Trittico su una Casa

Il pezzo che segue è un Oggetto Non Identificato. Note di lavorazione divaganti e collaterali a un progetto al quale sto lavorando. E' anche una specie di variazione sul tema dell'anima dei luoghi. Nello specifico, dei luoghi nei quali sono accaduti fatti violenti; il tentativo di farli parlare in un modo diverso da quello che viene comunemente utilizzato dai media.

 

 Perugia

Gennaio 2010
 

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E’ una casa vuota, ordinata, apparentemente muta. Gli scuri sono serrati. Vista dal vero è più piccola di come appare nelle fotografie o nelle immagini degli speciali televisivi. O forse è anche che la si guarda dall’alto, infossata com’è al di sotto della strada sopraelevata. E’ appena al di fuori della mura antiche della città, subito oltre il viale di circonvallazione. Le macchine scorrono in entrambe le direzioni di marcia, a qualsiasi ora del giorno o della notte. 

Sembrava isolata e tranquilla, vista nelle foto, e isolata, in un certo senso lo è: se urli, da qui, forse non ti sente nessuno, se fai casino, tieni la musica alta e inviti troppi amici, nessuno se ne accorge. Le prime case sono dall’altra parte della strada, abbastanza lontane, dietro un parcheggio. Dalle finestre, i vicini forse non riescono nemmeno a vederlo, questo piccolo giardino, soltanto il tetto, e la terrazzina. C’è un camino, un piccolo portico rustico con la colonna di mattoni. Fa freddo, la pioggia che cade sottile sottile assomiglia alla neve. Un impasto bianco sciolto, gelido sulle mani e sulla porzione di faccia scoperta.

Solo una finestra è esposta in direzione della strada, le altre danno sulla vallata, che si apre ampia e verdissima appena sotto il terrapieno sul quale la casa è costruita. Negli annunci di affitto, ora che è stato ordinato il dissequestro e l’immobile è tornato a disposizione dei legittimi proprietari, veniva definito “villino”.  A quanto mi dicono amici perugini, il villino di via della Pergola 7 è sempre stato quello che è oggi: una casa di studenti, per studenti. Non ci ha abitato, negli ultimi decenni, una famiglia, non ci sono nati né cresciuti bambini, uno di quei posti dove si fanno le feste, che accolgono per brevi periodi vite diverse che arrivano da lontano, si mescolano, e poi vengono risputate fuori con un'alternanza sistole/diastole di moto centripeto e moto centrifugo tipica degli anni universitari. Un posto dove passare, non dove restare.

E invece, Meredith è rimasta qui. In una delle stanze sul retro, la più piccola, è rimasta una ragazza inglese di 21 anni.

Non può andarsene. Non potrà andarsene mai. Mai per davvero.

C’è un grande albero di magnolia, appena oltre il guardrail. Le sue foglie giocano con il muro bianco granuloso, ridipinto di fresco, della casa dove una ragazzina si è smarrita per sempre.
 

  novembre 2007
 

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La casa non è mai stata così piena di gente, neanche durante le feste più pazze, mai. E’ letteralmente infestata. Gli agenti della Polizia Scientifica, quelli della Postale, i ragazzi che la abitano e quelli che la frequentano abitualmente, un andirivieni che fa circolare l’aria dentro le stanze, muove le pagine dei libri, gli orli dei vestiti abbandonati sulle seggiole o per terra.

La casa violentata, calpestata, toccata, sfiorata, fotografata, ripresa, studiata, dissezionata. Eccola: pronta a diventare un plastico in uno studio televisivo, un set dell'incubo.

La casa, che geme sotto il peso di tutti quei passi, quelle mani, quell’attenzione non richiesta. Si ribellerà, in qualche modo?

