Una crepa in testa

 

 

In queste due settimane dopo la strage di Parigi, qualcosa mi si è rotto nel cervello. Una crepa, che certamente doveva già esserci da prima, si è spalancata con un’evidenza irrefutabile. Mentre provavo pena, dolore, sconcerto, rabbia – gli stessi sentimenti che provavano in tanti, quasi tutti – come tanti, quasi tutti, anch’io leggevo, ascoltavo, cercavo di capire, prendevo in considerazione punti di vista diversi, mi abbuffavo di news, talk show, pareri, analisi e provavo la tentazione irresistibile di dire la mia, di partecipare, schierarmi, di farmi vedere, di esistere esprimendomi.

Forse è vero sempre, e da sempre, che i morti si piangono e si seppelliscono mostrando il proprio dolore ai funerali, ma l’esibizione che un tempo era riservata alle famiglie, agli amici e ai conoscenti in un luogo circoscritto – una camera ardente, una chiesa, un cimitero, un paese, un quartiere, una riga di necrologio su un quotidiano – oggi è diventata affare mediatico globale al quale nessuno sa (osa?) sottrarsi. E difficilmente parlando del morto in questione, ma usando il morto per parlare di sé. Figuriamoci se i morti sono tanti, e se la causa della loro morte è un attentato terroristico sconvolgente in una città come Parigi. Un attentato che prefigura scenari quotidiani di guerra globale – pur se parcellizzata -all’ultimo quartiere. Il mio, il tuo. Quello di ognuno.

I giorni sono passati. La mente si è calmata. Il pensiero invece non si è chiarito, no, ma per chiarire pensieri che hanno a che fare con eventi storici di portata epocale a volte ci vogliono decenni e i decenni non bastano. Bisogna studiare, informarsi non è sufficiente.

L’unico precedente che ricordo di una simile confusione mentale collettiva risale al settembre 2001 e alla strage delle Torri Gemelle di New York. Quei giorni e quelle notti con la tv sempre accesa, dappertutto, e gli occhi a gonfiarsi di immagini, sempre le stesse: gli aerei che si schiantano contro le pareti, le torri che si disintegrano, il fumo, le fiamme, la gente che vola giù, puntini neri che sembrano omini pixelati di un videogame e invece sono persone, facce, nomi, storie. E le analisi, i commenti, le letture, le piste, i complotti. Sono passati quindici anni e nel frattempo molte cose sono mutate, tra queste, il nostro modo di esistere, nel mondo, attraverso la rete e i social network. Nel 2001 c’erano i forum e c’erano i blog. Nei forum si discuteva, si litigava, si trollava e nei blog ci si metteva in mostra sperando magari di essere notati da un editore, così si provava a porgere l’immagine migliore di sé, che certo poteva essere messa in discussione nei commentari, ma si poteva anche decidere di ignorarli, i commenti, o cancellarli. Ognuno era signore e padrone della sua stanza da gioco -vetrina virtuale. I social network hanno ribaltato il tavolo da gioco. Tutti per tutti / tutti contro tutti o niente. Non puoi metterti a fare la monade qui: è ridicolo e non ha senso. Si chiamerebbe mica social, se no. Ma la cosa che (mi) inquieta è che questi mezzi hanno messo in discussione l’autorevolezza. Quindici anni fa, per informarsi, si usciva e si andava in edicola a comprare i quotidiani. Ciao, esco, vado in edicola: in quel complemento di moto a luogo c’era la possibilità dell’incontro reale con altre e altri che facevano la stessa cosa e dunque, nel caldo afoso d’estate in ciabatte e canottiera o con le nuvole di fumo freddo, sciarpa e guanti d’inverno, si sfogliava e si discuteva, dentro l’edicola, e ogni edicola aveva il suo giro di intellettualoidi della domenica (o del lunedì o del martedì e così via). Nascevano amicizie, accordi e disaccordi. Si litigava anche, a volte si sbatteva il giornale arrotolato contro il palmo della mano con stizza o per rimarcare un’affermazione, ma era rarissimo arrivare agli insulti veri, perché è molto più faticoso litigare faccia a faccia che ognuno sotto il suo piumone o nell’abitacolo della propria macchina. (E alla fin fine, siamo quasi tutti dei gran cagasotto). Per me poi, l’edicola, era un luogo particolarmente caro, perché dentro quella che frequentavo io c’era Franco. E Franco, quando arrivavi prima di prendere il treno per andare a lezione all’università o a lavorare, aveva già sfogliato tutti i quotidiani (era sveglio dalle quattro e mezza) e sapeva segnalarti gli articoli importanti, farti notare le discrepanze, i buchi, i diversi modi di dare una notizia e dunque influenzare, manipolare, l’opinione pubblica. Ti sapeva dire se era uscito il pezzo del tal editorialista e leggiti Magris oggi, leggi Bernard Lewis, Tahar Ben Jelloun, tizio oppure caio, sempre attento poi, per la sua particolare storia politica e umana, alle vicende mediorientali, ma curioso di tutto. Politica locale, storia, economia, libri. Adesso la sua edicola è gestita da un’altra persona e lui stesso, da giugno, purtroppo non c’è più. Ed è ormai da tanto, comunque, che la prima cosa che faccio la mattina – e come me milioni di altri – è collegarmi e scorrere le notizie sul portatile (lo smartphone non ce l’ho) partendo da FB. Punto complicato, questo. Tasto dolente. L’humus fertile della rete che prolifera di anticorpi, prolifera pure di orrendi virus e batteri e non sono sicura (voi lo siete?) di avere un sistema immunitario perfettamente funzionante. Quando per esempio scorri la democratica home page di FB, ogni status acquista lo stesso valore e la stessa autorevolezza. Ovvero, no, non ce l’ha, chiaro che no, ma alla fine, alla lunga, ciò che risulta dal minestrone prodotto dal nostro infinito esprimerci, sì.

