In dolcezza e rispetto reciproci, un comandamento

Una volta, avevo ventiquattro anni, a Londra, ero andata a trovare in zona SouthWark – Elephant and Castle, a casa sua, un ragazzo conosciuto qualche giorno prima per strada. Eravamo fuori da una libreria e lui mi aveva seguita su un autobus. Come ti chiami, da dove vieni, cosa fai nella vita. Parlammo di libri, lui mi disse che gli piaceva leggere, ma a casa sua di libri non ce n’erano mai stati e neanche i soldi per comprarli. Per quello andava nelle librerie, a rubarli. Era carino, aveva i denti sporgenti e indossava un berretto da basket. Cosa fai, gli chiesi, vai in giro a molestare le donne per strada? Vuoi dei soldi? Non mi fidavo per niente, però mi era simpatico. Portavo gli stivali a ventiquattro anni, li porto ancora: stivali al ginocchio, spesso tipo anfibi, stivali da corsa, da fuga, da battaglia, niente scarpe da preda, i tacchi mai, devi sempre poter correre pensavo e penso ancora. Ma quello era un ragazzino di 17 anni, quasi un bambino, e io ne avevo sette di più. Dovevo aver paura di lui? Ci sentimmo un paio di volte al telefono. Poi una sera col bigliettino dell’indirizzo in mano, venivo da Maida Ave, Little Venice, mi ritrovai in un casermone allucinante – Heygate si chiamava, adesso è stato demolito e in parte ristrutturato – le luci degli androni erano mezze fulminate, una gran puzza di piscio, rifiuti dappertutto, gente da nessuna parte: solo i resti dei vizi e le ombre e i fantasmi del giorno appena trascorso. Nell’ascensore c’erano delle spade – siringhe usate, sì – piantate contro le pareti, carta igienica appallottolata e schizzi di vomito da alcool. L’appartamento era a un piano alto, non ricordo il numero. Venne ad aprirmi lui, il ragazzino, Mark si chiamava, e io entrai. In salotto, che era la prima stanza della casa, c’era una gran nebbia da fumo, la tv accesa a tutto volume e davanti alla tv un uomo di mezza età, in tuta e ciabatte, sbragato sul divano, grasso, con un birra in una mano e una sigaretta nell’altra. Non mi guardò neanche, mentre io e il ragazzo – quello è mio padre, è un negro disse, indicandolo senza girarsi, mia madre invece è bianca, non la vedo da dieci anni, non so dove vive, siamo io e lui da soli qui e lui non fa un cazzo tutto il giorno -.  Ebbi paura? No. Avrei dovuto? Ni. Boh. Rimanemmo nella sua stanza fino a mezzanotte e mezza e in una manciata d’ore Mark mi raccontò i suoi pochi anni di sfighe: sussidi, piccoli furti, guai scolastici e con la giustizia, abbandono materno, alcolismo paterno, botte prese e date, rap e poesia, poi io dovevo correre a prendere l’ultima metro e me ne andai da sola nella notte stralunata di una città che conoscevo poco e l’ultimo treno lo presi per un pelo, e non avevo il cellulare nel 1994 e non avevo paura, perché a ventiquattro anni non si dovrebbe avere paura di niente, specie dei ragazzi. Mi è sempre andata bene. Mi sono sempre fidata del mio istinto, con gli uomini, e non mi è mai successo niente di brutto, mi sono sempre accorta prima se uno poteva essere uno stronzo e gli stronzi non mi piacevano e non mi piacciono. Tutto bene a parte una volta, per strada, molti anni prima, da ragazzina, a Monza, dove ero ospite da mia zia per un periodo. Mentre camminavo sentii qualcosa di umido strisciarsi contro il mio avambraccio nudo, era primavera. Dietro una specie di palizzata per i lavori in corso c’era un uomo che sporgeva le sue tumide grazie oscene contro le passanti. Una cosa schifosa, così schifosa che una volta a casa di mia zia mi grattai a sangue il braccio con acqua e sapone e unghie. Una rabbia così feroce ho provato, quella volta: cammino per la strada, sono una ragazzina, non ho ancora mai toccato un uomo, come si permette uno sconosciuto di farmi una cosa così vomitevole? Una scemenza, certo, paragonata a una violenza sessuale vera e propria, ma comunque indimenticabile. Intollerabile, perché poco aveva a che fare con il mio intuito e le mie scelte, questa cosa. Mi era successa e basta. Se fossi stata una ragazza più fragile forse mi avrebbe segnata a vita, ma non lo ero, fragile. E anzi, questo ricordo poi mi ha sempre fatto rizzare le antenne quando sceglievo che strada prendere, da chi accettare un passaggio, quando dare il mio numero di telefono e come