Han visto il lupo

“Han visto il Lupo, l’hanno visto sparare
l’hanno visto sul fiume con due parole
han visto la Volpe, l’hanno vista sparire
l’hanno vista nell’ombra col suo fucile”.

Claudio Lolli, Poco di buono 

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Niente, non ce l’ho fatta a resistere, sono dovuta andarci e farmele, le strade con in posti di blocco dei carabinieri a ogni incrocio e guardare, ancora una volta, le campagne distese tra Molinella, Marmorta, Campotto, San Antonio, Medicina, Fiorentina; neanche un cane per strada, o un gatto in un campo, solo i posti di blocco coi carabinieri a coppie e il mitra in mano che ti fermano e guardano dentro il bagagliaio, metti che il fuggitivo ci si sia nascosto dentro. Gli agricoltori intanto si facevano gli affari loro ché i campi non aspettano mica che ti torni la voglia. Tra i casolari abbandonati, i canali, gli argini, i fossi, le boscaglie, i canneti: un mondo immobile bagnato dalla luce delle quattordici e trenta che sembrava già estate, quell’estate di pianura che non fa sconti a nessuno, paradiso di uccelli e insetti, innocenti e ignari, fino a prova contraria.

Sono passate più di due settimane dall’omicidio di Davide Fabbri al bar della Riccardina di Budrio e una dall’uccisione della guardia forestale volontaria Valerio Verri in zona Portomaggiore da parte di un fuorilegge considerato altamente pericoloso, ormai noto in tutta Italia come Igor il Russo, anche se il suo nome probabilmente non è Igor, e quasi certamente non è russo.

Quando la scrittrice bolognese Renata Viganò scrive “L’Agnese va a morire”, uno dei capolavori della letteratura neorealista italiana, pubblicato dalla casa editrice Einaudi nel 1949, i ricordi della sua militanza partigiana nelle valli del comacchiese, insieme al marito, anche lui scrittore – Antonio Meluschi detto “il Dottore” – sono ancora freschissimi. Il terribile inverno del ’44-45, e la sua durissima primavera sono appena passati quando incomincia a scrivere quello che sarà il suo libro più famoso, tradotto in moltissime lingue e portato al cinema nel 1976 da Giuliano Montaldo. Renata Viganò dunque quelle valli e quei luoghi li conosceva molto bene. Dapprima sfollata – prima Viserbella, poi Imola, Campotto e Filo – dalla città di Bologna insieme al marito e al figlioletto Agostino e presto coinvolta in prima persona – essendo infermiera ebbe l’incarico di organizzare degli ‘ospedaletti’ clandestini per i civili feriti di guerra – nella lotta contro il nemico straniero e la Brigata Nera Italiana. L’Italia era divisa in due dalla Linea Gotica: gli alleati che risalivano da sud e i tedeschi che scendevano da nord e nel 1943, al loro arrivo avevano pensato che il delta del Po fosse il posto perfetto per realizzare una parte della linea difensiva Bologna – Comacchio, la cosiddetta Linea Gengis Khan. Ponti distrutti, muri antisbarco, postazioni fortificate avrebbero fatto il resto, ma i conti li avevano fatti senza gli osti: gli americani, che poi sbarcarono da tutt’altra parte, ad Anzio, e i partigiani che costruirono una rete capillare di resistenza coinvolgendo sempre più la popolazione locale.

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Il delta del Po è calcolato in settecentottantasei chilometri quadrati e settantacinque, ora ridotti a quaranta, sono invece quelli che circoscrivono il territorio della caccia all’uomo in questi giorni. Sembrano pochi, quaranta chilometri quadrati, ma è difficile far capire a chi non li abbia mai frequentati, cosa siamo di preciso quei chilometri di zona umida e valliva incastrati tra tre province: Bologna, Ferrara e Ravenna. Luoghi perfetti per nascondersi e farsi fantasmi, luoghi che solo gli oriundi conoscono davvero e nei quali sono capaci di sopravvivere e di muoversi, spostarsi, fuggire, scomparire per poi riapparire un poco più là. Le tracce cancellata dall’acqua che sale e scende. Un terreno perfetto sul quale giocare una strategia complicata, un “deserto senza strade, dove la canna alta e il sentiero stretto danno respiro agli agguati”. Nel 44-45 in quelle valli, oltre ai partigiani, si nascondevano anche ricercati delle S.S. e delle brigate nere. Come scrisse poi Meluschi stesso “Le valli erano il sicuro rifugio dei ricercati delle S.S. e delle brigate nere, la gente s’annidava nei freddi e umidi “casoni” delle guardie vallive, nelle chiuse d’acqua, e imparava a pescare le anguille, a vivere soltanto di esse, che qui, molte volte, prendono il posto del pane. Vita dura, disancorata dalla civiltà. Erano compagnie scarsamente armate, al principio scalze, denutrite: era gente d’ogni paese, provincia, regione; e si raccolsero prigionieri russi, cecoslovacchi, inglesi, americani, canadesi, disertori austriaci, tedeschi (…)”

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È in questo mondo, che così raccontato sembra quasi l’ambientazione di una fiaba nera, un luogo immaginario e fantasmatico e invece è qui, a due passi da casa, che si sta tessendo da due settimane la narrazione del cosidetto Killer di Budrio. In questi luoghi desolati all’apparenza, eppure ancora abitati e vissuti non soltanto dagli uccelli palustri e dalle api, ma da persone in carne e ossa che qui hanno le loro attività e le loro case e che ora vivono nella paura. Questi luoghi che se ci passi in macchina per farti un giro, in qualsiasi stagione, ti sembrano sospesi nel tempo così come sono a metà tra terra e acqua, orizzonte aperto e fitta boscaglia, canneti, strette vie d’acqua navigabili con piccole barche, canali morti, strade che finiscono su dune di sabbia e basta un passo per rendersi invisibili. La Viganò faceva dire al Comandante “E’ un luogo magnifico …Le canne non fanno verde, non fanno ombra, ma nascondono. Basta stare fermi ad un metro di distanza, e di qui non passa nessuno.

Acqua torbida, zanzare, uccelli palustri, nebbia, ghiaccio, afa a seconda della stagione. E’, questa, anche la terra in nacque intorno al 1700 la leggenda della Borda (o Bùrda, nel ferrarese, o ancora, francesizzato, Bourda) una creatura mostruosa, mezza umana e mezza strega, col volto mostruoso coperto da una maschera di cartapesta, una creatura malefica che vive nell’acqua dei canali, dei pozzi, degli acquitrini e che appare solo con il buio o nelle giornate di nebbia. ( Obbligatoria la lettura di “Mal’aria” di Eraldo Baldini, lo trovate ne “La trilogia del Novecento” pubblicata da Einaudi). La Borda attrae a sé le sue vittime, preferibilmente bambine e bambini, non per cibarsene, come si potrebbe immaginare, ma per pura, maligna, distillata cattiveria, le immobilizza con una corda o un laccio di cuoio, le strangola e poi le affonda nelle acque melmose che sono la sua dimora. Difficile immaginare un luogo più suggestivo di questo per ambientarci una caccia all’uomo senza quartiere. Non a caso io, che sono di Budrio, più volte ho scelto quegli scenari per alcuni dei miei romanzi, dalla parte finale del romanzo “Come prima delle madri”, ambientato nel 1943 nelle valli di Argenta, a “Strada Provinciale Tre”, in cui la foce del delta del Po è una delle ambientazioni in cui si muovono la protagonista del romanzo e il giovane Dimà. Questa caccia all’uomo mi ha fatto ripensare alla prima stagione di una delle serie tv più belle degli ultimi anni, True Detective, ideata e scritta dal romanziere americano Nic Pizzolatto: è ambientata in Louisiana, tra canneti e valli molti simili a quelle di questa zona d’Italia. Due investigatori, Rust Cohle e Marty Hart, per diciassette anni danno la caccia a un misterioso, spaventoso serial killer che in quelle valli si nasconde, chissà dove, o forse vive alla luce del sole, ma nessuno immagina dove, di preciso, in quella giungla d’erba e acqua putrida. La bellezza sfolgorante di quelle prime otto puntate stava non soltanto nelle interpetazioni eccezionali degli attori, nei dialoghi filosofici e nella vicenda mozzafiato, ma proprio nella capacità di far assumere ai luoghi un ruolo da assoluti protagonisti, al pari degli attori. Qualcosa che con i nostri posti di pianura tra terra e acqua che si spingono su, verso nord-est e verso il delta del Po, sono riusciti a fare nel passato alcuni tra i più grandi registi italiani: Luchino Visconti con Ossessione, Michelangelo Antonioni con Il grido, Roberto Rossellini con l’ultimo episodio di Paisà, che racconta proprio la lotta partigiana nel Delta, e il Mulino del Po di Alberto Lattuada tratto dal romanzo di Riccardo Bacchelli, sulla cui scena finale scorre la frase “Così passa e ritorna il bene ed il male degli uomini e il tempo è simile all’andare del fiume.”

