Annunci

Di mamme, papà, lavoro e viaggi

In questi giorni sto preparando una valigia per un soggiorno di una settimana lavorativa negli Stati Uniti: University of Wisconsin-Madison, incontri-lezioni con studenti americani di Letteratura Italiana, reading, eccetera. Non è che mi servano poi tante cose, io cerco sempre di viaggiare leggera, ma la valigia pesa lo stesso tantissimo. Più degli oggetti materiali (vari I-qualcosa presi in prestito per l’occasione, inseparabile macchina fotografica, e-reader, piastra per capelli, scarpe di ricambio, copie dei miei libri) pesano gli  stati d’animo e i sentimenti: ansia, angoscia, paura e soprattutto una specie di fastidiosissimo, strisciante, senso di colpa.

Ho un bambino di quasi undici mesi ed è la prima volta, da quando è nato, che dormirò in un posto che non è quello in cui dorme lui, la prima volta che sarò dall’altra parte del mondo, separata da un oceano e da un fuso orario di sette ore.

Quando allo scoccare dei quarant’anni e dunque tre anni fa, decisi che, visto che non riuscivo a capire se desiderassi o meno avere un figlio, avrei lasciato fare alla natura, dentro di me cominciai una serie di ragionamenti ondivaghi riguardo il tipo di madre che avrei desiderato (o sarei riuscita ad) essere nel caso il bambino, o la bambina, si fossero manifestati. Nella vaghezza c’erano però alcuni punti fermi: stabilii che avrei con tutte le forze cercato di continuare a rimanere me stessa. Ovvero, che avrei accettato di buon grado i cambiamenti fisici e psicologici che la maternità comporta nella misura in cui, conoscendomi ormai da quarant’anni, sapevo di poterli  tollerare. Ad esempio volevo continuare a nuotare: non ho mai smesso. A scrivere: idem. Ad avere il tempo per leggere: un po’ meno, ma ce l’ho fatta. Volevo riconoscermi ancora nel mio corpo e nel giro di qualche mese sono rientrata in tutti i vestiti di prima. Ho eliminato per nove mesi caffè e vino, ma non ho smesso del tutto di fumare perché sapevo che non ci sarei riuscita. E’ andato tutto bene. Certo, tanta tanta fortuna, ma anche un mix di disciplina e ascolto del mio corpo, del mio ‘cuore’, della mia testa e dei loro limiti, in un senso e nell’altro. Nel corso della gravidanza, gradualmente, sono arrivata a maturare la decisione che non avrei allattato al seno. In ospedale, subito dopo il parto, ho chiesto la pastiglia per bloccare la montata lattea sotto lo sguardo giudicante e non simpaticissimo delle ostetriche, ma ne ne sono fregata. Le tette erano le mie, non le loro. La vita, fuori di lì, sarebbe stata mia, del bambino e di suo padre, non la loro. Non mi sono pentita un solo istante. Per me, per come io sono fatta, è stata la scelta giusta. Ed è una scelta talmente intima e personale che nessuno deve permettersi di giudicarla o di discuterla. Questa decisione, tra l’altro, ha fatto sì che l’ accudimento del bambino, fin dal primo istante sia stato totalmente condiviso da me e dal padre. Un biberon è capace di offrirlo indifferentemente, con lo stesso amore, lo stesso sguardo adorante e lo stesso caldo contatto fisico, un uomo o una donna. Un papà o una mamma. Cosa cambierà questo, (se cambiera qualcosa) nello sviluppo psicologico della persona-bambino? Me lo sono chiesto, naturalmente, e anche qui non ho trovato una risposta giusta e definitiva che possa valere per tutti, ho trovato la MIA. Io sono contenta che mio figlio sia stato nutrito da suo padre fin dai primi istanti della sua vita. Sono contenta, primo, perché il mio recupero post-partum è stato molto lento e doloroso e probabilmente, se avessi dovuto allattare sarei sbroccata, ma sono contenta soprattutto perché quando vedo il mio bambino affidarsi sereno alle cure di suo padre, io mi sento più leggera, più libera e più vicina al tipo di mamma che ho desiderato e scelto (ovviamente in base a ciò che sono) di essere. Una donna molto diversa da quella che mia madre, in altri tempi, si è sentita in qualche modo costretta a essere, rinunciando forse a troppe cose, una su tutte: l’autonomia economica. Io sono stata una ragazza libera, ho potuto studiare, viaggiare, scegliere di seguire le mie passioni e di perseguirle certo anche grazie al sacrificio di mia madre, ma soprattutto grazie a un clima che vorrei tanto potesse continuare a esistere per le ragazze e per le donne più giovani di me e che invece, negli ultimi anni, ho avvertito cambiare e non in positivo. Come se spingere le donne di nuovo dentro l’uscio di casa e chiudercela a doppia mandata fosse la cosa giusta da fare (sarà mica perché tanto non c’è lavoro per nessuno e se qualcuno si deve sacrificare meglio che siano le donne?). Molto spesso mi pare di notare che sia tornata di gran moda la Sacra Mammità. Sui blog e nei forum maternità impazzano le Mamme Perfette che Sanno Tutto e io mi domando se la loro, oltre che una missione non sia una forma d’isteria. Una volta che nasce il bambino, molte donne scompaiono e di loro resta solo la Funzione-Mamma. Ma che bene può fare al suo bambino un genitore che sacrifica se stesso all’altare della nascita? Perché una mamma dev’essere o una perfetta Mammità o una Stronza senza cuore? Perché non si possono mescolare gli ingredienti e provare a essere, facendo del proprio meglio, ciò che si riesce ragionevolmente a essere?

In queste ultime settimane, ogni volta che ho parlato con qualcuno del mio viaggio imminente, ho raccolto due reazioni nettamente distinte per sesso: gli uomini mi hanno rassicurata e spronata, le donne (tutte eccetto una, mia madre, sessantanove anni tra qualche giorno, e non a caso, secondo me) mi hanno fissata con compatimento sgranando gli occhi e dicendo cose del tipo: io non ce la farei mai, io non potrei proprio, io i miei figli non li ho mai lasciati e/o non li lascerei mai, neanche per un giorno.

Da sempre, gli uomini sono abituati a lasciare i bambini alla cura delle donne e avventurarsi nel mondo per procacciare cibo e benessere alla loro famiglia. Generazioni di bambini- e io tra questi- sono cresciuti con una silhouette di padre più che un padre in carne e ossa, una figura che scompariva la mattina e rientrava la sera, vista quasi sempre e solo di sbieco, mentre si rade dietro la porta del bagno e poi infila un impermeabile – un camice, una tuta da lavoro, un berretto- e si chiude dietro la porta e poii la riapre. Oggi, qualcosa è cambiato, tutto sta cambiando ulteriormente diciamo, perché il lavoro non è una certezza ed è sempre più instabile e fluttuante. Forse, mi viene da sperare, dalla terribile crisi del lavoro potremmo imparare anche qualcosa di positivo, ad esempio a gestire ruoli e tempo diversamente da com’eravamo abituati a fare. Oggi può capitare che sia una donna quella che il lavoro ce l’ha e che sia il padre quello che sta a casa. Oppure può accadere, com’è nel mio caso, che entrambi si lavori da casa e in modo abbastanza elastico, dunque ci sono giorni in cui è più disponibile la mamma, altri in cui è più disponibile il papà, e si faccia di necessità virtù. Possiamo provare a trasformare anche la sfiga in opportunità. Chissà, forse un padre sarà meno ossessionato dalle pulizie approfondite della casa e dedicherà ai bambini un tempo più giocoso.

