Uno stivale rosso

 

Forse questa storia, come tutte le storie, è cominciata tantissimo tempo fa. E’ cominciata ancora di prima di incominciare, se capite cosa intendo.

Certo, un punto di partenza per iniziare a raccontarla io l’ho trovato, ma questo non esclude che sia possibile risalire a un tempo ancora più lontano delle passeggiate lungo la spiaggia che mia madre mi portava a fare ogni domenica quando ero un bambino.

Mi mostrava le conchiglie, le impronte dei granchi sulla sabbia, le cabine vuote degli stabilimenti balneari. Vuote perché mia madre detestava la spiaggia nei mesi estivi e il mio ricordo infantile del nostro Adriatico è sempre grigio e ventoso, oppure di sole limpido e freddo, e invariabilmente, nelle mie immagini mentali, la spiaggia è semi deserta e gli stabilimenti sono chiusi. Il mare d’inverno è come un film in bianco e nero visto alla tivù diceva quella canzone così triste, e anche per me il mare era questo, è ancora questo: poca gente che cammina lungo il bagnasciuga stringendosi al collo il bavero del cappotto, i capelli che si gonfiano per via di vento e salsedine, i cani che corrono dietro a bastoni lanciati verso l’acqua e a volte hanno paura di bagnarsi le zampe nella spuma che ribolle.

Mia madre camminava accanto a me trascinando la gamba destra in un buffo modo, e lo faceva da sempre, da che ho memoria di lei, della sua figura piccola e dei suoi capelli rossi, e ora che ci penso non gliel’ho mai chiesto perché camminasse in quel modo. Le persone che amiamo sono quello che sono, i loro difetti, le loro caratteristiche, le loro stranezze, ci sono così familiari che non ci troviamo nulla di strano, soprattutto finché siamo bambini. I bambini prendono le cose così come sono. E io non me lo sono mai chiesto, ad esempio, perché mia madre avesse i capelli rossi e le lentiggini sugli zigomi, perché indossasse sempre lunghe gonne fiorite o sorridesse alzando l’angolo destro delle labbra e mai il sinistro. Era lei. Era mia madre, Sabina, una piccola donna dai capelli color fiamma che claudicava leggermente tenendo per mano il suo bambino lungo una spiaggia semi deserta.

Ruotava l’anca di qualche grado e le sue impronte sulla sabbia erano diverse: una era dritta e, diciamo così, normale, precisa, come quelle di tutti insomma; l’altra invece si portava appresso una specie di rotazione, come uno sbuffo circolare subito prima di posare il piede a terra. Una pennellata rotonda. La sua impronta digitale. Mi piaceva rimanere un po’indietro, con lei che mi tirava per la manina e voltarmi a guardare quel disegno che continuava ripetersi lungo il nostro percorso. Quell’orma mi faceva sentire al sicuro: non l’avrei mai persa, mia madre, come a volte succedeva nelle fiabe che lei mi leggeva la sera, prima di mettermi a letto. Non l’avrei mai perduta perché avrei potuto riconoscere le sue impronte da quelle di chiunque altro al mondo. Se anche se avesse cambiato scarpe ogni giorno e la suola avesse lasciato righe, quadretti, loghi o nomi diversi, io l’avrei ritrovata, perché nessuno, camminando, faceva quello stesso disegno che conoscevo così bene.

Poi l’ho persa comunque. Che non bastasse riconoscere il passo e le orme di qualcuno per non perderlo mai, l’ho scoperto molto presto. Perché mia mamma, quando avevo dieci anni si è ammalata e se n’è andata nel giro di sei mesi. L’ho capito subito che non avrei potuto seguirla là dove andava, là dov’era già andata senza aspettarmi. L’ho capito la mattina che la nonna mi portò all’ospedale per salutarla l’ultima volta, di corsa che non c’era tempo, col giubbotto slacciato nel vento freddo di dicembre e gli occhi ancora incollati di sonno. L’ho capito perché quando io e Nonna siamo arrivati, lei stava sdraiata su un lettino di ferro bianco e i suoi piedi nudi erano immobili, con le dita azzurre puntate verso il soffitto. E sul linoleum verde acido di quella stanza d’ospedale e lungo i muri scrostati non c’era traccia di buffe impronte circolari. Non c’era nessuna impronta, a essere precisi. Eppure lei se n’era andata lo stesso. Questo mistero della sua scomparsa ‘senza piedi’ mi tormentò per anni. Fino a che la mia testa di bambino non riuscì ad accettare che la morte è un posto in cui si va senza camminare. E infatti mamma tutte le sue scarpe le aveva lasciate a casa. Non ne mancava nessuna. O almeno, così credevo io.

