Sogni


Freud afferma che i sogni sono l’espressione dei nostri desideri. Io direi, invertendo le parole, che tutti i nostri desideri hanno la natura dei sogni.

Pierre Lévy, Il fuoco liberatore

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Ritorno

lungo una strada africana
C’è un bambino che cammina lungo una strada africana. Terra battuta, polvere rossa, il sole che picchia sulla sua faccia scura e sulla mia, che lo seguo a pochi passi di distanza. Mi sta accompagnando in un villaggio e il nostro tragitto dura dieci minuti, ma nel ricordo è un momento infinito. Ho la mente sgombra: sono lì, nel bush, nel cuore della Sierra Leone, sotto il morso della calura, e un bambino mi riporta a casa.

Scomparire


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Fotografie di Sarah Moon

Bare oniriche delle quali disfarsi notte tempo, magari dove il fiume è nascosto da un canneto e nessuno possa vederti. Proprio là, nel punto preciso in cui si suicidano quelli disperati, che così ti hanno consigliato di fare. Vengono da soli, diceva il consigliere, qualche volta in coppia, e lasciano scivolare le automobili a fari spenti dentro il vortice. E poi terrazze senza vista se non quella di altri palazzi e altri palazzi ancora e finestre spalancate oltre le quali si consumano incesti che mai hai neppure immaginato. I sogni reclamano, è l’infanzia sepolta -tradita?- che urla la sua rabbia. Scrivere è il solo gesto che so opporre alla vita. E scrivere è -anche quando si dice IO (e al contrario di quello che credono quasi tutti)- scomparire.


Andare o restare?

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jameshillmanLectio magistralis di James Hillman al Festival Filosofia di Modena, Piazza Grande, ieri, tre del pomeriggio, sole cocente che batte sulla testa dei tanti spettatori, qualcuno improvvisa un cappellino di carta con le pagine rosate della Domenica – Sole Ventiquattrore con lo speciale sul Festival, subito seguito da decine di imitatori. Gruppetti di sconosciuti si agitano attorno ai fogli come a un corso di origami scambiandosi consigli e dritte furbe. Io, che ho la manualità di una sogliola, soccombo sotto il peso della gondola di carta confezionata per me da V. Fa caldo, caldissimo. Il cielo è azzurro, azzurrissimo. La lezione si intitola La conoscenza dell’anima. Hillman comincia con una distinzione: esista una conoscenza relativamente all’anima, una conoscenza dell’anima e una conoscenza nell’anima. Cita Plotino, Eraclito, Platone, la conoscenza richiede desiderio, dice, la conoscenza è azione. Conoscenza è potere. Conoscenza è balzo in avanti. Fa l’esempio della leonessa che balza sulla preda: sa cosa sta facendo, ma non come lo farà. E’ totalmente presente nell’attimo del balzo. Dunque, penso io la conoscenza è rischio. Rischio del falimento, della caduta, della morte. Senza quel desiderio, senza quella spinta all’azione, senza quel balzo, quel salto in avanti, e fuori dal buio, non si dà alcuna conoscenza. Non si dà vita, per quanto mi riguarda.

E poi, sempre quella domanda che ritorna, quella domanda alla quale è impossibile dare una risposta unica, definitiva e ferma: che cos’è anima? Anima è scintilla. Anima è fiamma. Anima è un fumo sottile e impercettibile. Jung scriveva che la pressoché illimitata ricchezza di riferimenti rende impossibile ogni formulazione univoca. Anima è una regione problematica della pische, scrive Hillman. Anima è il compendio di tutto ciò con cui l’uomo deve sempre confrontarsi senza riuscire ad avere la meglio, ancora Jung.

Anima, Anatomia di una nozione personificata di James Hillman è un libro particolare: ci sono 439 estratti dall’opera di C.G.Jung che Hillman analizza, interpreta, ribalta. E’ un libro enigmatico. Che più che rispondere, interroga.

Poi, stamattina, ho aperto il libriccino con la Lectio magistralis tenuta da Jean-Luc Nancy a Modena nel 2005: Cinquantotto indizi sul corpo, e ho letto l’indizio numero 6:

L’anima è la forma di un corpo organizzato, dice Aristotele. Ma il corpo è proprio ciò che disegna questa forma. E’la forma della forma, la forma dell’anima.

E mi è tornata in mente quella frase di Nietzsche che ho scolpita nella testa:

Corpo io sono in tutto e per tutto, e null’altro; e anima non è altro che una parola per indicare qualcosa del corpo.

Ecco, questa è la definizione di anima che io sento più vicina. Che riconosco.

