L’analfabeta è un piccolo libro di Agota Kristof uscito l’anno scorso per l’editore Casagrande. Agota Kristof è una scrittrice ungherese che a 21 anni, in una sera di novembre del 1953, con un piccolo gruppo di persone, il marito e una bambina di quattro mesi in braccio, attraversa il confine tra l’Ungheria e l’Austria. Così comincia la sua vita di profuga. Passerà per Vienna, Zurigo, per approdare infine a un piccolo paese svizzero, Neuchatel, dove si fermerà. A lavorare in una fabbrica di orologi, e scrivere poesie – durante il turno, mentre sta alla catena di montaggio- che la sera ricopia in un quaderno. Conosce poche parole di francese. La sua lingua madre, qui, non le serve a nulla. Non le serve a nulla aver imparato a leggere e scrivere benissimo a quattro anni. Non le serve a niente la sua capacita di raccontare storie. Qui, scrive, non è altro che un deserto, per noi rifugiati, un deserto che dobbiamo attraversare per giungere a quella che chiamano “l’integrazione”, “l’assimilazione”. Dopo cinque anni- cinque anni trascorsi senza un solo libro da leggere, perché gli unici libri a disposizione sono scritti in una lingua che lei non conosce- decide che imparerà il francese, e che scriverà in francese. Ha ventisette anni. Si presenta all’Università di Neuchatel per l’esame di ammissione ai corsi di francese per stranieri, un esame scritto.

Dopo qualche lezione, il professore mi dice:
-Lei parla molto bene il francese. Come mai è in un corso per principianti?
Gli dico:
-Non so né leggere, né scrivere. Sono analfabeta.

Questa storia, naturalmente mi fa pensare alle migliaia di persone che sono costrette  ad abbandonare i loro Paesi d’origine e la loro lingua madre per approdare in un deserto in cui l’unico obbiettivo è “l’assimilazione”. Mi fa pensare a tutte le storie, i sogni, le immagini, e i racconti perduti in quel passaggio e che non si ritroveranno mai più, da nessuna parte. E mi fa pensare anche a un’altra cosa, completamente diversa, e cioè che a volte, cambiare lingua è necessario anche in senso metaforico. Per ogni scrittore ci sono momenti del genere. Momenti in cui sente che la lingua posseduta non è più sufficiente, che la cassetta degli attrezzi è sguarnita, che manca qualcosa di essenziale, anche se magari ancora non sa cos’è. E allora è necessario mettersi a imparare. Partire precisamente da quella assenza della quale si avverte il gelo mortale.

Questo processo, per me, è iniziato tre anni fa. Ed è ancora in corso. Possedevo una lingua, ne conoscevo la grammatica e la sintassi ma spesso avevo la sensazione che a quella grammatica e a quella sintassi mancassero una presenza: scrivere è stare chiusi dentro una stanza, da soli, e per molte ore delle proprie giornate vivere in un mondo fatto esclusivamente di segni, cose invisibili, e può diventare molto pericoloso. La scrittura, e la vita, devono essere la stessa cosa. Tramutarsi l’una nell’altra. Infondersi respiro. A lungo ho avuto una lingua senza avere le cose. Ora si ricomincia. Come un’Analfabeta.

C’è un pezzo interessante di Cristian Raimo su Nazione Indiana che in qualche modo ha a che fare con questo.


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2 commenti on “”

  1. commazero ha detto:

    La Via perfetta non conosce difficoltà,
    esclude solo ogni preferenza
    Shi Jin Mei

    IN BOCCA AL LUPO

  2. alice121 ha detto:

    “Come sarebbe stata la mia vita se non mi fossi trasferita? Più povera, ma forse meno solitaria.
    La cosa certa è che avrei scritto, in qualsiasi posto, in qualsiasi lingua” Questo pezzo mi è rimasto stampato in testa da quando l’ho letto.


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