Tornando a me e ai miei sensi di colpa, alimentati da tutte le testimonianze di quelle madri (giovani e anche giovanissime) che incontro e che mi dicono: ah, io mai lascerei il mio bambino… eccetera eccetera, ho fatto una domanda a me stessa. Una domanda lunghissima, articolata e potenzialmente infinita, una domanda la cui risposta si costruisce un giorno dopo l’altro senza mai diventare definitva, ma che proverò a riassumere in poche parole, queste: chi vuoi essere per tuo figlio? La risposta è: me stessa. Io. Io che certo cambio insieme a te, bambino, un giorno dopo l’altro, ma che resto anche quella che ero a sette anni, a venticinque, a trenta, e cioè quella bambina, ragazza e donna che ha costruito la sua esistenza sul faticoso, poco rassicurante, ma anche gratificante e certo un po’ egocentrico desiderio, e poi tentativo, di essere uno scrittore, di essere un tramite per le storie degli altri, di viaggiare per andare a conoscere il mondo e raccontarlo, di attraversare le strade, i paesaggi e le persone, e di mantenersi, per quanto ciò sia mai possibile, un essere umano libero.

 

Adesso non sono ancora capace di alleggerire la mia valigia da tutte quelle cose immateriali che la rendono un macigno, ma sento, a mano a mano che le accetto e le ripongo per bene dentro le tasche interne del trolley, che è mio preciso dovere nei tuoi confronti, Bambino, far fronte alle mie ansie, alle mie inquietudini e al mio senso di colpa. Voglio provare a regalarti, per il tuo futuro, invece che un sacco e una sporta di rimpianti e rinunce, questa madre inquieta. Una mamma che sa lavare i tuoi vestitini tutti giorni e preparati le pappe, ma che trova anche la leggerezza di farti mangiare un omogeneizzato in più, certa che non ti ammazzerà, e la forza di salire su un aereo e di staccarsi da terra, e da te, perché il suo lavoro, il suo mestiere e la sua passione comportano anche questo. Presto, la mia valigia sarà abbastanza capiente da contenere anche le tue cose e le strade, i paesaggi e le persone li potremo attraversare insieme, se vorrai.

Non voglio darti la Madre Perfetta, voglio darti Tua madre.

Ho la sfacciataggine e l’arroganza di credere che questa madre ti piacerà, e ho la sfacciataggine e l’arroganza di credere che a tutti i bambini del mondo piacerebbe di più la propria vera madre piuttosto che una finta Mammità Perfetta.

C’è un viaggio lungo che tutti dobbiamo fare senza sentirci addosso il peso di modelli culturali che ormai sono frusti e traballanti. E’ una delle sfide più interessanti che abbiamo di fronte, come uomini e donne (eterosessuali e omosessuali) e come cittadini ed è quella, Primo, di imparare a pretende politiche sociali che tengano conto dei bisogni dei bambini, delle madri e dei padri e, Secondo, di accettare che la liquidità, l’elasticità e l’incertezza faranno in qualche modo parte del nostro futuro, ma invece che subirli e basta, potremmo provare a usarli per inventare nuovi modi di essere genitori e compagni di viaggio per tutti i bambini che verranno.

 

Ps. Naturalmente, questo particolare viaggio e il Viaggio più grande di una famiglia che cerca di conservare uno spazio personale per ognuno dei suoi componenti io lo devo soprattutto a due persone: il mio compagno, e mia madre. Colgo l’occasione per fare a entrambi gli auguri di buon compleanno visto che il primo li compie domani e la seconda tra due giorni. Grazie Pietro, perché sei un papà speciale e un compagno collaborativo. Grazie mamma, perché mi hai sempre accompagnata verso me stessa. 


L’abbandono (chi va e chi viene)

Qualche anno fa collaboravo con una trasmissione di Rai radio Due che si chiamava Atlantis dove raccontavo piccole storie. Questo è un pezzo – credo del 2003 – che mi torna sempre in mente a ogni ritorno del mese di agosto. Che io vedo nero, come l’Agosto nero* della poesia di Derek Walcott, e del mio omonimo racconto**, anche se non piove. Quest’anno, per non smentirsi, la stagione degli abbandoni si è portata già via il vecchio Primo e la gatta Rina. 

 

L’estate è la stagione degli abbandoni. La gente abbandona le case per andare in vacanza. Abbandona le piante a morire sui balconi. E le case abbandonate, con persiane e tapparelle serrate e le citta deserte, a me mettono sempre una grandissima tristezza. La gente che parte, anche se non la conosco, fa sentire abbandonata anche me. In agosto, mi mancano persino i camion, quelli che fanno sussultare la trasversale di pianura di fianco a casa mia. Mi commuovo per gli animali abbandonati dalle famiglie in partenza per le vacanze: pesci rossi giù per il gabinetto, volatili lasciati liberi nei parchi pubblici, cani legati in autostrada e gatti slanciati dentro un campo. E’ spesso d’estate che ci abbandonano gli anziani. E’ adesso che ci ha abbandonato Timmy, un amico cane che è peggiorato proprio con il caldo e che ha passato le sue ultime giornate davanti a un ventilatore acceso e si è addormentato tra le braccia del suo padrone. E’ in questi giorni che una mamma gatta ha abbandonato i suoi gattini nel giardino del mio amico Carlo Lucarelli che si è armato di biberon, latte in polvere per cuccioli e lozione antipulci e si sveglia ogni due ore per far fare la poppata agli orfani che ha adottato. Tutti questi abbandoni estivi mi fanno soffrire e così provo a ribaltare questa parola, abbandono e pensarla nell’altra sua accezione: non essere abbandonati da qualcosa o qualcuno, ma abbandonarsi a qualcosa o qualcuno, e penso a quello che scriveva Marguerite Duras del corpo delle donne che si abbandona ai figli e si fa calpestare, mangiare, risucchiare. Penso a Kierkegaard, che nell’abbandono femminile vedeva il carattere essenziale della donna, il suo dono più prezioso: la capacità appunto di abbandonarsi e di trovare così la felicità. “Una donna che è felice senza abbandono, cioé senza abbandonare il suo io, a qualunque cosa lo abbandoni, non è assolutamente donna”. Ora, io non so se avesse ragione o se invece ciò che scriveva non potesse essere riferito in egual modo pure agli uomini.

Chiunque è infelice se viene abbandonato e d’altra parte, chi può essere felice senza abbandonarsi?

 

 

* Dark August, Mappa del nuovo mondo, Adelphi 1992

https://genrivista.wordpress.com/2012/03/15/mappa-del-nuovo-mondo-la-grande-poesia-epica-di-derek-walcott/

** Agosto nero, In tutti i sensi come l’amore, Einaudi 1999.

 

 


La mia Emilia- I giorni del terremoto e i bambini che nascono

Questo pezzo è uscito su Repubblica, R2 Diario la mia Emilia, il 7 giugno scorso.

