confessatipoetagiancarlo

(…)
Perché i bambini spezzano lo sguardo, tremano in dissonanza, stanno nella violenza dell’inizio senza difesa, sono spavento senza ali. Inizia diversa vita, nuove cattiverie si fanno necessarie, in misera allegria e vergogna del dolore. Scuce la vita la sua convalescenza. Fili d’erba fra pietra e pietra al ciglio della strada.

Perché i bambini esistono contemporaneamente, sfuggono al ritmo, alla sequenza del vento che sbatte porte e cancelli. Sfuggono il numero che batte il passo, tossiscono il respiro. Slogano l’anima del mondo.

Di cosa è fatta questa pazienza che dilaga nel presente?

Cessa di recare dolore. Non spiegarci, non zittirci, non annoiarci, non convincerci, non ammalarci. Per ognuno che scorda molti tremano febbri e orrori. Non vendicarti della tua paura, non addomesticare. Di quale cosa proprio tu saresti il padrone?

I bambini sono la vita che non sappiamo.
(…)


Giancarlo Sissa, Il seme del disordine II, Il bambino perfetto

Le prime poesie che ho letto di Giancarlo Sissa erano stampate su fogli di carta a4 ripiegati e con dedica. Lette di corsa, alla luce di un lampione nel parcheggio sopraelevato della Coop davanti alla Sala Sirenella, Massarenti, Bologna. Avevo 22 anni. Frequentavo un gruppo di poeti -Versodove- ed ero quasi sempre l’unica donna, la più giovane. In quel parcheggio, la sorpresa improvvisa di quella parola cantata che si alza dal foglio e si muove, costringe la lingua a battere, a dire ad alta voce, a provarli, quei versi, come fossero musica. Perchè in effetti sono musica. Giancarlo Sissa è uno dei poeti italiani che amo di più. E poco conta che sia un amico e che io gli voglia bene. Anche perché se è mio amico e se gli voglio bene non poca importanza ha in questo il fatto che sia il poeta che è. Quando sono entrata nella sua roulotte al Teatro delle Ariette qualche settimana fa, in occasione dello spettacolo Bestie, del quale è coautore e nel quale è anche attore, mi sono sentita avvolta in un grembo. Incollate alle pareti c’erano le immagini di Kafka e quella di un uomo dal volto intenso che non ho riconosciuto, ma del quale Giancarlo mi ha raccontato la storia (Reneè Daumal, Il monte analogo), uno scialle andaluso che dondolava in mezzo a quel piccolo spazio illuminato da un’unica lampada e che parlava d’amore, perché la sua donna è una danzatrice di flamenco. Confessati con il poeta, diceva il cartello attaccato alla roulotte. E cosa confessare, se non la paura, quella di sempre? Se non l’amore, per le parole, per la letteratura. E amore e paura insieme, ogni volta, verso la fine di un romanzo, di un testo che sta per andarsene da te, abbandonarti, come è giusto. Così abbiamo parlato, saltando da una confessione all’altra, senza dimenticarci del vino di un tempo e della rabbia che impara a farsi scrittura invece di implodere, dentro. Mi ha regalato il dattiloscritto del suo ultimo lavoro, ancora inedito, e io l’ho letto in un pomeriggio di pioggia sugli Appennini, luce azzurra intorno e silenzio. Senza riuscire a staccarmi fino all’ultima riga. E poi ho pensato, com’è possibile che i grandi editori che hanno collane di poesia (pochissimi) non si accorgano di questo talento? Com’è possibile che i grandi editori che hanno collane di poesia non osino un pochino di più invece di pubblicare sempre i soliti quattro nomi? Com’è possibile che i grandi editori che hanno collane di poesia non si vergognino di pubblicare certe cose solo perché l’autore, ad esempio, è anche un narratore di medie tirature? Tanto la poesia comunque non vende. Tanto la poesia comunque è per pochi, nonostante tutti, ma proprio tutti, si sentano poeti. Vorrei domandarglielo, a questi editori: e rischiare di pubblicare qualcosa che merita davvero di essere pubblicato, per una volta? Magari una volta all’anno. Un titolo solo. Uno.