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In questa casa davanti al mare, in questi due mesi, ho visto morire una gatta neroruggine molto anziana e nascere un bambino che si chiama Matteo, ho finito un romanzo e ne ho cominciato un altro, nuovi progetti si sono guadagnati icone sul desktop del portatile con nomi bellissimi: Zeroville, NY, Body Shots e Walden, ad esempio. I quaderni si sono riempiti di appunti. Sono stata sola, come ora, e sono stata in compagnia, come l’altroieri e come lo sarò dopodomani, ho bevuto vino, mojito, mangiato pesce fritto e pomodori appena raccolti, ho fatto l’amore e ho dormito sonni da bambina, ho fotografato cantieri, ho letto decine di libri, ho visto quasi tutti i film di Marco Ferreri, Madre e figlio di Sokurov, due serie di Oz e tre di Nip & Tuck, ho parlato del passato e del futuro, ho contemplato il mare, mi sono seduta sulle mura della rocca a strapiombo sulla scogliera con un amico e un’amica, in momenti diversi, e ho immaginato alternative di vita possibili, la mia e le loro, ho bagnato le piante sul davanzale e accarezzato tanti gatti, ho parlato con i bambini e ho fatto amicizia con una signora molto anziana, e ho nuotato, ogni giorno, con gli occhi spalancati sott’acqua. Da metà settembre e per tutto l’anno prossimo ci saranno treni, aerei e continenti diversi. E dunque letti e case e panorami e città e persone. Ripenserò a questi mesi di calma apparente davanti al mare, a quanto davvero l’estate, per me, sia da sempre il tempo della raccolta, della messa a frutto, tempo di concentrazione e produzione. Tempo che visto da fuori sembra placido, quasi immobile e invece è ritmo, ghiandola che secerne senza sosta. Ho fotografato la luna piena stanotte, luna piena di luglio, una luna che celebra molti anniversari. Dieci anni da tante cose. Dieci anni da cose bellissime, da cose tragiche, da cose importanti e finite. Ho brindato con succo di mela e subito ho pensato a quelle parole di Maria Zambrano, da un libro che mi accompagna in questa estate, dappertutto, parole che dicono così: Posto che sonno e veglia non sono due parti della vita, che essa, la vita, non ha parti, bensì luoghi, e volti. Quindi via il bicchiere e via il brindisi. Dieci anni non sono un segmento, non sono una porzione, non sono altro che flusso fluito. E luoghi, e volti. E anche se stanotte ho sognato che il mio corpo era coperto di tagli e il sangue zampillava ed era rosso acceso intorno a me, quando mi sono svegliata non ho avuto paura e non l’ho letto come un incubo. Anzi. La superficie del mio corpo -la mia anima?- adesso non è più impermeabile e respingente, è membrana porosa, che sa accogliere e mandare indietro senza strappi. Flusso che fluisce.


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A Bologna. A casa per tre giorni. (Casa? Leggendo A immaginare una vita ce ne vuole un’altra, di Elena Stancanelli -pagine dedicate a una Roma non ovvia da una scrittura non ovvia- il cuore mi si è stretto e ho avuto spesso la sensazione che ormai casa per me sia più là che qui, nonostante che una vera casa là non ce l’abbia e qui sì…e ho pensato che casa, allora, forse sono le persone che hai voglia di vedere, le strade che hai voglia di attraversare, non che qui non ce ne siano, chiaro, però forse là ce ne sono di più, di persone, e di strade.) Dunque a casa tre giorni, il tempo di fare alcune cose che andavano fatte, incontrare alcune persone che andavano incontrate, e correre al cinema Rialto, sotto casa, a vedere XXY. Asciutto, emozionante, con personaggi che somigliano davvero a persone e non ad astrazioni. Alex ha quindici anni, è un’ermafrodito/a. Che cosa questo significhi esattamente è difficile da spiegare, dato che ogni caso è un caso a sé, diciamo che si tratta di individui che hanno (ometto volontariamente soffrono di) disordini della differenziazione sessuale. E che molto (troppo?) spesso vengono trattati chirurgicamente per definirli dentro il solito schema binario: o maschio o femmina.

Alex, la protagonista di questo film argentino, è una bellissima (perfetta, come la definisce il padre) creatura di quindici anni, e che cos’è di preciso non lo sa. Forse nemmeno vuole saperlo. E’ se stessa. Maschio o femmina cosa importa?

Mi ha fatto tornare in mente questa frase di Djuna Barnes, da La foresta della notte:

Noi andiamo ciascuno alla sua casa secondo la nostra natura – e la nostra natura, sia come sia, ci tocca sopportarla….

Io andrei oltre: la nostra natura ci tocca accettarla, comprenderla, imparare ad amarla, sia come sia.

E mi è tornata in mente anche quella bambina che conoscevo così bene, una bambina che si innamorava dei maschi, ma che detestava i vestiti da femmina, i capelli lunghi e giocare alla mammina tra bambolotti e dolciforni e preferiva menare fendenti con le sciabole dei suoi amici, quella bambina che crescendo ha sempre avuto un miglior amico e non una migliore amica, che crescendo ha continuato ad innamorarsi quasi esclusivamente di maschi, ma detestato con passione lo shopping, le scarpe con i tacchi, le movenze da gattina, le serate con le amiche, la lingerie di pizzo e le riviste femminili e non ha mai sognato di trasformarsi in una perfetta sposa e mamma in carriera. Tutto questo, sentendosi costantemente in colpa, costantemente diversa, costantemente giudicata.

Ecco. Per tutti quelli che non sono come altri desidererebbero che fossero. E non si rassegnano a diventare quello che altri vorrebbero farli diventare.