C’etait Une Histoire d’Amour -Jeanne e Amedeo Modigliani- Art News

Questa mia micro-sceneggiatura è stata realizzata per il Magazine di Arte e Cultura di Rai Tre, Art News, in onda ogni sabato alle 16. La Rubrica si chiama Noir e quest'anno è affidata ad una serie di scrittori italiani. Sul sito vengono via via messe tutte quante le puntate. 

Qui, la puntata completa andata in onda sabato scorso 23 ottobre. 
Qui, le puntate precedenti. 

Qui, la colonna sonora ideale di questo testo.

La mia prossima sceneggiatura sarà dedicata al pittore Simeon Solomon

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Un viaggio dall’altra parte della strada

Sul primo numero della nuova edizione di Piazza Grande, il giornale di strada di Bologna, è uscita la prima puntata di un viaggio dentro la città che io e Carlo Lucarelli faremo nei prossimi dieci mesi, un percorso a testa, una volta per uno.

Piazza Grande numero 163, aprile 2010. 

 Questa è la versione non tagliata del mio pezzo introduttivo.  


Perfino gli uccelli non sono più gli stessi. Gli ouraka arrivarono qui da Buenos Aires trent’anni fa. Questo ve lo dimostra. Le cose cambiano per gli uccelli, proprio come cambiano per noi.”

Bruce Chatwin, In Patagonia
 

Chissà perché ci trasformiamo in viaggiatori solo quando un aereo, una nave, un treno o un qualunque altro mezzo di trasporto ci recapitano (il più velocemente possibile e con il minor sbattimento) a debita distanza da casa nostra. Possibilmente a migliaia di chilometri dal nostro Paese di provenienza. Un posto in cui il paesaggio, l’architettura, le facce, gli odori e i sapori siano abbastanza diversi da quelli cui siamo assuefatti da riuscire  a rianimare almeno un po’ i nostri sensi anestetizzati. Abbiamo bisogno di uno spostamento geografico consistente per ricominciare ad accorgerci del mondo che ci si muove attorno. Per constatare, con un misto di soddisfazione e spavento, di possedere ancora un paio di gambe, di occhi e un naso. Guardiamoci dentro lo specchio della hall del nostro hotel un’ultima volta prima di buttarci là fuori, nell’ignoto. Bardati come muli da soma e trasformati dall’armamentario turistico in Indiana Jones della vacanza -organizzata o meno- nella versione adeguata a longitudini e latitudini: il noi stesso Viaggiatore Tropicale, Polare, Escursionista, Marinaretto. Come tanti piccoli Ken e Barbie di un’ipotetica linea Giramondo. Cappellini improbabili con visiere assurde e scritte talvolta imbarazzanti che mai e poi mai indosseremmo a casa nostra. Pantaloni milletasche e sandali coi calzini. Borse che strabordano di oggetti: coltellini svizzeri del peso di un mammuth, bussole e gps satelittari, salviette igienizzanti, lozioni antizanzare, barrette energetiche. Improvvisamente, in quel giorno benedetto in cui ha inizio la vacanza, scopriamo che il mondo, ignorato fino ad allora in mesi e mesi di percorsi obbligati e ore di flanellosi televisiva, ci interessa. Che la contemplazione di un sasso piantato in mezzo a un’area verde e contrassegnato da una scritta in inglese che dice “Resti del tempio di Esculapio” ci provoca una fibrillazione. E quell’esotica creatura che ci zampetta sopra, merita anch’essa di essere osservata in devoto e religioso silenzio e successivamente riconosciuta sopra una guida e dunque fotografata in molte pose e infine classificata per poter poi una volta tornati a casa mostrare le nostre immagini agli amici e entusiasti sussurrare – o esclamare, a seconda del nostro carattere e modo di esprimere l’entusiasmo: ecco una cornacchia del Peloponneso! D’altra parte, quella tonnellata di guide che ci portiamo appresso, conficcate a forza dentro la borsa multitasche che ci sega una spalla e ci costringe a camminare in diagonale, dovrà pur servire a qualcosa. Così come la mappa, che quasi sempre ha la dimensione di un lenzuolo e che dispieghiamo con attenzione cercando di riportarla alla serica consistenza del suo primo minuto di vita, quando era appena stata partorita dalla sua placenta di plastica. Le nostre facce sono serie e appasionate, come fossimo Cortes alle prese col Nuovo Mondo.