Un pomeriggio che Nonna mi aveva lasciato a casa da solo per andare al supermercato a comprare gli ingredienti per fare la pizza, mi infilai nello sgabuzzino del sottoscala e aprii tutte le scarpiere. Scoppiò un odore dolce di polvere e borotalco. A casa nostra si usava così: chiudere le scarpe dentro un sacchetto di tela spolverato di borotalco. Buttai tutte le buste di tela in un mucchio per terra, come se dovessi farci un falò, poi mi ci sedetti davanti e cominciai a esaminarle, un paio alla volta. E per ogni sacchetto che aprivo c’era un ricordo pronto a scoppiare come una bolla di sapone, liberando immagini e suoni e avventure. C’erano gli scarponi da trekking rosa con i lacci viola che mamma metteva d’estate per fare le passeggiate in montagna, quando scappavamo da casa nostra per evitare il vento di scirocco, le folle di vacanzieri e la spiaggia deturpata dagli ombrelloni a righe e dalle sfilze di ciabatte, palle, asciugamani, materassini e cartacce di gelati. Faceva fatica a camminare, con quelle, e io lo sapevo, anche se lei non l’aveva mai detto. Me ne accorgevo da come le si abbassava la spalla destra ogni volta che portava in avanti la gamba, quasi come se la caviglia non reggesse il peso di tutti quei ganci e di quella suola di gomma a carrarmato. Tanto che mi domandavo sempre perché cavolo non eravamo rimasti a casa nostra, vicino al mare, a farci le nostre belle passeggiate a piedi scalzi sulla battigia, come tutti quanti gli altri.

C’erano un paio di sandali estivi neri a fasce, con il tacco piatto, che mamma metteva sempre quando andavamo a fare la spesa o qualche commissione, perché diceva che erano al tempo stesso eleganti e comodi. Le piccole dita con le unghie smaltate di rosso sbucavano fuori dall’orlo della gonna e a me parevano coccinelle pronte a spiccare il volo. Quando ci sedevamo a mangiare il gelato e lei magari tirava su una gamba e agganciava il tallone al bordo della panchina, non potevo fare a meno di passare un polpastrello su quei minuscoli scudi rosso ciliegia o batterci la punta dell’unghia e sentire il suono deciso che facevano.

Di sandali di quel tipo, mamma ne aveva tre o quattro paia e tutti, lo notavo soltanto adesso, confrontandoli gli uni con gli altri, avevano il tacco della scarpa destra completamente liscio, piallato verso l’esterno dalla sua camminata sghemba. Estrassi da un sacchetto le tennis di tela bianca e mi accorsi che sull’alluce di entrambe c’era un buco da quanto le aveva indossate, e poi lavate e rilavate. Erano identiche a quelle che avevo io. Solo che le mie erano sempre tinte di verde perché ovunque andassimo mi piaceva strofinare la punta contro l’erba e vedere come si coloravano. Mamma non mi sgridava mai per queste cose, anzi rideva, e una volta tornati a casa prendeva le scarpe e le ficcava in lavatrice senza stare a fare tutte le storie isteriche che facevano le madri dei miei amici e dei miei compagni di classe, che se uno si sporcava la maglietta con uno sbaffo di gelato erano tragedie, e sgridate, e rompimenti di scatole. Mia madre era diversa dalle altre madri. Ma non solo per come camminava. Era diversa in tutto. Portava i capelli lunghi fino al sedere e li colorava con l’henne. Invece di avere un lavoro normale tipo la maestra, l’impiegata, l’assicuratrice, la fruttivendola – quando ero molto piccolo mi pareva che i lavori normali, quelli giusti, fossero questi – usciva di casa con la sua utilitaria scassata e andava a casa di gente che io non conoscevo a fare ‘i mestieri’. Lei diceva proprio così “vado a fare i mestieri”. E io mi immaginavo mia madre dentro un’altra casa, una casa che non era la nostra, dove c’era una luce diversa, un odore diverso, una diversa ripartizione delle stanze e collocazione dei mobili, e me la figuravo che diventava la mamma di altri bambini e gli preparava la merenda esattamente come faceva con me, oppure gli faceva il bagno e poi li metteva a letto e gli leggeva una storia paurosa. Ero geloso, è chiaro, ma cercavo di non darlo a vedere. Tanto più che questa gente misteriosa dalla quale mia madre tutte le mattine e due pomeriggi a settimana andava a fare i mestieri, spesso mi mandava in regalo un sacco di cose. Libri, soprattutto, ma anche qualche dolce, tavolette di cioccolata o giocattoli vecchi che a me pareva incredibile qualcuno potesse decidere di buttare. Quindi non facevo domande, accettavo con grazia i regali e guardavo mamma che saliva sulla sua macchinetta rossa senza dimenticare la sacca di tela con dentro i vestiti di ricambio e le pantofole di pezza a scarponcino, con la suola di gomma, che usava per fare questi mestieri dei quali non sapevo niente.