Il brano che ho postato è tratto dall’ultimo lavoro ancora inedito di Giancarlo Sissa -che è anche traduttore e francesista, e che di mestiere fa l’educatore, non a caso, un altro suo bellissimo libro pubblicato da Book editore ha proprio questo titolo: Il mestiere dell’educatore)- Il bambino perfetto.

Ché pochissimi sono capaci davvero di raccontarli, i bambini. Di vederli. Ché moltissimi, appunto, dimenticano come si fa a esistere contemporaneamente.

kafka

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(…) Chi si rifiuta il piacere, chi si fa monaco, in qualunque senso, è perché ha una capacità enorme per il piacere, una capacità pericolosa – da cui deriva un timore ancora maggiore. Sono solo quelli che chiudono a chiave le proprie armi che hanno paura di sparare sugli altri. (…)

Clarice Lispector, Vicino al cuore selvaggio



Solidarietà a Beppe Sebaste

Lo scrittore Beppe Sebaste, che ha appoggiato una lista di sinistra alle ultime elezioni amministrative di Parma vinte dal centro-destra (ovvero dalla lista “A Parma con Ubaldi”), è stato e continua ad essere bersaglio dei vincitori, e soprattutto dell’ex sindaco Ubaldi (padrino dell’attuale sindaco) con attacchi personali a mezzo stampa, minacce di querela, fino alla messa all’indice per la strada. Beppe Sebaste ha solo dichiarato e argomentato il suo dissenso critico — politico e culturale — nei confronti dell’amministrazione di centro-destra di questi ultimi anni nella città di Parma. Conoscendo Sebaste, e stimando lo stile del suo lavoro e delle sue argomentazioni, desidero qui testimoniargli pubblicamente tutta la mia solidarietà.

Questo testo sta circolando in rete. E sul suo blog, questa brutta storia la racconta lo stesso Beppe Sebaste. Mi associo alla solidarietà. E consiglio la lettura di un post che ho pubblicato qualche giorno fa (mercoledì 13 giugno). Addizionare mentalmente questo a quello potrebbe produrre riflessioni interessanti.



Sul Corriere della Sera di ieri, un pezzo di Raffaele La Capria che parla di "distrazione" e della "giusta distanza dai fatti.

"Certo è che da un po’ mi sono dedicato all’ esercizio della «distrazione vigilante», un esercizio complicato che consiste nel tenere la memoria pulita da tutte le incrostazioni che vi potrebbero attecchire. I giornali si occupino – e bene fanno – dei fatti che accadono, ma a me sarà concesso di occuparmi dei fatti dell’ anima e di rivolgermi quelle domande, o dovrei aspettare proprio l’ ultimo momento?".

Mi sarà concesso, si domanda, anche data l’età, che si approssima alla fine? E infatti, se non ora, quando? Sarà che ogni tanto -spesso- capita anche a me che ho cinquant’anni meno di La Capria e la speranza di non morire domani, di boccheggiare nel tentativo di tenere aggiornati i files mentali: politica interna, politica estera, guerre, schieramenti, disastri ambientali, questioni etiche, dibattiti culturali e via elencando. Alle volte -spesso- mi sento sopraffatta. La mole di informazioni cui siamo quotidianamente sottoposti è umanamente ingestibile. E, temo, inutile. La vita non è il racconto della vita. Non solo.



….Tutta la parte cosciente di Martin era concentrata sul lavoro. Incessantemente attivo, con la mano e con la testa, mutato in macchina intelligente, tutto ciò che faceva di lui un uomo era dedicato a fornire intelligenza alla macchina. Nel suo cervello non c’era posto per il possente universo e per i suoi problemi.Tutti gli ampi e spaziosi corridoi del suo intelletto erano chiusi e sigillati ermeticamente. La cassa armonica dell’anima era ridotta a una stretta camera, a una cabina di comando dalla quale venivano diretti i muscoli del braccio e della spalla, le dieci agili dita e il ferro che si muoveva veloce nel suo sentiero fumante, sospinto dai gesti ampi, esattamente tanti gesti e non più, ogni gesto fino a un certo punto e non una frazione di centimetro più in là, passando a precipizio su interminabili maniche, fianchi, schiene e code, e lasciando le camicie finite, sull’asse. E mentre il suo spirito frettoloso lanciava, già si protendeva a prendere un’altra camicia. La cosa andava avanti, un’ora dopo l’altra, mentre fuori il mondo intero languiva sotto il sole a picco della California. Ma non c’era languore in quella stanza surriscaldata. Gli ospiti che prendevano il fresco sulla veranda avevano bisogno di biancheria pulita. (…) Sempre, in mare, il lavoro gli aveva lasciato ampia oppurtunità di comunicare con se stesso. Il Capitano della nave era padrone del tempo di Martin, ma lì, il direttore dell’albergo era padrone anche dei pensieri di Martin. Egli non aveva altri pensieri al di fuori di quello della fatica snervante e divoratrice. Pensare altro era impossibile. Non sapeva nemmeno più amare…