“La Belva Igor”, qualunque sia il suo vero nome e la sua vera storia e qualunque sarà il suo destino, nel giro di due settimane è entrato nella leggenda emiliano-romagnola: tutti quelli che sono oggi bambini, da adulti probabilmente ricorderanno questa vicenda che ha ormai assunto caratteri mitologici ed orrorifici; tornerà forse a visitarli negli incubi questa creatura mezza Rambo, mezza Borda, che striscia sul fango, resiste sott’acqua respirando con una cannuccia, si nutre di galline rubate, gatti e amare radici, carote e zucchine, uova, tutto quello che trova, ha il dono dell’obiquità (molti lo hanno avvistato) ma anche quello dell’invisibilità (nessuno riesce ad acchiapparlo). In quasi mille tra le varie forze dell’ordine impiegate, carabinieri, polizia, paracadutisti, oltre all’elicottero con gli infrarossi, i droni, i cani molecolari e ora, pare, perfino un sensitivo. Una creatura tra l’umano e l’indicibile, una sorta di oscura, feroce divinità che gli umani tentano di placare con offerte di cibo, come si fa con i morti, per tenerlo lontano dalle proprie case. Una narrazione al passo con i tempi, ma con un’aura antica, quasi atemporale, (il Male incarnato esiste in tutti i tempi, purtroppo) che per due settimane (ora tre) ha tenuto con il fiato sospeso, oltre che gli abitanti della bassa, anche quelli di mezza Italia, che forse non sanno niente di questi posti, oppure non se lo ricordano e non fanno collegamenti. Sembra davvero che i luoghi, per la loro conformazione geografica, ma anche per qualcosa di difficilmente spiegabile e assimilabile a una specie di atavica maledizione, attraggano certe storie, forse le generano, ma di sicuro lo sono essi stessi, storie. Quando questa vincenda sarà finita, con la cattura del fuggitivo, con la sua morte o con la sua definitiva sparizione, non potremo più prescindere da questa imperfetta, ma appassionante narrazione che i quotidiani, le testate on-line e i telegiornali hanno alimentato imbeccandola ogni giorno di qualche dettaglio nuovo, fino a farci quasi dimenticare le vittime, perché il cattivo, la Bestia, è molto più appassionante delle piccole vite di gente perbene che ha avuto la sventura di incrociarne il cammino. E quindi Igor il Russo continuerà ad abitare questi luoghi insieme al Comandante e a mamma Agnese, ai partigiani, ai fantasmi dei fuggitivi e dei giustiziati, delle uccise e degli uccisi, sfilze di nomi sulle lapidi a ricordo e nelle liste dei caduti – due donne in bicicletta freddate da tre uomini sconosciuti armati di mitra lungo la strada che porta al bosco del Traversante, il diciannovenne partigiano Alfonso Alberoni che fu mitragliato dai tedeschi il 16 aprile del 1945 proprio nelle valli di Campotto, Argenta, a soli due giorni dalla liberazione di quel territorio e la cui stele o cippo alla memoria sta nel punto preciso di via Cardinala in cui Cadde colpito a morte da piombo tedesco – tedeschi, fascisti e partigiani, gente giustiziata per calcolo, per vendetta, ma anche per errore, da ambo le parti. Tra tutti, a me piace chiudere immaginando due personaggi positivi in assoluto, che in tempi non lontani vagabondarono a piedi, in macchina, in treno e in corriera su e giù per questi luoghi, traendone materiale per la loro arte che stava a cavallo tra il racconto del reale e la sua involontaria (perché loro cercavano il mondo reale e lì, nel Delta del Po e nelle pianure che lo annunciano, il reale è fatto così: imprendibile) trasfigurazione in qualcosa di metafisico e dal valore universale: lo scrittore Gianni Celati e il fotografo Luigi Ghirri. Due viandanti armati di penna, taccuino e macchina fotografica, senza fucile e senza cattive intenzioni, solo l’apertura del sistema ottico e dello sguardo, nel nome dell’amicizia.

N.d.A. Una versione ridotta di questo racconto è uscita per la Repubblica, venerdì 21 aprile.