 

Passato (-)
 

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Le luci sono tutte accese. Una finestrella che emana una vibrazione color albicocca. Le auto che passano lungo via della Pergola non se ne accorgono, hanno i finestrini chiusi, vanno di fretta, non c’è nessuno
spiazzo in cui avrebbe il minimo senso accostare e fermarsi, qui, neanche se la vista della vallata che si stende al di sotto di quel villino è così bella. Non se ne accorgono, ma la casa vibra,
letteralmente. Emana odori e le sue pietre sudano. E’ proprio come un corpo. Un corpo giovane, che scrolla da sé l’idea della morte, degli anni, del tempo che corre veloce. E’ nel suo presente più bello e la sua pancia risuona di voci, chitarre strimpellate, baci schioccati. I vetri delle finestre umidi di vapore lasciano scorgere solo ombre. E fuori, le luminarie natalizie attaccate alla bell’e’meglio, con lo scotch. Su un tavolino davanti al portico c’è ancora una zucca di Halloween intagliata, ormai ammuffita, quasi mummificata, che continua a sorridere. La casa si scuote dalle fondamenta, asseconda il ballo dei giovani corpi che la abitano con i loro sogni, le loro urla, i loro segreti sussurrati da bocca a bocca mentre i bassi di una musica percuotono carne e mattoni come pugni. 

(In memory of Meredith Kercher)

Le immagini che accompagnano il testo sono del fotografo Italo Rondinella e sono protette da copyright. 

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Dall’altra parte della strada -4-

Questo mio pezzo è uscito sul numero di dicembre del giornale di strada Piazza Grande.

