L’isola delle storie

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Da giovedì 2 luglio a domenica 5 sarò a Gavoi, in Sardegna, nel cuore della Barbagia, al Festival Letterario L’isola delle storie. Il mio è l’incontro inaugurale: venerdì mattina alle 10, e mi affaccerò da un balcone, così mi hanno detto. Sono contenta di andare, ché dopo il mio incontro, per tre giorni me ne starò zitta ad ascoltare gli altri ospiti, che sono tanti, e interessanti, e sono italiani e sono stranieri: scrittori, giornalisti, registi, fotografi, illustratori…. insomma, una bella storia, come si dice a Bologna.
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A volte ritornano

 

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La nuova edizione del mio primo libro, Dei bambini non si sa niente, arriva in libreria in questi giorni.


Un inizio


"Qui, di notte, a meno che non ci sia luna piena, non c’è nessuna luce: il sole precipita dietro la montagna e il mondo si spegne. Le deboli fiamme delle candele colorano di rosso il volto del vecchio e buttano ombre tremolanti contro i muri. Un soffio, e tutto sparisce.

Avresti paura, di questo posto.
E’ anche per questo che ci sono io, qui e non tu."

Certe volte, quando si racconta una storia, non si sa più con precisione da quale luogo arrivi quella voce che ti parla. Da dentro? Da fuori? Tutt’e due? Chissà. Penso a questa frase di Houellebecq che ho trascritto oggi sul taccuino: "Non conoscerete mai esattamente la parte di voi stessi che vi spinge a scrivere….Davanti alla vostra ignoranza, davanti alla parte misteriosa di voi stessi, rimanete onesti e umili."* Rimanere onesti, e umili. Non credo valga solo per la scrittura, o per qualsiasi forma d’arte. Vale per la vita.

Sparisco per un po’, poi torno. Non cercatemi troppo forte.

*M.H., La ricerca della felicità


Il Vento sopra Bologna

C’è un vento strano a Bologna in questi giorni. Nuvole strappate che galoppano nel cielo e vanno e vengono senza decidersi a sfogare. Al seggio delle Scuole Carducci in Via Dante, quartiere Santo Stefano, circoscrizione 12, sezione 151, ieri pomeriggio eravamo quattro gatti scompigliati oltre che confusi dalla quantità di schede da compilare. C’erano gli agenti di Polizia che piantonano i portoni chiaccherando dei fatti propri, certi anziani che da come camminano e come sono vestiti lo capisci benissimo che era da mesi che non uscivano di casa e adesso sono lì, agguerriti, a esercitare il loro diritto e dovere, e ti spaventi cercando di entrargli nella testa e indovinare cos’è che ci faranno con quella caterva di foglietti, una volta chiusi dentro la solitudine della cabina elettorale. C’era un signore in ciabatte e calzini e una coppia di amiche di mezza età vestite da gran sera con i tacchi a spillo. Nessuno sotto i cinquant’anni, a parte me. Voteranno oggi, i ragazzi? Non voteranno affatto? Votano tutti a casa loro, in altre regioni, visto che la gran parte dei giovani a Bologna sono studenti universitari fuorisede? Va’ a sapere. Mentre me ne sto al riparo dei muri di compensato, con il mio lapis in mano e tutte le schede squadernate davanti, mi viene il terrore d’essere colta da un raptus improvviso, un buio nella mente che mi spinge a fare disegnini osceni e scrivere roba come cacca al culo!, oppure, ancora peggio, a fare la croce con foga su simboli abominevoli. Come ogni volta che ho votato in vita mia- e ormai sono parecchie-, mi prende il panico di sbagliare. Continuerò a rimuginare per giorni: ma avrò davvero barrato il simbolo che mi ero riproposta di barrare oppure un demone oscuro ha guidato la mia mano in quei pochi secondi di clausura nel cubicolo? No, perché, va bene che mi piacciono le battaglie perse, ma mai una volta che io voti qualcuno che poi vince. Sarà mica un caso? E ancora, la solita ondata di malessere che mi assale, lo dico tutte le volte: basta, non voto più. Poi non ce la faccio. Quell’illusione di esercitare il mio microminipotere di cittadino mi spinge le gambe verso il seggio. Tanto più che qui a Bologna si vota per il nuovo sindaco. E’ un bel problema, il sindaco, per noi. Mi pare che abbiamo sofferto già abbastanza, negli ultimi anni. E non che le possibilità che si prospettano includano qualcosa di esaltante, ma la città in mano a uno che sogna di trasformarla in un motorshow permanente io non gliela lascerei tanto volentieri. Mentre sono lì che scarabocchio, mi viene da pensare che in tutta questa campagna elettorale ridicola, meschina, squallida, patetica -se non fosse che come sempre questo patetismo si gioca sulla pelle della gente-, non ho sentito nessuno, ma dico nessuno, che parlasse davvero dell’Europa, a parte quelli che continuavano a ripetere: mamma li turchi. Ma non sono le Europee, queste? Dobbiamo davvero pensare che l’Europa non conta niente? Che alla fin fine, a parte l’Euro, non c’è niente che si possa condividere, niente che si possa fare, tutti insieme? Ma esiste o no, una cavolo di identità Europea? Boh. Sono uscita dal seggio stranita, con quel vento furibondo che mi straniva ancor di più, sono entrata in un cinema, e nella sala eravamo in sette: due coppie di mezza età, una coppia giovane e io, che al cinema ci vado quasi sempre da sola. A tre quarti del film, dopo commenti stizziti, gemiti, sospiri, esternazioni di disgusto e piedi battutti sul pavimento con fastidio, eravamo rimasti in tre: la coppia giovane e io. Il film era Antichrist, di Lars Von Trier. Vietato ai Minori di 18 anni. Bisognerebbe istituire una nuova categoria, mi è venuto da pensare: i film vietati ai cretini.

Quando sono uscita, il vento strano c’era ancora e il destino dell’Europa e di Bologna, per qualche interminabile minuto, mentre camminavo sotto i portici deserti, mi sono sembrati cupissimi e spaventosi, come un incubo psicoanalitico con i dialoghi curati da Crepet.

E’ stata una giornata pesante, ieri, lo ammetto.
Chissà oggi come andrà.