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È un paese per tutti

L’ultima settimana, nel nostro territorio, non è stata facile. Non è stato facile apprendere di un brutale omicidio avvenuto in un locale che da sempre veniva considerato come un’oasi di tranquillità, uno di quei posti sonnacchiosi e quieti dove si va a prendere un caffè e mangiare un panino semplice, come quelli di una volta, senza mode alimentari e presentazioni fantasiose, niente happy hour, niente fronzoli, quattro vecchi che giocano a carte, lavoratori di passaggio che mangiano un boccone, clienti abituali che comprano le salsicce passite e fan venire l’ora di tornare a casa. Eppure, è successo. E Budrio è finita sulle cronache di tutti i quotidiani e di tutti i tg per un fatto di sangue che nulla ha dell’ordinario, neanche volendo considere come “ordinari” i furti in casa, i tentativi di scasso nei bar o nei negozi con le serrande abbassate – che ovvio, ogni tanto capitano, ma da qui a farne la norma e la quotidianità ce ne passa. – Quello che è accaduto la sera di sabato 1 aprile al Bar Gallo della Riccardina è un fatto inaspettato e imponderabile. La narrazione che ne è seguita si è gonfiata in un torrente in piena che ha ci travolti e costretti anche, in qualche caso, a riempirci la mente e la bocca di paure e terrori e rabbie che da piccoli, umani timori si sono trasformati in qualcosa d’altro. Qualcosa che personalmente mi fa più paura del presunto killer russo “armato fino ai denti” “bestia”, “macchina da guerra”, “killer ninja”, spietato ex soldato dell’Armata Rossa o chissà che altro ancora, che si aggira per le campagne della bassa braccato da Polizia, Carabinieri, corpi speciali, cecchini, parà, cani molecolari, elicotteri a sensori termici che da oltre sette giorni pattugliano la zona giorno e notte con il loro suono inquietante di pale da Apocalypse Now. “E’ pericoloso, state attenti.” La narrazione alimenta la psicosi. Budrio è stata presa d’assalto da cronisti d’ogni parte d’italia e d’ogni inclinazione politica, pronti a registrare l’anomalo nella quotidianità. E a riportare in grassetto nei titoli dei quotidiani dichiarazioni indecenti del genere “A Budrio di notte non si girava neanche prima, figuriamoci adesso” oppure “ora gireremo tutti armati”. Ovviamente c’è stato chi non vedeva l’ora di poter salire in groppa a questo evento terribile e in tempi di campagna elettorale provare a sfruttarlo per tirare acqua al proprio mulino. “E ora la legge sulla legittima difesa” è stato lo slogan preferito. Cittadini abbandonati dallo Stato che diventano giustizieri e pistoleri. Ma è questa, la realtà del nostro paese e del nostro territorio? Che sia necessario avere una presenza delle forze dell’ordine sul territorio è evidente ed è questo che dovremmo chiedere allo Stato: pene severe per chi delinque e la sicurezza di essere protetti. Ma questo è un altro discorso rispetto a quello che volevo fare, il punto per me è un altro: è che ci siamo resi conto sulla nostra pelle (è la prima volta, capite?) di quanto la cosiddetta ‘informazione’ sia parziale e manipolatoria, di quanto sia strettamente legata e condizionata dalla politica e di quanto, ancora, sia responsabile nel creare un clima di terrore diffuso che non aiuta le persone a comprendere i fatti, a prendersi il tempo di elaborare un evento, ma getta le nostre piccole anime in un pozzo di paura. Una comunità che si chiude in casa, dice di volersi armare, sbarra porte e finestre e vive nel terrore è una comunità fragile, che non ha fiducia nella propria capacità di reagire in modo composto e collaborativo e io non credo, non voglio credere, che questa comunità sia così. Ho apprezzato sinceramente i toni e i modi con i quali il nostro sindaco Giulio Pierini è riuscito a tenere unita la cittadinanza. Senza nascondersi, senza spararle grosse, con compostezza e umanità. So che ci sono decine di persone che non saranno e non sono d’accordo con me, so che la rabbia e la paura obnubilano la mente, ma so anche che la maggioranza della popolazione non ci sta a farsi rinchiudere in casa con il terrore dentro. Vorrei consigliare a qualcuna di queste persone arrabbiate e impaurite di provare a leggere un libro, uno dei capolavori dello scrittore americano Cormac McCarthy, si intitola “Non è un paese per vecchi” ( i fratelli Coen ne hanno tratto uno splendido film nel 2007 ). Una storia di caccia all’uomo, avidità e vendette che descrive un mondo spietato e senza regole se non quelle del più forte, un mondo in cui ciascuno cerca di farsi giustizia da sé e quello che resta sono macerie (materiali, organiche e morali). Aveva ragione lo sceriffo Bell, uno dei protagonisti, fin dall’inizio del libro: quel paese (l’America al confine tra Texas e Messico) non è più un paese per vecchi, la legge morale ha abbandonato l’anima delle persone, resta solo la violenza. E alla violenza si risponde, pare, solo con la violenza. Ma lo sceriffo Bell è un uomo vecchio stampo, uno di quegli uomini, tra l’altro, che quando dormono sognano e quando si svegliano si ricordano i sogni che li hanno visitati, e nel suo sogno lui è insieme a suo padre, a cavallo, in un territorio ostile e sconosciuto e porta una fiaccola in mano per fare luce e accendere un fuoco che scaldi “in mezzo a tutto quel buio e quel freddo”. Senza il sogno di una fiaccola che porta la luce e sia capace di scaldarci, siamo tutti perduti. Io esco poco la sera perché ho un bambino piccolo, ma quando esco non ho affatto paura di attraversare le strade del mio paese, non è vero che siamo chiusi in casa, non è vero che vogliamo diventare tutti dei giustizieri, non è vero. Solo il 28 marzo scorso era uscito su Il Resto del Carlino un reportage sui paesi del territorio emiliano che descriveva Budrio, attraverso le testimonianze degli abitanti, come il paese del buonumore. Questa settimana ci ha messi alla prova, la vita e gli eventi mettono sempre alla prova, ma se una comunità si fida di se stessa, le prove si affrontano, e il buonumore, nonostante le perdite e il dolore, prima o dopo si ritrova. Si deve ritrovare.


Sono un’isola

Nel 2000 sono stata a Cuba insieme ad un folto gruppo di scrittori italiani per la Feria del Libro Cubana, il cui Paese ospite quell’anno era appunto l’Italia. Quando arrivammo sull’isola, di sera, venimmo immediatamente catapultati a una manifestazione “di stato” senza capirci quasi nulla, non subito almeno, se non che Cuba era un posto complicato, fatto di luci abbaglianti e di ombre nerissime. Questi sono i miei appunti, ritrovati in un vecchio file. Sono passati 16 anni, quasi 17, un’era geologica considerato come cambiano in fretta gli assetti del mondo. Fidel Castro è morto il 25 novembre 2016 e sui social si è scatenata la solita battaglia tra fazioni. La mia modalità è da sempre quella di scattare istantanee con le parole, osservare. Quello che ho visto e percepito a Cuba in quei venti giorni circa del 2000 è in questi appunti e in due bellissime (sì, lo erano) puntate di un programma di Gregorio Paolini per la regia di Anton Giulio Onofri e si chiamava Cenerentola e che non si possono trovare da nessuna parte se non negli inaccessibili archivi della RAI.

ISTANTANEE DI UNA GIOVANE CUBA

 “Soy una Isla,

Que es lo mismo decir:

una leyenda, una espera, un silencio

que siente romper las olas sin ningùn sobresalto.”

Kenia Leyva Hidalgo, Cuerpo sobre cuerpo

A Cuba i giovani sono tantissimi. Bambini, adolescenti, ragazzi. Riempiono le strade col loro passo veloce, le risate, i richiami. Cuba è un’isola giovane. Il 22% della popolazione ha meno di 15 anni, il 60% è tra i 15 e i 60 anni, oltre i sessanta anni è soltanto il 12%.* Le scolaresche camminano in fila per due all’uscita della scuola, con le divise bianche e rosse e il fazzoletto annodato al collo da piccoli Che Guevara. Le ragazze delle superiori portano la gonna corta, giallo lime, e calzini bianchi alla caviglia. Gambe potenti e belle che fanno girare la testa ai turisti e che loro mettono ancor più in evidenza arrotolando la gonna sulla vita per farla quasi sparire quando escono dalle lezioni. I ragazzi portano i pantaloni lunghi e le camicie bianche brillano contro la pelle abbronzata.

 

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Quando arrivo alla Fiera del libro per il cocktail d’incontro tra scrittori italiani e cubani, e mi trovo in mezzo a una marea di bambini in uniforme scolastica che sventolano bandierine di carta con i colori di Cuba, non capisco cosa stia succedendo. E’ pieno di poliziotti e di bambini e il cielo vira veloce verso il nero come fa ai Tropici quando il sole tramonta. Guardo i bambini, mi lascio spingere di qua e di là. Uno di loro mi mette in tutte e due le mani una bandierina e nel giro di qualche secondo sono anch’io in mezzo a quel casino che sventolo le mie bandiere e ascolto le canzoni dei ragazzini in piedi su un palco che inneggiano al rientro del piccolo Eljian a Cuba. I bambini sollevano le braccia armate di bandiera e urlano Devuelve a Eljian!, in coro. Non ci capisco niente. Ma incomincio a vedere qualcuno degli scrittori italiani sparsi in mezzo alla folla vociante e coloratissima e qualcuno mi dice: seduto laggiù, sotto il palco, c’è Fidel Castro! Il passaggio dal quale Castro uscirà scortato dalla Fortezza è una passatoia tenuta libera dalle Forze dell’ordine, ai lati centinaia di persone si stringono per assicurarsi un posto con una visuale decente. I bambini urlano Fidel! e spingono e piangono e sventolano le bandiere. Spingono talmente tanto che a un certo punto mi accorgo di essere proprio davanti, con i piedi pestati da quelli di una ragazzina nera che mi sorride e chiede scusa e poi ricomincia a urlare Fidel! e a sorridermi di tanto in tanto. Mi lascio spingere, e pestare e sorrido anch’io con le mie bandiere in mano mentre Fidel attraversa la passerella a un palmo dal mio naso e decine di macchine fotografiche scattano impazzite.