Non è da oggi che il mercato immobiliare di Bologna mi appare come una roba aliena e incomprensibile. Quindici anni fa, a 26 anni, avevo deciso che era tempo di andare a vivere da sola e valutai l’opportunità di acquistare un monolocale in centro. Organizzai una serie di visite alle quali mi presentai con la più candida, meravigliosa e ottusa delle ingenuità. Vidi cose che voi umani…no, anche voi le avete viste, le abbiamo viste tutti quanti, noi che un bel giorno abbiamo pensato che invece di buttare via i nostri pochi soldini in un affitto spropositato, forse avremmo fatto meglio a fare un piccolo sforzo in più e garantirci un investimento per il futuro. La nostra ingenuità ha sbattuto il muso -oltre che con la non concessione dei mutui da parte delle banche- contro visioni che mai avremmo potuto immaginare neanche sotto l’effetto di sostanze psicotrope. Seminterrati umidi con grate affacciate sui marciapiedi ad altezza scarpe dei passanti, nonché comode vie di passaggio per pantegane, spacciate per caratteristici pied-a terre, soffitte per raggiungere le quali occorreva scalare chilometri di tetti, graziosi bilocali a più livelli che si rivelavano 12 metri quadri soppalcati dove il letto era un giaciglio ricavato su una struttura di legno con trenta centimetri di aria respirabile. Bagni ciechi. Angoli cottura incavati in nicchie simili alle grotta degli uomini preistorici. La mia verginità immobiliare, anche se messa a dura prova, resisteva. Andò perduta in via definitiva una mattina di inizio primavera: sul groppone della memoria avevo già decine di catapecchie malsane  e non credevo che ormai avrei più potuto trovarmi di fronte a qualcosa in grado di stupirmi. E infatti non fu sopresa. Non fu smarrimento. Non fu confusione. Fu indignazione, disgusto, rabbia incontenibile quella che mi riempì il petto quella mattina in cui entrai nel delizioso e particolare oggetto di via Saragozza. L’appartamento si raggiungeva scalando quattro rampe di scale normali, più una rampa in legno tarlato che conduceva ai tetti. Un corridoio vetrato sul quale si aprivano tre o quattro porticine da nano di Biancaneve. Era anche grazioso, quel corridoio verandato. C’erano piantine grasse fuori dalle porte e la luce era proprio bella, lassù. Il mio cuore si gonfiò di sollievo. Poi, l’agente immobiliare (no, non lo ricordo con esattezza, nella mia testa le loro facce, i loro corpi e il loro genere, si mescolano e si confondono in un'unica entità magmatica e cangiante che come caratteristica principale, e unica a pensarci bene, è l’untuosa impermeabilità all’evidenza dei fatti reali del mondo, l’avversione alla concretezza delle cose così come stanno)…dunque dicevo, l’agente immobiliare spinse la terza porticina da nano e letteralmente mi buttò dentro la mia nuova casa. D’istinto arretrai d’un passo. Ma la creatura immobiliare là dietro premeva e così fui costretta a entrare. Tutto lo spazio (se così si può definirlo), in alto, in basso e di lato, era rivestito di mattonelle bianche e verdi tipo bagno d’autogrill. E la prima immagine che mi passò per la testa, fu quella del un cunicolo dei Sopravvissuti. Per avventurarmi in quei 18 metri quadri fui costretta a chinare la testa e ingobbire le spalle. E dire che sono bassa, pensai, e cercai di consolarmi, con questo pensiero. Vede, diceva la creatura immobiliare con una voce che mi giungeva distorta e piena di echi alieni, lì c’è il bagnetto, lì c’è l’angolino cottura, lì l’armadietto a muro, laggiù il ripostiglino. Tutto quanto, lì dentro, era ‘ino’ e ‘etto’. Come la casettina di Barbie, mi sfuggì dalle labbra. Ma la creatura immobiliare non mi cagò di striscio, tutta presa a mostrarmi la meraviglia delle meraviglie: l’abbaino che dava sui tetti. Venga, venga per di qua. Mi girai su me stessa ed ero già lì, nell’unico punto della scatolina (o scatoletta?) dove si riusciva a mantenersi in posizione semi-eretta. Ci ritrovammo lì, io e la creatura, con le teste spinta fuori dalla finestrella a vasistas e respirare i miasmi che salivano da via Saragozza. Che bella vista, eh? Carponi, uscii dalla graziosa mansarda senza trovare la forza di rispondergli e corsi giù per le quattro rampe più una di scale e lui (o lei? O Esso?) mi inseguì tallonandomi e quando ci ritrovammo sotto il portico, finalmente fuori da quell’incubo escheriano, non riuscii a dirgli altro che una frase, ridicola, inutile, e soprattutto rivolta non si sa bene a chi, forse al dio malvagio di quella mia città cattiva, per parafrasare (più o meno) i Pooh:Vergognatevi! Vergognatevi tutti! Sono passati 15 anni, e questa storia mi è tornata in mente oggi, mentre rientro da una visita a una casa in zona Corticella (una delle poche zone abbordabili per chi oggi, novembre 2010, decida che 18 metri a 180mila euro pur se dentro porta sono francamente improponibili). L’agente immobiliare era entusiasta, della casa che andava a propormi. Un rapporto qualità prezzo imbattibile in una zona graziosissima. E mentre l’aspettavo, lungo una strada che mi si rivelava ora nella sua vera natura: doppia circolazione con passaggio dell’autobus numero 11 dalle 5e 40 di mattina fino all’1 di notte, nelle due direzioni di marcia. Stavo lì a fumare una sigaretta per ingannare l’attesa davanti a un bar ricevitoria che alle 4 del pomeriggio rigurgitava di un gruppo misto tra extracomunitari e locali tutti comunque chiaramente nullafacenti nonché ubriachi e molesti. Di fianco al bar, una rosticceria di tre locali: miasmi di olio fritto si riversavano in strada ogni volta che un cliente entrava o usciva. Poi, la nuova (ma in verità antichissima) Creatura Immobiliare è arrivata. Ha aperto un portoncino e mi ha fatto strada nell’appartamento. Grande era grande, e da una parte, le finestre davano su un dirupo coperto di boscaglia che ruzzolava verso il canale. La Creatura, come mi avesse letto nel pensiero, ha sorriso: fanno la disinfestazione tutti gli anni, per le zanzare tigre. Dall’altra parte, quella dove si trovavano le camere da letto, ci si affacciava dritti sulla strada. Primo piano. E mentre la Creatura mormorava  è davvero silenzioso, tutto considerato, la schiena di un autobus appariva a filo della finestra e il vetro, il pavimento sotto i nostri piedi, i muri un po’ scrostati, tremavano e oscillavano e il rumore si univa baldanzoso a quello di un aereo in decollo. Sono scoppiata a ridere, ho stretto un arto superiore della Creatura e ho ripreso l’autobus. Ormai era l’ora di punta, e da Corticella, per raggiungere il centro storico dove abito e dal quale desidero fuggire per incompatibilità caratteriale, ci ho messo quarantacinque minuti. Il riso si è trasformato in magone.
Pensavo alla mansardina di 15 anni fa e mi chiedevo: cos’è cambiato, in questi 15 anni, in questa città che sfrutta a sangue gli studenti fuorisede e che vuol bene solo alle ricche famiglie possidenti? In fondo, lo fa dal tardo Medioevo: se esistono i portici, per i quali la città è famosa nel mondo, è per conquistarsi stanze in più da poter affittare agli studiosi che da tutta Europa venivano nel famoso Ateneo. La differenza è che ora c’è la Crisi. E non è uno slogan. E la tragedia vera di milioni di italiani con gli stipendi (quando ce li hanno) dimezzati dalla cassa integrazione o comunque dal costo della vita che non è mica diminuito insieme ai conti in banca. La tragedia di milioni di ragazzi che non possono permettersi di uscire dalle case dei genitori e smettere di attingere ai borsellini dei nonni. La tragedia di gente che si indebita per il resto della sua vita per viverla, quella benedetta o maledetta vita, in una deliziosa, caratteristica, graziosissima e particolare topaia.
 
