Han visto il lupo

“Han visto il Lupo, l’hanno visto sparare
l’hanno visto sul fiume con due parole
han visto la Volpe, l’hanno vista sparire
l’hanno vista nell’ombra col suo fucile”.

Claudio Lolli, Poco di buono 

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Niente, non ce l’ho fatta a resistere, sono dovuta andarci e farmele, le strade con in posti di blocco dei carabinieri a ogni incrocio e guardare, ancora una volta, le campagne distese tra Molinella, Marmorta, Campotto, San Antonio, Medicina, Fiorentina; neanche un cane per strada, o un gatto in un campo, solo i posti di blocco coi carabinieri a coppie e il mitra in mano che ti fermano e guardano dentro il bagagliaio, metti che il fuggitivo ci si sia nascosto dentro. Gli agricoltori intanto si facevano gli affari loro ché i campi non aspettano mica che ti torni la voglia. Tra i casolari abbandonati, i canali, gli argini, i fossi, le boscaglie, i canneti: un mondo immobile bagnato dalla luce delle quattordici e trenta che sembrava già estate, quell’estate di pianura che non fa sconti a nessuno, paradiso di uccelli e insetti, innocenti e ignari, fino a prova contraria.

Sono passate più di due settimane dall’omicidio di Davide Fabbri al bar della Riccardina di Budrio e una dall’uccisione della guardia forestale volontaria Valerio Verri in zona Portomaggiore da parte di un fuorilegge considerato altamente pericoloso, ormai noto in tutta Italia come Igor il Russo, anche se il suo nome probabilmente non è Igor, e quasi certamente non è russo.

Quando la scrittrice bolognese Renata Viganò scrive “L’Agnese va a morire”, uno dei capolavori della letteratura neorealista italiana, pubblicato dalla casa editrice Einaudi nel 1949, i ricordi della sua militanza partigiana nelle valli del comacchiese, insieme al marito, anche lui scrittore – Antonio Meluschi detto “il Dottore” – sono ancora freschissimi. Il terribile inverno del ’44-45, e la sua durissima primavera sono appena passati quando incomincia a scrivere quello che sarà il suo libro più famoso, tradotto in moltissime lingue e portato al cinema nel 1976 da Giuliano Montaldo. Renata Viganò dunque quelle valli e quei luoghi li conosceva molto bene. Dapprima sfollata – prima Viserbella, poi Imola, Campotto e Filo – dalla città di Bologna insieme al marito e al figlioletto Agostino e presto coinvolta in prima persona – essendo infermiera ebbe l’incarico di organizzare degli ‘ospedaletti’ clandestini per i civili feriti di guerra – nella lotta contro il nemico straniero e la Brigata Nera Italiana. L’Italia era divisa in due dalla Linea Gotica: gli alleati che risalivano da sud e i tedeschi che scendevano da nord e nel 1943, al loro arrivo avevano pensato che il delta del Po fosse il posto perfetto per realizzare una parte della linea difensiva Bologna – Comacchio, la cosiddetta Linea Gengis Khan. Ponti distrutti, muri antisbarco, postazioni fortificate avrebbero fatto il resto, ma i conti li avevano fatti senza gli osti: gli americani, che poi sbarcarono da tutt’altra parte, ad Anzio, e i partigiani che costruirono una rete capillare di resistenza coinvolgendo sempre più la popolazione locale.