Martin Eden, Jack London

E’ giusto sentirsi in colpa se si è avuta -o finalmente si ha- la fortuna di non doversi trovare a lavorare in queste -o simili- condizioni? E poi, questo impedisce di essere empatici con chi invece quella fortuna non l’ha avuta? Se qualcuno si è sentito offeso dal mio post precedente, me ne scuso. Ho vissuto tutta la vita a contatto con la fatica quotidiana degli altri dunque non posso non sapere quanto sia doloroso e sfibrante non avere possesso del proprio tempo e dei propri pensieri. Non intendevo irridere nessuno. Intendevo dire che alle volte -purtroppo non sempre- è possibile lavorare in modo da essere più liberi. Se qualcuno ci riesce, vuole dire che anche per altri è possibile riuscirci. Tutto ha il suo prezzo, in ogni caso. Questo non va mai dimenticato. Ma proprio tutto. Anche la fortuna, che sola non è mai sufficiente.

Il primo passo potrebbe essere cominciare a liberarci della morale da schiavi che ci afflige.

PS Su D di Repubblica di questa settimana -ancora non è on-line, ma lo sarà tra qualche giorno- un’inchiesta interessante: “Lavorare al supermarket tra abusi e precarietà”.
E questo articolo: Cina- Mille bimbi sequestrati e resi schiavi nelle fabbriche.

Ogni singolo essere umano che riesce a sottrarsi a questa pena non è insulto per quelli che non ci riescono, ma una speranza, e una vittoria.
 