muovermi per le strade. Sono stata guidata bene dall’istinto e sono stata molto molto fortunata. Sono stata fortunata quella volta a Heygate. Sono stata fortunata in cento altri posti del mondo dove ho viaggiato da sola, e anche dietro l’angolo di casa, in tutti i posti dove sono uscita di notte, dove ho conosciuto uomini e ci ho parlato, ho dato loro confidenza e a volte ci sono uscita insieme. Nessuna ragazza dovrebbe avere paura. Nessuna ragazza dovrebbe rinunciare a viaggiare, uscire, conoscere, sorridere a uno sconosciuto, magari baciarlo, alla libertà di giocare finché è un gioco e dire no, grazie quando il gioco non le piace più. Ogni volta che invece succede che una ragazza è sfortunata, non si può girare la testa, strumentalizzare l’accaduto o minimizzarlo, ma guardarli bene in faccia, gli stronzi. Che tendenzialmente non hanno colore, razza o fede ma sono, come tutte le teste di cazzo, distribuiti in maniera abbastanza equa ovunque. Non si userebbe l’espressione testa di cazzo, se non volesse dire quel che vuol dire, no? Non ho niente proprio contro l’organo sessuale in questione sia chiaro, ma un certo grado d’istinto predatorio slegato dalla ragionevolezza, negli uomini, mi pare innegabile. MA (un MA grande e pesante come un macigno) è poi l’atteggiamento culturale di una società che lo condanna o lo legittima, quell’istintucolo, e fa crescere giovani uomini stronzi e predatori oppure, al contrario, giovani uomini rispettosi e corretti (come tantissimi ce ne sono). Ed è un lavoro educativo che riguarda tutt*: madri, padri, nonni, zii, amici, maschi, femmine, transgender. Le parole di sdegno pronunciate per politically correctness non bastano quando poi il tuo linguaggio comune e i tuoi gesti quotidiani sono tutti bagnati di sessismo. E noi, intendo le donne, cosa possiamo fare? Nasconderci, fare finta di niente, assoggettarci a un certo filone di mal-pensiero  che ci dice che certe cose, se vogliamo essere sicure che non ci accada niente di male, non dobbiamo farle? Negare che le possibili violenze maschili ci fanno paura? Che anche certi sguardi per strada, certe battute, certe situazioni sul lavoro e nella vita quotidiana sono violente al pari dei gesti eclatanti? Che ci accorgiamo benissimo dei tiranti nascosti che  vogliono prenderci al lazo e cercano di ributtarci in casa, nell’oscurità e nel silenzio che abbiamo abitato per centinaia d’anni e che in gran parte del mondo – spesso anche qui, dietro l’angolo! -abitiamo ancora?
Questi pensieri mi sono venuti riflettendo su ciò che i media hanno riportato di quanto accaduto a Colonia, Germania, il 31 dicembre scorso. (Leggo e sento: 1000 uomini. Di meno, di più? Chi li ha contati? 90 ? 70? 80? 100? 500? denunce per stupro. Violenze e palpeggiamenti, furti, botti sparati senza le cautele del caso.Tutti immigrati/rifugiati? Qualcuno sì qualcuno no, metà e metà? Leggo gli articoli dei maggiori quotidiani europei e vari interventi sul web e mi sembra ci sia molta poca chiarezza e obiettività dei fatti riguardo quanto accaduto in Breslauer Platz. Non entro dunque nel merito della vicenda, che mantiene per me ancora molti punti non chiari, ma divago sul tema, perché qualsiasi cosa sia accaduta, per certo lo scenario da apocalisse che ha spalancato mi fa paura: uomini ubriachi e violenti che si gettano sulle donne senza che le forze dell’ordine siano in grado di intervenire. Scenario che tra l’altro si presta molto bene a strumentalizzazioni politiche e dunque bisogna andarci cauti, capire bene.)
Però. Sono madre di un piccolo figlio maschio di tre anni e mezzo e il mio impegno quotidiano da quando è nato è stato, ed è, quello di insegnargli a rispettare gli esseri umani indipendentemente dal sesso, dall’età, dal colore e dalla condizione sociale. La sola idea di ritrovarmi con un adolescente che tratta le ragazze come gadgedts o come carne a pezzi sul banco del macellaio, mi fa orrore. Ma procedo a tentoni, con mille dubbi perché certo, io la vedo- e vivo – in un certo modo, ma fuori, fuori c’è il mondo e il mondo di oggi è complicato da una pluralità di visioni  che a volte – spesso – poco si armonizzano con la mia.