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Il delta del Po è calcolato in settecentottantasei chilometri quadrati e settantacinque, ora ridotti a quaranta, sono invece quelli che circoscrivono il territorio della caccia all’uomo in questi giorni. Sembrano pochi, quaranta chilometri quadrati, ma è difficile far capire a chi non li abbia mai frequentati, cosa siamo di preciso quei chilometri di zona umida e valliva incastrati tra tre province: Bologna, Ferrara e Ravenna. Luoghi perfetti per nascondersi e farsi fantasmi, luoghi che solo gli oriundi conoscono davvero e nei quali sono capaci di sopravvivere e di muoversi, spostarsi, fuggire, scomparire per poi riapparire un poco più là. Le tracce cancellata dall’acqua che sale e scende. Un terreno perfetto sul quale giocare una strategia complicata, un “deserto senza strade, dove la canna alta e il sentiero stretto danno respiro agli agguati”. Nel 44-45 in quelle valli, oltre ai partigiani, si nascondevano anche ricercati delle S.S. e delle brigate nere. Come scrisse poi Meluschi stesso “Le valli erano il sicuro rifugio dei ricercati delle S.S. e delle brigate nere, la gente s’annidava nei freddi e umidi “casoni” delle guardie vallive, nelle chiuse d’acqua, e imparava a pescare le anguille, a vivere soltanto di esse, che qui, molte volte, prendono il posto del pane. Vita dura, disancorata dalla civiltà. Erano compagnie scarsamente armate, al principio scalze, denutrite: era gente d’ogni paese, provincia, regione; e si raccolsero prigionieri russi, cecoslovacchi, inglesi, americani, canadesi, disertori austriaci, tedeschi (…)”

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È in questo mondo, che così raccontato sembra quasi l’ambientazione di una fiaba nera, un luogo immaginario e fantasmatico e invece è qui, a due passi da casa, che si sta tessendo da due settimane la narrazione del cosidetto Killer di Budrio. In questi luoghi desolati all’apparenza, eppure ancora abitati e vissuti non soltanto dagli uccelli palustri e dalle api, ma da persone in carne e ossa che qui hanno le loro attività e le loro case e che ora vivono nella paura. Questi luoghi che se ci passi in macchina per farti un giro, in qualsiasi stagione, ti sembrano sospesi nel tempo così come sono a metà tra terra e acqua, orizzonte aperto e fitta boscaglia, canneti, strette vie d’acqua navigabili con piccole barche, canali morti, strade che finiscono su dune di sabbia e basta un passo per rendersi invisibili. La Viganò faceva dire al Comandante “E’ un luogo magnifico …Le canne non fanno verde, non fanno ombra, ma nascondono. Basta stare fermi ad un metro di distanza, e di qui non passa nessuno.

Acqua torbida, zanzare, uccelli palustri, nebbia, ghiaccio, afa a seconda della stagione. E’, questa, anche la terra in nacque intorno al 1700 la leggenda della Borda (o Bùrda, nel ferrarese, o ancora, francesizzato, Bourda) una creatura mostruosa, mezza umana e mezza strega, col volto mostruoso coperto da una maschera di cartapesta, una creatura malefica che vive nell’acqua dei canali, dei pozzi, degli acquitrini e che appare solo con il buio o nelle giornate di nebbia. ( Obbligatoria la lettura di “Mal’aria” di Eraldo Baldini, lo trovate ne “La trilogia del Novecento” pubblicata da Einaudi). La Borda attrae a sé le sue vittime, preferibilmente bambine e bambini, non per cibarsene, come si potrebbe immaginare, ma per pura, maligna, distillata cattiveria, le immobilizza con una corda o un laccio di cuoio, le strangola e poi le affonda nelle acque melmose che sono la sua dimora. Difficile immaginare un luogo più suggestivo di questo per ambientarci una caccia all’uomo senza quartiere. Non a caso io, che sono di Budrio, più volte ho scelto quegli scenari per alcuni dei miei romanzi, dalla parte finale del romanzo “Come prima delle madri”, ambientato nel 1943 nelle valli di Argenta, a “Strada Provinciale Tre”, in cui la foce del delta del Po è una delle ambientazioni in cui si muovono la protagonista del romanzo e il giovane Dimà. Questa caccia all’uomo mi ha fatto ripensare alla prima stagione di una delle serie tv più belle degli ultimi anni, True Detective, ideata e scritta dal romanziere americano Nic Pizzolatto: è ambientata in Louisiana, tra canneti e valli molti simili a quelle di questa zona d’Italia. Due investigatori, Rust Cohle e Marty Hart, per diciassette anni danno la caccia a un misterioso, spaventoso serial killer che in quelle valli si nasconde, chissà dove, o forse vive alla luce del sole, ma nessuno immagina dove, di preciso, in quella giungla d’erba e acqua putrida. La bellezza sfolgorante di quelle prime otto puntate stava non soltanto nelle interpetazioni eccezionali degli attori, nei dialoghi filosofici e nella vicenda mozzafiato, ma proprio nella capacità di far assumere ai luoghi un ruolo da assoluti protagonisti, al pari degli attori. Qualcosa che con i nostri posti di pianura tra terra e acqua che si spingono su, verso nord-est e verso il delta del Po, sono riusciti a fare nel passato alcuni tra i più grandi registi italiani: Luchino Visconti con Ossessione, Michelangelo Antonioni con Il grido, Roberto Rossellini con l’ultimo episodio di Paisà, che racconta proprio la lotta partigiana nel Delta, e il Mulino del Po di Alberto Lattuada tratto dal romanzo di Riccardo Bacchelli, sulla cui scena finale scorre la frase “Così passa e ritorna il bene ed il male degli uomini e il tempo è simile all’andare del fiume.”