Soprattutto, mia madre non mi aveva mai parlato di mio padre. Anzi, non l’aveva mai nemmeno nominato, un padre. E io mi aggrappavo a segnali qualunque: se un tizio la chiamava, e dalle sue risposte io capivo che era al telefono con uomo, subito cominciavo a tormentarla. Era mio padre? Dimmelo, era lui? E lei niente, non rispondeva, accennava un sorriso, poi continuava a fare quello che stava facendo e io non ero capace di insistere, di incalzarla, tanto lo sapevo che la sua reazione sarebbe stata sempre la stessa. Perché lei non si arrabbiava mai, non si alterava, non se la prendeva, semplicemente, se non aveva voglia di dirtela, una cosa, non te la diceva. E basta. Anche Nonna doveva aver studiato alla stessa scuola, perché quando la mamma morì e io mi ritrovai da solo con lei, a rimettere insieme i cocci della mia vita di bambino senza più madre, di orfano insomma – parola che detestavo perché mi precipitava nel girone terribile dei bambini da compatire, quelli sempre smunti, piagnucolosi e grigiastri che popolavano le fiabe che mi piacevano di meno in assoluto- capii presto che la risposta alle domande che mi assillavano di sicuro non sarebbe uscita dalla sua bocca. Nonna Adele era una versione invecchiata e incanutita di sua figlia Sabina, mia madre. Le domande, in casa mia, erano bandite. Il clima era sempre di festa, il letto pulito e il cibo ben cucinato, ma le risposte erano come la luna in fondo al pozzo: non si potevano acchiappare.

Intorno a me, le scarpe cominciavano a formare una specie di muraglia, e i ricordi mi scoppiettavano in testa come fuochi d’artificio. Nonna non si vedeva, dunque continuai quella mia specie di cerimonia. Alla muraglia si aggiunsero infradito di gomma colorata, scarpette di tela da scoglio e tronchetti di camoscio con il tacco basso, decolletè di raso blu da festa di Capodanno ed espadrillas con la suola rialzata e i nastri colorati da avvolgere attorno alle caviglie. Le ricordavo tutte, quelle calzature, una per una, e su tutte facevo scivolare il pollice per accarezzarne la suola consumata. Ogni carezza era una carezza che facevo al ricordo di Sabina. Finché non mi ritrovai con un sacchetto pittosto grande e pesante che si era incuneato in fondo alla scarpiera e che dovetti fare un gran sforzo per tirare fuori. Dentro c’era uno stivale rosso. Di cuoio, con il tacco altissimo e affilato. Lo soppesai tenendolo alzato con entrambe le mani. Contemplai la lunga cerniera che lo attraversava come una ferita e la qualità decisamente sopraffina del pellame, così morbido che mi pareva di toccare la pelle di un essere umano. Restai immobile per qualche minuto, con quel peso tra le mani e lo sguardo perso, ma dentro la mia testa non scoppiettava niente. Niente immagini, niente suoni, niente odori, niente ricordi. Quello stivale non era niente, per me. Non c’era mai stato, nella mia vita di prima, nella mia vita di bambino con una madre.