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Incontro con gli studenti di italiano nel dipartimento di lingue straniere della Universidad de la Habana. Carlo Lucarelli, Stefano Tassinari ed io prendiamo un taxi, Massimo Carlotto lo incontriamo là perché lui, che è ospite dal nostro amico Gian Pietro Schibotto, professore di italiano che insegna all’università, è andato in macchina insieme a lui . Siamo un po’ in ritardo. La giornata è grigia. Ma dire grigia a Cuba vuol dire una cosa diversa che grigio da noi. Il grigio di Cuba non è uniforme. Niente a che vedere con la cappa padana. Un grigio di nuvole velocissime e sovrapposte, che si spacca qua e là e butta fuori rosa e azzurri improvvisi. Un cielo veloce, che cambia i colori delle strade in un secondo. Quando scendiamo dal taxi, procediamo a passo svelto lungo la Avenida de Mayo che però, ce ne rendiamo conto dopo un po’ che camminiamo lungo una strada larga piena di case verdi e azzurre che non hanno per niente l’aria di istituti universitari, non è la stessa esatta de Mayo a cui saremmo diretti noi. Torniamo indietro. Finalmente, dopo un po’ di indicazioni e innumerevoli giardinetti col busto di Jose Marti (poeta simbolo di Cuba) piantati davanti al cancello d’ingresso, arriviamo. Nemmeno l’università somiglia ad un’università. E’ un palazzone scrostato. Dentro, i soffitti cadono a pezzi, si vedono travi di legno marcio, buchi nel cemento, fili elettrici penzolanti. Le scale sono buie e strette, e gli studenti ci guardano arrancare col fiatone e un po’ sudati per la corsa. Nell’aula di Italiano c’è silenzio. Occhi sgranati fissi su di noi. Ci sediamo imbarazzati e non sappiamo bene come cominciare, dobbiamo parlare di noi, dei nostri libri, senza che nessuno dei ragazzi sappia minimamente chi siamo o casa abbiamo fatto, non abbiamo con noi nemmeno una copia dei nostri libri. Li osservo. Come loro osservano me. Sono giovani, e sono di tutte le sfumature di colore possibile, dal bianco pallido al nero carbone. Hanno fame e sete, ma non di cibo o acqua, che bene o male a Cuba si mette insieme anche in condizioni di povertà, hanno fame di parole, di conoscenza, di lettura. Gli mancano i libri, perché la carta a Cuba è un problema, non hanno i quaderni, non hanno le penne. Hanno solo una gran voglia di imparare. Prima studiavano il russo, ci dicono, poi, da quando Cuba non ha più rapporti esclusivi con quella che è diventata la poverissima, disperata Russia, si sono messi a studiare l’italiano. Della letteratura italiana contemporanea conoscono Calvino. Poco altro. E poco male forse. Non fosse che noi siamo lì, e noi scriviamo. Bene o male, importanti o non importanti, siamo scrittori, gente che lavora con le parole, che ha libri pubblicati, che vive di questo mestiere. E loro vogliono sapere tutto. Di cosa parlano i nostri libri, com’è il nostro stile, quali sono le storie che ci piace raccontare, come funziona l’editoria in Italia. La conversazione decolla. Non c’è più imbarazzo. Ci si guarda tutti negli occhi, si sorride. Qualcuno l’italiano lo parla proprio bene (ci sono anche delle assistenti universitarie e delle professoresse) e fa domande anche difficili. Alla fine dell’incontro, mi metto a chiacchierare con Zuzel, un ragazzo di colore che avrà ventidue anni, ci scambiamo gli indirizzi di posta elettronica (non è vero che Internet a Cuba non arriva, come ho letto su una rivista di viaggi qualche giorno fa. Certo, non ce l’hanno a casa, ma all’università e negli uffici c’è.) Mentre gli scrivo la mia e-mail e quella di Carlo e Massimo su un foglietto, vedo che guarda la mia penna. E’ una uni-ball eye micro, nera. Giapponese. L’inchiostro liscio come seta che corre sulla carta senza la minima pressione. Faccio finta di niente. Ti serve? Gli dico in fretta senza aspettare la risposta. Puoi tenerla sai, ne ho altre, davvero. Grazie, mi dice, gli occhi incollati al suo nuovo tesoro. Vorrei averne lo zaino pieno e invece ho solo quella. Ma intanto Zuzel, che vuole fare anche lui lo scrittore, stasera si metterà al tavolo con la sua penna nuova e scriverà qualche riga con la penna invece che con una matita di quelle che vendono anche qui fuori. C’è un vecchietto seduto su una sedia che fuma il suo sigaro e steso davanti a sé, sopra una cassetta da frutta ribaltata, tiene un sacchetto di nylon bianco come tovaglietta, sopra ci sono matite ancora da temperare, blocchetti, elastici, graffette, colla. Gli studenti comprano quello che gli serve a pochi pesos. La biblioteca del dipartimento di Italianistica è una stanzetta piccola e rumorosa affacciata sulla Avenida. C’è molta luce e ci sono scaffali bianchi – quattro o cinque- pieni di libri ancora incellofanati. Un regalo della casa editrice Einaudi. In mezzo c’è anche “Almost Blue”, di Carlo. Insieme a “La Storia” di Elsa Morante, a Vittorini, a Pavese, Calvino e robe varie messe assieme senza nessun criterio. Devono ancora sistemarli. Tutto qua, ci dice il Professor Schibotto, questa è la nostra biblioteca. Più o meno, quelli sono i libri che avevo io nella mia stanza a dodici anni.

Siamo di corsa per un altro appuntamento, questa volta alla Sociedad ‘Dante Alighieri’ de Cuba, Grupo de los Italianistas Cubanos e io devo pure fare una telefonata. Sembra facile, ma a Cuba telefonare non è mai facile. Il telefono e le bollette sono gratis per tutti, ma riuscire ad avere la comunicazione, o telefonare all’utente giusto è un altro paio di maniche. Devo chiamare Leonardo Padura Fuentes e accordarmi per un’intervista. Quando finalmente riesco a raggiungere per vie misteriose il telefono della sua abitazione al Vedado – che squilla davvero dentro la sua casa: incredibile!- la moglie mi dice che lui è già uscito. Pazienza, ora bisogna correre alla Dante Alighieri che sta in centro, davanti all’Hotel Ambos Mundos, dove Hemingway, altra gloria nazionale anche se yankee, soggiornò nella stanza 511 per sei mesi. Anche qui, dentro un’aula grande e spaziosa, sono in tanti ad aspettarci, saranno trenta tra ragazzi e ragazze. E anche qui i colori ci sono tutti. Ci sono due o tre ragazze davvero bellissime e vestite con piccole cose colorate, sembrano quelle che camminano lungo il Malecon o lungo la Rampa e che attaccano bottone coi turisti. Ma queste sono studentesse di italiano, aspiranti giornaliste e scrittrici. E forse, tra loro e quelle là fuori non c’è poi tanta differenza. Sono ragazze affamate. E certo non solo di soldi, nemmeno le altre là fuori, quelle dei turisti. Vogliono conoscere, sapere, imparare, vedere cosa c’è oltre i confini dell’isola e se è davvero meglio che qui, perché poi chissà, forse non ne vale la pena di cercare di andare via. Perché il mondo là fuori è ancora più bastardo di questo, dove almeno ci si può sentire fieri di essere qualcosa, cubani, cazzo, gente che ha fatto una rivoluzione e l’ha vinta, gente che ha cacciato via gli invasori dalla sua isola, gente che non è di nessuno. C’è anche un ragazzo bellissimo con occhi enormi che mi guarda tutto il tempo e quando la lezione è finita mi si avvicina e mi dice che anche lui scrive e se può trovare i miei libri da qualche parte. Alla Fiera del libro, alla Fortaleza della Cabana, gli dico. Ma non si possono comprare. Un’altra ragazza si avvicina, anche lei vorrebbe i libri. Mi spiace, ve li manderò. E scappo via, in ritardo per un appuntamento, col senso di colpa per i quintali di libri – comprati e regalati dagli editori- che affollano il mio studio e che nemmeno ho il tempo di sfogliare tutti.

