Roghi di libri in Italia- Book Burning in Italy

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E' davvero cominciata così, questa bruttissima storia della lista di proscrizione degli scrittori che nel 2004 firmarono l'appello per Cesare Battisti, con un assessore alla cultura (Raffaele Speranzon del comune di Venezia) che dichiara: 

«Scriverò agli assessori alla Cultura dei Comuni del Veneziano perché queste persone siano dichiarate sgradite e chiederò loro, dato anche che le biblioteche civiche sono inserite in un sistema provinciale, che le loro opere vengano ritirate dagli scaffali: è necessario un segnale forte dalla politica per condannare il comportamento di questi intellettuali che spalleggiano un terrorista…» «Chiederò di non promuovere la presentazione dei libri scritti da questi autori: ogni Comune potrà agire come crede, ma dovrà assumersene le responsabilità. Inoltre come consigliere comunale a Venezia, presenterò una mozione perché Venezia dia l'esempio per prima» ?

In realtà no, in realtà era cominciata prima, questa presa di posizione sta dentro un certo clima che evidentemente si sta surriscaldando, se è vero, come è vero, che alla Biblioteca di Preganziol è stato rimosso Gomorra di Roberto Saviano, ad altre biblioteche è stato chiesto di eliminare i libri e i dvd di Marco Paolini e addirittura, nell’ottobre 2009 il Sindaco di Musile di Piave ha chiesto alla biblioteca comunale di rimuovere le pubblicazioni “politicizzate”, ovvero La Repubblica Il Manifesto. 

E quindi?
Quindi questa storia non riguarda soltanto gli scrittori che hanno firmato la petizione Battisti. (Io, per esempio, non l'ho firmato.)
Questa storia non riguarda soltanto gli scrittori.
Questa storia riguarda i bibliotecari e riguarda i lettori.
Questa storia riguarda tutti i cittadini.
Non può esistere un'autorità che decida cosa si può leggere e cosa no. 
Non possiamo accettare che qualcuno decida cosa dobbiamo pensare.

La letteratura deve essere libera.
Le parole devono essere libere.
Il pensiero deve essere libero.
A partire dalla libertà, si può discutere su tutto, ma ciascuno deve avere la voce per farlo: se la voce gliela togli stai giocando slealmente. E anche stai dimostrando una cosa: che delle voci libere hai una paura fottuta.  

Per ogni ulteriore informazione e approfondimento sulla vicenda e su ciò che ogni singolo cittadino può fare per manifestare il suo dissenso e la sua indignazione per proposte che fanno presagire tempi ancora più brutti di quelli che già stiamo vivendo, rimando a questi link:

http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=2572

http://loredanalipperini.blog.kataweb.it/

Book Burning in Italy: read in english. FrancaisCastellano. Català

 

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maestro è colui che ci aiuta a tornare a casa

Dialogo intorno al Libro dei maestri di Beppe Sebaste
con Beppe Sebaste e Simona Vinci

venerdì 3 dicembre 2010
ore 17
Sala dell'Aquila
Via Galliera 26
Bologna

 


Sei fuori posto anche tu?

sei fuori posto

Sei narratori italiani raccontano il nostro tempo e il nostro Paese.

Da un Sud del mondo all'altro: nel lungo racconto Il contrario della morte, di Roberto Saviano, un giovanissimo reduce dall'Afghanistan incontra la sposa di un compagno rimasto ucciso. Anche Maria è molto giovane, troppo per essere vedova, e sa benissimo che cos'è l'amore… Un secolo indietro, un'altra guerra: in Ferengi di Carlo Lucarelli, a Massaua, Colonia Eritrea, agli occhi della serva Aster, che l´amore non lo conosce, gli italiani non fanno bella figura. Fanno paura. Altre serve, o schiave, che forse si libereranno: come Grazia, la protagonista del racconto di Valeria Parrella, Il premio, nell'Italia ancora contadina del secondo dopoguerra. «Si diceva che il suo bambino avrebbe parlato l'italiano, e avuto un bel cognome piemontese». Nella Milano degli anni Ottanta, dove il marcio appare quando meno te lo aspetti, ci porta invece Piero Colaprico con Scala C: all'ex maresciallo Pietro Binda torna in mente una storia di quegli anni, il giorno che il suo nipotino londinese gli chiede, nonno che cos'è il destino? Scatenato, vorticoso, esilarante, Wu Ming mette in scena nel segno della libertà della scrittura, e di un singolarissimo made in Italy, tra l'Italia d'oggi e l'America di Benjamin Franklin, la strana indagine che porta a scoprire chi è davvero American Parmigiano. Conclude il libro una meditazione controcorrente sulla vita solitaria che è anche risorsa, premessa per rimettere a fuoco lo sguardo nell'eccesso di rumore che è il nostro presente, viene da Simona Vinci: Un'altra solitudine.

