Noir in Festival 2009

Al momento sono ancora nel Dodecaneso, ma conto di rientrare sana e salva in Italia e correre al Noir in Festival di Courmayeur anche quest’anno. Il 10 dicembre alle 16 al Jardin del’Ange incontrerò lo scrittore inglese Jonathan Trigell con il suo bellissimo e doloroso romanzo Boy A. Dal romanzo è stato tratto questo film.

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"I bambini possono essere mostri. Ora lo sappiamo. ma una volta i bambini erano solo bambini."
J.T.

Se quando hai commesso un terribile delitto eri poco più che un bambino e hai trascorso tutta l’adolescenza e l’inizio dell’età adulta dentro un carcere, chi sarai il giorno in cui ti ritroverai libero, con un nuovo nome e una nuova vita tutta da inventarti tra le mani? E soprattutto, sarà possibile riemergere dalle ombre dal passato e trasformarti davvero in una persona nuova? Gli altri, poi, te lo permetteranno, di mettere da parte ciò che sei stato per lasciare spazio a ciò che potresti essere domani? Jonathan Trigell racconta la storia di Jack, il Boy-A (identità fittizia utilizzata durante i processi ai minori) di un crimine ispirato ad un fatto realmente accaduto nel 1993 in Inghilterra (il famigerato caso Bulger: due ragazzini di dieci anni rapiscono un bambino di due in un supermercato di Bootle, se lo trascinano appresso per un intero pomeriggio, lo seviziano e poi lo abbandonano sui binari di una linea ferroviaria, dove verrà ritrovato morto). I temi che attraversano questo romanzo sono tanti: da quello della responsabilità penale di un bambino, la capacità o meno di stabilire i confini tra bene e male in un’età tanto acerba; l’utilità o meno della carcerazione; la responsabilità dei media nell’accendere ed esacerbare le reazioni dell’opinione pubblica nei casi di cronaca nera (tema attualissimo anche dalle parti nostre), la possibilità di reinserisi nel tessuto sociale anche quando si è compiuto un crimine. I rapporti tra genitori e figli. Il bullismo che si esaspera nei luoghi in cui le condizioni sociali traballano. Tutto tenuto insieme da una sensibilità straordinaria e da una scrittura semplice e raffinata al tempo stesso.

E dato che i libri chiamano altri libri…Blake Morrison (poeta e saggista inglese) ha dedicato all’analisi del caso Bulger un libro straordinario: "Come se", a metà tra ricostruzione giornalistica, saggio e memoir, che in Italia è stato pubblicato da Fandango (e tradotto da Luca Scarlini).

 

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Sulle strade

pesaDue giorni su e giù per strade provinciali e statali, dalla Sp3 alla Statale 16, da San Giovanni in Persiceto e Cento fino alle valli di Comacchio, e Ravenna, per i primi sopralluoghi di quello che dovrebbe diventare il film tratto da Strada provinciale Tre. Picchi di 38 gradi, l’asfalto che tremola in lontananza, un’assurda rarefazione del traffico (la crisi comincia a farsi sentire, come sarebbe ovvio, anche sui trasporti?), la geometria perfetta dei campi chimicamente ripuliti da ogni intruso. Niente bestie di alcun tipo da nessuna parte. Solo apparizioni misteriose di personaggi che sembrano usciti dalle pagine di Flannery O’Connor. Vecchi e bambini, comunità di rom e pescatori della domenica sui laghetti artificiali. E poi, all’improvviso, lei, una ragazza che sembra la donna della storia, quella che fugge. Si riposa ai bordi di una strada, all’ombra di un albero, con i camion che sfrecciano a pochi centimetri dal suo corpo, ma lei non li guarda, sembra che nemmeno se ne accorga.

leiCancellato ogni stereotipo e sospeso ogni pregiudizio, l’Emilia Romagna non è così facile come sembra, da raccontare.
E’ strano vedere la propria terra attraverso gli occhi di qualcun altro.
E’ strano non riuscire a trovare le parole giuste per dire che questi posti hanno bisogno di lentezza per essere attraversati davvero. Hanno bisogno di depositarsi dentro.
Forse, di dirlo non ce n’è neanche bisogno.
Disegnamo circoletti sulla cartina, scattiamo fotografie e alla fine ci perdiamo: lasciamo che siano i luoghi a guidarci, come sempre dovrebbe accadere.