Alla Cabana, la fortezza coloniale dove si svolge la fiera del libro, ci andiamo tutti anche per prendere aria e per respirare qualcosa di diverso dal gasolio puzzolente delle auotmobili old style che sono tanto belle e tanto piacciono ai turisti, ma che fanno un rumore e una puzza infernali e rendono l’Havana una città faticosa da vivere. Alla Cabana, la città la vedi tutta, si stende come un lungo braccio davanti a te, con il mare in mezzo, ed è grandiosa, con un cielo sopra da batticuore e il mare aperto sulla destra. C’è silenzio quassù, un vento fresco che sa di salsedine e di verde. Sul muretto di cinta c’è seduto Stefano, la maglietta blu con le faccine pop di Che Guevara, il suo taccuino in mano. Anche lui è venuto a prendere aria, a stare un po’ coi suoi pensieri, fuori dal rumore. E siamo arrivati noi, io e Carlo, a rompere l’incanto. Tutti e tre insieme, entriamo nella parte dell’edificio in cui è ospitata una mostra sul Che, che dentro alla Cabana aveva organizzato il suo Quartier Generale. C’è ancora il tavolo dove pensava e scriveva. Ci sono fotografie, oggetti personali, il suo binocolo, il suo zaino di tela, il suo fucile. Una bambina nera, accompagnata da quello che potrebbe essere il padre, si guarda intorno emozionata e spara domande a raffica. Del Che vuole sapere proprio tutto, anche quello che a scuola ancora non le hanno raccontato. Ci troviamo tutt’e due davanti a una bandiera cubana con l’effigie del Che e di Camillo Cienfuegos stampata sopra a colori brillanti. I nostri sguardi si incontrano. Sorridiamo. All’uscita, davanti al tramonto che piomba velocissimo sulla città là davanti, incontro Leonardo. Ha ventisei anni, è di colore, di cognome fa Guevara e d’aspirazione il poeta. Alcune sue poesie sono uscite su libro pubblicato dalla Editorial Letras Cubana e finanziato dall’Istituto del Libro Cubano. Si chiama Cuerpo sobre cuerpo ed è una raccolta di giovani poeti di Cuba. Ma giovani davvero. Tutti nati dopo il 1970. Parliamo un po’ di poesia, di cosa succede nel mondo editoriale italiano, chi sono gli autori giovani che vale la pena di leggere, e io gli faccio un po’ di nomi. E lui mi racconta del gruppo di poeti di cui fa parte che si chiama Zona Franca e mi invita a una festa. Sfoglio il suo libro, ha una bella copertina azzurra col titolo viola, gli chiedo dove posso trovarlo e lui decide di regalarmi la sua copia. Non credo ne abbia altre e poi è piena di dediche dei suoi amici poeti. Non importa, ne trovo un’altra, dice convinto. Questa è tua. Fa una dedica per me e per Carlo e noi gli promettiamo di mandargli un pacchetto con i nostri libri e con quelli di altri autori giovani italiani così che possa farsi un’idea su quella gran confusione che c’è in Italia nella letteratura di questi ultimi anni. Anche Leonardo ha fame e ha sete, anche Leonardo ha voglia di leggere, di imparare, di scrivere, di ribaltare ogni cosa per vedere cosa c’è sotto. Parla veloce, in spagnolo, e noi parliamo in italiano, come sempre succede qua.

 

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Aymara Aymerich e Yoss li incontro alla tavola rotonda a cui partecipiamo anche io e Tiziano Scarpa. Tutti giovani narratori. A parte uno dei cubani, che si chiama Arturo Arango Arias e che di anni ne ha un bel po’ (è del 1955) e ci scherza su, ma pare che sia una specie di spartiacque qui a Cuba, lui, tra i narratori di prima e quelli di adesso. Yoss in italia ha già pubblicato qualche racconto in antologie collettive di autori cubani.* Scrive tantissimo, Yoss. Ha scritto decine di romanzi e racconti, è laureato in biologia, ha solo trent’anni ed è sempre in giro. Frequenta gli altri scrittori, va alle feste, è un appassionato di heavy metal: quando cavolo scrive? Si domanda qualcuno dei suoi colleghi. Certo che l’aria da cubano non ce l’ha per niente. Sembra il chitarrista dei Guns and Roses, però più provinciale. Porta la bandana, i capelli lunghi e mossi oltre le spalle, borchie sparse un po’ dappertutto, pantaloni stretti e scarpe a punta. Ha uno sguardo bellissimo. E in questi giorni gira con una minorenne con l’aria da tossica anoressica. Sguardo verde perso nel vuoto e labbra impermeabili al sorriso. Non si può dire che sia la sua ragazza perché Yoss di ragazze mi dicono che ne cambia una ogni settimana o due. Quando è il suo turno di parlare, Yoss ti sorprende. E’ intelligente e coraggioso. Non ha paura di niente, infatti scrive dei problemi dell’isola senza censure. Scrive fantascienza, horror, non si chiude in un unico genere, ma parla anche di balseros e di hineteras, parla della fame, della voglia di scappare, delle nuove generazioni che della rivoluzione se ne fregano, che vogliono solo essere libere, avere le cose che i loro coetanei fuori da qui hanno. Nasce subito una polemica. Quando tocca ad Aymara parlare ce ne rendiamo conto. Aymara è rossa di capelli e morbida di corpo. E’ vestita da poetessa hippie e le mani le tremano un po’. Però quando comincia a parlare via via si rassicura. Il suo spagnolo per me è difficile da seguire, parla troppo in fretta. Però capisco una cosa: dice che nessun racconto di balseros o di hineteras potrà mai diventare vera letteratura, che la vera letteratura sta da un’altra parte. (Quale? Mi domando io, che non seguo fino in fondo.) Yoss sorride, non replica, devono averne già parlato tra loro un miliardo di volte di queste cose, e aver litigato e fatto l’alba tra sigarette e lattine di birra Cristal con chissà quale musica gracchiante a fare da sottofondo. Mi immagino i Metallica se ha scelto Yoss, o Bach se a scegliere è stata Aymara. Aymara è nata a Cuba ma credo abbia origini irlandesi. La sua storia è diversa da quella di Yoss. I suoi genitori devono esser stati dei fricchettoni comunisti che hanno appoggiato la rivoluzione castrista e hanno deciso di vivere qua. E’ allineata, Aymara, non ci sono incertezze in lei. O forse sì, io che ne so. Sento solo che la letteratura per lei sta in un luogo altro e che niente ha a che fare con la fame del periodo Especial o con la doppia economia (pesos contro dollari) che sta mettendo in seria difficoltà la gente: un medico guadagna venti dollari al mese e un taxista abusivo ti porta alla spiaggia per dieci dollari, un’impiegata ne guadagna dieci e per la strada i mendicanti ti guardano male se gliene dai solo uno. Per Aymara il male di tutto sta nella informatizzazione del mondo che allontana le persone dalle altre persone e da sé stesse. Può essere, ma è vero per noi, che ne sa lei? Non ho visto neanche un cubano con un telefonino o un pc portatile per la strada. E alla tele si vedono tre canali. Decido che la poesia di Aymara, se parte da questi presupposti non mi interessa, non ha niente da dirmi. E invece, quando più tardi ho modo di leggere le sue poesie, trovo che sono bellissime.

