Il ragù va badato

Mentre raccoglievo il prezzemolo nell’orto, ieri mattina, mi son sentita chiamare da una voce di donna. E così, dopo due anni, ho realizzato che oltre la rete, nella casa a fianco, abita la Luciana. Gestiva la Trattoria del Cannone qui a Budrio, dove gatti si aggiravano nel cortile e tra i tavoli, dei e lari felini (anche se Plauto diceva che i lari avessero sembianze di cani) della locanda. Quando ero piccola adoravo quel posto, per i gatti e per il ragù. Un novembre di tanti tanti anni fa, con una nebbia densa come quella di questi giorni, io e Carlo Lucarelli ci portammo a pranzo Giulio Einaudi e Severino Cesari. I “furastir” vollero sapere per filo e per segno come si prepara un vero ragù emiliano e la Luciana, asciugandosi le mani nel “grembiale”, condensò la faccenda in uno spiccio e lapidario: il “ragù va badato.” Stamattina, nella nebbia fuori, ho ripetuto quei gesti rituali che ormai saprei compiere a occhi bendati. Burro, olio, trito di carota, sedano (pochissimo), cipolla, la carne macinata (metà maiale, metà vitello, ci starebbero anche i fegatini, volendo) un goccio di vino rosso, rosolare, sale, pepe e infine la passata di pomodoro. E poi: l’attesa. Il ragù va badato, se no si attacca. Cuoce a fuoco lentissimo. Intanto puoi lavorare al computer, scrivere, leggere, studiare, ma senza allontanarti troppo. Cura e attenzione: le basi. E vorrei chiamare Severino Cesari e dirgli, “sto facendo il ragù che va badato e intanto penso a come tu mi hai insegnato, in tutti questi anni, e a dispetto dei miei limiti, a badare con pazienza quello che scrivo, a leggerlo, rileggerlo e ascoltarlo, perché a volte è buona la prima, ma non sempre e devi aver rispetto di un tessuto fatto di rimandi consapevoli e inconsapevoli ché dentro la scrittura ci sono le voci dei vivi e dei morti, di quelli che conosci e di quelli che non conoscerai mai e tu sei solo una canna di bambù e il vento ti soffia dentro”. Ma mio figlio stamattina mi ha nascosto il cellulare in non so quale anfratto, e io lo tengo silenziato e quindi addio, e allora lo scrivo qui, Seve, poi ti chiamo quando lo trovo. Intanto bado.

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