casetta rossasimo camion


Lasciami entrare

right-one-in-both Lasciami entrare, film svedese tratto dall’omonimo romanzo di John Ajvide Lindqvist, è tante cose insieme: è una storia di vampiri, ma anche una storia d’amore; è una storia di solitudini che si incrociano, delle paure e delle difficoltà che sempre accompagnano il passaggio dall’infanzia all’età dell’adolescenza, di adulti distanti e troppo presi dalle loro normali disperazioni e inquietudini per accorgersi di quelle dei loro figli; è una storia di oscene periferie prefabbricate, -quelle che Marc Augè definirebbe non-luoghi e che invece, dal momento che qualcuno le abita, sono luoghi eccome- apparentemente immobili, dove un’umanità depressa, talvolta disperata, conduce la quotidiana battaglia con un’esistenza avara, tra amicizie, alcolismo, incomprensioni e ombre troppo lunghe.

E’ una storia coraggiosa, questa. Che dimostra come partendo dal genere più trito sia possibile sperimentare, innovare, emozionare. Senza eccesso di effetti speciali (anzi, un paio di colpi di scena del film, secondo me avrebbero tranquillamente potuto non esserci).

Luce livida da inverni artici, neve che cade, il suono del ghiaccio che scricchiola e due mani che  riescono a sfiorarsi anche attraverso una superficie di vetro apparentemente inscalfibile.

Bellissimo.


Noir in Festival

monte biancoDi ritorno dal Noirinfestival di Courmayeur che anche quest’anno è stato pieno di sorprese. Ho visto un film bellissimo, che mi ha fatta piangere: Frozen River, vincitore del Gran Premio della Giuria al Sundance Film Festival 2008 e interpretato da due attrici straordinarie. Ho partecipato a un incontro al femminile con autrici straniere e italiane, pieno di spunti interessanti, anche se declinato non perfettamente anche per via dello scarso tempo a disposizione, ho cenato con Don Winslow e sua moglie Jean e sono rimasta affascinata dal racconto davvero ‘americano’ della loro vita (scenari che cambiano, decine di lavori diversi, alterne fortune, certo non il culo attaccato a una sedia). Giorgio Boatti, chiaccherando davanti a una soupetta, mi ha spalancato porte che si affacciano su certi abissi italiani. Gaetano Savatteri mi ha raccontato la storia dell’Isola Ferdinandea, che appare e scompare tra Sciacca e Pantelleria (al momento è sommersa). Ho assistito alla lettura-concerto ispirata al libro di Niccolò Ammaniti Come Dio Comanda (il film è in uscita tra pochi giorni) diretta da Gabriele Salvatores (che più gli anni passano, più sembra divertirsi a fare il suo mestiere, a osare, a mettersi in gioco) con la musica dei Mokadelic e le interpretazioni di Filippo Timi e di Elio Germano: energia pura dritta in vena. Anche gli anziani in sala, quelli che alle volte a teatro si addormentano beati, sembravano percorsi da scariche elettriche. E infine, ieri mattina, nel giro di circa venti minuti sono passata dai mille e duecentoventiquattro metri d’altitudine di Courmayeur ai quasi quattromila (3462) del punto più alto raggiungibile con la Funivia dei Ghiacciai nel Massiccio del Monte Bianco. Il cielo era azzurro smaltato e il mare di ghiaccio scintillava sotto di me. Sono rimasta a bocca aperta- mentre Tom Rob Smith taceva, (immagino, avendo letto il suo Bambino 44, che quello scenario lo stesse ispirando alquanto)-. Eravamo lì sulla testa dell’Europa a guardare in lontananza il Cervino, il Gran Paradiso e il Monte Rosa, tutte quelle montagne gigantesche e quella neve perfetta, e tutto – tutto – mi è sembrato leggero come panna montata. Forse, dovrei andare a vivere in cima al Monte Bianco insieme ai falchi. Da ieri, una storia che mi germoglia dentro da mesi ha cominciato a spingere più forte.

scrittrci courmaDa sinistra: Marina Fabbri, Elisabetta Bucciarelli, Chiara Tozzi, me, Alicia Jimenez Bartlett, Loredana Lipperini, Liza Marklund, Sharon Bolton.

Tutti i colori del giallo-Courma-jpgDiretta Radio due da Courmayeur, Tutti i colori del giallo: da sinistra, Patrick Fogli, me, Elisabetta Bucciarelli, Sergio Altieri, Victor Gishler, Sharon Bolton, Luca Crovi al centro, a destra, nascosto, c’era Francisco Gonzales Ledesma.

Queste due foto me le ha spedite Paola Pioppi, che ringrazio.

 

Zeroville

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1.