“La Belva Igor”, qualunque sia il suo vero nome e la sua vera storia e qualunque sarà il suo destino, nel giro di due settimane è entrato nella leggenda emiliano-romagnola: tutti quelli che sono oggi bambini, da adulti probabilmente ricorderanno questa vicenda che ha ormai assunto caratteri mitologici ed orrorifici; tornerà forse a visitarli negli incubi questa creatura mezza Rambo, mezza Borda, che striscia sul fango, resiste sott’acqua respirando con una cannuccia, si nutre di galline rubate, gatti e amare radici, carote e zucchine, uova, tutto quello che trova, ha il dono dell’obiquità (molti lo hanno avvistato) ma anche quello dell’invisibilità (nessuno riesce ad acchiapparlo). In quasi mille tra le varie forze dell’ordine impiegate, carabinieri, polizia, paracadutisti, oltre all’elicottero con gli infrarossi, i droni, i cani molecolari e ora, pare, perfino un sensitivo. Una creatura tra l’umano e l’indicibile, una sorta di oscura, feroce divinità che gli umani tentano di placare con offerte di cibo, come si fa con i morti, per tenerlo lontano dalle proprie case. Una narrazione al passo con i tempi, ma con un’aura antica, quasi atemporale, (il Male incarnato esiste in tutti i tempi, purtroppo) che per due settimane (ora tre) ha tenuto con il fiato sospeso, oltre che gli abitanti della bassa, anche quelli di mezza Italia, che forse non sanno niente di questi posti, oppure non se lo ricordano e non fanno collegamenti. Sembra davvero che i luoghi, per la loro conformazione geografica, ma anche per qualcosa di difficilmente spiegabile e assimilabile a una specie di atavica maledizione, attraggano certe storie, forse le generano, ma di sicuro lo sono essi stessi, storie. Quando questa vincenda sarà finita, con la cattura del fuggitivo, con la sua morte o con la sua definitiva sparizione, non potremo più prescindere da questa imperfetta, ma appassionante narrazione che i quotidiani, le testate on-line e i telegiornali hanno alimentato imbeccandola ogni giorno di qualche dettaglio nuovo, fino a farci quasi dimenticare le vittime, perché il cattivo, la Bestia, è molto più appassionante delle piccole vite di gente perbene che ha avuto la sventura di incrociarne il cammino. E quindi Igor il Russo continuerà ad abitare questi luoghi insieme al Comandante e a mamma Agnese, ai partigiani, ai fantasmi dei fuggitivi e dei giustiziati, delle uccise e degli uccisi, sfilze di nomi sulle lapidi a ricordo e nelle liste dei caduti – due donne in bicicletta freddate da tre uomini sconosciuti armati di mitra lungo la strada che porta al bosco del Traversante, il diciannovenne partigiano Alfonso Alberoni che fu mitragliato dai tedeschi il 16 aprile del 1945 proprio nelle valli di Campotto, Argenta, a soli due giorni dalla liberazione di quel territorio e la cui stele o cippo alla memoria sta nel punto preciso di via Cardinala in cui Cadde colpito a morte da piombo tedesco – tedeschi, fascisti e partigiani, gente giustiziata per calcolo, per vendetta, ma anche per errore, da ambo le parti. Tra tutti, a me piace chiudere immaginando due personaggi positivi in assoluto, che in tempi non lontani vagabondarono a piedi, in macchina, in treno e in corriera su e giù per questi luoghi, traendone materiale per la loro arte che stava a cavallo tra il racconto del reale e la sua involontaria (perché loro cercavano il mondo reale e lì, nel Delta del Po e nelle pianure che lo annunciano, il reale è fatto così: imprendibile) trasfigurazione in qualcosa di metafisico e dal valore universale: lo scrittore Gianni Celati e il fotografo Luigi Ghirri. Due viandanti armati di penna, taccuino e macchina fotografica, senza fucile e senza cattive intenzioni, solo l’apertura del sistema ottico e dello sguardo, nel nome dell’amicizia.