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2012/06/07/la-mia-emilia-mettere-al-mondo-un.html

Sono una donna di pianura, e della pianura mi sono sempre fidata. È altrove che accadevano le catastrofi: ricordo le mappe che ci venivano mostrate a scuola, durante le lezioni di geografia, con le sfumature di colore che in genere viravano al rosso sangue là dove aumentava il rischio sismico, e di aver sospirato di sollievo. Il pericolo era altrove, lontano dal mio paese, Budrio, lontano dalla mia elegantissima scuola in stile liberty con le ninfee disegnate lungo le facciate, lontano dalla mia piazza, dalla statua di Quirico Filopanti, dal campanile antico della chiesa della Pieve, dal mio parco, dalla mia casa. Noi eravamo al sicuro, con i piedi ben piantati nei campi di patate, di barbabietole da zucchero, tra i nostri bovini e i nostri suini, protetti dalla nebbia e dal gelo degli inverni e dall’ afa molle delle nostre estati, quando il cielo sopra la testa è una distesa piatta, sbrilluccicante e infinita come il mare. La notte del venti maggio, questa fiducia siè spezzata. Non si è al sicuro da nessuna parte. Mi sono sentita impotentee beffata: io, che adesso vivo in provincia di Modena, a 900 metri di altitudine, in zona a rischio sismico nettamente superiore rispetto alla bassa, non ho sentito, da quando lo sciame è cominciato, una singola scossa. Ma la mia famiglia era giù e i miei amici pure, sparsi tra Crevalcore e la Romagna. Mi sono accarezzata la pancia. Sapevo che tra pochissimi giorni il bambino avrebbe bussato per annunciare il suo arrivo e sarei dovuta scendere a Bologna e affrontare due rischie due paure nello stesso momento. Mio figlio Ettore infatti, è nato nel pomeriggio del 30 maggio scorso, all’ Ospedale Maggiore di Bologna, sotto le scosse, sia pur lievi, di quel giorno. Chissà se i neonati riescono ad avvertire il pericolo nelle scosse di un terremoto, oppure si sentono come se venissero spinti all’ indietro nella pancia della mamma e scambiano quell’ oscillazione violenta della terra per quella che hanno sperimentato durante nove mesi nel guscio caldo che li ha contenuti e cullati. Nessuna paura, al contrario di tutti gli altri, ma la nota beatitudine di un universo liquido, mobile e benigno che ti fa dondolare per favorire il ciclo del tuo sonno e del tuo risveglio. Credo sia questa la prima cosa che un terremoto spezza, insieme agli edifici e alla crosta terrestre, in chi gli sopravvive: il ciclo del sonno e del risveglio, la fiducia nella terra madre che sostiene. Dentro la sala parto, il bambinoe io lottavamo nel dolore, con le ostetriche e i medici intorno a fare quel che doveva essere fatto perché tutto finisse più in fretta possibile e soprattutto finisse bene, visto che le cose all’ improvviso si erano messe male. I volti di quelle persone che probabilmente non incontreremo mai più, oscillavano sopra di noi, e fuori da quella stanza, un papàe dei nonni tremavano sulle sedie. Non riuscivano più a capire se quel tremito e il cigolio acido degli ascensori che si scuotevano sui cardini fosse il suono della loro paura interna per l’ evento – enorme per loro, ma piccolo per il mondo – che si stava consumando a pochi passi e una soglia di distanza, oppure per quell’ altro evento più grande, quell’ evento gigantesco, cosmico, che ormai da troppi giorni e notti aveva riempito le loro vite di una paura che non ricordano di aver mai provato prima, o almeno non così forte e così prolungata nel tempo: la terra che sistema con violenza le sue carni sopra il globo. La prima notte che ho passato da sola con il mio bambino ho dormito a tratti, battagliavo con il dolore fisico, la spossatezza che non ti lascia riposaree il senso di inadeguatezza che coglie ogni mamma nei primi momenti in cui si ritrova sola con la propria creatura da accudire, proteggere, sollevare, calmare, nutrire. Potevo affrontare molte di queste cose, ma se fosse arrivata una scossa più violenta, che armi avrei avuto, per difendere la vita di mio figlio? Fuori dalla finestra vedevo l’ altra ala dell’ Ospedale Maggiore con le luci accese, il colle di San Lucae le fronde degli alberi che tremavano al vento. Il letto ogni tanto oscillava, e così la culla trasparente dove potevo vedere il viso sereno di Ettore che dormiva. Il mondo era lontanissimo, ero senza computer e senza i-phone, immersa in una bolla in penombra gonfia di tenerezza, amoree sofferenza, tutto mischiato. Tutte le polemiche umane sfumavano davanti a quelle visioni che mi arrivavano insieme a ogni scossa. Come poche ore prima, durante il travaglio, visioni altrettanto potenti si erano succedute nella mia mente a ogni violenta e dolorosissima contrazione. Il mio corpo, come il pianeta, si squassava e si apriva, e non c’ era più una separazione e un confine tra me e la terra sotto di me. Mi sono lasciata andare a quelle visioni e ho pensato alla gente della mia terra, alle persone che conosco, gente che sono anch’ io, un popolo gentile e semplice, dai modi a volte un po’ spicci, che vive nelle piazze dei suoi paesi, sotto i portici, gente che conosce la storia di ogni chiesa, di ogni casa, di ogni muro, che ama le sue casette linde e ordinate, persone che non hanno paura di dire quel che pensano e di svegliarsi la mattina con le braccia pronte a farsi carico del mondo così com’ è e non come vorrebbero che fosse. Per il mondo come si vuole che sia, occorre darsi da fare, e qui non abbiamo mai avuto paura che “la terra fosse troppo bassa”. Ho stretto i denti e mi sono alzata dal letto, mi sono chinata sul corpo minuscolo del mio bambino che piangeva, l’ ho sollevato tra le braccia, l’ ho portato al fasciatoio e per la prima volta, l’ ho cambiato e lavato da sola. Da allora, Ettore, nato nei giorni del terremoto, continua a dormire tranquillo.

© 2012 Simona Vinci © RIPRODUZIONE RISERVATA – SIMONA VINCI


Il taccuino di Strada Provinciale Tre

Prima di diventare un romanzo e prendere la forma di un libro, Strada Provinciale Tre era un taccuino di appunti.

Questo.

Lei è una donna che corre.

Corre.

Una strada larga che taglia campi distrutti da fabbriche, vivai, teli di plastica gonfi come pance malate, insegne di trattorie per camionisti, fumo dalle ciminiere grige in mezzo al paesaggio piatto. Corre sul bordo della strada, i piedi battono forte sull’asfalto pieno di rughe, buche, crateri, mozziconi di sigaretta, preservativi, merde di cane, gatti spiaccicati, piume d’uccello, lattine accartocciate. Inciampa, cade in avanti, le mani la sostengono, si brucia i palmi sull’asfalto, si screpola le unghie, sanguina, ma si rialza e ricomincia a camminare, a correre. I camion sfrecciano davanti a lei. Musi mostruosi, ghigni giganteschi con occhi feroci che lampeggiano e non rallentano. I colpi dell’aria sono schiaffi violenti che rallentano la sua corsa, la ostacolano ma non la impediscono. Continua a correre. I rumori, tremendi, insopportabili ringhi, sbuffi d’aria fetente, l’odore degli pneumatici sciolti, di olio, dei gas di scarico, benzina. Il rumore, ancora. Che copre l’ansare del suo respiro, lo annulla, lo disperde.

Una figura sottile. Assomiglia a un uccello. Magra, prosciugata. I gomiti aderenti ai fianchi mentre corre, le ginocchia che cedono ma non si arrendono.

Da dietro potrebbe sembrare un ragazzo. I Jeans sdruciti scivolano sui fianchi ossuti. Ma il volto è quello di una donna. Dimostra 40 anni. Rughe incise sugli zigomi, intorno alle labbra, sulla fronte. Non si può sapere se è stata bella o se è sempre stata esattamente così. Gli occhi sono chiari. Il naso sottile, appena un po’ adunco. Zigomi troppo pronunciati. Capelli corti, ciocche spettinate che le cadono sulla fronte, sugli occhi. Li butta indietro con un colpo secco della testa, senza smettere di correre.

Le hanno detto che se segue questa strada fino in fondo – dovunque sia e a qualunque distanza si trovi questo ‘fondo’ – arriverà finalmente al mare.