Ci sono tre scene che mi hanno colpita nello splendido  film di Mike Leigh dedicati agli ultimi venticinque anni di vita del grandissimo pittore William Turner. Siamo nella prima metà dell’Ottocento, a Londra. Nella prima scena c’è Turner (interpretazione gigantesca, e chinghialesca, di Timothy Spall!) che di ritorno da un viaggio nelle Fiandre viene accolto dalla donna di servizio con la quale convive insieme al vecchio padre. La donna, devota e succube di quell’uomo rude, orrendo e sublime, gli si offre silenziosa: due zampe la abbrancano in un gesto inequivocabile di possesso. Nella seconda scena, il rapporto tra i due viene ulteriormente esplicitato. Turner si avvicina alla domestica, che sta cercando un libro nello scaffale, le si spinge contro e le solleva la gonna per un amplesso bestiale che durerà al massimo trenta secondi e terminato il quale l’uomo si strappa via da lei con un grugnito e neanche un grazie, lasciandola lì: insoddisfatta,  usata e buttata. Sola.  Nella terza scena, la donna invece è un’altra, una bis-vedova non più giovane, di animo allegro ed evidentemente ben consapevole delle sue voglie e dei suoi diritti. Quando la bis-vedova bussa alla porta della camera da letto che quello strano affittuario londinese ogni tanto occupa per stare vicino alla vista del mare -uno dei soggetti preferiti di Turner, forse IL preferito – lui esce e i due si ritrovano lì, nell’ingresso, al lume di una lampada e Turner fa quello che ha sempre fatto, l’unica cosa che evidentemente, di fronte a una donna, sa fare: abbrancarla, prendersela con la forza. Ma attenzione, lei a quella forza si ritrae, e per un attimo pensiamo che gli darà un ceffone, lo manderà a quel paese e fine della storia. Invece no, lei lo prende per mano con fermezza, e invece di farsi trascinare nella stanza di lui o lasciarsi prendere lì, su due piedi, lo invita a seguirla nella propria, di stanza. La porta si chiude. Lo spettatore intuisce che in quel momento di nero sospeso c’è da cogliere qualcosa di importante: il potere che una donna ha di fronte al desiderio maschile (quando è condiviso, ovviamente); quello di guidarlo, ingentilirlo, modularlo in accordo con il proprio; con estrema fermezza, se necessario.
Non c’entra niente con i “fatti di Colonia” come ormai vengono definiti ovunque, ma un po’ si, per me comunque c’entra.
Dove c’è la consapevolezza e l’orgoglio di essere ciò che sì è non si ha paura di far valere i propri diritti, a cominciare da quello di non gradire e rigettare una battuta detta da un passante, una richiesta non gradita fatta dal marito, il compagno, un amante o un amico. A cominciare dalla pretesa che chi ci sta intorno comprenda se ci sentiamo limitate, offese, diminuite e stia dalla nostra parte, ma per davvero: senza minimizzare o peggio ridicolizzare le nostre lamentele a riguardo.
Temo che se oggi, nel 2016, avessi ventiquattro anni e dovessi andare a trovare un ragazzino sconosciuto, povero, di colore, in un posto simile ad Heygate mi farei molti più scrupoli che nel 1994 e questa considerazione non mi piace per niente. Che le ragazze di oggi siano meno libere di quanto non lo sia stata io è un’evidenza che fatico ad accettare e che mi fa male. Un evidenza che mi costringe a tirar fuori la testa dalla sabbia, e guardarmi bene attorno per cercare di capire cosa stia succedendo e come possiamo lavorarci su.
Sto ripensando anche, tra le tante cose, a un film che presenterò a breve in una rassegna cinematografica dedicata all’adolescenza: Girlhood, (uscito in Italia col titolo Diamante nero, dalla canzone Black Diamond di Rihanna) della regista francese Céline Sciamma. Una storia che racconta le sfide contemporanee nella costruzione di un’identità femminile. C’è una bellissima scena nel film che ribalta lo stereotipo del maschio in contemplazione dell’oggetto-corpo femminile: la protagonista, – Marieme soprannominata Vic, da Victory -chiede al suo ragazzo di spogliarsi e osserva  il suo corpo maschile teneramente sottomesso alla prepotente curiosità di una femmina. In dolcezza e rispetto reciproci. Le ragazze che ballano in questo video qui sotto  (è un’altra una bella scena del film) non sono delle prede. Sono giovani e belle di per sé, per sé, dentro una stanza senza spettatori: ballano da sole e lo fanno benissimo, con gioia e abbandono. Quando il sorriso di una ragazza smette di essere così fiducioso è anche colpa nostra: di tutt*.