N.d.A. Una versione ridotta di questo racconto è uscita per la Repubblica, venerdì 21 aprile.

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È un paese per tutti

L’ultima settimana, nel nostro territorio, non è stata facile. Non è stato facile apprendere di un brutale omicidio avvenuto in un locale che da sempre veniva considerato come un’oasi di tranquillità, uno di quei posti sonnacchiosi e quieti dove si va a prendere un caffè e mangiare un panino semplice, come quelli di una volta, senza mode alimentari e presentazioni fantasiose, niente happy hour, niente fronzoli, quattro vecchi che giocano a carte, lavoratori di passaggio che mangiano un boccone, clienti abituali che comprano le salsicce passite e fan venire l’ora di tornare a casa. Eppure, è successo. E Budrio è finita sulle cronache di tutti i quotidiani e di tutti i tg per un fatto di sangue che nulla ha dell’ordinario, neanche volendo considere come “ordinari” i furti in casa, i tentativi di scasso nei bar o nei negozi con le serrande abbassate – che ovvio, ogni tanto capitano, ma da qui a farne la norma e la quotidianità ce ne passa. – Quello che è accaduto la sera di sabato 1 aprile al Bar Gallo della Riccardina è un fatto inaspettato e imponderabile. La narrazione che ne è seguita si è gonfiata in un torrente in piena che ha ci travolti e costretti anche, in qualche caso, a riempirci la mente e la bocca di paure e terrori e rabbie che da piccoli, umani timori si sono trasformati in qualcosa d’altro. Qualcosa che personalmente mi fa più paura del presunto killer russo “armato fino ai denti” “bestia”, “macchina da guerra”, “killer ninja”, spietato ex soldato dell’Armata Rossa o chissà che altro ancora, che si aggira per le campagne della bassa braccato da Polizia, Carabinieri, corpi speciali, cecchini, parà, cani molecolari, elicotteri a sensori termici che da oltre sette giorni pattugliano la zona giorno e notte con il loro suono inquietante di pale da Apocalypse Now. “E’ pericoloso, state attenti.” La narrazione alimenta la psicosi. Budrio è stata presa d’assalto da cronisti d’ogni parte d’italia e d’ogni inclinazione politica, pronti a registrare l’anomalo nella quotidianità. E a riportare in grassetto nei titoli dei quotidiani dichiarazioni indecenti del genere “A Budrio di notte non si girava neanche prima, figuriamoci adesso” oppure “ora gireremo tutti armati”. Ovviamente c’è stato chi non vedeva l’ora di poter salire in groppa a questo evento terribile e in tempi di campagna elettorale provare a sfruttarlo per tirare acqua al proprio mulino. “E ora la legge sulla legittima difesa” è stato lo slogan preferito. Cittadini abbandonati dallo Stato che diventano giustizieri e pistoleri. Ma è questa, la realtà del nostro paese e del nostro territorio? Che sia necessario avere una presenza delle forze dell’ordine sul territorio è evidente ed è questo che dovremmo chiedere allo Stato: pene severe per chi delinque e la sicurezza di essere protetti. Ma questo è un altro discorso rispetto a quello che volevo fare, il punto per me è un altro: è che ci siamo resi conto sulla