Lui è una ragazzo. Ha circa 20 anni. A volte sembra molto più giovane, altre molto più vecchio. E’ già segnato ma l’espressione è quella di un bambino. Segnato dalla strada. Nella sua testa ci sono dei buchi, delle cose che non ricorda. Ma nessuno se ne accorge. Vive per strada. Da quanto tempo? Non lo sa. Da dove viene? A volte chiede l’elemosina. Altre volte fa una lavoro qualsiasi, il primo che trova, per qualche giorno, mai più di una settimana. I lavori che fa distruggono le mani, la schiena, i pensieri. Poi però può mangiare. Per un po’. Ha uno zaino di tela. Lo porta sempre con sé. Dentro c’è la sua casa, la sua storia. Quando dorme per strada in posti in cui c’è passaggio gli capita che gli uomini lo molestino. Alcuni gli offrono dei soldi. Qualche volta accetta, ma solo da quelli educati, gentili, e solo alle sue condizioni. Appeso al collo porta un coltello, nascosto sotto la maglietta, ma l’unica volta che gli sarebbe servito non è riuscito ad usarlo. Si fa chiamare con un nome che non è il suo. Il suo nome vero lo ha scritto dentro lo zaino. Un rettangolo di carta cucito dentro una tasca con nome cognome data e luogo di nascita. Così non se lo può dimenticare.

*

Lei: il mondo visto dal basso. Cosa c’è per terra. Nelle città, sulle strade, sul ciglio delle grandi arterie violentate dai camion. Lei tiene gli occhi bassi, quindi vede.

*

Perché sta correndo su quella strada?

E’ proprio questo l’inizio?

Cosa sta cercando?

E da cosa scappa?

*

Le traiettorie: disegna, come se fosse un grafico, le traiettorie dei personaggi nello spazio e vedi dove si intersecano, dove accade che si incontrino.

*

La donna ha un nome o è solo ‘la donna’?

*

Granada, dicembre 2002

Stanotte, al suono dell’oud di Dahfer Youssef e con il mantra continuo di 100 voci sono piombata di nuovo su quella strada, sulla Sp3. Era notte, l’asfalto lucido e la donna correva. Ai piedi, aveva vecchie scarpe da ginnastica di tela sfondate.

*

Laudano, di Tracey Moffatt, serie fotografica: ecco le visioni della donna. Sipari che si aprono nella sua testa. Ecco la ‘grana’ di quelle visioni.

*

L’uomo senza passato di Aki Kaurismaki.

*

Come si fa a non ritornare? Bisogna perdersi. Non so. Imparerai. Vorrei che mi indicassero come perdermi. Bisogna non avere riserve mentali. Disporsi a non riconoscere più nulla di quello che si conosce, dirigere i propri passi verso il punto più ostile dell’orizzonte.”

Bisogna imparare che il punto dell’orizzonte che vi sembrerebbe di dover raggiungere non è sicuramente il più ostile, anche se così lo si valuta, il punto più ostile è quello che non si penserebbe mai di giudicare tale.”

Marguerite Duras, Il viceconsole

“I passi seminati hanno attecchito. Più in là non vuol dire nulla.”

M.D.

*

Vergogna. Vergognarsi. Di cosa? Di niente ci si vergogna più. Solo di essere poveri.

Prima, lei era come tutti gli altri. Adesso, c’è la vergogna della povertà, e questa si trascina dietro tutte le altre. Finchè hai i soldi, finché sei ricco non ti vergogni di niente, dopo, ti vergogni di essere povero. E’ così che comincia. A seguire, tutto il resto. Se sei povero, non puoi permetterti l’arroganza, la cattiveria, l’ignoranza, se sei povero devi almeno essere virtuoso.

*

Lei dentro il supermercato che conta gli spiccioli racimolati. Trema. Le tremano le mani, il mento, è sul punto di scoppiare a piangere. Ha le unghie sporche, il palmo sporco. Si vergogna.

*

I pensieri della donna

Ho pensato che se restavo dentro quella casa un secondo di più l’avrei ucciso. Non che avrei potuto farlo. L’avrei fatto. Avrei afferrato un oggetto qualsiasi, una bottiglia, un coltello, un sasso, qualsiasi cosa- e gli avrei afondato la testa. Avrei guardato il sangue e sarei rimasta impassibile. Non l’ho fatto, naturalmente. Ho preso le chiavi della macchina. Con molta calma mi sono infilata la giacca a vento, l’ho abbottonata fino alla gola, ho afferrato la zainetto e sono uscita. Lui era seduto sul divano davanti alla televisione. Non so cosa stesse guardando. Aveva le palpebre abbassate, lo sguardo distante, i piedi nudi appoggiati sul tavolino. Mi sono tirata dietro la porta. Fuori, il cielo era nero, senza una stella.

Ho pensato ai bambini che dormivano al piano di sopra. Nei loro piccoli letti bianchi e blu, i piumini con disegnate le foche. Ho pensato alle loro piccole bocche dischiuse nel sonno che puzzano di latte e biscotti, alle dita aggrappate al bordo delle lenzuola. Alla lucina fatta a forma di stella che illumina di un tenue azzurro la stanza, visto che hanno paura del buio.

(Naturalmente, non ci sono bambini, non ci sono mai stati.

Non c’è nessun bambino.

Solo una stanza buia con l’aspirapolvere, l’asse da stiro, le cassette con le mele. Una stanza buia e gelata.)

Ho aperto la portiera della macchina. Ho messo in moto.

*

Sempre sulla donna che corre. Ha gli occhi di un animale impaurito, stringe le dita contro il palmo, si incide la carne con le unghie. Sono momenti, poi passano, la paura passa.

*

Povertà.

Vergogna.

Paura.

Lavora su questi tre punti.

*

Ecco come la donna incontra il vecchio. Il vecchio esce tutte le mattine alle otto. Si tira dietro il cancelletto. Ha il suo cappello piantato in testa. Un cappello ridicolo da ragazzino con la marca di una casa sportiva. Una borsa di tela con il marchio coop stampigliato sul fianco e una grossa macchia scura (caffè o terra?). Lei lo sserva per molte mattine dal suo rifugio. Una mattina comincia a seguirlo nel suo percorso lungo la SP3. Da casa fino alla minicoop. Nel tragitto, il vecchio cammina a testa bassa, osserva il bordo della strada, il fosso, ogni tanto si ferma a raccogliere qualcosa.

E’ così che la donna incomincia a imparare cose sul vecchio. Non sa perché l’attragga così tanto. Cosa c’è in lui che la interessi così. Forse è perché è solo. Completamente solo. Come lei. Forse perché ha dei segreti. Per forza deve averne: tutte le persone sole hanno dei segreti. Anche solo per il semplice fatto che non parlano di sé con nessuno.

*

Sometimes our secrets are all we got

Our lies we must defende…

A volte i nostri segreti sono tutto quello che abbiamo

Dobbiamo preservare le nostre bugie…

Nick Cave

*

Degradazione. C’è anche questo. E’ una delle cose che la donna persegue, non sapendolo.

*

Let’s get lost

*

Via Dritto.

Boschetto del macero.

Case abbandonate.

Ranche Cristina, passeggiate a cavallo.

Vivai Padanaflor.

Stazione di servizio Shell rossa e gialla.

Autostrada.

Discarica fusti.

*

Sui percorsi dei personaggi cerca una pianta, una veduta dall’alto della zona e disegna i percorsi, i passi che si intrecciano e si sopvrappongono.

Rivedi Bestiario Veneto di Paolini.

Usa anche Joseph Beyus.

Capannoni, aree industriali.

Disegna in progress il mutamento della campagna vivisezionata un poco alla volta.

*

La casa del vecchio si affaccia sui campi. Un rettangolo d’erba medica soffocato dai capannoni.

*

Cosa c’è sul ciglio delle strade:

Bottiglie di plastica.