Eppure, si potrebbe essere viaggiatori anche solo attraversando una strada. Il protagonista di Wakefield, uno dei più bei racconti dello scrittore americano Nathaniel Hawthorne, è esattamente questo che fa: attraversa una strada e va vivere, di nascosto da tutti, in un appartamento della casa di fronte a quella nella quale ha vissuto fino a quel giorno con la moglie. Perché lo fa? Molti motivi, non ultimo, vedere la sua vita e dunque se stesso, dal di fuori. Per vedersi, insomma. Cosa che è quasi impossibile fare se non si cambia prospettiva. E farlo non è per niente semplice: spesso il luogo in cui viviamo si trasforma in qualcosa di cui ci serviamo e basta. Se potessimo vedere una mappa dei nostri movimenti, ci accorgeremmo di usare una percentuale ridicola dello spazio che abbiamo a disposizione. I nostri percorsi sono sempre gli stessi, non scantoniamo e non deviamo quasi mai dalle traiettore abituali, vuoi per mancanza di tempo, vuoi per pigrizia mentale. E giorno dopo giorno, mese dopo mese, anno dopo anno, la nostra attenzione al luogo nel quale viviamo cala insieme alle diottrie. Può poi capitare un giorno di risvegliarsi all’improvviso e di accorgersi con orrore che attorno a noi tutto è radicalmente cambiato e non abbiamo alcuno strumento per interpretare quel cambiamento. Forse, avremmo fatto meglio ad esplorare i nostri luoghi con maggiore costanza.
 
E’ per questo che abbiamo deciso di provare ad avventurarci per le strade della nostra città, Bologna, come se ci trovassimo dall’altra parte del mondo, in una città sconosciuta di uno Stato nel quale mettiamo piede per la prima volta. E d’altra parte, Bologna è cambiata tantissimo, negli ultimi anni. La nostra città rossa, nostra signora di portici e tortellini, di osterie e sangiovese, cubetti di mortadella e sanpietrini, città dotta e città grassa, città che cambia ogni secondo e che ci ostiniamo a voler descrivere con le parole che già l’hanno descritta centinaia di volte, fino a rendere quelle parole astratte e senza suono. Vogliamo quindi provare a guardare e raccontare la città nella quale abbiamo studiato e ci siamo formati, come esseri umani e come scrittori, la città dalla quale spesso partiamo per andare lontano e poi ritorniamo, quasi fossimo legati a una catena fantasma che qui ci riporta. Ma vogliamo provare a farlo con occhi vergini. Siamo pronti a trasformarci in esploratori della nostra città e vogliamo andare a vedere tutti quei posti che fino ad ora non abbiamo mai neanche considerato, perché erano fuori dalla nostra geografia emozionale o pratica. Dieci percorsi. Uno al mese. La digitale in tasca, una mappa della città, un taccuino per gli appunti e un buon paio di scarpe, come raccomandava Anton Cechov. Alla prossima.
 


Tra le cose di S.

Tra le cose di S. è una specie di omaggio che mi fanno (gentili*) al SIFest di Savignano (11,12 e 13 settembre), con la collaborazione dell’Arboreto Teatro Dimora di Mondaino. C’è una mostra con una selezione di mie fotografie (chiamiamoli ‘appunti visivi’) scattate nel corso degli anni lungo le strade emiliane.

boyUna scrittura del Paesaggio (pensata come interazione tra testo e immagine, la mostra presenta una scrittura testuale e fotografica che apre ad una riflessione sulle mutazioni del paesaggio del territorio dell’Emilia-Romagna evidenziando la relazione tra figura umana e territorio.) .

C’è un incontro pubblico.

E poi c’è un evento teatrale dedicato a Strada Provinciale Tre, il mio ultimo romanzo. Scrivo evento perché non è né un reading vero e proprio né uno spettacolo teatrale vero e proprio, è anche queste due cose, ma pure altro. In un’ambientazione molto suggestiva e bizzarra. Cosa sia di preciso lo scopriranno quelli che ci verranno. E li avverto che c’è un po’, ma non tanto, da camminare. Il 12 settembre, credo alle 22.

Il programma  del Festival è in via di definizione, ma sul sito già c’è qualche indicazione.

Io intanto me ne vado per un po’. Che tra impegni di lavoro e qualche giorno di vera fuga, ho delle cose IMPORTANTISSIME da fare.

Il primo incontro pubblico di settembre è il 9 alla Festa dell’Unità (sic) di Bologna: un reading di poesia con i miei vecchi amici di Versodove e la presentazione della Rivista Letteraria. All together.

Buona fine agosto. Questo mese misterioso. E , per una volta, almeno per me, rosso.

*Ringrazio Fabio Biondi e Stefano Bellavista per averci pensato. E Stefania Rossi e Massimo Sordi che hanno allestito la mostra.