La testa rasata di Vikar è tatuata su un lobo destro e su uno sinistro del cranio. Un lobo è occupato dal primo piano ravvicinato di Elizabeth Taylor e l’altro da quello di Montgomery Clift, i volti che quasi si sfiorano, le labbra che quasi si sfiorano, l’una tra le braccia dell’altro su una terrazza, le due persone più belle nella storia del cinema, lei la versione femminile di lui e lui quella maschile di lei.
Zeroville di Steve Erickson, che ho tradotto con l’ausilio della preziosa consulenza cinematografica di Andrea Bruni, alias Contenebbia, è in libreria.
Dalla mia postfazione, un brano dell’intervista che ho fatto a Steve Erickson:


(….)
A un certo punto del lavoro di traduzione abbiamo pensato che forse includere una lista di tutti i film direttamente o indirettamente citati nel romanzo avrebbe avuto un senso, per i lettori italiani; abbiamo tenuto lì quest’idea, senza però prenderla troppo sul serio, perché c’era anche una spinta che andava nella direzione opposta: Zeroville è un romanzo che parla della potenza del mondo onirico, una potenza capace di deformare la percezione della realtà, chissà, forse anche di plasmarla, e Steve Erickson è uno scrittore che niente ha di didattico. Così, ho pensato di domandarlo a lui, cosa ne pensasse di questo embrione d’idea, e già che c’ero gli ho chiesto anche altre cose. Questa, con qualche taglio, è la lettera che mi ha scritto.

(…) In effetti, a un certo punto, quando il libro stava per essere pubblicato negli Stati Uniti, a qualcuno era venuta l’idea di includere una lista di films alla fine del romanzo. E come giustamente avete sospettato, io ero contrario. Ero contrario perché in fondo, l’elemento più importante di questa storia è il suo protagonista: Vikar, e la sua ossessione per il cinema, che modella la sua visione del mondo e viceversa. E poi, io volevo che il lettore vedesse i films allo stesso modo in cui li vede Vikar, e per Vikar, i titoli non sono importanti. Per Vikar, il Cinema si fonde con la ‘realtà’, e le sale cinematografiche sono come fermate nel suo viaggio attraverso quel mondo. Come indubbiamente saprai anche tu, quello che uno scrittore non rivela è altrettanto importante di quello che invece svela. Quindi vi prego di non includere quella sorta di glossario al quale avevate pensato. Credo fortemente che servirebbe solo a spezzare l’incantesimo del romanzo, e a distruggere la sua aura misteriosa.(…)

Steve Erickson, marzo 2008

Uno stralcio della postfazione di Andrea, qui.

www.steveerickson.org/


Germania anno zero

di Roberto Rossellini

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La città è piena di sole davanti al ragazzino che cammina. E’ una città distrutta dalla guerra. Le bombe l’hanno ricamata precise, millimetriche, senza tralasciarne un angolo. Il ragazzino è solo in mezzo alla strada, impegnato in un gioco che tutti i bambini del mondo conoscono da sempre e sempre conosceranno.
Ci sono righe da calpestare e altre da evitare. E’ un disegno preciso, anche se nessun’altro oltre a lui può vederlo.
La città intorno non fa nessun rumore. E’ zitta e soffice da pestare.
Prima è stato un diluvio di esplosioni e schegge che fischiavano tra le case. Sono state gambe e braccia, dita con le unghie pallide e sbrecciate o dipinte di rosso, scarpe e occhiali, borse e libri squadernati che piovevano dal cielo.
Ma adesso è il silenzio la cosa più forte di tutte.
Un salto veloce, uno più lento, gli occhi strizzati per proteggerli dal sole, quasi ciechi, ma le ombre il ragazzino le vede anche così e sono tutte sbagliate.
Se riesce a saltare quattro volte ed  evita di toccare quella crepa con la suola delle scarpe, la città smetterà d’essere vuota e zitta. I muri torneranno su, un mattone alla volta. Se ci riesce, ci saranno nuove stanze, e saranno più grandi di prima e si riempiranno di mobili e cose. La gente uscirà dalle cantine, tornerà dentro i palazzi, sui balconi usciranno un’altra volta i vasi di geranio. Le primule gialle. I canarini.  Le coperte a prendere aria.
Il ragazzino salta tre volte. Un’ombra, una riga, una striscia di luce.
Un gruppo di bambini gioca a pallone e lui tenta un innesto impossibile, un approccio, uno scontro. Il pallone rotola via e nessuno lo insegue.
E’ già troppo grande per giocare con loro.
Ha certe ombre adulte sulla faccia che lo bandiscono per sempre dal mondo dei bambini.
Prima correvano tutti, la strada sfatta era un campo di battaglia costruito apposta per i nani. Adesso se ne vanno. Ed è tutta colpa sua.
La luce gli taglia la strada, il ragazzino deve deviare se non vuole di nuovo  pestare l’ombra sbagliata. Se riesce a non pestarla, il suo vecchio padre risorgerà dal letto bianco, come Lazzaro aprirà gli occhi e si reggerà sulle sue gambe, la lingua tornerà rosa, solleverà le braccia per stringerlo a sé e lui non l’avrà ammazzato.   
Ma questo è tutto un gioco sul futuro. E i giochi sono quello che sono e il futuro è una cosa che non si può toccare, piena di spigoli e di forse.
Quello che c’è, sono strade vuote e polvere e macerie. La fame di tutti. La sua. Le colpe di tutti. La sua.
Il ragazzino sale le scale di un palazzo vuoto come il tronco cavo di un albero spaccato dal fulmine. Il sole entra da feritoie nei muri. Da finestre che sono soltanto quadrati aperti nei mattoni. Dura un’eternità, questa salita.
Il volo finale dura molto meno. Una donna urla. Qualcuno corre. Il silenzio si spezza. La colpa pure.