In libreria dai primi di maggio. 

Saremo in banda* al Salone del libro di Torino domenica 16 maggio alle 18 e 30, Sala dei 500. 

*Errata corrige: tutti gli autori tranne i Wu Ming.


James Ellroy, il Mistico

P1050513.JPGjames ellroyJames Ellroy nella biblioteca  della Cineteca di Bologna, 4 febbraio 2010

 

“Pubblico opere postume e opero come agente provocatore.”

James Ellroy, Il sangue è randagio, pag 19

Dentro questa sala da meeting dell’Hotel Baglioni, Bologna, siete in cinque e aspettate che arrivi il sesto. Il pezzo da novanta: James Ellroy. Hai il privilegio di poter assistere a un faccia a faccia per te particolarmente emozionante, perché Carlo Lucarelli è un tuo carissimo amico e James Ellroy uno dei tuoi scrittori preferiti. Uno di quelli che con certi libri ti hanno scavata dentro con le unghie. Poterli vedere ed ascoltare così, uno di fronte all’altro, senza filtri, mentre una parola dopo l’altra mettono a nudo il cuore stesso del loro scrivere è una cosa che non dimenticherai.

Quando arriva, James Ellroy è meno imponente di come te lo aspetti. Alto è alto, ma insomma, non così gigantesco. Ha un sorriso gentile, e la prima cosa che fa è il giro del tavolo per presentarsi, ascoltare i vostri nomi e stringere la mano a tutti. Per tutta la durata dell’incontro, non smetterà di guardarvi ditto negli occhi, alternativamente. La seconda cosa che fa è arraffare due o tre biscotti al cioccolato e sgranocchiarseli in silenzio. Poi, il registratore viene acceso e la conversazione comincia.

E’ la prima cosa che dice. Quella che volevi sentire, quella che ti aspettavi, ma certo non subito. E’ precisamente da lì che comincia tutto: dall’omicidio di sua madre, avvenuto quando aveva solo dieci anni. La sua passione per il delitto, per il cuore nero delle cose e degli esseri umani nasce da quel nocciolo duro che sta dentro di lui da quella domenica di giugno del 1958. Il giorno in cui dei ragazzini della Babe Ruth League, mentre vanno al campo a giocare a baseball, trovano il cadavere di una donna bianca riversa sulla schiena, adagiata sull’erba oltre un cordolo lungo una strada chiamata King’s Row. A Los Angeles.

Il figlio della vittima era paffuto- e alto, per essere un bambino di dieci anni. Era nervoso- ma non sembrava affatto sconvolto. Il bambino era arrivato a casa da solo, in taxi. Era stato informato della morte della madre e aveva accolto la notizia con una certa tranquillità.

Questo bambino di dieci anni del quale James Ellroy scrive in terza persona e osserva dall’esterno con una lucidità che a tratti può apparire persino feroce, è lui stesso. Come si fa a scrivere di se stessi in terza persona? Come si fa a raccontare il momento più terribile della tua vita come se fosse la vita di un altro? E’ questo che fa la differenza tra uno scrittore e uno che scrive: la capacità di raccontare le vite degli altri come fossero la propria e la propria come fosse quella di un altro. E’ una questione di giusta distanza. Non troppo vicino e non troppo lontano. Ed è un equilibrio alchemico per il quale è impossibile trovare la ricetta perfetta, che tutti possano poi copiare ed eseguire con successo. E’ come quando, nel corso dell’incontro alla Cineteca di Bologna Ellroy risponderà alla domanda di Carlo Lucarelli, “quand’è che un libro è finito?”, con un lapidario e criptico: when you know, you know. Insomma, lo sai e basta. E anche la giusta distanza, o sai trovarla, oppure no. Punto. E nessuno può insegnartela.

Tutti glielo chiedono, quanto sia stato difficile scriverlo, quel libro e la risposta è che non è stato affatto difficile, anzi, quello è il libro, tra tutti quelli che ha scritto, e sono tanti, che gli è costato meno fatica, perché quando si è messo lì a buttar giù le parole, quella storia era da trent’anni che andava scrivendosi dentro di lui. C’era già. Bastava trascriverla. E se poi uno pensa che andarsene in giro con un detective (quel meraviglioso personaggio che diventa Bill Stoner nelle pagine del libro) a cercare di ricostruire la storia di una vita, e di conseguenza di molte altre vite, e trovare un assassino introvabile non sia una roba divertente, beh, si sbaglia di grosso.

