Kalaallit Nunat 2


Kalaallit Nunat

Questo è il posto.  Questa, la libreria internet-café dove immagino passerò un po’ di tempo. Ho paura. Della solitudine. Del freddo. Della fatica. Delle cose da imparare in una lingua della quale non capisco nulla. Ma voglio sapere. Come Gretel Herlich voglio sapere "come gli eschimesi avessero fatto del loro freddo impero dell’"età della pietra" un universo morale; come la celebrazione e il tabù fungessero da soglia e da muro; come il ghiaccio funzionasse da acciarino con il quale dare fuoco alla loro immaginazione." Voglio sapere come si scioglie l’ice-cap e cosa raccontano i tracciati dei carotaggi. Voglio sapere come ci si sente ad essere ai margini di tutto. Come ci sente in un mondo che della tua cultura non ha il minimo rispetto e che fa di tutto per portarti dalla sua parte, che non è e mai lo sarà, la tua.

Torno a metà maggio.


Corpo e potere

Intanto ieri, a Milano, alla Galleria Pack, ho visto questa mostra curata da Francesca Alfano Miglietti:

FRANKO B | ZHANG HUAN – DEPOSIZIONE E POSIZIONE

franko b- zhang huan(opening 15 aprile-fino al 15 giugno)

E ho incontrato Franko B, che è da oltre un decennio uno dei miei artisti-faro.

franko_b_OhLoverBoyFranko B, Oh loverboy, 2000, Sweden

Compiti, e orizzonte


(…) Lasciamo perdere l’idea di ricostruire la sinistra, perché la sinistra non ci serve. E’ un concetto vuoto, che si può riempire soltanto di passato. La società non ha bisogno di un nuovo apparato di mediazione politica. Non ci sarà mai più mediazione politica. Il capitale ha scatenato la guerra contro la società. Non possiamo far altro che adeguare ad essa i nostri strumenti e i nostri linguaggi.

Non possiamo combattere quella guerra sul piano della violenza, per la semplice ragione che la perderemmo. La società deve costruire le strutture della sua autonomia culturale: dissolvere le illusioni che sottomettono l’intelligenza al lavoro al consumo e alla crescita, curare lo psichismo collettivo invaso dai veleni della paura e dell’odio, creare forme di vita autonoma autosufficiente, diffondere un’idea non acquisitiva della ricchezza. Non abbiamo altro compito. Ed è un compito gigantesco.

Franco Berardi Bifo, L’orizzonte, l’articolo completo uscito ieri su Carta, qui.

Momenti di smarrimento in cui penso di appendere un poster di Paris Hilton allo sportello del frigo ed eleggerla a icona e modello di vita. Momenti di delirio in cui penso: dato che forse posso, voglio una villa con la tavernetta, voglio pagare meno tasse, mi compro un suv bello alto che domina la strada, voglio la casa al mare, il congelatore pieno di cernie e faraone ripiene già belle che pronte, la cantinetta con la scorta di vini pregiati, voglio dormire serena dietro le mie inferriate e l’allarme inserito, voglio bandire la parola ‘etica’ dalla mia vita. E affanculo a quelli più sfigati di me. (E questo modello di pensiero vale anche per quelli senza villetta e senza suv, perché per ogni grado di sfiga, esiste un grado inferiore). Voglio essere anch’io come loro. Quelli così. Però poi penso che quelli così sono disperati, vivono nell’odio e nella paura, paura della diversità, paura di perdere i propri privilegi, paura di affondare, di non farcela, paura da riempiere di psicofarmaci, di ore e ore di televisione, paura a cui sfuggire rifugiandosi in un centro commerciale o in un outlet e costruendo barriere sempre più alte, bunker sempre più profondi.
Mi sento un’inutile zavorra, in questi giorni, zavorra di un Paese che del mio sguardo non ha il minimo bisogno. Io, lo stolto che guarda il dito mentre gli indicano la luna.

Intanto, tra due giorni parto, e vado in un Paese dove non esistono strade e non ci sono cantieri, un paese senza villette a schiera e senza fabbriche, ma dove lo stesso, un popolo libero si sta condannando all’autoestinzione pur di non sottomettersi al modello occidentale. Forse hanno ragione loro: ubriacarsi fino a collassare. Suicidarsi. Scappare.
Poi invece no. Poi torno e lo so che occorre continuare a fare, fare più di prima, e allora parto tenendomi a mente le parole che mi ha scritto ieri un amico giornalista. Queste:

Simona Vinci. Parti, tu che puoi. Se facessi il tuo mestiere avrei già preso un bellissimo treno per la mia adorata Berlino. L’italia è diventata come San Severo, il posto in cui sono nato, un paese da dimenticare.