In quel momento, sentii la porta che si apriva e il rumore di buste di plastica che venivano posate a terra, nell’ingresso. Nonna mi chiamava. Non avrei fatto in tempo a rimettere tutto a posto. Mi guardai attorno e mi parve di starmene dentro il cratere di un’esplosione, con tutte quelle scarpe di ogni foggia e colore sparpagliate sul pavimento alla rinfusa e un velo di borotalco che mi rivestiva dalla testa ai piedi come una seconda pelle. Beccato, fregato. Perduto. Che poi, a ripensarci adesso, dopo tutto questo tempo, non c’era niente di grave in quello che avevo fatto, niente di drammatico, niente di irrecuperabile, ma lo stesso mi sentivo colpevole. Forse ci si sente sempre colpevoli quando si cerca di scoprire le cose che qualcuno a cui volevamo bene e che non c’è più aveva deciso di non dirci. Perché la verità è che io non stavo giocando. La mia non era solo curiosità. Io ero a caccia. Del mio passato prima di me. E quel reperto che ora stringevo tra le mani sudate mi dimostrava che avevo ragione: c’era qualcosa prima di me, c’era stato. Qualcosa che non sapevo e che avrebbe potuto mettermi sulle tracce della vita di mia madre quando io ancora non c’ero, e quindi anche di mio padre. Perché da qualche parte un padre c’era di sicuro. C’è sempre un padre. Quello stivale rosso ne era la dimostrazione lampante. E mentre nonna spalancava la porta dello sgabuzzino e contemporaneamente la bocca, per la sorpresa di trovarmi lì, in quell’esplosione di vecchie scarpe e ciabatte, mi sbocciò in testa la domanda che fino a quel momento non avevo minimamente preso in considerazione: dov’era l’altro stivale?

Le scarpe viaggiano sempre in coppia. Una scarpa senza compagna è l’evidenza di un problema. Solo le persone cui è stato amputato un piede comprano destre o sinistre. E a quel che mi risulta non esistono negozi dove si vendano scarpe spaiate.

Nonna mi prese lo stivale rosso dalle mani, lo accarezzò con le sue piccole mani deformate dall’artrite e lo rimise nel suo sacchetto. Mi spolverò gli sbaffi di borotalco dalle guance e mi disse di andarmi a fare una doccia. A rimettere a posto ci avrebbe pensato lei. Nonna Adele, cominciai, ma lei mi mise un dito storto sulle labbra. Va’ a toglierti la polvere di dosso che dopo facciamo la pizza.

Quella notte non riuscivo a prendere sonno. La teglia di pizza pomodoro e mozzarella che avevo ingurgitato senza quasi respirare, mi si era piantata sullo stomaco e dovetti appoggiarmi a due cuscini per riuscire a digerire senza soffocare. Ma a ripensarci adesso, credo proprio che la colpa della mia insonnia non fosse da attribuire esclusivamente alla pizza. Era quello stivale rosso a tormentarmi. Quel morbidissimo, affilato stivale solitario.

Nonna non parlava e l’unica cosa che mi venne in mente fu di estendere la mia ricerca alle fotografie di famiglia. Le avevo già guardate migliaia di volte, ma mai con un’attenzione specifica. Stavolta non sarebbe stata una ricerca nel buio, un tuffo da una scogliera scoscesa senza la minima idea di cosa avrei trovato la sotto. Adesso, quantomeno, sapevo cosa dovevo cercare.

