Ho una mia tesi sull’ambiente

Lunedì 22 febbraio alle 18 alla Libreria Coop Ambasciatori di via Orefici a Bologna:

HO UNA MIA TESI SULL’AMBIENTE

Dialoghi fra giovani laureati e personaggi della cultura e della scienza
Primo incontro "La sostenibilità nei noir di VerdeNero"
Sofia Assirelli, laureata in Scienze della Comunicazione, incontra Loriano Macchiavelli, Wu Ming 2, Simona Vinci e altri scrittori della collana VerdeNero.
Il ciclo è organizzato nell’ambito di AmbienteSiLaurea, il progetto web che raccoglie le migliori tesi di laurea sull’ambiente promosso dalla Regione Emilia-Romagna e dalle università emiliano-romagnole.

Info: Centro Antartide tel. 051 260921

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Io Amo

Andrej Letko
 
17 marzo 1977 – 1 febbraio 2010


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Non te l’ho mai detto che Dimitri, uno dei personaggi del mio romanzo Strada Provinciale Tre, l’avevo costruito rubandoti delle cose. Forse perché la tua storia e la sua erano molto molto diverse, neanche il Paese era lo stesso: la tua città era Bratislava, Repubblica Slovacca, e la sua Kiev, Ucraina. Quasi niente, alla fine, corrispondeva. Però, c’era il tuo modo di muoverti, da puledro bellissimo e sgraziato con le zampe troppo lunghe e quella frenesia di mettersi a correre quando ancora non sa neanche tenersi dritto; c’era il tuo modo di costruire le frasi, la tua vitalità e la tua fretta di mangiare la vita. Il tuo sorriso. Adesso, penso al tuo corpo giovane che dentro la cella frigorifera di un obitorio d’ospedale aspetta di sapere se tornerà a casa, oppure resterà nella città che lo aveva accolto nelle sue strade, gelide d’inverno e bollenti d’estate. Nevica, oggi, e io guardo i fiocchi bianchi fuori dalla finestra e penso che uscendo di casa non avrò mai più la gioia inaspettata di incontrarti da qualche parte e di abbracciarti e di ascoltare con trepidazione le tue novità. Perché io ci speravo davvero, Andrej, ci credevo che la tua energia e i tuoi talenti sarebbero riusciti ad averla vinta sulla strada, sulle sostanze, sull’autodistruzione, sulla sfiga. Eri troppo bello e troppo intelligente, tu, per farti fregare davvero, in via definitiva. E invece. E invece ascolto la tua voce dentro la testa e cerco di ricordare la stretta delle tue braccia l’ultima volta che ti ho visto, che era la fine di ottobre e a Bologna faceva un freddo assurdo, e tu mi hai sollevata da terra e mi hai fatta girare come si fa con i bambini. Anche quest’anno avremmo festeggiato i nostri compleanni a pochi giorni di distanza. Probabilmente ti avrei mandato un sms o una mail per dirti una cazzata tipo pesciolino-fratellino, auguri!

Su uno dei tuoi profili on line, alla dicitura Interessi, avevi scritto così: IO AMO. E mi piace pensare che tu non abbia smesso. Sai cosa faccio, Andrej, me la prendo io, questa frase, questo motto. Un’altra cosa che ti rubo. Anche se conoscendoti un po’ penso che me l’avresti regalata volentieri, se te l’avessi chiesta.

IO AMO.

Quale migliore disposizione si può indossare sopra il cuore per attraversare le strade del mondo?

Ps Però Andrej, vaffanculo, sono ancora qui che aspetto il nuovo template per questo blog che mi avevi promesso due anni fa.


James Ellroy, il Mistico

P1050513.JPGjames ellroyJames Ellroy nella biblioteca  della Cineteca di Bologna, 4 febbraio 2010

 

“Pubblico opere postume e opero come agente provocatore.”

James Ellroy, Il sangue è randagio, pag 19

Dentro questa sala da meeting dell’Hotel Baglioni, Bologna, siete in cinque e aspettate che arrivi il sesto. Il pezzo da novanta: James Ellroy. Hai il privilegio di poter assistere a un faccia a faccia per te particolarmente emozionante, perché Carlo Lucarelli è un tuo carissimo amico e James Ellroy uno dei tuoi scrittori preferiti. Uno di quelli che con certi libri ti hanno scavata dentro con le unghie. Poterli vedere ed ascoltare così, uno di fronte all’altro, senza filtri, mentre una parola dopo l’altra mettono a nudo il cuore stesso del loro scrivere è una cosa che non dimenticherai.