L’isola delle storie- Il ritorno


pubblicoI festival letterari non sono tutti uguali, questo è chiaro. L’isola delle storie di Gavoi, però, è ancora meno uguale. Sarà per lo scenario nel quale si svolge: un paesino della Barbagia a quasi 800 metri di altitudine con stradine che scendono in picchiata e salgono in verticale, piccole piazze e balconi fioriti, sarà per il pubblico che affolla gli incontri e che è fatto di gente di tutte le età e che viene da tutta la Sardegna (ma anche dal Continente), con quelli che si portano la seggiola da casa, la carrozzina con il pupo, la nonna sul balcone. Sarà per il cibo, per il mirto, per le decine di giovani volontari con la maglietta rossa che organizzano, spostano sedie, sistemano microfoni e ti aiutano a trovare la strada se ti perdi, sarà che a Gavoi sono così ospitali che aprono le porte delle case e ti fanno entrare dappertutto, sarà per gli odori della vegetazione che si spargono nell’aria e danno alla testa. Sarà che tutto questo messo assieme fa crollare le maschere di botto: sei sei uno stronzo si capisce subito, e si capisce subito anche se dietro la facciata di autore impegnato si nasconde un allegro cazzone pronto a fare baldoria, ché una cosa non dovrebbe escludere l’altra. In questi giorni ho visto autori-scrittori-giornalisti e semplici lettori diventare una specie di corpo unico che si scambiava informazioni, consigli di lettura, che litigava anche, si appassionava, si caricava il piatto di  pane carasau, maccarones de busa e ricotta di pecora senza smettere di parlare: di libri, di idee, e anche di cazzate. Ci sono dei posti dove non te lo puoi permettere, di fare la star. Nessuno ha paura di alzarsi dalla platea e dirti: senti un po’, ma chi ti credi di essere? Qui, ho sentito una ragazza apostrofare così un noto autore: "Lei, mi scusi se glielo dico, ma ha l’apocalisse dentro." Porca miseria, ‘sti lettori.

Ho un taccuino pieno di indirizzi, di appunti, di disegnini: libri che devo assolutamente leggere e film che devo vedere. Ho la macchina digitale piena di scatti. E una fotografia che mi ha regalato Stanislas Guigui: un ragazzino sui dieci anni, nel quartiere del Cartucho, a Bogotà, che posa col suo coltello. Ho conosciuto tante persone, scrittori, giornalisti, (aggiunta: traduttori), attori, cuochi, orafi, scultori, insegnanti in pensione, studenti delle scuole medie e bambini che per il momento sono bambini e basta. A questo servono i festival, a trasformare le parole che hai scritto o quelle che hai letto in voce viva, sguardo, carne. Tra autore e lettore il patto muto diventa una stretta di mano, due vite che si incontrano anche solo per poche ore, ma si incontrano davvero.

E’ stato bello condividere il mio tempo, le emozioni, le parole. Grazie.

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L’isola delle storie

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Da giovedì 2 luglio a domenica 5 sarò a Gavoi, in Sardegna, nel cuore della Barbagia, al Festival Letterario L’isola delle storie. Il mio è l’incontro inaugurale: venerdì mattina alle 10, e mi affaccerò da un balcone, così mi hanno detto. Sono contenta di andare, ché dopo il mio incontro, per tre giorni me ne starò zitta ad ascoltare gli altri ospiti, che sono tanti, e interessanti, e sono italiani e sono stranieri: scrittori, giornalisti, registi, fotografi, illustratori…. insomma, una bella storia, come si dice a Bologna.