 
Bologna, noi tutti, per questo, ti vogliamo meno bene di quanto meriteresti. Certi giorni, ad essere sinceri, ti detestiamo.


Il più grande dei mondi

"Appoggiato al lungo manico del mio falcetto, faccio una pausa durante il lavoro nel frutteto e osservo le montagne intorno e il villaggio sottostante. Mi domando come mai i pensieri delle gente siano arrivati a girare più in fretta del volgere delle stagioni."

Masanobu Fukuoka, La rivoluzione del filo di paglia

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La mattina apro il file e non so quale voce incontrerò. Ricomincio da capo ogni giorno e anche se la pagine lentamente si accumulano, non ho la più vaga idea, ancora, di quale forma stia prendendo questa storia che scrivo. Queste storie che scrivo. Perché ci sono due cose che corrono parallele e a seconda dei giorni è l’una oppure l’altra a chiamarmi, come sempre mi accade. A un certo punto arriva il momento della disciplina: mettere tutte le carte in tavola e cercare di decifrare l’arcano, ma ancora non sono lì. Allora apro altri file, ricostruisco attimi misteriosi di vite lontane nel tempo, oppure mi lascio sommergere dalle parole di qualcun altro. Vedo, respiro, vivo e penso con il corpo e la testa e le frasi di un altro scrittore (una scrittrice, in questo particolare caso) e mi fa bene. Tradurre è così: ti allontana da te stesso e ti costringe all’attenzione, alla cura del dettaglio, ti obbliga a trovare un differente ritmo di respirazione, non quello che ti è naturale, ma quello che usa questo altro, -o altra- al quale ti accosti con umiltà e pudore, spesso senza nemmeno domandarti se le cose che scrive, e come le scrive, ti piacciano o meno. Sei al suo servizio e non puoi permetterti di dimenticarlo nemmeno per un istante.
 
Alzo lo sguardo verso gli alberi fuori dalla finestra. Attendo con impazienza il momento in cui le foglie cominceranno a cadere e finalmente la vallata si aprirà davanti a me, un orizzonte più lontano, più largo e azzurro. L’orto certi giorni posso anche dimenticarlo: piove un poco quasi tutti i pomeriggi. I pomodori sono ancora verdi. I baccelli dei fagioli si gonfiano e arrossiscono sulla pianta e zucchine e insalate si moltiplicano senza particolari cure. Gusci d’uova sbriciolati e macerato di aglio e rosmarino per allontanare afidi e lumache. Stop. La gatta mi segue nei miei giri di perlustrazione e affonda le unghie nel terriccio smosso dalle talpe. Qualche giorno fa è passata una lupa sotto le finestre del mio studio. Al primo colpo d'occhio ho pensato (o forse l'ho detto, ché ormai parlo da sola): "ma che cinghiale magro!". Poi lei è passata di nuovo, probabilmente seguiva le tracce dei piccoli di cinghiale, e l'ho vista bene. Era giovane, e affamata. Ho battuto le mani, non so neanche perché visto che la gatta era in casa, e la lupa ha sollevato la testa e mi ha guardato ben bene, poi si è girata e, con tutta la calma del mondo, se n'è andata verso la valle. Lo sguardo più intenso che mi sia capitato in queste ultime settimane: non si dimenticano, gli occhi di un lupo, ed è la seconda volta che li incontro, in pochi mesi.
 