Preservativi usati.

Carte di gelati.

Pezzi di coppertoni esplosi.

Pacchetti di sigarette vuoti.

Bulloni.

Viti. Chiodi. Pezzi di ferro.

Fazzoletti di carta.

Carcasse di animali.

Merde di cane.

Una coda di topo.

Una scarpa da tennis sfondata.

Una spazzola sporca.

Cocci di vetro.

Papaveri ranuncoli piscialetto

Soffioni viole piccole

Lattine tappi a corona

*

I verbi della strada, i rumori:

frusciare

raschiare

rombare

sgommare

*

Macchine agricole:

Gaspardo: rossa scritta bianca

Trattore: Komatsu giallo con coperchio azzurro

Gallignano: arancio/verde

Aquila Maschio

New Holland

Laverda

Ferri

Capannone deposito attrezzi agricoli

*

…Freedom is a scary thing

Not many people really want it…

..la libertà è una cosa che spaventa,

non è molta la gente che la vuole davvero…

Laurie Anderson, Statue of Liberty

*

La testa di cartapesta sfondata di un carro di carnevale blu graffiti cuori blu azzurri, lo scheletro di ferro all’interno sul quale penzolano brandelli di carta. E’ qui che può dormire la donna per un po’ di notti. Sembra un aereo, una macchina per il volo di quelle disegnate da leonardo.

Odore: fieno, paglia, benzina, olio di macchina, grasso, merda di piccione, il sottofondo continuo dei camion lungo la strada. Le finestre: lamiere ondulate gialle e verdi che lasciano trasparire un po’ di luce e colorano lo spazio.

*

Quei bambini nella testa della donna: fino alla fine non si saprà se ci sono davvero, se esistono davvero. Però ci saranno tutto il tempo, dentro la testa della donna. Alla fine, solo alla fine, si capirà che esitono appunto solo lì. Una possibilità nella sua testa.

*

La vita di prima. La famiglia. La casa. Il lavoro. La vita normale, quella di tutti. Ma in ogni scena del passato, gesti minimi, occasioni che deragliano impercettibilmente.

*

La parte iniziale, quella sulla donna che cammina, sui suoi passi sopra il reticolo di campi e strade intorno alla Sp3 deve durare a lungo. Nessun pensiero della donna, ancora, solo una mdp sui suoi spostamenti e movimenti, sul suo spaesamento che diventa il nostro, sull’orrore di quella campagna senza più carattere.

*

L’incontro della donna con il camionista non deve essere stereotipato. Vorrei che lei lo guardasse scopare con una prostituta, ne rimanesse sconvolta e affascinata al tempo stesso. Lui potrebbe accorgersi di lei, del suo sguardo febbrile. Vede dove dorme e torna a cercarla. Non sarà una vera e propria violenza, niente urla o richieste d’aiuto. Lei dev’essere stupefatta e assente. Guarda il proprio corpo come fosse quello di un’altra. Lacrime e rabbia arriveranno soltanto dopo. Durante, silenzio stupito, attonito, come se stesse cercando di capire qualcosa, come se aspettasse una rivelazione su di sé.

*

Dormire. La donna che dorme dove capita, per terra, da sola, rannicchiata su un fianco. I ricordi di prima, di quando dormiva con un altro corpo vicino.

*

Tutti lasciano solo chi si perde.

R.M.Rilke, Il giardino degli ulivi

*

Catalpa. Le foglie a cuore o a gocciolina. Filamenti dorati. Acquosi.

*

La gente dentro le macchine che la guarda. Famiglie, coppie con il cane, ragazzi e ragazze, uomini e donne da soli, vestiti eleganti, chiusi negli abitacoli con l’aria condizionata e la radio accesa. Hanno paura o provano pena e disgusto per lei. La donna che cammina sul ciglio della provinciale è un’aliena. Un essere incomprensibile dal quale tenersi a distanza, qualcosa che turba in modo totale. Tenersi a distanza quasi temessero di poter essere contagiati dalla sua follia.

*

ora andar via da questo grumo torbido

che è nostro e tuttavia non ci appartiene;

(…)

da tutte quelle cose che ogni volta

s’aggrappano a noi come spine-

andarsene e l’una e l’altra cosa

che più non vedevamo tanto era quotidiana e abituale, all’improvviso

quasi fosse un principio, da vicino

guardarla. (…)

e comprendere come impersonale,

come di la da tutti era la pena

onde la nostra infanzia fino all’orlo era piena-

pure, andar via, mano da mano come

riaprendo una piaga già guarita,

andarsene, ma dove? Nell’incerto,

a una calda, lontana, estranea plaga,

come una quinta dietro ad ogni gesto

indifferente parete o giardino,

e andarsene, perché? Per impulso o natura,

per impazienza, per attesa oscura,

per l’Incompreso e per l’Incomprensibile;

Prendere tutto questo su di sé, e forse invano

Lasciar cadere il nostro dalle dita

Per morir soli e non saper perché-

Questo è l’ingresso in una nuova vita?

R.M.Rilke, La partenza del figliuol prodigo, Parigi, giugno 1906

*

Nel taccuino di Vera

E’ di notte che l’inferno assume la maschera peggiore. Di notte, quando nelle case intorno si spengono tutte le luci, tutte le voci. Quando sulla strada il fruscio delle automobili e dei camion si assottiglia e si rarefà. Ecco arrivare il richiamo lacerante dei piccoli rapaci notturni. Di notte, il suono dei miei stessi pensieri è la cosa più forte di tutte, il battito del mio cuore fuori tempo, il raschiare sordo del sangue dentro le vene ristrette, è di notte che arriva la paura cattiva.

Io. Condannata a una non esistenza.

O a un esistenza

Eccessiva

Multipla rifratta allucinante.

Le mie vite possibili mi si schiantano addosso alla velocità d’impatto di un camion a 130 km/h e io esplodo.

Letteralmente mi disintegro.

Sarebbe più facile essere sulla strada a camminare.

A rischiare davvero un urto mortale, una deflagrazione definitiva.

Le definizioni sono la morte, ma questo abisso spalancato cos’è?

Donna

Moglie

Collega

Amante

Madre

Amica

Figlia

Non sono niente non riesco più ad essere niente e sto male ma ogni volta che provo ad essere qualcosa, ogni volta che sono qualcosa, mi sembra di morire.

*

Questa quiete sospesa.

La paura, a un passo.

Il buio, a un passo.

Il cratere fumante, a un passo.

Lo stagno torbido, a un passo.

Il coltello, il sonnifero, a un passo.

Io resto così: le spalle al passato, la fronte al futuro, le gambe nel presente, la testa dappertutto.

Il cuore, qui.

Certi giorni, con quanta timidezza, splendo, ma l’ombra è lì. Piano piano, arrivare a non pensarci, a quell’ombra, a farla svaporare come un alone umido sulla stoffa, che si asciuga.

Cose che tornano, altre che spariscono. Poi ritornano ripartono ritornano. Un’alternanza costante.

Quale delle due vite è vera? Quale delle due donne, è Vera?

Entrambe. Ma la presenza dell’una esclude l’altra.

Un cucchiaio che mi scava dentro. Il suono delle cicale, il sole che da giorni si alterna a nuvole pesanti senza mai decidersi se restare o andare.

Cosa sto facendo? Aspetto. Ma cosa aspetto? Che cambi qualcosa che non può cambiare: io.

La mappa di un territorio come un’anima, come una mente, come un cuore.

Ci sono le strade. I fiumi. Acqua.Terra. Incroci. Sovrapposizioni. Il tempo.