Non c’è molto. La luce e l’ombra che sono nitide e feroci. Lo sguardo di un ragazzino che ha fatto una cosa tremenda. La pelle bruciata che lascia la guerra sulle città, le cose, le persone.
Basta far camminare un ragazzino dentro una vera città distrutta. Niente set cinematografici, niente costruzioni di cartapesta. Prendere questo ragazzino e farlo camminare. In mezzo alla città, in mezzo alla gente, ma solo, isolato da tutto, con la luce che lo ritaglia e lo fa splendere nella polvere. E poi aspettare. Seguirlo. Aspettare. Assecondare il suo movimento verso un destino che lo insegue, anche se il ragazzino crede di essere lui quello che è a caccia.
Non c’è molto.
C’è tutto.

(2004)


La vie de Jesus


Mettendo ordine tra decine di files sepolti nel vecchio mac e penne salvadati, ho ritrovato testi scritti nelle- e per le- più svariate occasioni nel corso degli anni. Racconti pubblicati su riviste, recensioni di libri, presentazioni di film, testi per convegni e contributi vari, le tracce di un programma radiofonico di Radio Rai Due, Atlantis, che ho frequentato per un paio d’anni circa una volta al mese. Un po’ per volta li metterò tutti qui, in una sezione con la tag Archivio, invece di lasciarli là al buio, in completo silenzio. Nessun ordine cronologico, e nessuna riscrittura, però. Un po’ così, a sentimento.

Il primo è questo.

L’Età inquieta di Bruno Dumont

Cineteca di Bologna 28/01/05. Rassegna Gli adolescenti nel cinema. Presentazione del film.