 

 


L’ huzun di Istanbul

tristezza- istanbulIn un han del Gran Bazar di Istanbul, qualche giorno fa, un uomo solo beve il suo cay. Ha un’espressione triste, le spalle incurvate, le mani screpolate dal freddo e chissà, forse dalla fatica. Lo guardo e penso alle parole di Orhan Pamuk sulla tristezza di questa città e dei suoi abitanti. L’immagine è sfocata perché non volevo che mi vedesse e l’ho fatta in fretta, la digitale nascosta nel palmo della mano.

"Istanbul, che si trova al 41 parallelo, non somiglia affatto alle città tropicali dal punto di vista climatico, geografico o della povertà sociale, ma per la fragilità delle sue esistenze, per la sua lontananza dai centri occidentali, per il "mistero" delle sue relazioni umane…e per il senso di tristezza, che ricorda ciò che Lévi-Strauss chiama tristesse. Per definire non il dolore che affligge il singolo, ma una cultura, un ambiente in cui vivono milioni di persone e un sentimento, il termine huzun* è molto adatto, come tristesse."

Orhan Pamuk, Istanbul pag. 97

* Huzun, parola turca di origine araba: tristezza, afflizione.


Azione SP3

SI FEST 09
savignano immagini festival

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L’arboreto – Teatro Dimora di Mondaino

Sabato 12 settembre 2009, ore 23.30
Savignano sul Rubicone

Ingresso libero
Posti limitati, prenotazione obbligatoria, tel. 0541.941895.

Azione SP3
dal romanzo
STRADA PROVINCIALE TRE
di Simona Vinci

con Chiara Cicognani, Nicoletta Fabbri, Simona Vinci
collaborazione al progetto Stefano Bisulli
assistenza tecnica Pier Paolo Paolizzi
regia Fabio Biondi

produzione
SI FEST 09
con la collaborazione di
L’arboreto – Teatro Dimora di Mondaino
Serra Teatro
Cinematica

Azione SP3 rientra nel progetto Tra le cose di S.
realizzato in collaborazione con L’arboreto – Teatro Dimora di Mondaino

Chi non ha sognato, almeno una volta, di piantare tutto e tutti, e sparire?
Una donna corre lungo la Strada Provinciale Tre, tra i camion e i gas di scarico, in un paesaggio italiano irrimediabilmente mutato e sconvolto.
Forse ha scelto di fuggire, o forse deve.
Che cosa nasconde, quale peso insostenibile?
Ai margini di tutto, dove sembrava non esserci nulla, si compone un mondo di umanità commovente.
Una storia che parla della nostra stessa esperienza di esseri umani.
Della possibilità che abbiamo ancora di darle un senso.
E di che cosa significa oggi essere, o credersi, liberi.