Ogni volto, un peso, ogni gesto, un peso, ogni voce, e mano, e richiesta, e sorriso. Sogno di non essere niente, liquefarmi, svanire. Aria leggera per quelli cui passo di fianco, carezza di vento, niente. Sogno di cominciare a camminare e continuare a farlo, all’infinito.

Camminare. Una linea bianca sotto gli occhi. Un piede avanti all’altro. Mi guardano. Nei loro occhi c’è pena, o paura. A volte disgusto. Sono un’aliena. Una pazza sporca e malvestita che cammina lungo una strada provinciale. Sorrido del loro disprezzo, sorrido della loro pena, del loro disgusto.

….la gente, tutta la gente, le facce dietro i finestrini impolverati delle automobili, la sera, all’uscita dai posti di lavoro, dai negozi, dagli uffici, dai supermercati, tutti la stessa stanchezza, la stessa noia, la stessa disperazione, i giorni tutti uguali, diversi ma uguali, le vite, diverse, ma uguali. Inchiodati alle responsabilità, quelle scelte e quelle no….

….essere sola, impossibile, è questo il nodo di tutto, la punta conficcata dentro i polmoni, non sono mai sola, non sono più sola, la mia testa è piena di gente e non c’è niente che io possa fare per levarla, tutta quella gente, mi sento invasa, mutilata…

…uscire per strada e camminare. oppure sbarrare tutte le porte e le finestre, affondare la testa in un cuscino e chiudere gli occhi. Uscire e camminare senza meta, ma dove, su una strada provinciale, nella scia densa dei gas di scarico che si accumulano lì da questa mattina, all’alba o nel centro del paese, nei quartieri residenziali a vedere la morte lenta degli altri, villette a schiera e cani dietro le sbarre. E cammino, e penso pensieri sparsi, rapidi come un passaggio di nuvole sul sole, guardo la strada deserta a questa ora di notte dietro la recinzione del parco…

… possibilità/impossibilità

parola/silenzio

spegnersi del mondo/accendersi del mondo….

Questa cosa dello svegliarmi nel mezzo della notte sarà durata tre mesi. L’ora più o meno era sempre la stessa, le tre e tre quarti, quattro. Dentro quel quarto d’ora, mai prima e mai dopo. Un punto profondissimo della notte, niente a che fare con la sera e niente a che fare con l’alba. Un punto di buio totale, di silenzio assoluto. Terrificante. Ci mettevo due o tre minuti prima di decidermi ad alzarmi e quando lo facevo lo facevo con lentezza, scivolando leggera fuori dalle coperte, perché lui non si svegliasse. Il mio cuore batteva violento, avevo freddo. Freddo alle piante dei piedi nudi sulle mattonelle del pavimento, freddo alle mani, al petto, alle ginocchia. Un freddo cattivo che non smetteva di mordere neanche dopo che avevo infilato una felpa e un paio di calze di lana. Era febbraio. Il terribile febbraio con le sue giornate gelide, gli spifferi e la cappa bianca del suo cielo tutto uguale. Ma ormai, le stagioni avevano smesso di interessarmi. Avevo la sensazione di conoscere in anticipo ogni loro minima variazione, sapevo che verso la metà di ottobre cominciano i primi veri freddi, le notti con la temperatura che scende anche di dieci gradi, che a novembre arriva la nebbia, che a gennaio il freddo si intensifica, che febbraio è bianco e che un giorno improvviso di marzo, poco prima della metà del mese, arriva di colpo una giornata primaverile e sbocciano i tulipani. Una volta, tutto questo mi emozionava. Mi interessava. Curavo le piante sui davanzali delle finestre, le ritiravo quando cominciava a far freddo, piantavo i bulbi nelle loro cassette e sapevo sempre quali erano le verdure di stagione, quelle vere, preparavo conserve di frutta per l’inverno, stipavo la legna per il caminetto in tutti gli angoli liberi della casa quando stava per arrivare l’autunno, facevo il cambio dei vestiti negli armadi riponendo ogni cosa dentro un sacchetto di plastica con la sua pallina di canfora o il bigliettino di carta profumata. Una volta. Tre anni fa. Due anni fa. L’anno scorso. Poi è arrivato febbraio. Il tremendo febbraio. E io sono scivolata. Scivolata in un buco nero della notte. Alle tre e tre quarti. Una sigaretta accesa e il vetro di una finestra socchiuso sul cielo nero. La mia felpa infeltrita stretta attorno al collo, un gatto che mi girava intorno alle caviglie nude. Tutto quanto mi aveva abbandonata. Tutto mi abbandona continuamente, ho pensato. Tutto ci abbandona continuamente. Persone, animali, i giorni e le ore, le foglie sugli alberi, i programmi alla televisione, i maglioni che si sfaldano dentro gli armadi, l’intonaco che cede e si sbriciola per terra. Tutto. Anche noi ci abbandoniamo. Io mi abbandono. Mi perdo un istante dopo l’altro e di me non so più niente di niente.

In casa, gli orologi segnano tutti un’ora diversa. Uno scarto minimo, di due minuti uno, di dieci l’altro, di un quarto d’ora, uno scarto minimo che lo stesso mi confonde, mi getta nello sconforto più nero, e il semplice gesto che potrei- che dovrei- fare, è un gesto impossibile. Non ce la faccio. Accendere la televisione, controllare l’ora giusta sul televideo e poi salire le scale, prendere la sveglia gialla sulla testiera del letto e spostare le lancette, poi scendere, tenere a mente i secondi che scorrono e raggiungere la cucina, staccare l’orologio a muro dal suo chiodo e sistemare anche quello e poi in soggiorno, e in bagno. Tutti questi orologi sparsi dappertutto, lancette che segnano le ore, circonferenze percorse, devastate, da lancette acuminate come lame di coltello che lacerano la carne del tempo, la squartano, la aprono, lì a rammentarmi lo scempio che faccio delle miei giornate, il disastro sanguinante della mia vita. Tempo che passa, che si perde, sacche di ore e minuti e secondi gonfie di inutilità, sature di nulla. E allora prenderli, questi orologi e schiantarli per terra, calpestarli, farli esplodere, disintegrarli e insieme a loro disintegrare me, i miei giorni, ore e minuti, tutto quanto. Fermare tutto, per una notte e lasciar colare il sangue invisibile del tempo. E invece resto immobile. Nella testa confondo i tempi. E non allineo la corsa degli appuntamenti, quale l’ora di accendere il fuoco sotto la pentola dell’acqua, quale quella di cominciare ad apparecchiare la tavola, quale il momento di correre fuori a comprare il vino prima che il supermercato chiuda. Fuori tempo su tutto. In anticipo su tutto.

…sempre bottiglie, e lattine, nei fossi, e ortiche, fiori, impalcature, un capannone vuoto, perdermi, non vista vedere, non udita, udire, trasformarmi in un sensibilissimo apparecchio senza coscienza che tutto registri e tutto trattenga in sé, ma in sé non sia niente, non abbia pensieri, né emozioni…

…mi fanno paura i fari delle macchine che passano, i fasci di luce che sbattono sulle lamiere bucate e sui miei occhi, il suono del vento che scuote scuote scuote, sembra che smetta e poi riprende. Buio luce luce luce luce buio, apro gli occhi ma li richiudo subito. Li apro e li chiudo. La notte è un alito gelato che fa tremare il capannone, è buio qua dentro e freddo, buio e freddo, paura, anche se fa caldo, un caldo terribile, saranno quaranta gradi, lo stesso, io ho freddo, sempre freddo…

…se mi alzo in piedi, dal portone posso vedere le luci delle case coloniche in lontananza. Piccole luci gialle. Fisse. Occhi che scrutano il buio…

…strada imbiancata, cielo color latte, i camion sulla provinciale sembrano tutti bianchi anche loro…

Come si fa a cambiare senza perdersi?