nostra pelle (è la prima volta, capite?) di quanto la cosiddetta ‘informazione’ sia parziale e manipolatoria, di quanto sia strettamente legata e condizionata dalla politica e di quanto, ancora, sia responsabile nel creare un clima di terrore diffuso che non aiuta le persone a comprendere i fatti, a prendersi il tempo di elaborare un evento, ma getta le nostre piccole anime in un pozzo di paura. Una comunità che si chiude in casa, dice di volersi armare, sbarra porte e finestre e vive nel terrore è una comunità fragile, che non ha fiducia nella propria capacità di reagire in modo composto e collaborativo e io non credo, non voglio credere, che questa comunità sia così. Ho apprezzato sinceramente i toni e i modi con i quali il nostro sindaco Giulio Pierini è riuscito a tenere unita la cittadinanza. Senza nascondersi, senza spararle grosse, con compostezza e umanità. So che ci sono decine di persone che non saranno e non sono d’accordo con me, so che la rabbia e la paura obnubilano la mente, ma so anche che la maggioranza della popolazione non ci sta a farsi rinchiudere in casa con il terrore dentro. Vorrei consigliare a qualcuna di queste persone arrabbiate e impaurite di provare a leggere un libro, uno dei capolavori dello scrittore americano Cormac McCarthy, si intitola “Non è un paese per vecchi” ( i fratelli Coen ne hanno tratto uno splendido film nel 2007 ). Una storia di caccia all’uomo, avidità e vendette che descrive un mondo spietato e senza regole se non quelle del più forte, un mondo in cui ciascuno cerca di farsi giustizia da sé e quello che resta sono macerie (materiali, organiche e morali). Aveva ragione lo sceriffo Bell, uno dei protagonisti, fin dall’inizio del libro: quel paese (l’America al confine tra Texas e Messico) non è più un paese per vecchi, la legge morale ha abbandonato l’anima delle persone, resta solo la violenza. E alla violenza si risponde, pare, solo con la violenza. Ma lo sceriffo Bell è un uomo vecchio stampo, uno di quegli uomini, tra l’altro, che quando dormono sognano e quando si svegliano si ricordano i sogni che li hanno visitati, e nel suo sogno lui è insieme a suo padre, a cavallo, in un territorio ostile e sconosciuto e porta una fiaccola in mano per fare luce e accendere un fuoco che scaldi “in mezzo a tutto quel buio e quel freddo”. Senza il sogno di una fiaccola che porta la luce e sia capace di scaldarci, siamo tutti perduti. Io esco poco la sera perché ho un bambino piccolo, ma quando esco non ho affatto paura di attraversare le strade del mio paese, non è vero che siamo chiusi in casa, non è vero che vogliamo diventare tutti dei giustizieri, non è vero. Solo il 28 marzo scorso era uscito su Il Resto del Carlino un reportage sui paesi del territorio emiliano che descriveva Budrio, attraverso le testimonianze degli abitanti, come il paese del buonumore. Questa settimana ci ha messi alla prova, la vita e gli eventi mettono sempre alla prova, ma se una comunità si fida di se stessa, le prove si affrontano, e il buonumore, nonostante le perdite e il dolore, prima o dopo si ritrova. Si deve ritrovare.