libri da leggere
Leggo all’ora di pranzo, quando il sole picchia troppo forte per stare sullo scoglio, le tende azzurre tirate, stravaccata sul divano, in penombra. Pile di libri nuovi e libri da rileggere. Ho battezzato uno scaffale sul quale riporre quelli finiti e li guardo crescere. Come Dio comanda di Niccolo Ammaniti, letto in due giorni. Martin Eden di Jack London, riletto in quattro. Come un’onda che sale e che scende di W.T.Vollmann, qualche pagina al giorno: una medicina, presa senza esagerare. Oggi Snack Bar Budapest di Marco Lodoli e Silvia Brè. (Trovato alla libreria di Orbetello che vende usati e che regolarmente saccheggio, riempiendomi le dita di polvere e gli zaini di tesori inaspettati. Come l’anno scorso I racconti di Odessa di Isaak Babel e la prima edizione italiana di Paura di volare di Erica Jong. Amo i libri usati. L’odore della polvere, le iniziali cifrate, le dediche, le sottolineature di uno sconosciuto con la mia stessa passione per le mine sottili le righe verticali a bordo pagina e gli asterischi.) Qui, riscopro il piacere della lettura fine a se stessa. Quel piacere che spesso chi si occupa di libri per lavoro perde o sfibra nel tempo, costretto com’è a leggere quello che deve e non quello che gli va. Qui leggo per leggere. Leggo come leggevo da bambina, sbavando le pagine di marmellata d’arance e facendoci cascare in mezzo le briciole e i semi della finocchiona, leggo devastando le pagine con spruzzi d’acqua salata, orecchie segnalibro e scarabocchi. Leggo perché leggere è la cosa che so fare meglio al mondo. Con più abbandono. Leggo nel tardo pomeriggio su alla Rocca, davanti al mare aperto, con il vento che mi sbatte contro e i gabbiani che planano sopra la mia testa (quei pochi superstiti, ché ormai i gabbiani stanno tutti a Roma a ingozzarsi di rifiuti umani: il pesce, nel nostro mare scarseggia). Leggo di notte, alla luce di una lampada, le finestre spalancate sul mare bastardo finalmente in calma di vento, quando a nuotare non vado e dunque non serve. Oggi ho pensato a tutti quelli chiusi negli uffici o incolonnati in tangenziale con l’aria condizionata. Giornate intere sottratte alla vita. Giornate intere, e notti, senza nessuna idea del mondo là fuori. Del colore del cielo, l’odore del vento, l’erba sotto la pianta dei piedi. Tutti quelli che dicono: non ho il tempo, per leggere. E ho riletto ancora una volta la trascrizione dell’intervista di Ophra Winfrey a  Cormac McCarthy che il Foglio ha pubblicato la settimana scorsa ( qui i link: http://www.ilfoglio.it/pdfdwl/11117200_5.pdf ). Il punto in cui dice: E ho sempre saputo che non volevo lavorare. Ho sempre pensato che si è qui una volta sola, che la vita è breve e che passare ogni giorno a fare quello che altri ti dicono di fare non è il modo giusto di vivere. E non ho nessun consiglio da dare su come farlo, tranne che se ci si impegna a fondo è probabile che ci si riesca. (Non lavorare) era la mia priorità numero uno.” Certo, aggiunge, bisogna impegnarsi. Non è che basta star lì a non far niente. Pure non lavorare è un lavoro, però più piacevole. Anche io ho sempre lavorato sodo per non lavorare. Ho avuto fortuna, ma mi sono anche impegnata. Lo sapevo già da bambina che non avrei consegnato il mio tempo nelle mani di nessuno. Lo sapevo che lo scopo di tutto, la cosa essenziale, per me, era essere libera. Nessuno a dirmi cosa, come, quando. E se per anni mi sono vergognata – perché hai voglia far capire alla gran parte della gente che leggere, scrivere, tradurre SONO lavoro, e non sollazzo – adesso non mi nascondo più. Sì. Io gestisco il mio tempo come mi pare. Posso mettermi al computer alle due di notte e passare la giornata a fare il bagno. Posso permettermi di mandare affanculo la città rovente d’estate, quella pianura che ti leva il fiato e ti schianta la pressione già dalla mattina e guardare il mare dalla finestra. Questo non significa che sia stato facile. Significa solo che ho sempre saputo che non volevo lavorare. Volevo scrivere, e essere libera. Ho ridotto per anni i miei bisogni. I soldi che avevo -pochi- mi sono sempre serviti per l’affitto, i libri e le cose essenziali. Come dice Cormac: scarpe e cibo. Lui ci è riuscito. E anche io, fino ad ora, ci sono riuscita. Auguro a tutti quelli che hanno lo stesso sogno/bisogno di riuscirci anche loro. Mai più, come scrive Guy Debord ne Il pianeta malato, “il lavoro umano in quanto lavoro alienato, salariato.

Nuvole grigio acciaio basse sul mare e vento forte: niente spiaggia oggi. Si scrive, e si legge. Si lavora senza lavorare. Contemplo senza angoscia la fila di libri da leggere, e so che davanti a me, e intorno, ho tutto il tempo per traghettarli di là, sullo scaffale di quelli finiti.

in letturaPs Chiedo scusa se non ci sono tutti i link ai libri citati ma la connessione qui è ballerina e prende troppo tempo, alle volte.


gru

Su L’Espresso di questa settimana un articolo interessante: La Camorra alla conquista di Parma. Anche per capire meglio chi è che ci sta seppellendo -allegramente- sotto il cemento. Con nomi e cognomi. E con una bella cartolina dal 2003, una pagina di sceneggiatura bell’e pronta: il luogo è  il ristorante di un grande albergo romano, al tavolo sono in quattro: un costruttore di Parma, Aldo Bazzini; un agente immobiliare della stessa città, Alfredo Stocchi; poi c’è Pasquale Zagaria, la mente economica dei casalesi…e c’è infine il presidente del consiglio comunale e consulente del ministro (Lunardi).

Un’allegra combriccola e una bella torta da spartirsi. Si stanno ancora leccando le dita. E la torta, mica è finita…

Da leggere anche il colloquio con il pm antimafia Raffaele Cantone: Quando la camorra conviene. Nel riquadro a destra della pagina linkata.