Le fotografie di mia madre erano tutte conservate dentro un baule di cartone, di quelli che usavano le vecchie compagnie spedizioniere. Dentro, stampigliati sopra la carta a quadretti bianchi e verdi che lo foderava, c’erano ancora timbri portuali che dicevano Genova, Napoli, Marsiglia. Faceva odore di sapone da bucato e le foto erano sparpagliate dentro il suo ventre senza nessun ordine. Mia madre da bambina, con i capelli rossi raccolti in due trecce come Pippi Calzelunghe, mia madre il primo giorno delle elementari, con la cartella appesa alle spalle gracili e il grembiulino bianco che spunta sotto il giubbotto marrone troppo grande. Al mare, mentre cammina insieme a Buck, il cane lupo che avevano adottato quando una vecchia zia era morta lasciandolo solo e che detestava farsi accarezzare, ma si sarebbe fatto ammazzare pur di difenderla. In tutte queste foto, mia madre porta sempre lo stesso genere di scarpe, polacchini alti fin sopra la caviglia, pesanti, con la suola a carrarmato troppo spessa e le stringhe allacciate strette fino all’ultimo buco. Probabilmente erano scarpe ortopediche. Dunque, quel difetto nella deambulazione mia madre doveva sempre averlo avuto, un difetto congenito, impossibile da correggere, ma che non le aveva impedito di correre in bicicletta, di andare in gita e di ballare alle feste, a quanto dimostravano le foto che mi scorrevano sotto gli occhi una dopo l’altra. E poi era cresciuta. E gli scarponi ortopedici erano spariti, sostituiti di volta in volta da un gran numero di calzature di ogni foggia e colore, a seconda dell’occasione e della stagione. Tutte tranne le ballerine, che evidentemente le stavano scomode, o che forse rischiavano di scapparle via dal piede destro sempre costretto a quella strana rotazione. Sì, mia madre, come tutte le donne adorava le scarpe, e forse, per via di quel suo difetto, le amava ancora di più, perché a seconda della loro fattura potevano regalare grazia al suo passo e farla sentire più bella, meno diversa. Contemplai mia madre farsi ragazzina e poi donna sotto i miei occhi nel giro di pochi minuti: rideva con le amiche e sorrideva a ragazzi dei quali non sapevo niente, neanche il nome. Uomini che erano passati nella sua vita senza lasciare altra traccia che quelle foto sbiadite, a volte sfocate o spiegazzate.

Tutti tranne uno, il più misterioso di tutti, quello che le aveva lasciato me. Mio padre.

Misi da una parte tutte le foto che ritraevano mamma insieme a dei ragazzi. Certo, questa cosa l’avevo già fatta un milione di volte, per confrontare quel che si riusciva a intuire di quei volti con il mio. Capire se quel certo mento, quell’attaccatura dei capelli, quel naso, potessero ricordare i miei almeno un po’. Alle volte avevo pensato che è impossibile che uno non riconosca il proprio padre e che all’improvviso, contemplando quelle facce stampate, l’evidenza mi sarebbe esplosa in faccia come una torta di panna e pandispagna in un un film comico. E invece non era mai successo niente. Continuava a non succedere niente. Le facce stampate restavano facce stampate e io ero un orfano di madre che un padre non l’aveva mai avuto. La commiserazione lievitava, tanto che a volte mi rifugiavo nella mia stanza a spremere lacrime sul cuscino e dopo un po’ correvo a guardarmi allo specchio del bagno per vedere quanto smunta, grigiastra e piagnucolosa e orribile fosse la mia faccia. Mi odiavo con tutto il cuore, in quei momenti, che per fortuna, così come mi erano piombati addosso, sparivano, e per settimane o addirittura mesi, mi dimenticavo completamente di quale essere derelitto e meschino mi si nascondesse nel cuore. Ero un bambino, sapete, e tutti i bambini hanno momenti del genere, in cui si crogiolano nell’autocommiserazione più assoluta. Indossano il travestimento più patetico che riescono a scovare e lo adornano e abbelliscono con tutte le peggiori sfighe, reali e immaginarie, di questo mondo. Sprofondano in un delizioso e malsano abisso di disperazione, toccano il fondo, e poi puff! Eccoli che risalgono, con le gote accese e lo sguardo pulito. Nuovi fiammanti. Perché i bambini, tutti i bambini, sono dei maghi.

E anche io lo ero, ma non lo sapevo ancora.

Stavolta però almeno avevo qualcosa di concreto da cercare: lo stivale rosso. Anzi, GLI stivali rossi. Non so bene perché, ma avevo la certezza assoluta che se avessi ritrovato quegli stivali, avrei trovato tutte le risposte che cercavo. Non esiste che una mamma se ne va via per sempre e lascia tutte quelle scarpe usate e appaiate e un singolo stivale rosso fiammante con il tacco nuovo di pacca.

Il mucchietto di foto era alto una spanna. Adesso si trattava soltanto di studiarle per bene, una alla volta. Ci misi una serata intera, con nonna che un po’ guardava la tivù un po’ sferruzzava sulla sua poltrona lanciandomi occhiate di sbieco da sopra gli occhiali di tartaruga da miope.

