Sherwood Anderson


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Questa è la storia di un uomo che non è soddisfatto di se stesso e vuole essere un altro. Strano, perché è un uomo che ha tutto. Ha trentasei anni, una bella casa, una bella moglie, tre figli e una ditta di vernici in una cittadina (potrebbe essere il nostro nordest) prospera e laboriosa. Ha fatto un bel po’ di soldi, frequenta la crema dell’ambiente in cui vive, gioca a biliardo in un club per ricconi, è socio del Country Club. Però quest’uomo ha un segreto. Una follia apparentemente innocua: nella sua casa c’è una stanza chiusa a chiave, e la chiave di quella stanza la conserva lui, sempre in tasca. Dentro quella stanza c’è una branda, ci sono due sedie, uno scrittoio, dei libri, nient’altro. Di notte, quando il resto della famiglia dorme sonni tranquilli, l’uomo entra nella stanza, oppure lo fa quando in casa non c’è nessuno, e ci entra con un secchio d’acqua, due stracci, sapone, si spoglia, e la pulisce fino a farla brillare, si fa un bagno e, finalmente, ci si chiude dentro. E cosa fa? Gioca con i soldatini. Oppure scrive.

Leggendo Bene e male nella psicologia analitica di Jung ho sottolineato questo passo: Come l’iniziato in una società segreta che si è liberato della collettività indifferenziata, così l’individuo che sia solo sulla sua strada ha bisogno di un segreto che per varie ragioni non possa o non gi sia consentito rivelare. Un tale segreto lo costringe all’isolamento, nel suo individuale progetto. Solo un segreto che l’individuo non possa tradire- che tema di abbandonare, o che non possa esprimere a parole, e che pertanto sembri appartenere alla categoria delle follie- può impedire il cedimento altrimenti invitabile. (…)

E mi è venuta in mente la storia di quest’uomo, che è- credo- una storia emblematica per moltissimi artisti, e per moltissima gente in generale.
L’uomo in questione era Sherwood Anderson, uno degli scrittori più importanti della letteratura americana d’inizio novecento, maestro di Hemingway e Faulkner, che un giorno decise di abbandonare anche la sua stanza segreta – oltre che ditta di vernici, moglie e figli- per seguire la sua follia di là dal fiume.

Le ultime parole che scrisse alla moglie furono queste:

Cornelia, c’è un ponte su un fiume con davanti delle traversine. Quando arriverò là sarò a posto. Scriverò tutto il giorno sotto il sole e il vento mi soffierà tra i capelli.
                                                                                        Sherwood”

Non so se poi quell’uomo si sia mai sentito veramente ‘a posto’. Certo è che ha scritto dei libri bellissimi. 


                                                                        

Quello che sto per darvi è un consiglio complicato, e potenzialmente pericoloso. Complicato, perché i libri di Sherwood Anderson, lo scrittore del quale voglio parlarvi, sono praticamente introvabili- solo in qualche libreria dell’usato, dopo ore di rovistamento potrete forse incappare in un Oscar Mondadori ingiallito o in un Tascabile Einaudi degli anni Settanta, e l’unico che riuscirete a trovare con una discreta- ma non scontata- facilità è un libriccino dal titolo Le voci del torrente pubblicato dal Il Melangolo nella collana Nugae nel 1992. Strana cosa questa, considerato che Sherwood Anderson, autore di Winesburgh, Ohio (Racconti dell’Ohio), di Riso neroMolti matrimoni, è stato uno dei maestri dichiarati di scrittori come William Faulkner o Ernest Hemingway. Nato nel 1876, a Camden, in Ohio, da una famiglia umile, comincia prestissimo a lavorare, come contadino e poi come operaio. Poi, con una svolta inaspettata, intorno alla trentina si fa – come si diceva una volta- una posizione : diventa dirigente di una ditta di vernici, si sposa, mette al mondo due figli. Eppure, qualcosa deve roderlo dentro fino all’osso, perché nel 1912 infila la porta di casa e sparisce per due giorni in mezzo ai campi. Quando viene ritrovato, vaga in stato confusionale e non sa più chi è né cosa vuole. La sua vita cambia radicalmente, lascia lavoro e famiglia, si trasferisce a Chicago e si dedica alla scrittura. Dopo 4 anni, esce il suo primo libro. Come dicevo all’inizio, questo consiglio di lettura è anche potenzialmente pericoloso, e forse avrete in certa misura già capito perché: i libri di Sherwood Anderson sono intimamente legati alla sua vita, e dunque in certa misura eversivi. Parlano tutti della stessa cosa: dell’impossibilità per l’uomo moderno, il figlio delle grandi metropoli, delle fabbriche, della vita borghese modello, di raggiungere la felicità, dell’insensatezza di una vita intesa tutta come produzione/consumo. I personaggi di Anderson si dividono in vivi e morti. I vivi sono quelli che hanno uno ‘stecco conficcato nella carne’ che non li lascia mai tranquilli, e i morti sono tutti gli altri: quelli che costruiscono orrende casette da geometri, indossano vestiti tutti uguali e vivono vite interscambiabili di fianco ad altri esseri dei quali non capiscono e non conoscono nulla se non le abitudini. Pericolosi, i vivi: perché scompaginano l’ordine sociale, rifiutano di piegarsi a un modello imposto dall’alto, perché tentano di vivere invece che ‘morire in vita’.
Il libriccino che forse troverete, Le voci del torrente, è un’amarissima riflessione scritta da un Anderson ormai prossimo alla vecchiaia, uno scrittore apprezzato, e tradotto in molte lingue, ma che ancora, a sessant’anni suonati, non ha raggiunto una tranquillità economica perché non ha ceduto a compromessi. E’ a tratti un dialogo con un amico scrittore che lavora per Holliwood: un mondo cinico e banale che disgustò Anderson immediatamente. “Era una tentazione” scrive “e mi rendevo conto che doveva essere una tentazione terribile: cinquecento, mille dollari alla settimana. ‘Lo farò solo per un po’ di tempo. Metterò da parte dei soldi.” “Una volta ricco sarò libero.” “Ma caro mio, non capisci che questa svendita totale della vita da parte degli artisti equivale esattamente ad accettare di prostituirsi?”.