L’America non è un luogo oscuro, per lui, il luogo oscuro è l’anima degli uomini, e tutti i suoi personaggi, quelli inventati e quelli ispirati a persone realmente esistite, sono così: uomini con anime lacerate, anche i più corrotti e i più cattivi sono sempre in bilico tra l’abisso e la redenzione. Perché la redenzione esiste, per James Ellroy, James Ellroy il credente, il mistico, come lui stesso si definisce, quello che afferma che la forza più grande è Dio e le cose più importanti sono quelle che non si vedono, e la redenzione ha volto e mani di donna. Sono le donne a salvarci, dice, donne forti, buone e generose; “è l’amore l’unica cosa che conta. Tutto il resto è merda. Shit. E cazzate. Bullshit. Non ho mai letto Dostoevskij. A dire la verità, ormai non leggo più niente. Non ho la tv. Non vado al cinema, né a teatro. E non c’è niente la fuori che io desideri, niente che io non abbia già. La mia vita è piena di altre cose. E ciò che preferisco in assoluto fare è starmene al buio, a pensare alle mie storie. Pensare, immaginare, riscrivere la Storia così come io la vedo. Della contemporaneità, di quello che succede nel mondo, non me ne frega niente. A questo punto della mia vita, l’unico interesse che ho – lo ammetto, ossessivo – sono i libri che scrivo”.

E’ una provocazione? O è vero? Su ogni singola frase che quest’uomo pronuncia, potresti farti la stessa domanda. E allora ti viene da pensare che è possibile siano vere entrambe le cose: ti sta dicendo la verità e ti sta provocando. Ci sono, esseri umani così: paradossi viventi. Tanto più affascinanti e inquietanti tanto meno riesci ad inquadrarli in modo preciso. Quando afferma che l’America DEVE essere il Paese egemone, e DEVE guidare il mondo perché qualcuno che comandi ci vuole e altri lo farebbero di certo peggio, non sai bene se alzare la mano e infilarti nel suo monologo per buttargli lì un “ma che cazzo dici?” o se invece non metterti il dubbio che magari una briciola di ragione ce l’ha. Sei spiazzato. Perché lo scrittore che da decenni va raccontando la storia nera del potere negli Stati Uniti d’America, senza far sconti a nessuno e senza cedimenti retorici, è capace poi di dirti: “io non criticherò mai il mio Paese né i suoi leader, né quelli passati, né quelli presenti né quelli futuri. La cattiva condotta di alcuni politici non mi autorizzerà mai a spalare merda sull’America. Io scrivo non per raccontare la Storia d’America, ma per riscriverla. L’impalcatura dei miei romanzi sono i fatti reali, poi c’è l’invenzione”. Il mondo secondo James Ellroy.

Intanto, un trapano infuria oltre la parete e vi costringe ad aguzzare le orecchie, perché la voce calma e lenta di Ellroy si perde nel frastuono.

Oggi siamo più inclini a credere nella storia segreta che in quella ufficiale, dice. E in questa frase, ci leggi un sacco di cose che sai benissimo ti riguardano direttamente, a te, italiano in Italia, dove una certa ossessione per la rilettura del passato e l’attrazione per le trame oscure certe volte ti pare davvero esasperata e fine a se stessa.

Non ci sono confini tra fiction e realtà, nelle cose che scrivo, afferma, quei confini sfumano nel momento stesso in cui scrivo. I fatti storici reali si impastano con l’invenzione e il nuovo mondo prende forma, ed è questo che deve fare uno scrittore di fiction: costringere il lettore a credere a ciò che gli sta raccontando.

La luce cala, fuori dalle finestre della sala meeting, e Bologna si colora di blu cobalto, per qualche istante. Il caffè si è raffreddato, i pasticcini sono diminuiti e il ghiaccio nella caraffa di succo di frutta comincia a sciogliersi. Prima che lui esca dalla porta, lo fai, è per questo che sei qui: gli metti in mano una penna e la tua sacra copia de I miei luoghi oscuri. Nell’altra mano, una copia del tuo piccolo primo libro nell’edizione americana. Lo so che non leggi niente, gli dici, e quindi figurati se leggerai mai proprio questo. Però, l’unica cosa che posso provare a regalarti, per ringraziarti dei tuoi libri, è questa, perché la scrittura è la mia vita. Come lo è per te. Cosa cambia se io sono piccola piccola e tu sei grande grande? E lui ti ringrazia tre volte, e non abbaia come avevi temuto, e non ti fa più nessuna paura: perché lo sai quanto conosca bene il cuore degli esseri umani, e quanto li rispetti. La cosa più importante che ha detto, oggi, è stata proprio questa: “i libri forse non possono cambiare le cose e non possono generare rivoluzioni sociali, ma possono far nascere la compassione nel cuore di chi li legge”. E non c’è niente, forse, di più importante e decisivo di questo: la compassione.