Gli ultimi giorni, quando gli impegni ufficiali sono finiti, troviamo un po’ di tempo per andare finalmente in spiaggia. A fare i veri turisti. Sulla spiaggia di Guanabacoa è pieno di ragazzi. Ci sono solo giovani che chiacchierano in gruppi fitti oppure giocano a palla, nuotano, scherzano tra loro. Un giovane mulatto ci porta sedie a sdraio, noci di cocco da succhiare, panini, cocktail di frutta, tutto quello che vogliamo e intanto chiacchiera incessantemente. Vuole sapere tutto di noi. Vuole fare amicizia. Ci offre quello che offre a tutti i turisti (case, paladares, droga, ragazze e ragazzi) finché non capisce che noi non siamo esattamente ‘quel’ tipo di turista. Stefano, che ha un innato talento pedagogico, comincia a parlare di letteratura. Gli dice che siamo scrittori e gli chiede se gli piace leggere. Io mi sto addormentando sulla sedia a sdraio ma ascolto lo stesso, seguo il filo. Sento che il ragazzo dice che no, non gli piace tanto, ci sono troppe altre cose che ha voglia di fare, ma racconta a Stefano la storia di un libro che ha letto e che parla di un vecchio matto, un vecchio fissato con il pescespada e che a un certo punto parte in mare da solo per prendere il pesce più grande della sua vita. Stefano sorride. E’ “Il vecchio e il mare”, di Ernest Hemingway e chissà se quel ragazzo lo ha letto davvero, o se invece, anche quella storia non fa talmente parte del folclore dell’isola che tutti la sanno a memoria. La chiacchierata finisce col ragazzo che si appunta su un foglietto il nome di Leonardo Padura Fuentes e i titoli dei suoi romanzi noir, per andare a cercarli in biblioteca.

A Cojimar andiamo io e Carlo da soli, per completare il percorso della giornata Hemingway. Da bravi turisti siamo andati in visita alla sua casa nella tenuta di Finca Vigia. E ora siamo a Cojimar, la cittadina di pescatori dove è ambientato “Il vecchio e il mare” e dove ancora è conservato il Pilar, la barca di Papa. (Che non riusciamo a trovare). Mangiamo in una trattoria con appesi alle pareti i suoi trofei di pesca e la musica di vecchi cantanti sdentati che dedicano un bolero ai turisti giapponesi. Vediamo il monumento dedicato allo scrittore dagli abitanti del villaggio. Un orribile busto per niente somigliante. Passeggiamo lungo uno strano litorale di sassi, sterpaglie e immondizia che porta a un villaggio poverissimo e fitto di gente che va e viene in bicicletta. Una massa di bambini ci accerchia e chiede spiccioli. Glieli diamo e Carlo cerca di dividerli equamente.

Sulla spiaggia davanti a noi c’è una barca rovesciata. La chiglia feroce. Verde chiaro, screziata di giallo. Scorticata. Ci sono due ragazzini che avranno tra i nove e i tredici anni. Sono così magri e asciutti che è impossibile dirlo. Corrono veloci avanti e indietro su quel piccolo spazio a metà tra terra, mare e cielo. In riva alla spiaggia di Cojimar, tra rifiuti e alghe verdi. Brandiscono due enormi bastoni di legno nero. Sciabole. Basta crederci. Salti acrobatici, cadute sulla schiena e rapida ripresa della posizione verticale. Schiene muscolose, elastiche come quelle dei gatti. Ridono e se le danno forte. Spada contro spada. E’ un’immagine fuori del tempo. Eppure, gli sguardi di questi due ragazzini poveri di Cojmar, i loro sorrisi, le loro acrobazie non sono molto diversi dai sorrisi e dai gesti degli universitari dell’Havana, degli aspiranti scrittori, delle modelle che vivono all’estero, delle belle ragazze che hanno trovato marito in Italia e che adesso vengono qui due volte l’anno a trovare le famiglie. La stessa fame di vivere negli occhi delle ragazze che abbordano i turisti e che li blandiscono e li incantano con i loro sorrisi aperti e maliziosi. Negli occhi dei ragazzi che per strada si offrono di farti da guida e di presentarti le sorelle e di portarti a mangiare da un loro amico a poco prezzo, che ti offrono sigari e ron, ma sanno anche parlare di poesia e di musica perché ce le hanno incise dentro, come talenti naturali. Perché anche il più ignorante dei giovani cubani è di certo meno ignorante e meno ottuso dell’ignorante coetaneo italiano che magari sa tutte le marche dei cellulari e delle scarpe da ginnastica, ma a memoria non si ricorda neanche il suo indirizzo. Perché anche il più annoiato e depresso giovane cubano non sarà mai tanto annoiato da non aver più voglia di niente se non di stordirsi con qualcosa come il suo coetaneo italiano circondato solo di vecchi barbogi che la sanno sempre più lunga di lui. Forse è questa la forza vera qui, che sono loro, i giovani, ad essere in maggioranza, e anche se non possono decidere molto, o comunque non sanno bene cosa decidere e quale sarà il destino della loro terra, sono giovani e sono tanti.

E’ un’isola giovane, penso, mentre i due ragazzini combattono nella luce pastosa del tardo pomeriggio e cadono e si rialzano e urlano come veri guerrieri, un’isola che è una leggenda e una speranza e un silenzio e che merita qualcosa di più dei dollari dei turisti.

(2000)

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• Dati percentuali tratti dalla guida Cuba De Agostini- Baedeker. • Yoss, ovvero José Miguel Sanchez, Balsatour S.p.A.in A labbra nude, Racconti dall’ultima Cuba a cura di danilo Manera, A.V. (Feltrinelli, Milano 1998) e in La baia delle gocce notturne, A.V., (Besa, Lecce 1996). • Arturo Arango Arias , Il vecchio e il bar in A labbra nude, Racconti dall’ultima Cuba a cura di Danilo Manera, A.V. (Feltrinelli, Milano 1998) e L’Havana Elegante, Fazi Editore 2000) • Leonardo Padura Fuentes, Maschere (Marco Tropea editore, Milano 1997); Paesaggio d’autunno (Marco Tropea editore, Milano 1998); Passato remoto (Marco Tropea editore, Milano 1999).

Prime date

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La prima verità


La prima verità
Simona Vinci

In uscita a fine marzo
Stile libero Big
pp. 408
€ 20,00
ISBN 978880621268

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Uno stivale rosso

 

Forse questa storia, come tutte le storie, è cominciata tantissimo tempo fa. E’ cominciata ancora di prima di incominciare, se capite cosa intendo.

Certo, un punto di partenza per iniziare a raccontarla io l’ho trovato, ma questo non esclude che sia possibile risalire a un tempo ancora più lontano delle passeggiate lungo la spiaggia che mia madre mi portava a fare ogni domenica quando ero un bambino.

Mi mostrava le conchiglie, le impronte dei granchi sulla sabbia, le cabine vuote degli stabilimenti balneari. Vuote perché mia madre detestava la spiaggia nei mesi estivi e il mio ricordo infantile del nostro Adriatico è sempre grigio e ventoso, oppure di sole limpido e freddo, e invariabilmente, nelle mie immagini mentali, la spiaggia è semi deserta e gli stabilimenti sono chiusi. Il mare d’inverno è come un film in bianco e nero visto alla tivù diceva quella canzone così triste, e anche per me il mare era questo, è ancora questo: poca gente che cammina lungo il bagnasciuga stringendosi al collo il bavero del cappotto, i capelli che si gonfiano per via di vento e salsedine, i cani che corrono dietro a bastoni lanciati verso l’acqua e a volte hanno paura di bagnarsi le zampe nella spuma che ribolle.