Quando arriva, James Ellroy è meno imponente di come te lo aspetti. Alto è alto, ma insomma, non così gigantesco. Ha un sorriso gentile, e la prima cosa che fa è il giro del tavolo per presentarsi, ascoltare i vostri nomi e stringere la mano a tutti. Per tutta la durata dell’incontro, non smetterà di guardarvi ditto negli occhi, alternativamente. La seconda cosa che fa è arraffare due o tre biscotti al cioccolato e sgranocchiarseli in silenzio. Poi, il registratore viene acceso e la conversazione comincia.

E’ la prima cosa che dice. Quella che volevi sentire, quella che ti aspettavi, ma certo non subito. E’ precisamente da lì che comincia tutto: dall’omicidio di sua madre, avvenuto quando aveva solo dieci anni. La sua passione per il delitto, per il cuore nero delle cose e degli esseri umani nasce da quel nocciolo duro che sta dentro di lui da quella domenica di giugno del 1958. Il giorno in cui dei ragazzini della Babe Ruth League, mentre vanno al campo a giocare a baseball, trovano il cadavere di una donna bianca riversa sulla schiena, adagiata sull’erba oltre un cordolo lungo una strada chiamata King’s Row. A Los Angeles.

Il figlio della vittima era paffuto- e alto, per essere un bambino di dieci anni. Era nervoso- ma non sembrava affatto sconvolto. Il bambino era arrivato a casa da solo, in taxi. Era stato informato della morte della madre e aveva accolto la notizia con una certa tranquillità.

Questo bambino di dieci anni del quale James Ellroy scrive in terza persona e osserva dall’esterno con una lucidità che a tratti può apparire persino feroce, è lui stesso. Come si fa a scrivere di se stessi in terza persona? Come si fa a raccontare il momento più terribile della tua vita come se fosse la vita di un altro? E’ questo che fa la differenza tra uno scrittore e uno che scrive: la capacità di raccontare le vite degli altri come fossero la propria e la propria come fosse quella di un altro. E’ una questione di giusta distanza. Non troppo vicino e non troppo lontano. Ed è un equilibrio alchemico per il quale è impossibile trovare la ricetta perfetta, che tutti possano poi copiare ed eseguire con successo. E’ come quando, nel corso dell’incontro alla Cineteca di Bologna Ellroy risponderà alla domanda di Carlo Lucarelli, “quand’è che un libro è finito?”, con un lapidario e criptico: when you know, you know. Insomma, lo sai e basta. E anche la giusta distanza, o sai trovarla, oppure no. Punto. E nessuno può insegnartela.

Tutti glielo chiedono, quanto sia stato difficile scriverlo, quel libro e la risposta è che non è stato affatto difficile, anzi, quello è il libro, tra tutti quelli che ha scritto, e sono tanti, che gli è costato meno fatica, perché quando si è messo lì a buttar giù le parole, quella storia era da trent’anni che andava scrivendosi dentro di lui. C’era già. Bastava trascriverla. E se poi uno pensa che andarsene in giro con un detective (quel meraviglioso personaggio che diventa Bill Stoner nelle pagine del libro) a cercare di ricostruire la storia di una vita, e di conseguenza di molte altre vite, e trovare un assassino introvabile non sia una roba divertente, beh, si sbaglia di grosso.

L’America non è un luogo oscuro, per lui, il luogo oscuro è l’anima degli uomini, e tutti i suoi personaggi, quelli inventati e quelli ispirati a persone realmente esistite, sono così: uomini con anime lacerate, anche i più corrotti e i più cattivi sono sempre in bilico tra l’abisso e la redenzione. Perché la redenzione esiste, per James Ellroy, James Ellroy il credente, il mistico, come lui stesso si definisce, quello che afferma che la forza più grande è Dio e le cose più importanti sono quelle che non si vedono, e la redenzione ha volto e mani di donna. Sono le donne a salvarci, dice, donne forti, buone e generose; “è l’amore l’unica cosa che conta. Tutto il resto è merda. Shit. E cazzate. Bullshit. Non ho mai letto Dostoevskij. A dire la verità, ormai non leggo più niente. Non ho la tv. Non vado al cinema, né a teatro. E non c’è niente la fuori che io desideri, niente che io non abbia già. La mia vita è piena di altre cose. E ciò che preferisco in assoluto fare è starmene al buio, a pensare alle mie storie. Pensare, immaginare, riscrivere la Storia così come io la vedo. Della contemporaneità, di quello che succede nel mondo, non me ne frega niente. A questo punto della mia vita, l’unico interesse che ho – lo ammetto, ossessivo – sono i libri che scrivo”.