Mi domando se sono io ad essermi un poco allontanata dagli esseri umani ai quali volevo bene e con i quali condividevo molte cose o se è nella natura dei rapporti umani distrarsi, allontanarsi, allentarsi per poi forse ritrovare una traiettoria che avvicina. Questa è la vita che volevo, la vita che voglio e per la quale sono portata. Come per tutte le cose, c'è un prezzo da pagare, ed è la distanza – fisica, ma in certo modo anche spirituale- da alcune persone. Mi ripagano le testarde piccole piante che sbucano dalla terra, mi ripagano le bestie selvatiche, il silenzio, il profumo del bosco e il cielo grande sopra la testa? Credo di sì, però un lampo di sofferenza ogni tanto mi attraversa. Vorrei mostrare a quelli ai quali voglio bene le piccole avventure che si iscrivono sul dorso delle montagne un giorno dopo l’altro e una notte dopo l’altra, tante storie minime che messe insieme fanno il senso di tutto. Vorrei fargli vedere che si può davvero scegliere di vivere in un altro modo: rallentare, diminuire, lavorare uno spazio di terra ridotto, ma più in profondità. Vorrei rovesciare davanti a loro i tesori accumulati in queste settimane: rami rossi di sambuco seccati che sembrano coralli, penne e piume di uccelli, code di lucertola, ghiande, malli di noce e coleotteri con il carapace di oro fuso, grappoli di lucciole accese e l’eco di misteriosi suoni notturni. 
 
Io sono qui. E voi, dove siete?

"Io credo che se uno entra a fondo nell'ambiente che lo circonda immediatamente e nel piccolo mondo di tutti i giorni in cui vive, il più grande dei mondi si rivelerà."

M.F.

 


Io Amo

Andrej Letko
 
17 marzo 1977 – 1 febbraio 2010


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Non te l’ho mai detto che Dimitri, uno dei personaggi del mio romanzo Strada Provinciale Tre, l’avevo costruito rubandoti delle cose. Forse perché la tua storia e la sua erano molto molto diverse, neanche il Paese era lo stesso: la tua città era Bratislava, Repubblica Slovacca, e la sua Kiev, Ucraina. Quasi niente, alla fine, corrispondeva. Però, c’era il tuo modo di muoverti, da puledro bellissimo e sgraziato con le zampe troppo lunghe e quella frenesia di mettersi a correre quando ancora non sa neanche tenersi dritto; c’era il tuo modo di costruire le frasi, la tua vitalità e la tua fretta di mangiare la vita. Il tuo sorriso. Adesso, penso al tuo corpo giovane che dentro la cella frigorifera di un obitorio d’ospedale aspetta di sapere se tornerà a casa, oppure resterà nella città che lo aveva accolto nelle sue strade, gelide d’inverno e bollenti d’estate. Nevica, oggi, e io guardo i fiocchi bianchi fuori dalla finestra e penso che uscendo di casa non avrò mai più la gioia inaspettata di incontrarti da qualche parte e di abbracciarti e di ascoltare con trepidazione le tue novità. Perché io ci speravo davvero, Andrej, ci credevo che la tua energia e i tuoi talenti sarebbero riusciti ad averla vinta sulla strada, sulle sostanze, sull’autodistruzione, sulla sfiga. Eri troppo bello e troppo intelligente, tu, per farti fregare davvero, in via definitiva. E invece. E invece ascolto la tua voce dentro la testa e cerco di ricordare la stretta delle tue braccia l’ultima volta che ti ho visto, che era la fine di ottobre e a Bologna faceva un freddo assurdo, e tu mi hai sollevata da terra e mi hai fatta girare come si fa con i bambini. Anche quest’anno avremmo festeggiato i nostri compleanni a pochi giorni di distanza. Probabilmente ti avrei mandato un sms o una mail per dirti una cazzata tipo pesciolino-fratellino, auguri!

Su uno dei tuoi profili on line, alla dicitura Interessi, avevi scritto così: IO AMO. E mi piace pensare che tu non abbia smesso. Sai cosa faccio, Andrej, me la prendo io, questa frase, questo motto. Un’altra cosa che ti rubo. Anche se conoscendoti un po’ penso che me l’avresti regalata volentieri, se te l’avessi chiesta.

IO AMO.

Quale migliore disposizione si può indossare sopra il cuore per attraversare le strade del mondo?