Mia madre camminava accanto a me trascinando la gamba destra in un buffo modo, e lo faceva da sempre, da che ho memoria di lei, della sua figura piccola e dei suoi capelli rossi, e ora che ci penso non gliel’ho mai chiesto perché camminasse in quel modo. Le persone che amiamo sono quello che sono, i loro difetti, le loro caratteristiche, le loro stranezze, ci sono così familiari che non ci troviamo nulla di strano, soprattutto finché siamo bambini. I bambini prendono le cose così come sono. E io non me lo sono mai chiesto, ad esempio, perché mia madre avesse i capelli rossi e le lentiggini sugli zigomi, perché indossasse sempre lunghe gonne fiorite o sorridesse alzando l’angolo destro delle labbra e mai il sinistro. Era lei. Era mia madre, Sabina, una piccola donna dai capelli color fiamma che claudicava leggermente tenendo per mano il suo bambino lungo una spiaggia semi deserta.

Ruotava l’anca di qualche grado e le sue impronte sulla sabbia erano diverse: una era dritta e, diciamo così, normale, precisa, come quelle di tutti insomma; l’altra invece si portava appresso una specie di rotazione, come uno sbuffo circolare subito prima di posare il piede a terra. Una pennellata rotonda. La sua impronta digitale. Mi piaceva rimanere un po’indietro, con lei che mi tirava per la manina e voltarmi a guardare quel disegno che continuava ripetersi lungo il nostro percorso. Quell’orma mi faceva sentire al sicuro: non l’avrei mai persa, mia madre, come a volte succedeva nelle fiabe che lei mi leggeva la sera, prima di mettermi a letto. Non l’avrei mai perduta perché avrei potuto riconoscere le sue impronte da quelle di chiunque altro al mondo. Se anche se avesse cambiato scarpe ogni giorno e la suola avesse lasciato righe, quadretti, loghi o nomi diversi, io l’avrei ritrovata, perché nessuno, camminando, faceva quello stesso disegno che conoscevo così bene.

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In dolcezza e rispetto reciproci, un comandamento