 

*

Il problema è che si arriva sempre da qualche parte.

*

“Lente concrezioni del tempo sul luogo.”

Lawrence Durrell, Balthazar

Scrive da qualche parte Pursewarden: viviamo una vita che è solo una selezione di finzioni. La nostra visione della realtà è condizionata dalla posizione che occupiamo nello spazio e nel tempo. Non dalla nostra personalità, come invece ci piace di credere. Così, ogni interpretazione della realtà si basa su una posizione che è unica e individuale. Bastano due passi a destra, o a sinistra, e l’intero quadro muta.”

 

Lawrence Durrell

*

“Ormai aveva coperto una distanza talmente grande che gli sarebbe stato impossibile riuscire a ricordare da dove era partito.”

Paul Auster, Leviatano

*

2 maggio 2004

festa di primavera a San Giovanni in Persiceto. Carri di carnevale riciclati per l’occasione. Lancio di fiori. Selciato ricoperto di garofani a gambo lungo, spezzati, sbricolati spappolati. Tutto il paese in strada. Tutti vestiti a festa. Soprattutto anziani, ma anche coppie giovani con i bambini piccoli mascherati e adolescenti sculettanti al ritmo delle tremende canzoni vomitate fuori dagli altoparlanti dei carri.

Stand gastronomico che offre panini e crescente imbottita di mortadella. Il cartello dice: CRESCENTE PANINI SALUMI PER TUTTI GRATIS FINCHé CE N’E’.

La donna segue il rumore della folla. Le luci. I palloncini colorati che sfuggono di mano ai bambini e volano nel nero. L’impulso che la spinge a mescolarsi a quella folla è la fame. Cammina rattrappita le braccia strette attorno al corpo, si lascia urtare dalla folla in delirio. Si appiattisce contro i muri quando passano i carri. Gli occhi feriti dalle luci violente dei fari colorati da discoteca anni 80 che sciabolano l’aria.

L’uomo che consegna i pezzetti di crescente imbottita avvolti nei fazzolettini di carta. Lei che punta dritta al vassoio, scarta la mano del vecchio e prende tutto quello che riesce a prendere. La gente che la guarda allibita ma nessuno le dice niente. Si vergognano per lei. Il vecchio resta lì con la mano ferma a mezz’aria e non sa cosa dire.

Ricordati tutto: il luogo, le facce della gente, l’atmosfera, gli odori (olio fritto, patatine, salumi, strutto, zucchero filato, i profumi delle donne, le noccioline tostate), i palloncini colorati che volano nel nero, la luna quasi piena, i carri di carnevale. Le voci concitate degli animatori, i vestiti pacchiani delle donne, le dentiere che azzannano crescentine. I bambini urlanti, capricciosi. Le panchine di ferro tubolare viola. Lo sguardo triste dell’uomo dello stand gastronomico. Le scarpe con i tacchi alti. Le espressioni avulse di certi uomini. Il rumore assordante della musica sparata dai carri.

*

Non restare mai troppo a lungo nello stesso posto. Cambiare stanze, muri, strade. Cambiare luce, e voce. Cambiare lingua.

*

Lo penserà mai, lei, la donna “se potessi tornare indietro?”

*

Camminare. Linea bianca sotto gli occhi, un piede davanti all’altro. Questione di ritmo. La mano che costeggia il campo strappa arbusti durante il cammino (come si chiamano quei semi spinosi che da bambini giocavamo a tirarci addosso e che restavano aggrappati ai vestiti?)

La gente dentro le automobili. Le facce. I cani chiusi dietro i recinti delle ville che abbaiano al tuo passaggio.

*

‘Tristana?’ di Louis Bunuel: l’etica del lavoro ribaltata. I cani.

*

Cosa importa di questa donna? Che è scappata e che si è persa, che ha abbandonato una famiglia (un uomo), importano gli amici, il lavoro che faceva? Quello che la spinge è un insopprimibile esigenza di libertà. Libertà da tutto. Da ogni legame familiare o sociale. Libertà dalle richieste. Dagli schemi. Dalle strutture.

*

Prima parte: erranza della donna.

Il ragazzo.

Il vecchio.

Ancora erranza. Le cose che vede.

Poi si ferma.

*

La macchia umana di Philip Roth: il rapporto tra i due. Un uomo vecchio con una vita costruita su un segreto, una donna giovane con una vita già spezzata dal dolore.

*

“Posti nei quali convivono vecchio e nuovo senza risolversi ad essere né l’uno né l’altro, luoghi come sospesi, laconici.” Gianni Celati, Mondonuovo

*

Perché Vera va proprio in quella direzione? Perché la Trasversale di Pianura e non un’altra provinciale. Cosa cerca in quella direzione? Oppure il suo movimento è casuale? Io ho idea che ci sia il mare dentro la sua testa, sì, deve aver sentito dire che se prosegue prima o poi arriva al mare.

*

Quanto dura questo ‘viaggio’ sulla Sp3? Due tre settimane, forse un mese. Non di più.

*

L’angoscia vera è solo materiale.

L’angoscia vera è solo quella della classe operaia, solo quest’angoscia d’ordine materiale è degna d’essere presa in considerazione.

E quella degli altri?

Quella degli altri, non conta niente.

Privilegio di classe.”

Le camion, Marguerite Duras

*

Il punto qui è la differenza tra la donna e gli altri due personaggi, qui lo scontro tra di loro. L’angoscia esistenziale della donna è privilegio di classe. La vera angoscia è quella del vecchio e del ragazzo, ma d’altra parte, il dolore non è mai possibile misurarlo.

Dunque?

*

“En inventante des solutions personelles à l’intolerable du monde…par example le fait de faire du stops tous les soirs en inventante sa vie…”

Le camion, M.D.

*

La casa del vecchio: descrivi. L’hai vista. E’ orribile. Verde pallido. Verdino. Isolata. Con una scala esterna che porta al primo piano. Lui sta al piano terra e al piano superiore? Non c’è nessuno. La polvere. Mistero della casa vuota. Perché non ha mai voluto affittarla?

*

Skip James. Il vecchio ascolta il liscio, e il blues.

*

“Nello spazio cartografico, l’osservatore è fisso, statico, è il soggetto della filosofia cartesiana; nei luoghi, invece, l’osservatore cammina, tocca, aspira, annusa…” Franco Farinelli, Geografia

*

La Polizia Provinciale che arriva alla Barchessa di mattina per uccidere i piccioni in esubero. Sparano. I piccioni morti cadono nel mucchio al centro del capannone, quelli vivi, confusi, si buttano sul mucchio dei morti, probabilmente pensando che l’unione faccia la forza e possa salvarli. Così il lavoro è più facile, si spara nel mucchio tra morti e vivi.

Il suono? Urlavano, i piccioni?

*

Balle di fieno. Il paesaggio che da una notte all’altra cambia completamente.

Le cave di sabbia e ghiaia.

*

Cose viste sulla strada/Personaggi

Una donna che cammina lungo la provinciale spingendo davanti a sé una carrozzella con sopra un vecchio. Al tramonto, primo giorno di agosto.

Una ragazzina di dieci anni vestita di Lycra verde acido (maglietta e pantaloncini corti) butta la spazzatura in un cassonetto poi si allontana saltellando su una stradina sterrata.

*

Vecchie in bici con la spesa attaccata ai manubri.

*

Un’anziana, capelli corti, stopposi, una mano sotto il mento, vestita con un abito fiorato- seduta su un gradino a contemplare un orto: le file di pomodori, melanzane, zucchine. Sguardo sognante, perso.

*

Agosto: zolle di terra nera, grassa, umida, rivoltate.