Sandali col tacco, polacchini di camoscio, stivali da pioggia, espadrillas rosa e arancioni, scarpe da ginnastica, ciabattine di gomma e di cuoio. C’era di tutto e di più, in quelle foto. Ma stivali rossi, niente.

Piansi forte e tanto, quella notte. Avevo una chiave, ma nessuna serratura in cui ficcarla e tanto meno una porta da aprire. So che a un certo punto mi addormentai, la faccia affondata nel cuscino bagnato di lacrime e la mattina dopo, quando mi svegliai, vidi che Nonna, prima di uscire per i suoi soliti giri di commissioni della mattina, aveva lasciato sul tavolo di cucina la colazione e di fianco al piattino con la fetta di torta c’era una scatola bianca con sopra un biglietto. Sul biglietto c’era scritto: il numero!

Dentro la scatola c’era lo stivale rosso. Lo contemplai ancora tramortito di sonno senza capire cosa c’entrasse il numero. Perché cavolo nonna mi aveva rimesso tra le mani quello stivale? Comunque lo voltai e sulla suola di cuoio quasi nuova tranne un paio di graffi vidi stampigliato il numero 36. Era il mio numero, avevo ancora i piedi piccoli. E allora? Buttai lo stivale sul tavolo. Intanto, era una scarpa sola e poi, siamo seri, va bene che avevo dodici anni e la mia identità sessuale era ancora in divenire, però quello era uno stivale col tacco. Una stivale da donna! Cosa avrei dovuto farci? Nonna, mi stai prendendo per il culo, vero? Mormorai tra me e me. Bevvi il latte e mangiai la mia fetta di torta. Non avevo scuola quel giorno, così cominciai a fare un piano mentale per organizzarmi la giornata. Avrei preso la bici e sarei andato in spiaggia. C’era un pallido sole là fuori, era un novembre tiepiedo e la Bassona sarebbe stata semideserta. Non so neanche perché, ma nello zainetto ficcai anche lo stivale rosso.

La sabbia era bagnata e le impronte di tutti quelli che erano passati si sovrapponevano e si intersecavano le une alle altre disegnando percorsi misteriosi. Immaginavo tutta quella gente che neppure si conosceva appoggiare la pianta del piede su quella di qualcun altro, e mi pareva che le loro vite potessero mescolarsi per qualche tratto. Quelle persone non lo sapevano, ma la vecchia Bice che andava a spasso tutte le mattine insieme al suo cane, condivideva qualcosa con Giovanni, il giocatore di calcio che correva ogni giorno all’alba per un’ora, o con Uliana, la badante della signora Liverani che veniva alla spiaggia a telefonare alla sua famiglia in Ucraina per fargli ascoltare il fischio del vento e piangeva, piangeva e piangeva per la nostalgia. Le loro vite, così diverse, così tangenziali le une alle altre, si incontravano lì, su quel tratto di rena umida e si scambiavano emozioni, anche se loro non lo sapevano. Quando tornavano a casa, oltre alla sabbia grigiastra attaccata alla suola delle scarpe, si portavano appresso pezzetti di vite altrui.

Mi sedetti a ridosso della pineta e restai per un po’ a contemplare la massa d’acqua verde che si muoveva come un enorme organismo magmatico. Faceva avanti e indietro e io provai a immaginare se avesse deciso di colpo di sollevarsi, rovesciarsi in avanti e spazzare via tutto: conchiglie, cani, persone, e soprattutto, i segni del loro passaggio. Apri lo zaino e tirai fuori lo stivale rosso. 36. Tanto valeva farla, questa stupida cosa alla quale mi aveva spinto mia nonna. Sfilai la scarpa da ginnastica destra, poi il calzino, e sentii l’aria fredda intrufolarsi tra le mie dita dei piedi sudate. Non c’era nessuno. Potevo farlo, sì. Allungai la gamba davanti a me e infilai lo stivaletto.

