Nel bosco

Nel bosco con Emma

Ogni bambino che cammina
va spedito verso qualcosa.

Ogni bambino, mentre cammina,
se lo dimentica, verso cosa.

E noi restiamo indietro a guardare
come si fa ad andare
senza la fretta d’arrivare.

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Trittico su una Casa

Il pezzo che segue è un Oggetto Non Identificato. Note di lavorazione divaganti e collaterali a un progetto al quale sto lavorando. E' anche una specie di variazione sul tema dell'anima dei luoghi. Nello specifico, dei luoghi nei quali sono accaduti fatti violenti; il tentativo di farli parlare in un modo diverso da quello che viene comunemente utilizzato dai media.

 

 Perugia

Gennaio 2010
 

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E’ una casa vuota, ordinata, apparentemente muta. Gli scuri sono serrati. Vista dal vero è più piccola di come appare nelle fotografie o nelle immagini degli speciali televisivi. O forse è anche che la si guarda dall’alto, infossata com’è al di sotto della strada sopraelevata. E’ appena al di fuori della mura antiche della città, subito oltre il viale di circonvallazione. Le macchine scorrono in entrambe le direzioni di marcia, a qualsiasi ora del giorno o della notte. 

Sembrava isolata e tranquilla, vista nelle foto, e isolata, in un certo senso lo è: se urli, da qui, forse non ti sente nessuno, se fai casino, tieni la musica alta e inviti troppi amici, nessuno se ne accorge. Le prime case sono dall’altra parte della strada, abbastanza lontane, dietro un parcheggio. Dalle finestre, i vicini forse non riescono nemmeno a vederlo, questo piccolo giardino, soltanto il tetto, e la terrazzina. C’è un camino, un piccolo portico rustico con la colonna di mattoni. Fa freddo, la pioggia che cade sottile sottile assomiglia alla neve. Un impasto bianco sciolto, gelido sulle mani e sulla porzione di faccia scoperta.

Solo una finestra è esposta in direzione della strada, le altre danno sulla vallata, che si apre ampia e verdissima appena sotto il terrapieno sul quale la casa è costruita. Negli annunci di affitto, ora che è stato ordinato il dissequestro e l’immobile è tornato a disposizione dei legittimi proprietari, veniva definito “villino”.  A quanto mi dicono amici perugini, il villino di via della Pergola 7 è sempre stato quello che è oggi: una casa di studenti, per studenti. Non ci ha abitato, negli ultimi decenni, una famiglia, non ci sono nati né cresciuti bambini, uno di quei posti dove si fanno le feste, che accolgono per brevi periodi vite diverse che arrivano da lontano, si mescolano, e poi vengono risputate fuori con un'alternanza sistole/diastole di moto centripeto e moto centrifugo tipica degli anni universitari. Un posto dove passare, non dove restare.

E invece, Meredith è rimasta qui. In una delle stanze sul retro, la più piccola, è rimasta una ragazza inglese di 21 anni.

Non può andarsene. Non potrà andarsene mai. Mai per davvero.

C’è un grande albero di magnolia, appena oltre il guardrail. Le sue foglie giocano con il muro bianco granuloso, ridipinto di fresco, della casa dove una ragazzina si è smarrita per sempre.
 

  novembre 2007
 

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La casa non è mai stata così piena di gente, neanche durante le feste più pazze, mai. E’ letteralmente infestata. Gli agenti della Polizia Scientifica, quelli della Postale, i ragazzi che la abitano e quelli che la frequentano abitualmente, un andirivieni che fa circolare l’aria dentro le stanze, muove le pagine dei libri, gli orli dei vestiti abbandonati sulle seggiole o per terra.

La casa violentata, calpestata, toccata, sfiorata, fotografata, ripresa, studiata, dissezionata. Eccola: pronta a diventare un plastico in uno studio televisivo, un set dell'incubo.

La casa, che geme sotto il peso di tutti quei passi, quelle mani, quell’attenzione non richiesta. Si ribellerà, in qualche modo?