Il Vento sopra Bologna

C’è un vento strano a Bologna in questi giorni. Nuvole strappate che galoppano nel cielo e vanno e vengono senza decidersi a sfogare. Al seggio delle Scuole Carducci in Via Dante, quartiere Santo Stefano, circoscrizione 12, sezione 151, ieri pomeriggio eravamo quattro gatti scompigliati oltre che confusi dalla quantità di schede da compilare. C’erano gli agenti di Polizia che piantonano i portoni chiaccherando dei fatti propri, certi anziani che da come camminano e come sono vestiti lo capisci benissimo che era da mesi che non uscivano di casa e adesso sono lì, agguerriti, a esercitare il loro diritto e dovere, e ti spaventi cercando di entrargli nella testa e indovinare cos’è che ci faranno con quella caterva di foglietti, una volta chiusi dentro la solitudine della cabina elettorale. C’era un signore in ciabatte e calzini e una coppia di amiche di mezza età vestite da gran sera con i tacchi a spillo. Nessuno sotto i cinquant’anni, a parte me. Voteranno oggi, i ragazzi? Non voteranno affatto? Votano tutti a casa loro, in altre regioni, visto che la gran parte dei giovani a Bologna sono studenti universitari fuorisede? Va’ a sapere. Mentre me ne sto al riparo dei muri di compensato, con il mio lapis in mano e tutte le schede squadernate davanti, mi viene il terrore d’essere colta da un raptus improvviso, un buio nella mente che mi spinge a fare disegnini osceni e scrivere roba come cacca al culo!, oppure, ancora peggio, a fare la croce con foga su simboli abominevoli. Come ogni volta che ho votato in vita mia- e ormai sono parecchie-, mi prende il panico di sbagliare. Continuerò a rimuginare per giorni: ma avrò davvero barrato il simbolo che mi ero riproposta di barrare oppure un demone oscuro ha guidato la mia mano in quei pochi secondi di clausura nel cubicolo? No, perché, va bene che mi piacciono le battaglie perse, ma mai una volta che io voti qualcuno che poi vince. Sarà mica un caso? E ancora, la solita ondata di malessere che mi assale, lo dico tutte le volte: basta, non voto più. Poi non ce la faccio. Quell’illusione di esercitare il mio microminipotere di cittadino mi spinge le gambe verso il seggio. Tanto più che qui a Bologna si vota per il nuovo sindaco. E’ un bel problema, il sindaco, per noi. Mi pare che abbiamo sofferto già abbastanza, negli ultimi anni. E non che le possibilità che si prospettano includano qualcosa di esaltante, ma la città in mano a uno che sogna di trasformarla in un motorshow permanente io non gliela lascerei tanto volentieri. Mentre sono lì che scarabocchio, mi viene da pensare che in tutta questa campagna elettorale ridicola, meschina, squallida, patetica -se non fosse che come sempre questo patetismo si gioca sulla pelle della gente-, non ho sentito nessuno, ma dico nessuno, che parlasse davvero dell’Europa, a parte quelli che continuavano a ripetere: mamma li turchi. Ma non sono le Europee, queste? Dobbiamo davvero pensare che l’Europa non conta niente? Che alla fin fine, a parte l’Euro, non c’è niente che si possa condividere, niente che si possa fare, tutti insieme? Ma esiste o no, una cavolo di identità Europea? Boh. Sono uscita dal seggio stranita, con quel vento furibondo che mi straniva ancor di più, sono entrata in un cinema, e nella sala eravamo in sette: due coppie di mezza età, una coppia giovane e io, che al cinema ci vado quasi sempre da sola. A tre quarti del film, dopo commenti stizziti, gemiti, sospiri, esternazioni di disgusto e piedi battutti sul pavimento con fastidio, eravamo rimasti in tre: la coppia giovane e io. Il film era Antichrist, di Lars Von Trier. Vietato ai Minori di 18 anni. Bisognerebbe istituire una nuova categoria, mi è venuto da pensare: i film vietati ai cretini.