E’ una provocazione? O è vero? Su ogni singola frase che quest’uomo pronuncia, potresti farti la stessa domanda. E allora ti viene da pensare che è possibile siano vere entrambe le cose: ti sta dicendo la verità e ti sta provocando. Ci sono, esseri umani così: paradossi viventi. Tanto più affascinanti e inquietanti tanto meno riesci ad inquadrarli in modo preciso. Quando afferma che l’America DEVE essere il Paese egemone, e DEVE guidare il mondo perché qualcuno che comandi ci vuole e altri lo farebbero di certo peggio, non sai bene se alzare la mano e infilarti nel suo monologo per buttargli lì un “ma che cazzo dici?” o se invece non metterti il dubbio che magari una briciola di ragione ce l’ha. Sei spiazzato. Perché lo scrittore che da decenni va raccontando la storia nera del potere negli Stati Uniti d’America, senza far sconti a nessuno e senza cedimenti retorici, è capace poi di dirti: “io non criticherò mai il mio Paese né i suoi leader, né quelli passati, né quelli presenti né quelli futuri. La cattiva condotta di alcuni politici non mi autorizzerà mai a spalare merda sull’America. Io scrivo non per raccontare la Storia d’America, ma per riscriverla. L’impalcatura dei miei romanzi sono i fatti reali, poi c’è l’invenzione”. Il mondo secondo James Ellroy.

Intanto, un trapano infuria oltre la parete e vi costringe ad aguzzare le orecchie, perché la voce calma e lenta di Ellroy si perde nel frastuono.

Oggi siamo più inclini a credere nella storia segreta che in quella ufficiale, dice. E in questa frase, ci leggi un sacco di cose che sai benissimo ti riguardano direttamente, a te, italiano in Italia, dove una certa ossessione per la rilettura del passato e l’attrazione per le trame oscure certe volte ti pare davvero esasperata e fine a se stessa.

Non ci sono confini tra fiction e realtà, nelle cose che scrivo, afferma, quei confini sfumano nel momento stesso in cui scrivo. I fatti storici reali si impastano con l’invenzione e il nuovo mondo prende forma, ed è questo che deve fare uno scrittore di fiction: costringere il lettore a credere a ciò che gli sta raccontando.

La luce cala, fuori dalle finestre della sala meeting, e Bologna si colora di blu cobalto, per qualche istante. Il caffè si è raffreddato, i pasticcini sono diminuiti e il ghiaccio nella caraffa di succo di frutta comincia a sciogliersi. Prima che lui esca dalla porta, lo fai, è per questo che sei qui: gli metti in mano una penna e la tua sacra copia de I miei luoghi oscuri. Nell’altra mano, una copia del tuo piccolo primo libro nell’edizione americana. Lo so che non leggi niente, gli dici, e quindi figurati se leggerai mai proprio questo. Però, l’unica cosa che posso provare a regalarti, per ringraziarti dei tuoi libri, è questa, perché la scrittura è la mia vita. Come lo è per te. Cosa cambia se io sono piccola piccola e tu sei grande grande? E lui ti ringrazia tre volte, e non abbaia come avevi temuto, e non ti fa più nessuna paura: perché lo sai quanto conosca bene il cuore degli esseri umani, e quanto li rispetti. La cosa più importante che ha detto, oggi, è stata proprio questa: “i libri forse non possono cambiare le cose e non possono generare rivoluzioni sociali, ma possono far nascere la compassione nel cuore di chi li legge”. E non c’è niente, forse, di più importante e decisivo di questo: la compassione.

Sono un esibizionista, conclude. Sono figlio di un pastore protestante e lo so molto bene cosa vuol dire stare su un palco e parlare davanti a un pubblico, e la cosa mi piace, eccome se mi piace. Ci vediamo allo show di stasera. Lo show? Voi avreste usato la parola incontro, oppure presentazione… lui dice show. E lo capirai un paio d’ore dopo, il senso, perché in effetti, l’uomo con il quale hai passato il pomeriggio non è esattamente lo stesso uomo che si presenta davanti a un pubblico davvero consistente mimando con entrambe le mani il gesto che farebbe il presentatore di un talk show televisivo o un wrestler appena salito sul palco: pump up the volume, please. La sua voce, quando incomincia a leggere, è un boato, un ringhio, un urlo disperato, un sussurro e una leggenda. Poi gli scappa una specie di sorriso timido, la sua faccia cambia e tu ti rendi conto che la sua forza è precisamente questa: James Ellroy è un paradosso vivente, e non puoi mettergli nessun cappello sulla testa. E’ uno dei più grandi romanzieri del mondo, e questo ti basti.
Ps. Ringrazio Cristiana Moroni della Mondadori, Lorenzo Viganò, Paolo Maria Noseda e, naturalmente, Carlo Lucarelli e James Ellroy.