*

Vera che pensa al suo corpo di prima, al rapporto che intratteneva, prima, con lui, a come se ne prendeva cura, ai motivi per i quali ne era ossessionata, e a quello che invece prova adesso: indifferenza, estraneità. La lotta contro la fame di prima e cos’è invece la stessa fame, adesso. La fame di adesso è una cosa come un’altra, non prende lo stesso spazio, non fa nessuna paura, ha una voce molto più bassa.

*

Secret Window, dal racconto lungo di S.King, anche la storia della donna somiglia a questa: la lotta dentro la sua testa. Gli squarci della vita di prima, il lavoro, la casa, la famiglia, quello che ha fatto…qualcosa di orribile, qualcosa per cui ora è costretta a scappare.

*

Avventure ‘picaresche’ della donna sulla strada.

Incontri. Dialoghi anche deliranti. Dialoghi di una che ricomincia a parlare e non sa più bene come farlo.

*

“Si sdraiò sul suo letto ad ascoltare i rumori nell’aria notturna, un’aria più densa di quella del giorno. Ora sono qui, pensò. O almeno, sono da qualche parte.”

J.M.Coetzee, La vita e il tempo di Michael K.

*

Dall’intervista a Tiziano Terzani, ANAM IL SENZANOME > falso funerale hindu. A un certo punto, il seguace, finita l’ultima parte di vita attiva, quando sente la vecchiaia approssimarsi, abbandona il mondo civile e si ritira nella foresta per diventare asceta e dedicarsi alla vita spirituale. Salta la pira infuocata e sparisce nel bosco.

Fuoco= liberazione

*

http://www.einaudi.it/libri/libro/simona-vinci/strada-provinciale-tre/978880618787


Raccontare una storia è anche liberarsene

Quando avremo finito di raccontare questa storia, potremo finalmente chiuderla, insieme a voi, proprio come si chiudono i libri e voi chiuderete questo. Potremo appoggiarla da qualche parte e sperare di cominciare a vivere una vita nuova. Sarà come quando si riempiono scatoloni in vista di un trasloco: i nostri oggetti sono lì, carichi di ricordi e di emotività, ce li rigiriamo tra le mani e la testa si riempie di immagini, volti e momenti. Scegliamo cosa tenere e cosa buttare. Anche se è difficile, sappiamo che quella data fotografia che teniamo in mano indecisi se farla scivolare in un mucchio oppure nell’altro, nella nostra prossima vita sarà forse ancora in grado di ferirci. E allora lo facciamo, la guardiamo nei minimi dettagli, studiandola, per l’ultima volta, poi un colpo secco del polso e la foto vola, capovolta, tra i rifiuti. 


Simeon Solomon

Simeon Solomon

Londra, 9 ottobre 1840- St.Giles Workhouse, 14 agosto 1905

Pittore inglese. Preraffaellita.

Questo testo è stato scritto per il Magazine di Arte e Cultura Art News, Rai Educational.

Il video, qui:

http://www.artnews.rai.it/dettaglio_puntata.aspx?IDPuntata=1297

All’angolo di una strada di Londra, nella nebbiolina umida e grigia di un pomeriggio qualunque, un vecchio signore vende fiammiferi. E’ calvo, e una folta barba, crespa e grigia, gli nasconde metà del viso. E’ ubriaco e non sembra granché in salute. Difficile riconoscere in lui un ragazzo “…molto slanciato, bruno, un paio di cicatrici sulle palpebre, andatura dinoccolata, naso importante. Questo è Simeon Solomon.

Sono parole tue, vecchio, scritte dal te stesso di oggi che descrive in terza persona  quello di ieri. Forse, la distanza da noi stessi, Simeon, ce la insegna la vita quando non è tenera, quando ci graffia e ci morde. Ma il tuo personaggio, più che cucirtisi addosso nel corso del tempo, ha preso forma quando eri ragazzino, ultimo di otto fratelli di una ricca famiglia ebraica londinese. Tuo fratello maggiore e tua sorella Rebecca ti insegnavano a dipingere e si accorgevano che tra tutti gli artisti della famiglia eri indubbiamente tu, il più giovane, quello che aveva più talento di tutti e che sarebbe arrivato chissà dove. E infatti sei diventato famoso, le tue tele venivano esposte alla Royal Academy, viaggiavi in Italia e studiavi, dipingevi, scrivevi, miglioravi. E correvi e correvi. E ti sentivi sempre più libero e sempre più te stesso. Però un certo punto la tua corsa si è fermata in un gabinetto pubblico. Zona Oxford Street, Londra, 11 febbraio 1873. Arrestato con l’accusa tentata sodomia. Insieme a te viene fermato un ragazzino di sedici anni, si chiama George Roberts e di mestiere fa il garzone di stalla. Niente a che vedere con il genere di amici cui sei abituato: il circolo dei prereaffaliti, pittori come Dante Gabriel Rossetti, e poeti come Swinburne. Al processo vieni condannato, ma la tua pena è commutata in una cauzione che viene pagata dalla tua famiglia. E’ l’ultimo favore che ti faranno. Sarai tu a non accettarne mai più. Da quel graffio in poi, la tua vita cambia piega. Fuggi in Francia, ma da se stessi non si fugge, e di nuovo, la tua inclinazione sessuale così poco conforme alle regole sociali ti frega. Ci provi, a reinserirti nel tuo ambiente e a ricuire i rapporti con artisti e galleristi, ma ora anche i tuoi amici ti abbandonano. Troppi scandali, Solomon e poi hai pure incominciato ad alzare un po’ troppo il gomito. E dire che molti sono gay, e si atteggiano a ribelli, scandalosi a tempo perso, ma in realtà capacissimi di mantenere una facciata sufficientemente protettiva. Non è mai facile scegliere di essere  fino in fondo se stessi, in nessun tempo e in nessun contesto sociale. Per te, forse, lo è stato ancora di più: un giovane pittore omosessuale che non si nasconde dietro una composta vita borghese come richiedono il tempo e il luogo nel quale vivi. Tu vuoi essere libero. Vuoi essere Simeon. Quello che dipinge meravigliosi e carnalissimi angeli ragazzini, sognatori e dormienti, quello ironico, che ha fatto dell’arte la sua vita fin da quando era un bambino.

Mancano ancora vent’anni all’infame processo ad Oscar Wilde che sbatterà in faccia alla benpensante e ottusa società inglese di fine ottocento certe inclinazioni innominabili e tu, nonostante sia un pittore affermato non sei famoso come lo sarà lui. E’ più facile finire sotto silenzio. Ti guardi da fuori: quel giovane arguto e pieno di talento, affascinato dalla sensualità, non può chinare la testa e far pubblica ammenda. Per tutto il resto della tua vita continuerai a dipingere, a disegnare, e siccome i soldi per comprarti tele e oli non ce li hai, lo farai dove capita, con quel che riesci a procurarti. La tua casa, dal 1885 fino alla morte sarà la St Giles Workouse, una sorta casa per poveri.

E così, adesso sei qui, vecchio, in una sera umida di nebbia, all’angolo di una povera strada di Londra, ubriaco fradicio, a vendere fiammiferi, e forse socchiudi gli occhi e dentro la tua testa sei ancora quel Simeon là, quello slanciato, bruno, col suo naso importante e lo sguardo sensuale, con il turbante in testa e il prezioso abito orientale che ti fece indossare il tuo amico pittore e fotografo per diletto David Wilkie Wyfield per ritarti così come lui ti vedeva, e come forse ti vedevi anche tu: un giovane uomo libero, poetico e irriverente. Col coraggio di essere se stesso, anche se il prezzo da pagare, per questo, è salatissimo: la vita intera.