Una volta, avevo ventiquattro anni, a Londra, ero andata a trovare in zona SouthWark – Elephant and Castle, a casa sua, un ragazzo conosciuto qualche giorno prima per strada. Eravamo fuori da una libreria e lui mi aveva seguita su un autobus. Come ti chiami, da dove vieni, cosa fai nella vita. Parlammo di libri, lui mi disse che gli piaceva leggere, ma a casa sua di libri non ce n’erano mai stati e neanche i soldi per comprarli. Per quello andava nelle librerie, a rubarli. Era carino, aveva i denti sporgenti e indossava un berretto da basket. Cosa fai, gli chiesi, vai in giro a molestare le donne per strada? Vuoi dei soldi? Non mi fidavo per niente, però mi era simpatico. Portavo gli stivali a ventiquattro anni, li porto ancora: stivali al ginocchio, spesso tipo anfibi, stivali da corsa, da fuga, da battaglia, niente scarpe da preda, i tacchi mai, devi sempre poter correre pensavo e penso ancora. Ma quello era un ragazzino di 17 anni, quasi un bambino, e io ne avevo sette di più. Dovevo aver paura di lui? Ci sentimmo un paio di volte al telefono. Poi una sera col bigliettino dell’indirizzo in mano, venivo da Maida Ave, Little Venice, mi ritrovai in un casermone allucinante – Heygate si chiamava, adesso è stato demolito e in parte ristrutturato – le luci degli androni erano mezze fulminate, una gran puzza di piscio, rifiuti dappertutto, gente da nessuna parte: solo i resti dei vizi e le ombre e i fantasmi del giorno appena trascorso. Nell’ascensore c’erano delle spade – siringhe usate, sì – piantate contro le pareti, carta igienica appallottolata e schizzi di vomito da alcool. L’appartamento era a un piano alto, non ricordo il numero. Venne ad aprirmi lui, il ragazzino, Mark si chiamava, e io entrai. In salotto, che era la prima stanza della casa, c’era una gran nebbia da fumo, la tv accesa a tutto volume e davanti alla tv un uomo di mezza età, in tuta e ciabatte, sbragato sul divano, grasso, con un birra in una mano e una sigaretta nell’altra. Non mi guardò neanche, mentre io e il ragazzo – quello è mio padre, è un negro disse, indicandolo senza girarsi, mia madre invece è bianca, non la vedo da dieci anni, non so dove vive, siamo io e lui da soli qui e lui non fa un cazzo tutto il giorno -.  Ebbi paura? No. Avrei dovuto? Ni. Boh. Rimanemmo nella sua stanza fino a mezzanotte e mezza e in una manciata d’ore Mark mi raccontò i suoi pochi anni di sfighe: sussidi, piccoli furti, guai scolastici e con la giustizia, abbandono materno, alcolismo paterno, botte prese e date, rap e poesia, poi io dovevo correre a prendere l’ultima metro e me ne andai da sola nella notte stralunata di una città che conoscevo poco e l’ultimo treno lo presi per un pelo, e non avevo il cellulare nel 1994 e non avevo paura, perché a ventiquattro anni non si dovrebbe avere paura di niente, specie dei ragazzi. Mi è sempre andata bene. Mi sono sempre fidata del mio istinto, con gli uomini, e non mi è mai successo niente di brutto, mi sono sempre accorta prima se uno poteva essere uno stronzo e gli stronzi non mi piacevano e non mi piacciono. Tutto bene a parte una volta, per strada, molti anni prima, da ragazzina, a Monza, dove ero ospite da mia zia per un periodo. Mentre camminavo sentii qualcosa di umido strisciarsi contro il mio avambraccio nudo, era primavera. Dietro una specie di palizzata per i lavori in corso c’era un uomo che sporgeva le sue tumide grazie oscene contro le passanti. Una cosa schifosa, così schifosa che una volta a casa di mia zia mi grattai a sangue il braccio con acqua e sapone e unghie. Una rabbia così feroce ho provato, quella volta: cammino per la strada, sono una ragazzina, non ho ancora mai toccato un uomo, come si permette uno sconosciuto di farmi una cosa così vomitevole? Una scemenza, certo, paragonata a una violenza sessuale vera e propria, ma comunque indimenticabile. Intollerabile, perché poco aveva a che fare con il mio intuito e le mie scelte, questa cosa. Mi era successa e basta. Se fossi stata una ragazza più fragile forse mi avrebbe segnata a vita, ma non lo ero, fragile. E anzi, questo ricordo poi mi ha sempre fatto rizzare le antenne quando sceglievo che strada prendere, da chi accettare un passaggio, quando dare il mio numero di telefono e come muovermi per le strade. Sono stata guidata bene dall’istinto e sono stata molto molto fortunata. Sono stata fortunata quella volta a Heygate. Sono stata fortunata in cento altri posti del mondo dove ho viaggiato da sola, e anche dietro l’angolo di casa, in tutti i posti dove sono uscita di notte, dove ho conosciuto uomini e ci ho parlato, ho dato loro confidenza e a volte ci sono uscita insieme. Nessuna ragazza dovrebbe avere paura. Nessuna ragazza dovrebbe rinunciare a viaggiare, uscire, conoscere, sorridere a uno sconosciuto, magari baciarlo, alla libertà di giocare finché è un gioco e dire no, grazie quando il gioco non le piace più. Ogni volta che invece succede che una ragazza è sfortunata, non si può girare la testa, strumentalizzare l’accaduto o minimizzarlo, ma guardarli bene in faccia, gli stronzi. Che tendenzialmente non hanno colore, razza o fede ma sono, come tutte le teste di cazzo, distribuiti in maniera abbastanza equa ovunque. Non si userebbe l’espressione testa di cazzo, se non volesse dire quel che vuol dire, no? Non ho niente proprio contro l’organo sessuale in questione sia chiaro, ma un certo grado d’istinto predatorio slegato dalla ragionevolezza, negli uomini, mi pare innegabile. MA (un MA grande e pesante come un macigno) è poi l’atteggiamento culturale di una società che lo condanna o lo legittima, quell’istintucolo, e fa crescere giovani uomini stronzi e predatori oppure, al contrario, giovani uomini rispettosi e corretti (come tantissimi ce ne sono). Ed è un lavoro educativo che riguarda tutt*: madri, padri, nonni, zii, amici, maschi, femmine, transgender. Le parole di sdegno pronunciate per politically correctness non bastano quando poi il tuo linguaggio comune e i tuoi gesti quotidiani sono tutti bagnati di sessismo. E noi, intendo le donne, cosa possiamo fare? Nasconderci, fare finta di niente, assoggettarci a un certo filone di mal-pensiero  che ci dice che certe cose, se vogliamo essere sicure che non ci accada niente di male, non dobbiamo farle? Negare che le possibili violenze maschili ci fanno paura? Che anche certi sguardi per strada, certe battute, certe situazioni sul lavoro e nella vita quotidiana sono violente al pari dei gesti eclatanti? Che ci accorgiamo benissimo dei tiranti nascosti che  vogliono prenderci al lazo e cercano di ributtarci in casa, nell’oscurità e nel silenzio che abbiamo abitato per centinaia d’anni e che in gran parte del mondo – spesso anche qui, dietro l’angolo! -abitiamo ancora?
Questi pensieri mi sono venuti riflettendo su ciò che i media hanno riportato di quanto accaduto a Colonia, Germania, il 31 dicembre scorso. (Leggo e sento: 1000 uomini. Di meno, di più? Chi li ha contati? 90 ? 70? 80? 100? 500? denunce per stupro. Violenze e palpeggiamenti, furti, botti sparati senza le cautele del caso.Tutti immigrati/rifugiati? Qualcuno sì qualcuno no, metà e metà? Leggo gli articoli dei maggiori quotidiani europei e vari interventi sul web e mi sembra ci sia molta poca chiarezza e obiettività dei fatti riguardo quanto accaduto in Breslauer Platz. Non entro dunque nel merito della vicenda, che mantiene per me ancora molti punti non chiari, ma divago sul tema, perché qualsiasi cosa sia accaduta, per certo lo scenario da apocalisse che ha spalancato mi fa paura: uomini ubriachi e violenti che si gettano sulle donne senza che le forze dell’ordine siano in grado di intervenire. Scenario che tra l’altro si presta molto bene a strumentalizzazioni politiche e dunque bisogna andarci cauti, capire bene.)
Però. Sono madre di un piccolo figlio maschio di tre anni e mezzo e il mio impegno quotidiano da quando è nato è stato, ed è, quello di insegnargli a rispettare gli esseri umani indipendentemente dal sesso, dall’età, dal colore e dalla condizione sociale. La sola idea di ritrovarmi con un adolescente che tratta le ragazze come gadgedts o come carne a pezzi sul banco del macellaio, mi fa orrore. Ma procedo a tentoni, con mille dubbi perché certo, io la vedo- e vivo – in un certo modo, ma fuori, fuori c’è il mondo e il mondo di oggi è complicato da una pluralità di visioni  che a volte – spesso – poco si armonizzano con la mia.
Ci sono tre scene che mi hanno colpita nello splendido  film di Mike Leigh dedicati agli ultimi venticinque anni di vita del grandissimo pittore William Turner. Siamo nella prima metà dell’Ottocento, a Londra. Nella prima scena c’è Turner (interpretazione gigantesca, e chinghialesca, di Timothy Spall!) che di ritorno da un viaggio nelle Fiandre viene accolto dalla donna di servizio con la quale convive insieme al vecchio padre. La donna, devota e succube di quell’uomo rude, orrendo e sublime, gli si offre silenziosa: due zampe la abbrancano in un gesto inequivocabile di possesso. Nella seconda scena, il rapporto tra i due viene ulteriormente esplicitato. Turner si avvicina alla domestica, che sta cercando un libro nello scaffale, le si spinge contro e le solleva la gonna per un amplesso bestiale che durerà al massimo trenta secondi e terminato il quale l’uomo si strappa via da lei con un grugnito e neanche un grazie, lasciandola lì: insoddisfatta,  usata e buttata. Sola.  Nella terza scena, la donna invece è un’altra, una bis-vedova non più giovane, di animo allegro ed evidentemente ben consapevole delle sue voglie e dei suoi diritti. Quando la bis-vedova bussa alla porta della camera da letto che quello strano affittuario londinese ogni tanto occupa per stare vicino alla vista del mare -uno dei soggetti preferiti di Turner, forse IL preferito – lui esce e i due si ritrovano lì, nell’ingresso, al lume di una lampada e Turner fa quello che ha sempre fatto, l’unica cosa che evidentemente, di fronte a una donna, sa fare: abbrancarla, prendersela con la forza. Ma attenzione, lei a quella forza si ritrae, e per un attimo pensiamo che gli darà un ceffone, lo manderà a quel paese e fine della storia. Invece no, lei lo prende per mano con fermezza, e invece di farsi trascinare nella stanza di lui o lasciarsi prendere lì, su due piedi, lo invita a seguirla nella propria, di stanza. La porta si chiude. Lo spettatore intuisce che in quel momento di nero sospeso c’è da cogliere qualcosa di importante: il potere che una donna ha di fronte al desiderio maschile (quando è condiviso, ovviamente); quello di guidarlo, ingentilirlo, modularlo in accordo con il proprio; con estrema fermezza, se necessario.
Non c’entra niente con i “fatti di Colonia” come ormai vengono definiti ovunque, ma un po’ si, per me comunque c’entra.
Dove c’è la consapevolezza e l’orgoglio di essere ciò che sì è non si ha paura di far valere i propri diritti, a cominciare da quello di non gradire e rigettare una battuta detta da un passante, una richiesta non gradita fatta dal marito, il compagno, un amante o un amico. A cominciare dalla pretesa che chi ci sta intorno comprenda se ci sentiamo limitate, offese, diminuite e stia dalla nostra parte, ma per davvero: senza minimizzare o peggio ridicolizzare le nostre lamentele a riguardo.
Temo che se oggi, nel 2016, avessi ventiquattro anni e dovessi andare a trovare un ragazzino sconosciuto, povero, di colore, in un posto simile ad Heygate mi farei molti più scrupoli che nel 1994 e questa considerazione non mi piace per niente. Che le ragazze di oggi siano meno libere di quanto non lo sia stata io è un’evidenza che fatico ad accettare e che mi fa male. Un evidenza che mi costringe a tirar fuori la testa dalla sabbia, e guardarmi bene attorno per cercare di capire cosa stia succedendo e come possiamo lavorarci su.
Sto ripensando anche, tra le tante cose, a un film che presenterò a breve in una rassegna cinematografica dedicata all’adolescenza: Girlhood, (uscito in Italia col titolo Diamante nero, dalla canzone Black Diamond di Rihanna) della regista francese Céline Sciamma. Una storia che racconta le sfide contemporanee nella costruzione di un’identità femminile. C’è una bellissima scena nel film che ribalta lo stereotipo del maschio in contemplazione dell’oggetto-corpo femminile: la protagonista, – Marieme soprannominata Vic, da Victory -chiede al suo ragazzo di spogliarsi e osserva  il suo corpo maschile teneramente sottomesso alla prepotente curiosità di una femmina. In dolcezza e rispetto reciproci. Le ragazze che ballano in questo video qui sotto  (è un’altra una bella scena del film) non sono delle prede. Sono giovani e belle di per sé, per sé, dentro una stanza senza spettatori: ballano da sole e lo fanno benissimo, con gioia e abbandono. Quando il sorriso di una ragazza smette di essere così fiducioso è anche colpa nostra: di tutt*.