Quando sono uscita, il vento strano c’era ancora e il destino dell’Europa e di Bologna, per qualche interminabile minuto, mentre camminavo sotto i portici deserti, mi sono sembrati cupissimi e spaventosi, come un incubo psicoanalitico con i dialoghi curati da Crepet.

E’ stata una giornata pesante, ieri, lo ammetto.
Chissà oggi come andrà.


Letteraria

In questi giorni, l’uscita di due riviste letterarie che mi stanno a cuore, oltre che per la loro qualità, per il fatto che riannodano fili tra amici con i quali non collaboravo da tempo.

letteraria

La prima è letteraria -rivista semestrale di letteratura sociale- edita da Editori Riuniti. In questo primo numero: una parte monografica con riflessioni sul tema Bianco/Nero (percezione del razzismo, ma anche rapporto tra romanzo noir ed eventuale romanzo bianco, reportages e articoli che trattano temi politici e d’attualità oltre che letterari. Il tutto corredato dalle splendide fotografie di Mario Dondero. La rivista è nata a Bologna dal desiderio -stimolato in molti scrittori, studiosi e giornalisti da Stefano Tassinari- di un confronto su grandi temi sociali. Un modo di provare a riflettere, ognuno a suo modo, ma in "coro", su ciò che ci accade attorno. Il risultato mi pare davvero molto interessante.
Il mio contributo si intitola Il paesaggio dentro.

"La letteratura può seminare il dubbio mettendoci in panni altrui, sostituire al nostro altri -talvolta inusitati- punti di vista, farci uscire dai confini della nostra esperienza diretta. La letteratura è costruzione di esperienze ‘vicarie’, di sguardi che ci inquadrano da fuori. "

Wu Ming 1, dal suo pezzo: Dividere ciò che è unito, Note sulla Letteratura e la comunità razzista. a pag 15.

Dal 1° di giugno sarà reperibile nelle maggiori librerie italiane al costo di 10 euro.

La seconda è il 14 numero di Versodove, rivista di poesia e narrativa, che non usciva da tempo e che è stata la mia prima ‘casa’ letteraria ai tempi dell’università.
versodoveA 5 euro nelle librerie coop. versodove@gmail.com


Compiti, e orizzonte


(…) Lasciamo perdere l’idea di ricostruire la sinistra, perché la sinistra non ci serve. E’ un concetto vuoto, che si può riempire soltanto di passato. La società non ha bisogno di un nuovo apparato di mediazione politica. Non ci sarà mai più mediazione politica. Il capitale ha scatenato la guerra contro la società. Non possiamo far altro che adeguare ad essa i nostri strumenti e i nostri linguaggi.

Non possiamo combattere quella guerra sul piano della violenza, per la semplice ragione che la perderemmo. La società deve costruire le strutture della sua autonomia culturale: dissolvere le illusioni che sottomettono l’intelligenza al lavoro al consumo e alla crescita, curare lo psichismo collettivo invaso dai veleni della paura e dell’odio, creare forme di vita autonoma autosufficiente, diffondere un’idea non acquisitiva della ricchezza. Non abbiamo altro compito. Ed è un compito gigantesco.

Franco Berardi Bifo, L’orizzonte, l’articolo completo uscito ieri su Carta, qui.