Ps Però Andrej, vaffanculo, sono ancora qui che aspetto il nuovo template per questo blog che mi avevi promesso due anni fa.


L’ huzun di Istanbul

tristezza- istanbulIn un han del Gran Bazar di Istanbul, qualche giorno fa, un uomo solo beve il suo cay. Ha un’espressione triste, le spalle incurvate, le mani screpolate dal freddo e chissà, forse dalla fatica. Lo guardo e penso alle parole di Orhan Pamuk sulla tristezza di questa città e dei suoi abitanti. L’immagine è sfocata perché non volevo che mi vedesse e l’ho fatta in fretta, la digitale nascosta nel palmo della mano.

"Istanbul, che si trova al 41 parallelo, non somiglia affatto alle città tropicali dal punto di vista climatico, geografico o della povertà sociale, ma per la fragilità delle sue esistenze, per la sua lontananza dai centri occidentali, per il "mistero" delle sue relazioni umane…e per il senso di tristezza, che ricorda ciò che Lévi-Strauss chiama tristesse. Per definire non il dolore che affligge il singolo, ma una cultura, un ambiente in cui vivono milioni di persone e un sentimento, il termine huzun* è molto adatto, come tristesse."

Orhan Pamuk, Istanbul pag. 97

* Huzun, parola turca di origine araba: tristezza, afflizione.


Domani

tomorrowCercavo un video da postare qui per augurare, a tutti quelli che casualmente passeranno nei prossimi giorni, un nuovo anno selvaggio. Volevo farlo con le immagini del film 2009 che ho amato di più, e  all’improvviso nella mia casella di posta è comparso questo disegno qua sopra. Me l’ha mandato R. senza specificare l’autore. (Che sia lei? Sì, R. è una donna misteriosa che mi manda segnali di fumo e piccoli fantasmi).  E insomma, dal momento che il film è per l’appunto Nel Paese delle Creature Selvagge di Spike Jonz, sono rimasta sorpresa. Sincronicità. E’ bello quando succede. Il 2009 è stato un anno difficile credo per tutti. Forse non più di altri anni passati o futuri, ma certo non spensierato. Il cielo fuori dalla mia finestra cittadina è grigio tipo lastra di piombo, ma adesso riempio uno zaino e me ne vado qualche giorno nel bianco. A nascondermi. Ritrovarmi. Abbracciare qualcuno. I files dentro il pc si riempiono di storie. Il 2010 sarà un anno di cose da portare a termine e poi sgravare. E con un paio di sogni da realizzare. Auguro a tutti quanti belle storie da raccontare e farsi raccontare. Magari anche brutte, ché quando hai finito di raccontarle o di ascoltarle, anche le storie brutte ti hanno insegnato qualcosa. Il sole prima o poi torna sempre fuori.

Stay wild.


Maestri

 “Gli unici maestri che hai sono i maestri che accetti, che scegli. Dunque, il maestro sei sempre tu.”
Pierre Levy, Il fuoco liberatore


Domani vado in Sicilia, a Palermo, per Il Mondello Giovani. (Io sono un senior writer, mi sa, per i ragazzi che incontrerò). Venerdì c’è questo incontro dedicato ai ‘Maestri’. Non è che mi siano state date indicazioni troppo precise, per cui ho immaginato che ciascuno dei partecipanti si costruirà il suo personalissimo percorso. E’ da settimane che mi arrovello, perché ‘sta cosa dei ‘Maestri’ a me non è che sia mai andata giù del tutto. La posizione dell’allieva mi è sempre stata stretta. Non ho mai sopportato che qualcuno si mettesse in cattedra e mi spiegasse com’è che va la vita, com’è che si fanno le cose, e quando e perché, e giù di dettagli e prescrizioni. Mi sono sempre scrollata di dosso tutto quello che non mi serviva, trattenendo degli insegnamenti solo quello che sentivo di poter integrare alla mia ricerca che procedeva solitaria. Un sacco di errori e di tempo perso, lo ammetto, ma io è così che ho sempre imparato e imparo. Altrimenti, zero. Guardando indietro alla mia storia però, oggi, quelli che sono stati i miei ‘Maestri’ li riconosco. Li ho incontrati nei libri. Li incontrati nei fotogrammi di un film, a teatro, in un dipinto o in una fotografia. Ma li ho incontrati anche per strada, nei bar, in un campo, su uno scoglio a strapiombo sul mare. Qualcuno poi -si contano sulle dita di una mano, questi- l’ho incontrato nei luoghi canonici in cui si incontrano i maestri: nelle aule di un’università, per esempio. E mi è venuto in mente che gli avevo scritto una lettera, a questi maestri, tanti anni fa.

