrittura, e di un singolarissimo made in Italy, tra l'Italia d'oggi e l'America di Benjamin Franklin, la strana indagine che porta a scoprire chi è davvero American Parmigiano. Conclude il libro una meditazione controcorrente sulla vita solitaria che è anche risorsa, premessa per rimettere a fuoco lo sguardo nell'eccesso di rumore che è il nostro presente, viene da Simona Vinci: Un'altra solitudine.

In libreria dai primi di maggio. 

Saremo in banda* al Salone del libro di Torino domenica 16 maggio alle 18 e 30, Sala dei 500. 

*Errata corrige: tutti gli autori tranne i Wu Ming.


Maestri

 “Gli unici maestri che hai sono i maestri che accetti, che scegli. Dunque, il maestro sei sempre tu.”
Pierre Levy, Il fuoco liberatore


Domani vado in Sicilia, a Palermo, per Il Mondello Giovani. (Io sono un senior writer, mi sa, per i ragazzi che incontrerò). Venerdì c’è questo incontro dedicato ai ‘Maestri’. Non è che mi siano state date indicazioni troppo precise, per cui ho immaginato che ciascuno dei partecipanti si costruirà il suo personalissimo percorso. E’ da settimane che mi arrovello, perché ‘sta cosa dei ‘Maestri’ a me non è che sia mai andata giù del tutto. La posizione dell’allieva mi è sempre stata stretta. Non ho mai sopportato che qualcuno si mettesse in cattedra e mi spiegasse com’è che va la vita, com’è che si fanno le cose, e quando e perché, e giù di dettagli e prescrizioni. Mi sono sempre scrollata di dosso tutto quello che non mi serviva, trattenendo degli insegnamenti solo quello che sentivo di poter integrare alla mia ricerca che procedeva solitaria. Un sacco di errori e di tempo perso, lo ammetto, ma io è così che ho sempre imparato e imparo. Altrimenti, zero. Guardando indietro alla mia storia però, oggi, quelli che sono stati i miei ‘Maestri’ li riconosco. Li ho incontrati nei libri. Li incontrati nei fotogrammi di un film, a teatro, in un dipinto o in una fotografia. Ma li ho incontrati anche per strada, nei bar, in un campo, su uno scoglio a strapiombo sul mare. Qualcuno poi -si contano sulle dita di una mano, questi- l’ho incontrato nei luoghi canonici in cui si incontrano i maestri: nelle aule di un’università, per esempio. E mi è venuto in mente che gli avevo scritto una lettera, a questi maestri, tanti anni fa.

Questa.

      UNA LETTERA AI MAESTRI

                     