E’ giusto? E’ sbagliato? Non lo so, ovviamente. In questi anni di frequentazione ho imparato cose interessantissime sia dall’esimio intellettuale che dalla casalinga di Voghera, ma mi sono accorta con rammarico che non avere più dei punti di riferimento autorevoli e tendere sempre più all’equiparazione del valore delle voci, non mi aiuta affatto nella comprensione del mondo. Apprendo più cose di prima, ma le capisco meno, e peggio, soprattutto in modo frammentario e poco approfondito. La leggerezza è un dono, la superficialità una condanna.

Mi pare che ci sentiamo costretti ogni singolo giorno a schierarci, a esprimere le nostre opinioni, condannati ad avere un’idea su tutto, a mostrarci esperti di tutto, perché non puoi non sapere, almeno fingi, no? Le bocche si riempiono delle stesse parole, delle stesse espressioni, e tu non capisci più la differenza tra ciò che dice un inviato degli esteri da decenni vagabondante per sassi e sterpaglie con i piedi cotti, da uno che sta in un Grand Hotel a bere gin tonic mentre legge e ritwitta agenzie o, peggio, da ciò che sbraita Peppino il Peracottaro di Lanuvio. E magari, il Peracottaro di Lanuvio dice pure una cosa geniale, un giorno all’anno, o magari la dice tutti i giorni, non lo posso e non lo voglio stabilire io questo, ma la testa prima o poi ti esplode, ad ascoltare le voci di tutti i peracottari di tutti i colli laziali e di tutte le padanie e delle isole e degli appennini e delle ande. Stai lì col dito che scorre, come una scimmia che sbuccia banane e la testa si riempie di parole e dici: certo, ha ragione, ora metto mi piace. Poi leggi un altro status e ti piace pure quello e rimetti mi piace, ma poi, se ci pensi, il peracottaro di Lanuvio diceva il contrario di quello che dice adesso il Peracottaro di Grottaferrata. E mo’? Chi ha ragione? Chi ha torto? Chi è il genio? Chi è lo scemo? Di chi mi fido? Chi è che adesso vado a condividere – senza far tra due giorni la figura di quello che scende con la piena – sulla mia bacheca, commentando “Lucidissima analisi!” e piacciandomi da sola?

