Questo titolo nella sezione cronaca di Repubblica on-line di oggi:

Protesta contro il Galliera, presieduto dall’arcivescovo
Aied sul piede di guerra: una battaglia di laicità
Genova, non si può abortire
nell’ospedale di Bagnasco


Forse è un modo per attaccare Bagnasco. Forse sono sfumature. Forse è tutto vero. Fatto sta, che è sempre sul corpo delle donne – in questo caso delle donne, ma in tanti altri, semplicemente sul corpo dei più deboli, dei cittadini: sulla nostra pelle – che si combattono battaglie che andrebbero combattute altrove. E intanto, mentre nei paesi laici si può scegliere come abortire, in Italia la RU 486 (detta "pillola abortiva") potrebbe non farcela ad essere commercializzata  neppure a novembre, come promesso.

E noi? Restiamo in silenzio?

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Via Emilia all’Angelo


ontheroadboy
Questa strada l’ho percorsa decine di volte. L’anno scorso ad esempio, avanti e indietro dal Fuori Orario, quando registravamo le puntate di Milonga Station. G alla guida e C al posto del passeggero, io dietro, l’Ipod nelle orecchie e lo sguardo fisso sul paesaggio che scorreva fuori del finestrino. Autostrada A1 fino a Parma, poi un pezzo di via Emilia al contrario, verso la provincia di Reggio, per raggiungere Sant’Ilario d’Enza e Gattatico. Uno dei nuovi ponti di Calatrava, ora ultimato. Un arco bianco nel cielo, come un’aureola luminescente, uno schizzo di sperma latteo, solidificato, o un’arpa angelica, gigantesca. Cantieri su cantieri. Quello infinito della Tav che scorre parallelo all’autostrada. E poi, le campagne. Aree edificabili in vendita. Quartieri residenziali di palazzi e villette recintati d’arancione, a segnalare i lavori ancora in corso. Ruderi di case coloniche abbandonate che presto verranno rase al suolo per far spazio a nuovi insediamenti. Nuovi cantieri, nuove villette, nuovi paradisi residenziali per famiglie. P dice che si sente la testa stanca: troppo cemento, come se questi posti ti cambiassero dentro, polveri fini che invece di depositarsi nei polmoni, si infiltrano nella testa. Io rido. E’ così. Sono tre anni che fotografo, che prendo appunti, che attraverso questi posti avanti e indietro, che non vedo altro. Sì che è cambiata, la mia testa. Non si può essere felici, in posti come questi, gli dico indicando file su file di palazzine dipinte di albicocca o verde marcio, e i giardinetti spelacchiati che sui cartelloni pubblicitari vengono indicati come ‘Parco residenziale’ o ‘Splendido giardino condominiale’. Ci si abitua, mi risponde lui, poi un giorno c’è il sole, ti svegli e gli uccellini cantano, e tu sei felice. Può darsi, penso senza dire niente, ma è immorale. In posti così bisogna essere indignati. Di continuo. Abituarsi, certo ci si abitua a tutto, ma questo vuol dire essere complici. In uno di questi nuovi complessi non ancora terminato, segni di vita dentro gli appartamenti: un trapunta colorata appesa allo stendibiancheria su un balcone, un triciclo, una palla. Dietro una finestra, un uomo beve una tazza di caffè, si accende una sigaretta. Ha un’espressione triste, distratta, lontanissima. Credo che mi veda puntare l’obiettivo verso di lui, e scattare, ma resta immobile, inquadrato esattamente al centro del suo inferno condominiale. Lungo la via Emilia, al ritorno, altri cantieri, altri scempi, altre tonnellate di cemento rovesciate sulla pianura in forma di cubetti, rettangoli, parallelepipedi di ogni dimensione. Quanti soldi. Un fiume di denaro nelle tasche di qualcuno. (Ad esempio, in queste.) E sulla strada, alle fermate degli autobus e delle corriere, o in bicicletta sfidando i camion, gli schiavi. Gli schiavi che combattono la loro battaglia nella speranza di diventare liberi, senza accorgersi che quella libertà per la quale si affannano è anch’essa una schiavitù. Subdola. E mortale.
Siamo tutti complici. Tutti colpevoli.

Non ho incrociato un solo sguardo felice, in questa giornata, in questi posti.

In un bar sulla via Emilia, una donna grassa seduta a un tavolino, la borsa di pelle stretta al petto, osservava con la testa inclinata due uomini che giocavano alle slot-machine, aspettando il suo turno. Davanti, un bicchiere a metà, forse Campari. Lo sguardo vacuo, mentre là fuori, i camion incolonnati nel traffico del tardo pomeriggio sbuffavano gas di scarico pestilenziali. Ho immaginato i suoi pomeriggi, chissà, forse tutti identici a questo.
Ho bevuto il mio decaffeinato e sono scappata.
Via Emilia all’Angelo, diceva il cartello lungo la strada.
Quale angelo? Dove?