Nei miei sogni di quando avevo 13 anni, il Maestro aveva il viso segnato di Herman Hesse. Avevo una sua foto nel diario e la guardavo ogni giorno. Pensavo che il primo giorno di liceo lo avrei trovato lì, dietro una cattedra di legno massiccio, con la pipa in mano e gli occhi scintillanti. Rughe ai lati della bocca che non riuscissero a spegnere il sorriso. Immaginavo che mi avrebbe scelta tra tutti come l’allieva preferita, che avremmo parlato di letteratura, che i personaggi dei romanzi sarebbero stati un ponte tra me e lui, che mi avrebbe regalato un’eredità di frasi, sistemi filosofici e  mondi sconosciuti. La notte, mi addomentavo pensando che la monotonia della scuola media che stavo per lasciare sarebbe svanita come uno sbuffo di fumo. Al suo posto, una cartografia in rilievo, colorata di verde, azzurro e giallo, con i corsi d’acqua palpitanti e aguzze montagne con le punte bianche. Dentro il paesaggio ci sarebbero stati uomini e cose, tutti da scoprire e imparare. Il primo giorno, chi ci fosse dietro quella cattedra non lo ricordo più. E nemmeno quelli che sono venuti dopo, ricordo. Tutto quello che mi resta è una sensazione di paura, le mani fredde e sudate, l’aula con i soffitti alti e sporchi, il mondo grigio fuori dalle finestre. Tante testine allineate, libri sui banchi e l’autorità sulla cattedra. Non ho imparato niente. Non volevo imparare niente. Mi  sono trascinata lungo gli anni del liceo come una zattera in alto mare. Cercando di sopravvivere senza riuscirci mica tanto bene. I professori sono sfilati davati a me come ombre ghignanti. Sapevano solo mettermi paura. Ma non abbastanza da  costringermi poi a studiare. Mi hanno punita. Mi hanno punita così tante volte che credevo sarei rimasta al Liceo Ginnasio Luigi Galvani di Bologna -sì, il Liceo di Pier Paolo Pasolini- per tutta la vita. Fino a quando i capelli non mi fossero diventati bianchi. Io leggevo Jack London, Henry Miller, Marguerite Duras, Arthur Rimbaud e Paul Eluard chiusa nel bagno con il caffè e le sigarette a portata di mano. Posso uscire per favore? E poi mi perdevo nelle pagine del libro che avevo nascosto sotto il maglione. Non potevo studiare. Non volevo. Mi obbligavano a farlo con la paura. Avevo immaginato che studiare fosse conoscere e invece studiare era lottare contro la violenza. Mi sono difesa con l’indifferenza. Io volevo scrivere e loro volevano le formule imparate a memoria e i temini introduzione-svolgimento-conclusione. Volevo essere un personaggio da romanzo, volevo un professore che sapesse chi ero, cosa sognavo, quali erano i miei turbamenti, qualcuno che sapesse tirare fuori il meglio da me e dalle mie passioni. Avevo avuto una maestra così, alle elementari. (Si chiamava, si chiama, Vanda Salmi). Ero stata una bambina violenta, diffidente e solitaria e lei mi aveva regalato un giardino segreto tutto per me: i libri. Dalla piccola biblioteca  di classe si poteva prendere in prestito un  libro alla settimana e lei lasciava che io ne prendessi quanti ne volevo. Era dolce, la mia maestra, ma anche severa. Ironica e piena di passione. Ci faceva parlare di politica, ci spiegava le cose come se fossimo degli adulti. E invece, questi che avevo davanti ora  ripetevano le lezioni con aria turpe o indifferente, si vedeva che tutto quello che contava per loro era che i genitori degli studenti tramandassero la leggenda che la loro sezione era la più dura tutte. Il metro era questo: la severità. La difficoltà. Intanto, fuori dalle aule il mondo cambiava come cambia di continuo e noi lì dentro non ne avevamo quasi sentore. L’aria era ferma da decenni dentro quella scuola. Non c’era la passione della mia maestra, la Vanda che mi regalava i libri al compleanno. Li ho odiati tutti e non ho paura di dirlo. Loro lo sanno. Tutti tranne uno. Un professore di storia e filosofia che fumava come un turco e aveva sempre gli occhi stropicciati dal sonno, i capelli svolazzanti sulla testa. Lo trovavo bellissimo. (Si chiamava, si chiama, Domenico Giusti). C’è sempre, credo, un professore di filosofia a salvarti. Quel poco che ho imparato al liceo l’ho imparato da lui. Da lui che interrogava gli studenti quando volevano e lasciandoli seduti ai banchi. Da lui che parlava e parlava camminando per la stanza, affacciandosi alla finestra. Da lui che pretendeva che capissimo, non che imparassimo a memoria. Ho imparato da lui perché aveva fascino. Perché mi piaceva, perché aveva talento per fare l’insegnante, perché ci rispettava, e con questo conquistava il nostro, di  rispetto. Quando finalmente sono riuscita ad approdare all’ università, mi sono sentita libera. In mezzo a centinaia di altri studenti sconosciuti. E mi sono innamorata dei miei professori e ne ho amato davvero qualcuno. Nel buio delle mattine invernali partivo dal mio paese con la corriera per arrivare in tempo alle lezioni di Filologia Romanza e sognavo la Provenza e i versi delle poesie mi risuonavano in testa bellissimi e dolci. Poi è comparso il professore di Letteratura Italiana. (Si chiamava, si chiama, Ezio Raimondi). Alto e snello, giovane nei suoi quasi settant’anni di allora. Lo sognavo di notte. Sognavo la sua voce, le sue parole. E mi segnavo tutti i libri che nominava sul quaderno. Avevo di nuovo il mio  giardino segreto. Con me camminavano Leopardi e Merlau Ponty, Montale e Marcabru, Dante Alighieri e Walter Benjamin, Rabelais e Dashiel Hammett. Non avevano paura  di incontrarsi solo perché non erano inseriti nello stesso programma ministeriale. Discutevano e si scazzottavano tutti assieme. Bevevano vino e scrivevano. I loro libri erano porte aperte sul mondo, porte che lasciavano entrare aria fresca e idee, l’odore delle stagioni della storia e le emozioni. E chi mi guidava dentro questo giardino era un Professore con il Dono e altri con del talento. Nessuno di loro mi ha mai chiamata per nome, nessuno di loro ha mai saputo niente di me, però avevano rispetto delle mie idee, mi lasciavano la libertà di saltare alcune cose e aggiungerne altre, mi permettevano di seguire il mio filo rosso guidandomi solo se deviavo troppo. L’amore non è finito. Me lo porto dentro e anche se  non l’ho mai espresso a parole so che loro sanno. Sanno che tra tutti  gli studenti che hanno avuto, anno dopo anno, davanti, ce n’è sempre qualcuno che uscirà cambiato dalle loro aule; qualcuno che continuerà a leggere perché loro gli hanno insegnato come si fa. Qualcuno di loro, magari, scriverà. A me è successo.                                                                                                                                                                                                                                      