Il Vento sopra Bologna

C’è un vento strano a Bologna in questi giorni. Nuvole strappate che galoppano nel cielo e vanno e vengono senza decidersi a sfogare. Al seggio delle Scuole Carducci in Via Dante, quartiere Santo Stefano, circoscrizione 12, sezione 151, ieri pomeriggio eravamo quattro gatti scompigliati oltre che confusi dalla quantità di schede da compilare. C’erano gli agenti di Polizia che piantonano i portoni chiaccherando dei fatti propri, certi anziani che da come camminano e come sono vestiti lo capisci benissimo che era da mesi che non uscivano di casa e adesso sono lì, agguerriti, a esercitare il loro diritto e dovere, e ti spaventi cercando di entrargli nella testa e indovinare cos’è che ci faranno con quella caterva di foglietti, una volta chiusi dentro la solitudine della cabina elettorale. C’era un signore in ciabatte e calzini e una coppia di amiche di mezza età vestite da gran sera con i tacchi a spillo. Nessuno sotto i cinquant’anni, a parte me. Voteranno oggi, i ragazzi? Non voteranno affatto? Votano tutti a casa loro, in altre regioni, visto che la gran parte dei giovani a Bologna sono studenti universitari fuorisede? Va’ a sapere. Mentre me ne sto al riparo dei muri di compensato, con il mio lapis in mano e tutte le schede squadernate davanti, mi viene il terrore d’essere colta da un raptus improvviso, un buio nella mente che mi spinge a fare disegnini osceni e scrivere roba come cacca al culo!, oppure, ancora peggio, a fare la croce con foga su simboli abominevoli. Come ogni volta che ho votato in vita mia- e ormai sono parecchie-, mi prende il panico di sbagliare. Continuerò a rimuginare per giorni: ma avrò davvero barrato il simbolo che mi ero riproposta di barrare oppure un demone oscuro ha guidato la mia mano in quei pochi secondi di clausura nel cubicolo? No, perché, va bene che mi piacciono le battaglie perse, ma mai una volta che io voti qualcuno che poi vince. Sarà mica un caso? E ancora, la solita ondata di malessere che mi assale, lo dico tutte le volte: basta, non voto più. Poi non ce la faccio. Quell’illusione di esercitare il mio microminipotere di cittadino mi spinge le gambe verso il seggio. Tanto più che qui a Bologna si vota per il nuovo sindaco. E’ un bel problema, il sindaco, per noi. Mi pare che abbiamo sofferto già abbastanza, negli ultimi anni. E non che le possibilità che si prospettano includano qualcosa di esaltante, ma la città in mano a uno che sogna di trasformarla in un motorshow permanente io non gliela lascerei tanto volentieri. Mentre sono lì che scarabocchio, mi viene da pensare che in tutta questa campagna elettorale ridicola, meschina, squallida, patetica -se non fosse che come sempre questo patetismo si gioca sulla pelle della gente-, non ho sentito nessuno, ma dico nessuno, che parlasse davvero dell’Europa, a parte quelli che continuavano a ripetere: mamma li turchi. Ma non sono le Europee, queste? Dobbiamo davvero pensare che l’Europa non conta niente? Che alla fin fine, a parte l’Euro, non c’è niente che si possa condividere, niente che si possa fare, tutti insieme? Ma esiste o no, una cavolo di identità Europea? Boh. Sono uscita dal seggio stranita, con quel vento furibondo che mi straniva ancor di più, sono entrata in un cinema, e nella sala eravamo in sette: due coppie di mezza età, una coppia giovane e io, che al cinema ci vado quasi sempre da sola. A tre quarti del film, dopo commenti stizziti, gemiti, sospiri, esternazioni di disgusto e piedi battutti sul pavimento con fastidio, eravamo rimasti in tre: la coppia giovane e io. Il film era Antichrist, di Lars Von Trier. Vietato ai Minori di 18 anni. Bisognerebbe istituire una nuova categoria, mi è venuto da pensare: i film vietati ai cretini.

Quando sono uscita, il vento strano c’era ancora e il destino dell’Europa e di Bologna, per qualche interminabile minuto, mentre camminavo sotto i portici deserti, mi sono sembrati cupissimi e spaventosi, come un incubo psicoanalitico con i dialoghi curati da Crepet.

E’ stata una giornata pesante, ieri, lo ammetto.
Chissà oggi come andrà.


Letteraria

In questi giorni, l’uscita di due riviste letterarie che mi stanno a cuore, oltre che per la loro qualità, per il fatto che riannodano fili tra amici con i quali non collaboravo da tempo.

letteraria

La prima è letteraria -rivista semestrale di letteratura sociale- edita da Editori Riuniti. In questo primo numero: una parte monografica con riflessioni sul tema Bianco/Nero (percezione del razzismo, ma anche rapporto tra romanzo noir ed eventuale romanzo bianco, reportages e articoli che trattano temi politici e d’attualità oltre che letterari. Il tutto corredato dalle splendide fotografie di Mario Dondero. La rivista è nata a Bologna dal desiderio -stimolato in molti scrittori, studiosi e giornalisti da Stefano Tassinari- di un confronto su grandi temi sociali. Un modo di provare a riflettere, ognuno a suo modo, ma in "coro", su ciò che ci accade attorno. Il risultato mi pare davvero molto interessante.
Il mio contributo si intitola Il paesaggio dentro.

"La letteratura può seminare il dubbio mettendoci in panni altrui, sostituire al nostro altri -talvolta inusitati- punti di vista, farci uscire dai confini della nostra esperienza diretta. La letteratura è costruzione di esperienze ‘vicarie’, di sguardi che ci inquadrano da fuori. "

Wu Ming 1, dal suo pezzo: Dividere ciò che è unito, Note sulla Letteratura e la comunità razzista. a pag 15.

Dal 1° di giugno sarà reperibile nelle maggiori librerie italiane al costo di 10 euro.

La seconda è il 14 numero di Versodove, rivista di poesia e narrativa, che non usciva da tempo e che è stata la mia prima ‘casa’ letteraria ai tempi dell’università.
versodoveA 5 euro nelle librerie coop. versodove@gmail.com