Nel frattempo ti scoppiano tra le dita le mode: gli avatar cartone animato, l’avatar libro, pinguino, orso, bambino spiaggiato, le foto profilo bandierate, filtrate, io sono tizio e caio, mobilitiamoci per, boicottiamo qui, sosteniamo là, e mai mai mai scompaiono del tutto ricette, foto dei piatti cucinati, scarpe, alluci nella sabbia, tramonti, apericena, costumi da bagno, unghie pittate e poesie d’amore e forse sono le cose più oneste di tutte: tipo la foto della zia del peracottaro di Tropea che fa la salsa di pomodoro in grembiale e ciabatte (ma col perizoma).

E cerchi di capire, di emozionarti, di sentire, e a volte ti fai prendere pure da tu dall’entusiasmo, poi il tempo è passato, avevi due ore quella sera e invece di leggerti un libro, vedere un film, arrivare in fondo a un VERO articolo di approfondimento, ti rendi conto che le due ore son passate mentre facevi scivolare il pollice – o l’indice- avanti e indietro e adesso sei esausto e ti sembra di sapere tantissime cose, ma di non aver capito un cazzo.

E allora adesso basta.

La colpa è mia. E’ vero. Mica me lo ha imposto nessuno di passarle così, le ore, non c’era nessuno che veniva a darmi dei coppini se invece di leggermi gli articoli della Paris Review guardavo le foto del compleanno della parrucchiera di Abbiate Grasso, o quelle promozionali dell’ufficio stampa invasata che spammava i selfie coi suoi autori più copertina libro e commenti d’estasi e commozione.

Intanto spesso tacevo, fantasma ingordo e spione (e qualcuno me lo ha fatto notare, in pvt, preferibilmente, o instillando velenosissimi sensi di colpa: non mi metti mai mi piace, ma come, non hai visto che son  stato sui Monti Appalachi a portare in scena il mio dramma epico?! Non hai letto?! E’uscito il mio romanzo (film, disco, spettacolo teatrale, recita parrocchiale, incontro con l’autore, mostra di statuine del presepe) e se non metti mi piace è perché sei uno stronzo invidioso, te la tiri, madonna se te la tiri! 

Hai voglia a rispondere: ma io come faccio a leggere quello che scrivono tutti i giorni, tutto il giorno, diecimila persone? Qualcosa potrà pur sfuggirmi?

Se critichi, rosichi. Se taci, sei pavido. Se parli, una su due la fai fuori dal vaso. La paralisi incombe. Mi assento un attimino. Sta’ a vedere che i morti son morti davvero, ma io intanto me li ero dimenticati. Ma non è che qualcuno ha voluto farmeli dimenticare? E adesso, chi è stato? Cosa ci sarà sotto?

Paranoia da social. Amicizie spezzate. Amori incrinati. Fine di idilli intellettuali.

E ti rendi conto che non ce la fai, ad assentarti del tutto, perché ad assentarti ti sembra di disertare. Codardo! Ci son guerre da combattere a colpi di like e di tweet e tu, proprio tu – sì, TU! Parlo con te!- vuoi non contribuire a salvarlo, il poeta arabo condannato a morte, e i ghiacci, e i bimbi siriani, e gli afgani, e gli iracheni e i cani della polizia, e il pianeta, e le tradizioni, e i valori, e il presepe e l’etica, e la cultura? E i marò?

E se manca proprio il tuo voto alla petizione? E se ti perdi qualcosa?

E se poi non esisti più?