Mi porto un libro di John Berger, Modi di vedere. Perché al momento è il ‘compagno di strada’ che più somiglia a un maestro. In testa, mi porto l’eco di Marguerite Duras, Samuel Beckett, Alberto Giacometti, Ingmar Bergman, Jack London, Gianni Celati, Antonio Cederna, Erik Satie, John Coltrane, Diane Arbus, William Eggleston, e tanti tantissimi altri, di alcuni dei quali non ricordo il nome e se anche lo ricordassi, sarebbe un nome che dice qualcosa solo a me e a chi li avesse conosciuti di persona. (Un giorno però, quella lista la scriverò. Perché se lo meritano, di essere ricordati.)Porto anche una mappa del centro di Palermo, perché spero di perdermi e poi di ritrovare la strada, come conviene fare quando si viaggia, e si vive.


Anima e luoghi e storie

"Quando fui inviata in Africa, incontrai alcuni Masai convinti che, se li avessi fotografati, avrei rubato loro l’anima. Talvolta mi son chiesta se ciò possa accadere all’anima di un un luogo e, quando oggi guardo le foto di Smuttynose, mi chiedo se ho catturato l’anima di quell’isola. Perché credo che Smuttynose abbia un’anima, distinta da quella di Appledore o di Londoner o di qualunque altro posto al mondo. Quell’anima è, ovviamente, composta dalle storie che abbiamo associato a un particolare luogo geografico, oltre che dall’insieme di vissuti di coloro che hanno abitato e visitato quella piccola isola."

Anita Shreve, Il peso dell’acqua

cemento su terra

Mi sono fatta tante volte la stessa domanda, mettendo a posto le fotografie scattate nel corso degli anni lungo le strade della mia pianura. E me la sono fatta una volta di più mentre selezionavo le immagini per una mia piccola mostra che sarà allestita a settembre nell’ambito di un festival della fotografia*. Centinaia di scatti, alcuni presi da un’auto in corsa, altri dal bordo di una provinciale intasata di camion: cantieri su cantieri, gru, capannoni, villette, campi coltivati e quelle piccole figure, colte per caso o intenzionalmente, che ancora camminano, a dispetto di tutto, e attraversano questi luoghi, e li abitano. Eccoli, i segni della vita che tenace resiste anche in angoli di mondo diventati intollerabili per inquinamento ambientale e acustico. Sono le loro storie -le nostre- a dare forma all’anima di questi luoghi. E questa forma diventa sempre più brutta. Più sbilenca. Più triste. L’anima dei miei luoghi è diventata asfittica e grigia come il cemento che ci abbiamo rovesciato sopra.

Su L’Espresso di questa settimana, uno speciale sulla "Cascata di cemento" che negli ultimi decenni è stata rovesciata sul nostro Paese.

* I dettagli, a breve.


E dopo il campo, l’acqua

luceLa luce è quella di una perfetta sera d’estate. C’è una falce di luna alta nel cielo. E i riflessi sull’acqua della laguna sono di quelli che mandano in deliquio i turisti, indecisi se lasciarsi andare al godimento contemplativo o accanirsi sulle loro digitali per portarsene via un frammento, di tutta questa bellezza. Venezia è sempre così, e stasera è ancora più così del solito: poetica, magica, straniante, luminosa. Dietro le grate dell’Isola di San Servolo un tempo i pazzi guardavano l’acqua. Dalle finestre delle camerate, forse qualcuno guardava le barche allontanarsi. Nei giorni di nebbia, il mondo spariva. Restava un giardino. Il cielo. Questo odore di cordame bagnato e sale tutt’attorno.

Lei viene dalla campagna. Te la immagini una ragazza che non ha mai visto altro orizzonte che un campo ritrovarsi qui, reclusa? A lei piaceva correre, e ora scopre che non sa nemmeno cosa voglia dire nuotare. E mentre il vaporetto ci riporta indietro e le stelle cominciano a esplodere nel cielo, tu avvicini le labbra al mio orecchio destro, un brivido leggero, e mi dici: la vedi quella finestra? La terza da sinistra, mettiamo, è lì che sta, e guarda verso di noi, e qui, su questa imbarcazione che si allontana, c’è sua sorella che va via. E lei la guarda andare, la guarda finché non sparisce. Sì, riesco a vederla, la fronte appoggiata al vetro e gli occhi scuri spalancati. Ora il suo orizzonte è quest’acqua immobile a sud e una striscia di terra dall’altra parte.

Quella che il mondo chiama follia è un’isola. E’ un viaggio concentrico con un’estensione forzata di quarantamila metri quadri. Per uscirne, puoi soltanto scavare. O imparare a nuotare.

finestra sulla laguna