PS. E questi sono i risultati della settimana di controlli della Ausl sulla sicurezza dei cantieri edili in Emilia Romagna. Uno su due non è in regola. Proviamo a indovinare chi è che ci rimette e chi è che ci guadagna.

palazzine


La presentazione della collana Verdenero – Storie di Ecomafia- alla Fiera del libro di Torino. In questo video, Massimo Carlotto. Su Youtube gli altri autori presenti.


Il sito di Verdenero
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Questa è la mia pagina. (Con qualche imprecisione, ché i racconti, in corso d’opera, mutano.)



mendicante
Roma. Il penultimo -o il secondo, dipende se si comincia a contare dall’alto o dal basso- gradino della Cordonata, la strada che porta al Campidoglio, di fianco all’Ara Coeli. Il sole splende, fa caldo, non c’è una sola nuvola in cielo, il vento soffia forte. Ho fretta di entrare ai Musei Capitolini, la testa già piena dei dettagli di corpi bianco rosati che ho già visto decine di volte ma dei quali non riesco a saziarmi: muscoli, un tendine, capezzoli di marmo che danno l’illusione della carne viva, vene che corrono sottopelle lungo un bicipite, la schiena vertiginosa del Galata Morente, gli addominali di un centauro marino. Però lei è lì: una mendicante distesa a terra. Di più, prostrata. La sua è quasi una posizione yoga, perfetta. La schiena incurvata, le braccia posate a terra e il palmo delle mani sollevato verso l’alto, la testa e il viso nascosti dal velo che ricade in avanti. Rallento e la osservo. Passa qualche minuto, e lei è lì, immobile, non si è spostata di un millimetro, non si capisce neanche se respira. Attorno, i turisti salgono e scendono, una marea distratta, accaldata, vociante. Centinaia di piedi impolverati, di ascelle sudate, di pance gonfie di pizza e gelati, le borse cariche di macchine fotografiche, guide, cartine, spiccioli. Nessuno la guarda, sembra che non se ne accorgano neppure, di lei. Come se non esistesse. Non ha niente, davanti a sé, né un cestino, né un cappello o un qualsiasi contenitore per eventuali – che starci a fare lì, altrimenti?- monete.
Quanto coraggio- quanta disperazione – ci vogliono per prostrarsi a quel modo, quanta indifferenza bisogna aver maturato, quanto distacco, quanta distanza da un qualsiasi tipo di orgoglio? Lontanissima da tutto, questa donna della quale non so niente. Come gli altri. Gli altri che mi feriscono gli occhi ogni volta che esco a camminare, e dai quali non riesco a distogliere lo sguardo, l’attenzione. Sono uomini e donne. Sono poveri. A volte sono pazzi. Spesso alcolizzati, o tossici. E vedo che aumentano. Che le nostre città si riempiono di questi pariah dogs che vengono da lontano, e da vicino. Alcuni si costruiscono case inventate con teli e scatoloni, altri girano con carrelli stracolmi di pacchetti, altri ancora non si portano dietro niente a parte i loro corpi. Corpi poveri. Corpi distrutti dalla vita in strada. Monumenti all’ingiustizia. Corpi vivi, qui fuori, e corpi di pietra che mi attendono in cima alla salita. Tutti bellissimi, e tutti diversamente mutilati. Ma davanti alla mutilazione delle statue, i turisti adoranti mettono mano alle digitali e scattano impazziti una foto dietro l’altra, davanti a questi altri corpi, invece -corpi vivi, sofferenti- distolgono lo sguardo e affrettano il passo. Non vedono la grazia, vedono solo la disperazione e scappano via terrorizzati, come fosse una malattia contagiosa, pronta ad avventarsi su di loro. Forse lo sanno -lo sappiamo tutti- che nessuno è al sicuro. Mai. Che scivolare a terra è più facile che rialzarsi.

(E mentre scrivo, penso anche ai miei amici di Asfalto.)


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Largo di Torre Argentina, Roma, qualche sera fa. Le undici. Passeggiata notturna da Trastevere in direzione Pantheon e poi chissà. (Poi, San Pietro a mezzanotte, uno stormo di uccelli neri che volano in cerchio intorno alla cupola, mentre suonano i 12 rintocchi, un’atmosfera spettrale, qualche turista a bocca spalancata, ad ammirare, e P che dice: "più che a un abbraccio" «la chiesa di S. Pietro, quasi matrice di tutte le altre doveva haver’ un portico che per l’appunto dimostrasse di ricever à braccia aperte maternamente i Cattolici per confermarli nella credenza, gl’Heretici per riunirli alla Chiesa, e gl’Infedeli per illuminarli alla vera fede» Lorenzo Bernini) "questa piazza somiglia a un forcipe"). Due foto scattate in fretta, con una macchina fotografica non mia e l’ansia dell’esposizione -soprattutto, l’ansia di essere vista, di disturbare un momento troppo intimo-. Due uomini che si dividono le loro ricchezze: una cena fortunata, rimediata chissà come. Parlano in una lingua dell’est europa che purtroppo non riesco ad identificare. Intorno a loro, sparsi sui sanpietrini: un filone di pane, succo di frutta, birra, formaggio, le sigarette per dopo. L’involto che tengono in mano, e che in queste foto non si riesce a vedere con chiarezza, è un salame. Un salame opportunamente spellato e mangiato a morsi, un po’ per uno. Tra un morso e l’altro, i due uomini parlano a voce bassa, ridendo, le loro voci costruiscono una ragnatela fitta la cui trama è intessuta delle storie di prima, quelle di oggi, quelle che verranno. Avrei voglia di avvicinarmi e condividere con loro questo momento, ma so di non poterlo fare, di non averne nessun diritto. Così mi limito ad osservarli, ascoltarli, rubare due scatti. Intanto, penso a un brano dell’introduzione a un libro di W.T.Vollmann ancora inedito in Italia, Poor People – Vollmann ha formulato la stessa domanda a tantissime persone povere nel corso dei suoi innumerevoli viaggi in giro per il mondo, la domanda più diretta e apparentemente più ovvia, banale: perché sei povero? Sorprendenti le risposte.- Il brano è questo:

 

Thoreau una volta ha scritto che la maggior parte di noi conduce vite di quieta disperazione; ma lo stesso, coloro che conducono queste vite si sforzano di negarlo. Con qualche eccezione, i protagonisti di questo libro non sono disperati, sono felici o tristi; hanno i loro giorni buoni, e le loro cadute….non serve aggiungere che la mia personale interpretazione di come gli eroi e le eroine di queste pagine vedano loro stessi è condizionatafalsata dalla brevità della nostra frequentazione…

 

Non mi permetterei mai di dire che so qualcosa di questi due uomini, dei loro dolori, delle loro speranze, o disperazioni. Posso soltanto dire che quel preciso momento, l’altra sera, a Largo Argentina, proprio davanti all’Aedes Fortunae Huiusce Diei , era un momento di grazia, per loro. Un giorno buono. Un giorno felice. Forse migliore di tanti giorni di quieta disperazione.  


Il quarto comandamento

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"Nella maggior parte delle culture e delle religioni è profondamente radicata la tradizione del sacrificio dei bambini, che anche la nostra cultura occidentale sostiene e tollera con la massima naturalezza. Ovviamente, non sacrifichiamo più a Dio figli e figlie sull’altare, come Abramo e Isacco, ma fin dalla nascita e durante tutta la loro educazione assegnamo loro il compito di amarci, onorarci e rispettarci, di compiere azioni a nostro favore e soddisfare il nostro orgoglio…Diamo a tutto questo il nome di decoro e morale. Quasi mai il bambino può scegliere. Talvolta si sentirà costretto per tutta la vita a offrire ai genitori qualcosa di cui non dispone e che non conosce, non avendone mai fatto esperienza con loro…Sarà uno sforzo che durerà per sempre, poiché anche da adulto sarà convinto di aver bisogno dei genitori e, nonostante le ripetute delusioni, spererà di ricevere da loro qualcosa di buono…Il desiderio imperioso di molti genitori che vogliono essere amati e onorati dai figli trova apparente legittimazione nel quarto comandamento…(Allo stesso modo)…riteniamo di dover amare Dio affinché egli non abbia a punirci del nostro rifiuto e della nostra delusione e ci dia in premio il suo amore che tutto perdona….Forse che questa non è una rappresentazione del tutto grottesca? Un essere superiore che dipende da sentimenti artificiosi, in quanto imposti dalla morale, ricorda molto da vicino la miseria dei nostri stessi genitori. Frustrati da piccoli e pertanto mai divenuti autonomi. Potranno chiamare Dio un simile essere soltanto coloro che non hanno mai messo in questione i genitori e la propria dipendenza da loro."

Alice Miller, La rivolta del corpo, I danni di un’educazione violenta

PS Educazione violenta non significa ovviamente soltanto l’utilizzo della violenza fisica (ad esempio le ‘punizioni corporali’) ma anche di quella psicologica: un ambiente familiare nel quale la violenza psicologica e il ricatto emotivo sono un sottofondo costante, si rivela egualmente devastante. Più mi guardo attorno, più mi accorgo di quante siano le vittime del Quarto Comandamento.

Di Alice Miller, fondamentale: Il dramma del bambino dotato e la ricerca del vero sé.


GUMMO, di Harmony Korine. L’inizio.

Xenia, Ohio. Dopo un tornado. Il bambino con le orecchie rosa da coniglio sono io. Prigioniero in un cavalcavia protetto da reti, guarda i camion là sotto, spreca il tempo, che lì non c’è niente da fare, a parte guardare, e aspettare: non ci si può buttare, non si possono lanciare sassi alle auto in corsa, tutto quello che si può fare è lasciar colare sputi, fumare, aggrapparsi alle maglie e dondolare avanti indietro per vedere se il tempo passa. Abitavo in un paese di campagna. Non c’era stato nessun tornado, in pianura. Ma il tornado era dentro la mia testa, nella mia casa. Io lo so cos’è Xenia. Ci sono stata. E non so ancora se di lì si torna mai indietro.

Questo film è del 1997. Come il mio primo libro.(What we don’t know about children, l’edizione americana). A settembre, sono dieci anni.