 

Passato (-)
 

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Le luci sono tutte accese. Una finestrella che emana una vibrazione color albicocca. Le auto che passano lungo via della Pergola non se ne accorgono, hanno i finestrini chiusi, vanno di fretta, non c’è nessuno
spiazzo in cui avrebbe il minimo senso accostare e fermarsi, qui, neanche se la vista della vallata che si stende al di sotto di quel villino è così bella. Non se ne accorgono, ma la casa vibra,
letteralmente. Emana odori e le sue pietre sudano. E’ proprio come un corpo. Un corpo giovane, che scrolla da sé l’idea della morte, degli anni, del tempo che corre veloce. E’ nel suo presente più bello e la sua pancia risuona di voci, chitarre strimpellate, baci schioccati. I vetri delle finestre umidi di vapore lasciano scorgere solo ombre. E fuori, le luminarie natalizie attaccate alla bell’e’meglio, con lo scotch. Su un tavolino davanti al portico c’è ancora una zucca di Halloween intagliata, ormai ammuffita, quasi mummificata, che continua a sorridere. La casa si scuote dalle fondamenta, asseconda il ballo dei giovani corpi che la abitano con i loro sogni, le loro urla, i loro segreti sussurrati da bocca a bocca mentre i bassi di una musica percuotono carne e mattoni come pugni. 

(In memory of Meredith Kercher)

Le immagini che accompagnano il testo sono del fotografo Italo Rondinella e sono protette da copyright. 


mekong*No, non è il Mekong, è l’isola del Giglio, Campese, tre o quattro sere fa.

Se agosto era rosso, e misterioso, settembre è oro infuocato. E’ polvere di stella senza nome, e sogno sognato al risveglio. La "mia" città si scuote dall’estate, si scuotono i suv, gli autobus, i cantieri, gli uffici, sbattono i portoni dei palazzi e sferragliano le serrande dei negozi, si svegliano gli studenti che tornano con i segni del costume da bagno addosso e la testa piena di vento e canzoni imparate a memoria, e pure io torno, ma la valigia resta aperta, che presto riparto. Fare quel che occorre fare, ma senza perdere di vista la rotta. Che ora tira dritta al largo, punta all’orizzonte e sfida la paura, senza tremare.

bimbi on the beach


Tra le cose di S.

Tra le cose di S. è una specie di omaggio che mi fanno (gentili*) al SIFest di Savignano (11,12 e 13 settembre), con la collaborazione dell’Arboreto Teatro Dimora di Mondaino. C’è una mostra con una selezione di mie fotografie (chiamiamoli ‘appunti visivi’) scattate nel corso degli anni lungo le strade emiliane.

boyUna scrittura del Paesaggio (pensata come interazione tra testo e immagine, la mostra presenta una scrittura testuale e fotografica che apre ad una riflessione sulle mutazioni del paesaggio del territorio dell’Emilia-Romagna evidenziando la relazione tra figura umana e territorio.) .

C’è un incontro pubblico.

E poi c’è un evento teatrale dedicato a Strada Provinciale Tre, il mio ultimo romanzo. Scrivo evento perché non è né un reading vero e proprio né uno spettacolo teatrale vero e proprio, è anche queste due cose, ma pure altro. In un’ambientazione molto suggestiva e bizzarra. Cosa sia di preciso lo scopriranno quelli che ci verranno. E li avverto che c’è un po’, ma non tanto, da camminare. Il 12 settembre, credo alle 22.

Il programma  del Festival è in via di definizione, ma sul sito già c’è qualche indicazione.

Io intanto me ne vado per un po’. Che tra impegni di lavoro e qualche giorno di vera fuga, ho delle cose IMPORTANTISSIME da fare.

Il primo incontro pubblico di settembre è il 9 alla Festa dell’Unità (sic) di Bologna: un reading di poesia con i miei vecchi amici di Versodove e la presentazione della Rivista Letteraria. All together.

Buona fine agosto. Questo mese misterioso. E , per una volta, almeno per me, rosso.

*Ringrazio Fabio Biondi e Stefano Bellavista per averci pensato. E Stefania Rossi e Massimo Sordi che hanno allestito la mostra.