Se non li trovate in libreria, i libri di Sherwood Anderson potrete sempre cercarli nelle biblioteche.

dicembre 2004

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16 commenti on “Sherwood Anderson”

  1. ghiaccioblu ha detto:

    per gli amici intimi: non notate l’estrema somiglianza tra questo signore e un altro signore di nostra conoscenza?

  2. Achille81 ha detto:

    mi sa che non sono abbastanza intimo per capire…o forse sì ? 🙂

  3. vmisgur ha detto:

    Io capisco i pomeriggi che passava nel suo bell’ufficio in cui svolgeva un lavoro rispettabile e di successo (economico) desiderando IN OGNI ISTANTE essere altrove a scrivere. Forse è stata quella prima parte della sua vita a dargli la forza di resistere alla tentazione di Hollywood nell’ultima parte. Aveva già provato a vendere la sua esistenza per soldi, e non gli era piaciuto.

  4. utente anonimo ha detto:

    non demonizzerei così tanto il denaro, Lovecraft a trentadue anni non aveva ancora baciato una donna, per cui non demonizzerei nemmeno il sesso, ognuno tiene strette le illusioni che lo tengono in vita e questo basta.
    Non c’è mai realmente un modo di fuggire, la scrittura forse allevia, non può essere la soluzione se, ovviamente, soluzione esiste.
    “Essere vivi ed essere morti è la stessa cosa”, come diceva nostro fratello pasolini prossimo venturo, ch’è figlio unico…

    Lo Scamarcio Selvaggio

  5. utente anonimo ha detto:

    scusaper i non intimi puoi dire di chi parli?

  6. DevilsTrainers ha detto:

    non ricordo con precisione. lessi una pagina sulla sua grandezza scritta da Bukowski o forse da Fante. andai alla Feltrinelli di Pza Ravegnana e avevano un solo libro di Anderson, “Un povero bianco”. Era insieme agli altri libri, ma questo aveva una particolarità rispetto agli altri tutti nuovi. Dietro c’è scritto “lire 4500” ed è, in effetti, una pubblicazione einaudi (nuovi coralli) del 1979…

    PS: non è il Contenebbia a somigliare ad Anderson, ma Anderson a somigliare al Contenebbia!

    peter

  7. contenebbia ha detto:

    Ma che cose bizzarre…Però, morire per uno stuzzicadenti…

  8. ghiaccioblu ha detto:

    per i non intimi:

    monsieur contenebbia, da ‘il teatro dei vampiri’, qui:

    contenebbia.splinder.com/post/13614281

  9. utente anonimo ha detto:

    conte:

    e a panama…poi…mah…

    ghiaccioblu

    s

  10. vmisgur ha detto:

    Vedi che succede a ingozzarsi voracemente?
    😉

  11. blueout ha detto:

    c’è un seguito, altrettanto bello, ed è quando hem scrive u n libro assai sprezzante e derisorio di Sherwood, perché vuole staccarsi dall’immagine di suo figlio spirituale, vuole ammazzare il padre, vuole coronare una sua ambizione pratica e passare ad un altro editore… c’è una tragicità effimera in tutto questo

  12. sabrinamanca ha detto:

    E se io riuscissi a trovarli un po’ più facilmente, tu quale mi consiglieresti (qui in francia ce ne sono diversi ancora ristampati)?

  13. ghiaccioblu ha detto:

    blueout: hem era cattivo, come quasi tutti gli scrittori.

    Sabrina: ‘Winesburg, Ohio’. Un romanzo costruito attraverso microracconti di esistenze comuni, ma tempo stesso folli, solitarie, disperate. Un piccolo paese, e i normali (straordinari) esseri umani che lo abitano. Nel mio folle viaggio in macchina New York-Chicago sono passata di lì, il posto vero, si chiama Camden.

  14. utente anonimo ha detto:

    Questo blog è davvero interessante, non mi è piaciuto molto leggere tutti i contenuti del tuo blog. Incredibilmente divertente ingenioso.Estuve lungo tempo e ho amato il disegno veramente sorprendente. Congratulazioni per arrivare a catturare l'attenzione dei lettori '. Molto bene.http://buyonline-rx.com/http://buyonline-rx.com/sitemap.html

  15. utente anonimo ha detto:

    anch'io vorrei farti i complimenti per i disegni davvero ingeniosi


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