Sono un esibizionista, conclude. Sono figlio di un pastore protestante e lo so molto bene cosa vuol dire stare su un palco e parlare davanti a un pubblico, e la cosa mi piace, eccome se mi piace. Ci vediamo allo show di stasera. Lo show? Voi avreste usato la parola incontro, oppure presentazione… lui dice show. E lo capirai un paio d’ore dopo, il senso, perché in effetti, l’uomo con il quale hai passato il pomeriggio non è esattamente lo stesso uomo che si presenta davanti a un pubblico davvero consistente mimando con entrambe le mani il gesto che farebbe il presentatore di un talk show televisivo o un wrestler appena salito sul palco: pump up the volume, please. La sua voce, quando incomincia a leggere, è un boato, un ringhio, un urlo disperato, un sussurro e una leggenda. Poi gli scappa una specie di sorriso timido, la sua faccia cambia e tu ti rendi conto che la sua forza è precisamente questa: James Ellroy è un paradosso vivente, e non puoi mettergli nessun cappello sulla testa. E’ uno dei più grandi romanzieri del mondo, e questo ti basti.
Ps. Ringrazio Cristiana Moroni della Mondadori, Lorenzo Viganò, Paolo Maria Noseda e, naturalmente, Carlo Lucarelli e James Ellroy.


Noir in Festival 2009

Al momento sono ancora nel Dodecaneso, ma conto di rientrare sana e salva in Italia e correre al Noir in Festival di Courmayeur anche quest’anno. Il 10 dicembre alle 16 al Jardin del’Ange incontrerò lo scrittore inglese Jonathan Trigell con il suo bellissimo e doloroso romanzo Boy A. Dal romanzo è stato tratto questo film.

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"I bambini possono essere mostri. Ora lo sappiamo. ma una volta i bambini erano solo bambini."
J.T.

Se quando hai commesso un terribile delitto eri poco più che un bambino e hai trascorso tutta l’adolescenza e l’inizio dell’età adulta dentro un carcere, chi sarai il giorno in cui ti ritroverai libero, con un nuovo nome e una nuova vita tutta da inventarti tra le mani? E soprattutto, sarà possibile riemergere dalle ombre dal passato e trasformarti davvero in una persona nuova? Gli altri, poi, te lo permetteranno, di mettere da parte ciò che sei stato per lasciare spazio a ciò che potresti essere domani? Jonathan Trigell racconta la storia di Jack, il Boy-A (identità fittizia utilizzata durante i processi ai minori) di un crimine ispirato ad un fatto realmente accaduto nel 1993 in Inghilterra (il famigerato caso Bulger: due ragazzini di dieci anni rapiscono un bambino di due in un supermercato di Bootle, se lo trascinano appresso per un intero pomeriggio, lo seviziano e poi lo abbandonano sui binari di una linea ferroviaria, dove verrà ritrovato morto). I temi che attraversano questo romanzo sono tanti: da quello della responsabilità penale di un bambino, la capacità o meno di stabilire i confini tra bene e male in un’età tanto acerba; l’utilità o meno della carcerazione; la responsabilità dei media nell’accendere ed esacerbare le reazioni dell’opinione pubblica nei casi di cronaca nera (tema attualissimo anche dalle parti nostre), la possibilità di reinserisi nel tessuto sociale anche quando si è compiuto un crimine. I rapporti tra genitori e figli. Il bullismo che si esaspera nei luoghi in cui le condizioni sociali traballano. Tutto tenuto insieme da una sensibilità straordinaria e da una scrittura semplice e raffinata al tempo stesso.

E dato che i libri chiamano altri libri…Blake Morrison (poeta e saggista inglese) ha dedicato all’analisi del caso Bulger un libro straordinario: "Come se", a metà tra ricostruzione giornalistica, saggio e memoir, che in Italia è stato pubblicato da Fandango (e tradotto da Luca Scarlini).

 


A volte ritornano

 

978880620029GRA[1]

La nuova edizione del mio primo libro, Dei bambini non si sa niente, arriva in libreria in questi giorni.


James Graham Ballard

th_Ballard_080402111114235_wideweb__300x30015 novembre 1930- 19 aprile 2009

www.jgballard.ca/

Sei stato, e sarai, un grande compagno di viaggio, per me.
E mi dispiace di non averti mai incontrato, se non dentro i libri che hai scritto.

Anche se a pensarci, un libro è il posto migliore di tutti.

s.