 

Sono nella pineta. E’ notte. Indosso un abitino a fiori di velluto nero e un cappotto col bavero rialzato. I tacchi dei miei stivali si incastrano nella sabbia. Il mare è la dietro che mugghia. E sul mio cuore c’è un peso che non se ne vuole andare. Ho già pianto. Lo so perché sento le lacrime ghiacciarsi all’angolo degli occhi e il naso che mi cola. Non ho pianto abbastanza da scioglierlo, quel peso, ma devo rientrare, viene buio, non mi piace restare qui da sola sulla spiaggia quando cala la sera. Vedo ombre dappertutto e il cuore mi si impiglia in gola. Mi pare che i pini soffino gemiti e lamenti, come ci fossero esseri umani impigliati nei tronchi che cercano di liberarsi. Strattonano la corteccia dal di dentro, ma gli alberi hanno l’anima dura, non si riesce neppure a graffiarla. Affretto il passo, il mare urla dietro di me e il vento mi soffia tra i capelli. Sono lunghi, i miei capelli, rossi come il succo delle fragole. Ciocche salate mi sbattono contro le labbra. Porto le mani all’ultimo bottone del cappotto: strano, è già chiuso, eppure l’aria mi morde la gola. Più in fretta, più in fretta, sento dei passi alle mie spalle. Volevo vomitare il cuore nell’acqua del mare, piangere per questo mio piccolo amore deluso e ora ho paura che non tornerò mai più a casa. Corro sempre più veloce, e i tacchi battono e battono sul vialetto e triturano le conchiglie cadute dai secchielli dei bambini. Che vento forte, arriva un temporale, folate umide, brividi. Poi un rumore secco di legno che si spezza. La mia caviglia che ruota verso l’esterno, il palmo delle mani aperte che si brucia per terra. Maledetti tacchi, maledetto stivale. Cosa mi è venuto in mente? Cosa volevo dimostrare? Lui nemmeno le ha guardate le mie gambe, stasera. Ha abbassato la testa sul piatto e ha buttato giù un altro bicchiere di sangiovese. Tamburellava con le dita sulla tovaglia di carta a quadretti e le piadine si freddavano nel cestino in mezzo al tavolo. Le mie gambe erano nascoste là sotto. Rosse come la ciliegina candita che immagino al centro esatto del mio corpo. I bambini si fanno in due, gli ho detto. C’eri anche tu. E la sua testa si è abbassata ancora e io ho visto la piazzetta in cima alla sua testa, lì dove cominciava a perdere la giovinezza. Era pallido, Pino, e le parole giuste si capiva che non è che non volesse dirle, è che proprio non gli venivano. E di colpo ho visto altre due piccole ciliegie, nella pancia di un’altra donna, una donna che non conosco e che ho nemmeno mai visto in una foto, una donna che vive in un’altra città e che immagina suo marito in questa stessa trattoria, ma da solo, con il baule della macchina pieno di aspirapolvere invenduti. Ho allungato una mano verso la sua e gli ho stretto le dita. Io ti perdono, gli ho sussurrato. Ho preso il cappotto, la borsa, e gli stivali rossi mi hanno portato fuori da quella trattoria di provincia, con l’odore di strutto bollente che mi avvolgeva come una guaina. E fuori c’era la luna e il suono del mare e io li ho seguiti. Stesa qui, ascolto il battito del cuore della terra sotto il mio corpo. Ha un cuore grande la terra. Rosso e nero di lava che ribolle. Rosso come la ciliegina che non farò mai soffrire in nessun modo. La caviglia mi fa male. Ma so che non è spezzata. E il dolore passerà. Lo conosco, il mio piede destro, è tutta la vita che mi fa i dispetti. Mi tolgo lo stivale. Il tacco è spezzato in due. Ma non importa. Tornerò a casa a piedi scalzi. Mi alzo, la sabbia fredda scricchiola sotto le mie dita. Lascio dietro di me due impronte diverse: una è dritta e, diciamo così, normale, precisa, come quelle di tutti, l’altra invece si porta appresso una specie di rotazione, come uno sbuffo circolare subito prima di posare il piede a terra. Una pennellata rotonda. La mia impronta digitale. Un giorno, quando la ciliegina sarà diventata una bambina o un bambino, forse imparerà a riconoscerle, le mie impronte e non potrà mai perdermi. Non c’è nessun uomo nero, nella pineta. Il mare ha smesso di mugghiare. Lancio nella sua bocca lo stivale rosso con il tacco spezzato. Saprà lui dove farlo approdare.