Momenti di smarrimento in cui penso di appendere un poster di Paris Hilton allo sportello del frigo ed eleggerla a icona e modello di vita. Momenti di delirio in cui penso: dato che forse posso, voglio una villa con la tavernetta, voglio pagare meno tasse, mi compro un suv bello alto che domina la strada, voglio la casa al mare, il congelatore pieno di cernie e faraone ripiene già belle che pronte, la cantinetta con la scorta di vini pregiati, voglio dormire serena dietro le mie inferriate e l’allarme inserito, voglio bandire la parola ‘etica’ dalla mia vita. E affanculo a quelli più sfigati di me. (E questo modello di pensiero vale anche per quelli senza villetta e senza suv, perché per ogni grado di sfiga, esiste un grado inferiore). Voglio essere anch’io come loro. Quelli così. Però poi penso che quelli così sono disperati, vivono nell’odio e nella paura, paura della diversità, paura di perdere i propri privilegi, paura di affondare, di non farcela, paura da riempiere di psicofarmaci, di ore e ore di televisione, paura a cui sfuggire rifugiandosi in un centro commerciale o in un outlet e costruendo barriere sempre più alte, bunker sempre più profondi.
Mi sento un’inutile zavorra, in questi giorni, zavorra di un Paese che del mio sguardo non ha il minimo bisogno. Io, lo stolto che guarda il dito mentre gli indicano la luna.

Intanto, tra due giorni parto, e vado in un Paese dove non esistono strade e non ci sono cantieri, un paese senza villette a schiera e senza fabbriche, ma dove lo stesso, un popolo libero si sta condannando all’autoestinzione pur di non sottomettersi al modello occidentale. Forse hanno ragione loro: ubriacarsi fino a collassare. Suicidarsi. Scappare.
Poi invece no. Poi torno e lo so che occorre continuare a fare, fare più di prima, e allora parto tenendomi a mente le parole che mi ha scritto ieri un amico giornalista. Queste:

Simona Vinci. Parti, tu che puoi. Se facessi il tuo mestiere avrei già preso un bellissimo treno per la mia adorata Berlino. L’italia è diventata come San Severo, il posto in cui sono nato, un paese da dimenticare.

Ieri sera attraversavo i viali a testa bassa sotto la pioggia, una macchina ha inchiodato davanti alla strisce pedonali e mi ha fatto passare. La prima cosa che ho pensato è stata che il leghista al volante mi aveva graziato. Ho la stessa sindrome di accerchiamento che provavo dopo Genova.
Chi resta deve darsi da fare. Lavorare, consumare suole di scarpe, raccontare quello che succede in Veneto, nelle fabbriche.
Devo smettere di angosciarmi. Sarà durissima.

Sarà durissima, sì.


naufragi

testata10 marzo – 5 aprile Naufragi, il festival delle fragilità metropolitane. Un festival che induca chi vi partecipa a lasciarsi andare alla deriva per perdersi, per poi ritrovarsi. Un’idea del naufragio lontano dalla sconfitta, ma come momento che prelude ad un arrivo, ad un porto sicuro. Disagio sociale, genere, migranti, nomadi: 4 temi per 4 filoni di approfondimento, per iniziare.

Cliccando sul banner, il sito con il programma. Segnalo due appuntamenti, il primo giovedì 3 aprile:

Porte aperte: Le strutture di accoglienza visibili a tutti. Arte e cittadinanza per i senza dimora.

Ora, non è che gli altri giorni questi posti non siano visibili, è solo un modo -detto tra noi un po’ criptico- per invitare tutti i cittadini che abbiano tempo e voglia, a farsi un giro nei luoghi in cui si cerca di dare una mano a chi ne a bisogno. In particolare, invito chi ne avesse voglia a venire al Centro Diurno di Via del Porto 15, Bologna, dove troverà la redazione di Asfalto al completo. (Speriamo! Io farò di tutto per esserci, nel pomeriggio).

Altro appuntamento, venerdì 4 aprile al Cinema Lumiere di via Azzo Gardino 65 alle ore 14.30. Quando, nella sezione Dimoranti e senza dimora, Asfalto parteciperà al convegno portando il suo lavoro e le parole di chi vive la strada ogni giorno.