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La prima cosa che vorrei dirvi riguardo al film che state per vedere è sul titolo: L’età inquieta è la scelta del distributore italiano, ma il titolo originale del film è La vie de Jesus–La vita di Gesù. Il regista stesso ha dichiarato che senza questo titolo il film perde qualcosa. Nella pittura fiamminga Cristo è rappresentato come un contadino, è un uomo del popolo, un uomo come gli altri. Così nel mio film io racconto la storia di un uomo. Un piccolo uomo. La cosa che conta nella vita è riuscire ad innalzarsi dal punto nel quale ci trova. E’ un film molto mistico. I film hanno il potere di toccare qualcosa di misterioso nel corpo, i suoi segreti. Ho inventato questa storia per mostrare che c’è un umanesimo nella Cristianità che in Chiesa, a scuola,  non insegnano, qualcosa che ha a che fare con il potere dell’uomo. L’uomo ha  potere. L’uomo è un essere spiritualmente elevato. E allo stesso tempo  è anche basico, elementare, come Freddie, il protagonista del film.”
Bruno Dumont è nato nel 1958 nella Francia del Nord, nello stesso paesino delle Fiandre che vedrete nel film. E lì che vive ancora oggi e che insegna filosofia. Questo è il suo film d’esordio e risale al 1997. La storia è quella di un gruppo di – ecco, la rassegna nella quale questo titolo è inserito è intitolata Gli adolescenti nel cinema, in realtà, sono costretta a fare una precisazione, ossia che il gruppo di ragazzi –per usare un termine aperto- intorno ai quali ruota la storia del film non sono propriamente adolescenti bensì giovani adulti, vedrete che l’età oscilla tra i sedici diciassette anni, fino ai ventitré ventiquattro, dunque si possono definire adolescenti solo nel caso in cui si scelga di uitlizzare la categoria adolescenza come contenitore nel quale possano entrare i ragazzi che ancora si trovano in quel limbo protratto che raccoglie tutti quelli che stanno a metà tra l’infanzia e l’età adulta. Torniamo alla storia. Questo gruppo di ragazzi vive in una cittadina del Nord della Francia, è estate, nessuno di loro studia, o lavora, passano le giornate a girare in macchina o in motorino per le strade del paese oppure in campagna. Freddie, il protagonista, soffre di epilessia.
Quando ho visto questo film per la prima volta, quattro o cinque anni fa, sono rimasta molto colpita: il film era uscito nel 1997, lo stesso anno nel quale era uscito il mio primo libro, Dei bambini non si sa niente, e nonostante l’età dei protagonisti non fosse la stessa (nel mio libro erano bambini, nel film come abbiamo detto sono giovani adulti) c’erano però delle assonanze incredibili: intanto l’ambientazione: un paese che sembra un paese di morti alla periferia di una grande città, un’estate, e questi ragazzini che passano le giornate a ciondolare, questa noia palpabile, atroce, che lentamente, ma inesorabilmente, si trasforma in tragedia.
E poi l’uso dei corpi, e della natura. Del sesso, crudo e senza fronzoli, quasi animalesco, vero. La messa in scena della violenza. Con uno sguardo che è allo stesso tempo crudele e pietoso. Il paesaggio usato come contrappunto. Un paesaggio che è insieme sfondo e personaggio, immobile come una specie di fondale di cartapesta, e vivo, brulicante di suoni, di insetti. E ancora, il fatto che gli adulti, quelli veri, in questo film sono quasi del tutto assenti, figure inconsistenti, appiattite, senza stimoli, senza emozioni vere, capaci di ripetere soltanto luoghi comuni, banalità, una visione del mondo bigotta e moralista, mai morale.
Chi sono i veri CATTIVI, in questo film? I ragazzi, questi esseri bradi, vicini alla basilarità della natura, questi animali attraversati da rabbie, desideri terra terra ma anche impulsi d’amore, felicità, disperazione, oppure i morti viventi che sono gli adulti, incapaci di ascolto, incapaci di sentire alcunché?
Vedrete che in questo film così poco parlato (strana cosa poi questa per un autore francese contemporaneo) in realtà è carico di suoni, di rumori. Lo spazio è tolto alle voci e dato ai rumori di fondo. I personaggi tra loro parlano pochissimo. E quando parlano accostano frasi insignificanti, elementari, a improvvise riflessioni su questioni assolute come la vita e la morte, l’amore, la felicità, la disperazione, ma non lo fanno mai in un modo che possa suonare fasullo. Il loro linguaggio è il linguaggio basico della gente comune. Questi non sono intellettuali, sono ragazzi di provincia, ignoranti, bradi. Ci sono televisori sempre accesi che vomitano notizie, voci astratte che parlano e parlano e parlano e il loro è un discorso che sembra lontanissimo da quello nel quale si trovano immersi gli abitanti della cittadina. Dice Dumont “ la gente comune non parla molto, ma sperimenta un’intensità incredibile di gioia, emozione, sofferenza. Non parlano, le parole non sono importanti. Quello che conta sono le emozioni.”
Un mondo alienato e amorale che però, in qualsiasi momento può essere sfiorato dalla grazia.
Chi di voi ha visto Pickpocket, o Mouchette, o L’argent, di Bresson capirà immediatamente che i personaggi di quei capolavori sono gli antenati- diciamo gli zii o i nonni-  di Freddie, il protagonista di questo film, e di Bruno Dumont.
Vedrete anche quanto siano importanti i corpi, e le facce: gli attori sono attori non professionisti e appunto per questo, probabilmente, comunicano un’intensità e una fisicità così forte, SONO i personaggi che interpretano.
Vorrei chiudere con una riflessione di Robert Bresson tratta da Note sul cinematografo che dice così:
Farai con gli esseri e le cose della natura- mondati di ogni arte e in particolare dell’arte drammatica,- un’arte.”
E ancora:
La tua macchina da presa traversa i volti, purché una mimica (voluta o non voluta) non si frapponga. Film di cinematografo fatti di movimenti interiori che si vedono.”

28 gennaio 2005