 

Era pomeriggio inoltrato, quando ripresi conoscenza e la luce calava veloce. La massa d’acqua davanti a me era placida e silenziosa, grigioverde. Mi alzai e barcollai sulle gambe malferme per via dell’assurdo stivale che ancora indossavo. Guardai dritto davanti a me, e lo sguardo mi scivolò su una lunga fila di impronte che dal punto in cui mi trovavo proseguivano dritte verso il mare. Erano inconfondibili. Le seguii fino in fondo e là, nel punto esatto in cui la sabbia si sposa con l’acqua, lo trovai. Lo stivale rosso mancante, con il tacco spezzato.

Per qualche ora, io e Sabina, mia mamma, eravamo stati insieme. Di più, avevamo condiviso lo stesso corpo, il suo; e il tempo e lo spazio, suo e mio, si erano fusi e ci avevano uniti. Adesso sapevo che un padre c’era, nel mio passato e conoscevo anche il suo nome, Pino, e sapevo che non era un uomo cattivo, solo spaventato dalle conseguenze troppo grandi dei suoi errori. Se avessi voluto, avrei fatto presto a trovarlo, bastava chiedere, fare domande, cercare. Ma pensai a quell’immagine della ciliegina candita nella pancia di mamma, alla sua gioia che era dentro il mio stesso corpo in quella notte in cui si alzava da terra senza una scarpa e camminava claudicando leggera verso il mare, e mi resi conto che i bambini sono di chi li vuole, di chi non ha paura di volerli. Che gli avrei detto, se anche lo avessi trovato? Ehi, Pino, ma ti ricordi gli stivali rossi di una ragazza che si chiamava Sabina quella sera che ti disse una cosa che non volevi o non potevi permetterti di sentire? Come mamma, sulla bocca mi affiorò la stessa frase, come se la stessimo dicendo insieme, io e lei: io ti perdono. E da quel giorno, a mio padre non ci pensai mai più.

Adesso sapevo che dietro ogni scarpa spaiata abbandonata sul bordo di una strada o ributtata a riva dalla marea, c’è una risposta che vuole andare dalla sua domanda.

E se vi domandate perché siano proprio le scarpe, a racchiudere i segreti delle nostre vite e non, chessò, un paio di guanti, le mutande, oppore degli occhiali da vista, è perché le scarpe sono la cosa che ci permette di attraversare le strade del mondo senza farci del male. Che siano fatte di foglie e corteccia, di cuoio conciato oppure di gomma, non fa poi troppa differenza: le scarpe possono portarci dappertutto, viaggiano insieme a noi e raccontano la nostra storia con i loro tacchi consumati, la tomaia graffiata o impolverata o lucidissima. Le scarpe raccontano le storie di bambini, di uomini e di donne, le storie di poveri disgraziati e di ricchi sfondati, di solitari e viaggiatori, di principesse, regine del jet set internazionale e lavoratrici sottopagate che hanno nei propri piedi stanchi e gonfi la loro fonte di sostentamento. Ogni scarpa perduta nasconde una storia e io sto qui, nella stessa casa che abitavo da bambino quando c’erano ancora mamma Sabina e Nonna Adele, e anche se ho la fortuna di fare un lavoro normale che più normale non si può, con il suo orario di entrata e di uscita, il suo ufficio, il suo tavolo e la sua seggiola e il suo stipendio modesto ma sicuro, di quelli che da bambino consideravo come gli unici lavori possibili, la sera, quando torno a casa dall’ufficio, ne faccio anche un altro, di lavoro, più misterioso e segreto.

E se siete arrivati a leggere queste righe, se avete queste mie parole tra le mani in forma di foglio, o sotto gli occhi sopra lo schermo a cristalli liquidi di un computer, è perché anche voi avete una scarpa perduta da ritrovare e una domanda che attende la sua risposta. Ricordatevela, questa cosa che in fondo tutti sapete: ogni scarpa, se la indossi, ha il potere di trasformarti e di farti vedere il mondo con gli occhi di qualcun altro. E se incontrate una scarpa spaiata sperduta lungo il bordo di una strada o ributtata a riva dalla marea, provateci, a indossarla, forse c’è una storia che attende di essere raccontata proprio a voi.

( Uno stivale rosso di Simona Vinci 2010 by Simona Vinci.  Published by arrangement with Agenzia Letteraria Roberto Santachiara.

 

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Il libro lo trovate qui.

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