Questa.

      UNA LETTERA AI MAESTRI

                     

Nei miei sogni di quando avevo 13 anni, il Maestro aveva il viso segnato di Herman Hesse. Avevo una sua foto nel diario e la guardavo ogni giorno. Pensavo che il primo giorno di liceo lo avrei trovato lì, dietro una cattedra di legno massiccio, con la pipa in mano e gli occhi scintillanti. Rughe ai lati della bocca che non riuscissero a spegnere il sorriso. Immaginavo che mi avrebbe scelta tra tutti come l’allieva preferita, che avremmo parlato di letteratura, che i personaggi dei romanzi sarebbero stati un ponte tra me e lui, che mi avrebbe regalato un’eredità di frasi, sistemi filosofici e  mondi sconosciuti. La notte, mi addomentavo pensando che la monotonia della scuola media che stavo per lasciare sarebbe svanita come uno sbuffo di fumo. Al suo posto, una cartografia in rilievo, colorata di verde, azzurro e giallo, con i corsi d’acqua palpitanti e aguzze montagne con le punte bianche. Dentro il paesaggio ci sarebbero stati uomini e cose, tutti da scoprire e imparare. Il primo giorno, chi ci fosse dietro quella cattedra non lo ricordo più. E nemmeno quelli che sono venuti dopo, ricordo. Tutto quello che mi resta è una sensazione di paura, le mani fredde e sudate, l’aula con i soffitti alti e sporchi, il mondo grigio fuori dalle finestre. Tante testine allineate, libri sui banchi e l’autorità sulla cattedra. Non ho imparato niente. Non volevo imparare niente. Mi  sono trascinata lungo gli anni del liceo come una zattera in alto mare. Cercando di sopravvivere senza riuscirci mica tanto bene. I professori sono sfilati davati a me come ombre ghignanti. Sapevano solo mettermi paura. Ma non abbastanza da  costringermi poi a studiare. Mi hanno punita. Mi hanno punita così tante volte che credevo sarei rimasta al Liceo Ginnasio Luigi Galvani di Bologna -sì, il Liceo di Pier Paolo Pasolini- per tutta la vita. Fino a quando i capelli non mi fossero diventati bianchi. Io leggevo Jack London, Henry Miller, Marguerite Duras, Arthur Rimbaud e Paul Eluard chiusa nel bagno con il caffè e le sigarette a portata di mano. Posso uscire per favore? E poi mi perdevo nelle pagine del libro che avevo nascosto sotto il maglione. Non potevo studiare. Non volevo. Mi obbligavano a farlo con la paura. Avevo immaginato che studiare fosse conoscere e invece studiare era lottare contro la violenza. Mi sono difesa con l’indifferenza. Io volevo scrivere e loro volevano le formule imparate a memoria e i temini introduzione-svolgimento-conclusione. Volevo essere un personaggio da romanzo, volevo un professore che sapesse chi ero, cosa sognavo, quali erano i miei turbamenti, qualcuno che sapesse tirare fuori il meglio da me e dalle mie passioni. Avevo avuto una maestra così, alle elementari. (Si chiamava, si chiama, Vanda Salmi). Ero stata una bambina violenta, diffidente e solitaria e lei mi aveva regalato un giardino segreto tutto per me: i libri. Dalla piccola biblioteca  di classe si poteva prendere in prestito un  libro alla settimana e lei lasciava che io ne prendessi quanti ne volevo. Era dolce, la mia maestra, ma anche severa. Ironica e piena di passione. Ci faceva parlare di politica, ci spiegava le cose come se fossimo degli adulti. E invece, questi che avevo davanti ora  ripetevano le lezioni con aria turpe o indifferente, si vedeva che tutto quello che contava per loro era che i genitori degli studenti tramandassero la leggenda che la loro sezione era la più dura tutte. Il metro era questo: la severità. La difficoltà. Intanto, fuori dalle aule il mondo cambiava come cambia di continuo e noi lì dentro non ne avevamo quasi sentore. L’aria era ferma da decenni dentro quella scuola. Non c’era la passione della mia maestra, la Vanda che mi regalava i libri al compleanno. Li ho odiati tutti e non ho paura di dirlo. Loro lo sanno. Tutti tranne uno. Un professore di storia e filosofia che fumava come un turco e aveva sempre gli occhi stropicciati dal sonno, i capelli svolazzanti sulla testa. Lo trovavo bellissimo. (Si chiamava, si chiama, Domenico Giusti). C’è sempre, credo, un professore di filosofia a salvarti. Quel poco che ho imparato al liceo l’ho imparato da lui. Da lui che interrogava gli studenti quando volevano e lasciandoli seduti ai banchi. Da lui che parlava e parlava camminando per la stanza, affacciandosi alla finestra. Da lui che pretendeva che capissimo, non che imparassimo a memoria. Ho imparato da lui perché aveva fascino. Perché mi piaceva, perché aveva talento per fare l’insegnante, perché ci rispettava, e con questo conquistava il nostro, di  rispetto. Quando finalmente sono riuscita ad approdare all’ università, mi sono sentita libera. In mezzo a centinaia di altri studenti sconosciuti. E mi sono innamorata dei miei professori e ne ho amato davvero qualcuno. Nel buio delle mattine invernali partivo dal mio paese con la corriera per arrivare in tempo alle lezioni di Filologia Romanza e sognavo la Provenza e i versi delle poesie mi risuonavano in testa bellissimi e dolci. Poi è comparso il professore di Letteratura Italiana. (Si chiamava, si chiama, Ezio Raimondi). Alto e snello, giovane nei suoi quasi settant’anni di allora. Lo sognavo di notte. Sognavo la sua voce, le sue parole. E mi segnavo tutti i libri che nominava sul quaderno. Avevo di nuovo il mio  giardino segreto. Con me camminavano Leopardi e Merlau Ponty, Montale e Marcabru, Dante Alighieri e Walter Benjamin, Rabelais e Dashiel Hammett. Non avevano paura  di incontrarsi solo perché non erano inseriti nello stesso programma ministeriale. Discutevano e si scazzottavano tutti assieme. Bevevano vino e scrivevano. I loro libri erano porte aperte sul mondo, porte che lasciavano entrare aria fresca e idee, l’odore delle stagioni della storia e le emozioni. E chi mi guidava dentro questo giardino era un Professore con il Dono e altri con del talento. Nessuno di loro mi ha mai chiamata per nome, nessuno di loro ha mai saputo niente di me, però avevano rispetto delle mie idee, mi lasciavano la libertà di saltare alcune cose e aggiungerne altre, mi permettevano di seguire il mio filo rosso guidandomi solo se deviavo troppo. L’amore non è finito. Me lo porto dentro e anche se  non l’ho mai espresso a parole so che loro sanno. Sanno che tra tutti  gli studenti che hanno avuto, anno dopo anno, davanti, ce n’è sempre qualcuno che uscirà cambiato dalle loro aule; qualcuno che continuerà a leggere perché loro gli hanno insegnato come si fa. Qualcuno di loro, magari, scriverà. A me è successo.                                                                                                                                                                                                                                      

Mi porto un libro di John Berger, Modi di vedere. Perché al momento è il ‘compagno di strada’ che più somiglia a un maestro. In testa, mi porto l’eco di Marguerite Duras, Samuel Beckett, Alberto Giacometti, Ingmar Bergman, Jack London, Gianni Celati, Antonio Cederna, Erik Satie, John Coltrane, Diane Arbus, William Eggleston, e tanti tantissimi altri, di alcuni dei quali non ricordo il nome e se anche lo ricordassi, sarebbe un nome che dice qualcosa solo a me e a chi li avesse conosciuti di persona. (Un giorno però, quella lista la scriverò. Perché se lo meritano, di essere ricordati.)Porto anche una mappa del centro di Palermo, perché spero di perdermi e poi di ritrovare la strada, come conviene fare quando si viaggia, e si vive.