Ieri sera attraversavo i viali a testa bassa sotto la pioggia, una macchina ha inchiodato davanti alla strisce pedonali e mi ha fatto passare. La prima cosa che ho pensato è stata che il leghista al volante mi aveva graziato. Ho la stessa sindrome di accerchiamento che provavo dopo Genova.
Chi resta deve darsi da fare. Lavorare, consumare suole di scarpe, raccontare quello che succede in Veneto, nelle fabbriche.
Devo smettere di angosciarmi. Sarà durissima.

Sarà durissima, sì.


Storie e corpi


… la fiction continua ad essere prodotta, ma solitamente ha qualcosa che non va, perché le parole, e le espressioni sono troppo grandi e troppo vicine a noi e quello che sta al di là di esse è spesso in realtà privo di corpo. Mentre, qualunque storia, nel suo più profondo significato, è qualcosa che succede ai corpi: uomini, donne, cavalli, anche navi, che sono come corpi. La differenza che passa tra l’informazione e le storie vere, le storie che succedono a dei corpi, sta nella prospettiva, nell’ottica dei fatti. E’ una questione di come la storia viene raccontata.(…) Un racconto, non una notizia. Ma per osservare quello che è fisico, per osservare l’essenza dei racconti, occorre che il vero e proprio corpo del narratore si trovi sul posto o nelle immediate vicinanze. Non si possono compiere osservazioni su uno schermo…

John Berger

da Il cinico non è adatto a questo mestiere, conversazioni con Ryszard Kapuscinski


Clear

barker8L’evidenza dei fatti, di Nicola Barker (uscito da pochi giorni per Sartorio Editore) è un libro stratificato, complesso. Mentre lo traducevo, due anni fa, capitavano momenti di smarrimento. Un libro che parla di altri libri, intessuto di rimandi, a tratti faticoso, con questo continuo rivolgersi al lettore: ehi, mi stai ascoltando? E’ a te che parlo! Come traduttrice, non sapevo se stare dalla parte del lettore o dalla sua. Alle volte ci parlavo, con la voce narrante, e gli dicevo: senti, piantala di rompere, sta’ un po’ zitto, tu e quel tuo mago di merda! Il mago in questione è David Blaine, personaggio controverso e inquietante. Reale, nel senso che non è il personaggio inventato di un romanzo, ma esiste davvero. Grande amico di quel formidabile talento (genio lo uso solo per i morti) di Harmony Korine. E le pagine che amo di più, di questo romanzo, sono forse quelle nelle quali si parla di questa amicizia e dello strettissimo legame che c’è tra le performances di Blaine e il modo di intendere il cinema di Korine, oltre che quelle che sottolineano la vicinanza tra la performance londinese del mago (Above the below – 44 giorni appeso dentro una scatola di plexiglass sul Tower Bridge, a Londra, senza mangiare, in piena vista- sul sito di Blaine c’è un video) e lo straordinario racconto di Kafka, Un artista della fame (tradotto anche Un artista alla fame, o Un digiunatore). Di Nicola Barker mi ero innamorata leggendo per caso un altro suo romanzo pubblicato in italia da Fazi nel 2001, Disarmati. Un libro enigmatico, di quelli che ti entrano sotto pelle e dentro i sogni, personaggi ai limiti della follia e dell’autismo, ma straordinariamente umani, vicini. E così, sono stata contenta di tradurre questo, sia pur tanto diverso, L’evidenza dei fatti, il cui titolo originale è Clear. Trasparente. Trasparente come la scatola dentro la quale sta appeso il mago. Trasparente come l‘informazione ci vuol far credere di essere. Eccolo qua, quello che io credo sia il tema di fondo di questo libro: trasparenza, verità, ciò che si mostra e ciò che si cela. La contemporaneità è continua esibizione: tutti sanno tutto, tutti vedono tutto e dunque tutto giudicano e tutto credono di sapere. Ma cos’è, davvero, quello che credono di sapere? Cos’è, davvero, quello che crediamo di sapere? E ancora, siamo sicuri che se pure ci trovassimo  la nuda verità sotto il naso sapremmo riconoscerla come tale o non la confonderemmo con le balle? Perle e immondizia, mescolate come sono, dopo un po’ non si riescono più a distinguere. E in ogni caso, la verità, se pure riuscissimo a scovarla, a cosa ci servirebbe?

Qui, una recensione.

P.S. Per chi non avesse avuto la pazienza di andare al link con la biografia, Nicola Barker è una donna, e immagino sia molto affascinata -anche io lo sono- dai ponti.