La ragazza e il campo

la ragazza e il campo

Le colline sconfinano in bianchezza.
Persone o stelle
Mi guardano con tristezza, le deludo.

Il treno lascia una linea di respiro.
O lento
Cavallo colore della ruggine,

Zoccoli, dolenti campane-
Per tutta la mattina la
Mattina si è andata annerendo.

Un fiore trascurato.
Le mie ossa hanno requie, i campi
Lontani mi sciolgono il cuore.

Minacciano di assumermi fino a un cielo
Senza stelle né padre, acqua buia.


Sylvia Plath, Pecorella nella nebbia da Ariel.

La ragazza che cammina incontro al campo portava un vestito rosso, quel giorno d’estate di tre anni fa. La fotografia inganna e neppure lavorandola con photoshop potrei riuscire a ritrovarlo preciso, quel punto di colore. Potrebbe chiamarsi Teresa e avere gli occhi scuri. Potrebbe essere una ragazza che si allontana verso un campo come ci si allontana verso il mare. Anche un campo potrebbe travolgerti e farti sparire. O almeno, io ci credevo, quando ero piccola. O forse ci speravo. Camminavo dentro i campi con il cuore in subbuglio. E niente cambia e tutto ritorna. Così camminiamo, io e Teresa che ancora non so di preciso da dove arriva, se dal ventre della terra o dagli abissi marini, e quanto dolore si porta addosso, pronta a rovesciarmelo davanti come una cesta piena di spighe o di pesciolini. Con orgoglio tiene alta la testa e mi dice: il dolore non mi ha presa, sono stata io a prendere lui, e a metterlo nel sacco. Fammi camminare, ragazza con il vestito rosso, dentro il campo o sul fondo del mare, non importa dove, ma non permettermi di voltare la testa indietro.


Ché dietro non c’è più niente da guardare.


Passaggi

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Passano in una direzione. E anche nell’altra. Passano da soli. In coppia. Passano in gruppo. La luce gialla dei lampioni al sodio li ritaglia come sagome sopra l’asfalto sciolto. Anche loro si sciolgono. Si dissolvono. Passano e tornano indietro. Si fermano il tempo di un sorriso, di un respiro. Passano e non tornano più.

Anche quando guardiamo dall’alto e ci crediamo sopra, fuori, siamo noi, quelli che passano.


Sulle strade

pesaDue giorni su e giù per strade provinciali e statali, dalla Sp3 alla Statale 16, da San Giovanni in Persiceto e Cento fino alle valli di Comacchio, e Ravenna, per i primi sopralluoghi di quello che dovrebbe diventare il film tratto da Strada provinciale Tre. Picchi di 38 gradi, l’asfalto che tremola in lontananza, un’assurda rarefazione del traffico (la crisi comincia a farsi sentire, come sarebbe ovvio, anche sui trasporti?), la geometria perfetta dei campi chimicamente ripuliti da ogni intruso. Niente bestie di alcun tipo da nessuna parte. Solo apparizioni misteriose di personaggi che sembrano usciti dalle pagine di Flannery O’Connor. Vecchi e bambini, comunità di rom e pescatori della domenica sui laghetti artificiali. E poi, all’improvviso, lei, una ragazza che sembra la donna della storia, quella che fugge. Si riposa ai bordi di una strada, all’ombra di un albero, con i camion che sfrecciano a pochi centimetri dal suo corpo, ma lei non li guarda, sembra che nemmeno se ne accorga.

leiCancellato ogni stereotipo e sospeso ogni pregiudizio, l’Emilia Romagna non è così facile come sembra, da raccontare.
E’ strano vedere la propria terra attraverso gli occhi di qualcun altro.
E’ strano non riuscire a trovare le parole giuste per dire che questi posti hanno bisogno di lentezza per essere attraversati davvero. Hanno bisogno di depositarsi dentro.
Forse, di dirlo non ce n’è neanche bisogno.
Disegnamo circoletti sulla cartina, scattiamo fotografie e alla fine ci perdiamo: lasciamo che siano i luoghi a guidarci, come sempre dovrebbe accadere.

casetta rossasimo camion