In queste due settimane ho cominciato un lavoro di pulizia del mio vocabolario e depennato una quantità di parole e di espressioni che ho visto e sentito consumarsi sotto le dita e dentro le bocche. Ma è un lavoro infinito. Irreale anche solo immaginare di portarlo a termine. E poi, ci sono migliaia di parole ed espressioni che vengono coniate in un istante, fanno il giro delle bocche e dopo due giorni non funzionano più: attrezzi con le pile scariche e la lama offuscata. E’ stimolante, vero? Esaltante, adrenalinico. Ci sono certi geni, in rete. Certe bellissime battute. Da schiantarsi, ma davvero. Durano un giorno. Dopo una settimana, non le capisce più nessuno. Ci vuole del talento, ma anche una certa dose di cinico sprezzo di sé e degli altri per darsi via così. Per uno scrittore vecchio, di quelli che misurano le parole col contagocce, le girano e le rigirano, le cancellano e le riscrivono, son sempre incerti perché una volta che l’hai scritta, quella pagina, è di pietra, tutta ‘sta gara di velocità e destrezza è una tortura cinese.

Allora ci ho provato, ho ricominciato a fare quel che facevo prima di Fb e il tempo sottratto alle mie ore di lavoro dalla lettura degli status-minestrone è tornato mio. Quel tempo che salvo dallo sperpero non saltando le pagine o mandando avanti i video per la fretta di aver già visto, letto, ingurgitato per tornare ancora e ancora e ancora a quella home che continuamente si riempie e si riempie e si riempie – come il pentolino magico che cuoce cuoce e cuoce e non riesce a smettere e intasa le strade di pappa e se vuoi tornare a casa, la strada devi riguadagnartela a morsi e ingoio, ingoio e morsi fino a farti scoppiare la pancia – ecco, quel tempo sono io. E gli altri. Ho scoperto che esistiamo anche se non siamo perennemente visibili e guardati. Esisto in quel tempo immemore di telefonini e computer e televisori e notifiche che mi concede di cucinare, giocare con mio figlio, passeggiare per strada e perder tempo in giardino a rimirare bacche e pettirossi, sfogliare certi giornali, seguire le piste che mi interessano davvero, approfondire, leggere libri. Ma leggerli davvero! Non col computer sulla pancia o da un lato e la fretta di finire una pagina perché la home lampeggia di numerini rossi. Leggere d’un fiato, con la matita in mano per segnare a margine le annotazioni e sottolineare le cose belle e interessanti. Son tornata a scegliere libri-mattone. Non per quantita di pagine, ma per peso specifico. Perché a me piacciono gli spigoli. Perché non ne posso più di romanzetti che scivolano via di dialoghi brutti e di trame raffazzonate. La vita è una e io non me la voglio perdere a tracannare delle tisane di finocchio tiepide, mi spiace. Preferisco bruciarmi l’esofago con un brodo di gallina e osso, o di verdure miste, che per farsi ha bisogno di schiumarola, fuoco basso, tempo e tempo e tempo. Mi piacciono le cose che ormai mi sembra non piacciano più a nessun lettore medio: le descrizioni, le digressioni, le parabole complicate, gli affreschi, le crepe, la ruggine, anche gli errori – perché i libri perfetti sono libri morti, come diceva Duras – la fatica del farsi strada nella selva di segni talvolta scritti in caratteri impossibilmente piccoli. Mi piace sudare, quando leggo, fare fatica, provare la soddisfazione di aver scalato una montagna o attraversato un braccio di mare periglioso.

Sarò snob. Di certo sono vecchia.

E’ poi è colpa mia, ovvio.

Ma voi vi dichiarate innocenti?

Io vedo le menti migliori della mia generazione impelagate in discussioni infinite nei commentari, rancidi rancori, putrefatti salamelecchi, esibizionismi da vergognarti tu per loro, che vien anche da domandarsi, ma ‘sta gente, di cosa vive davvero? Come se lo guadagna, il pane? E se c’è qualcuno che paga, per stare su FB, porca miseria, allora che sfigata devo essere, io, che nessuno me l’ha mai proposto?

Per me è una questione di sostanza. E per sostanze intendo proprio droghe.

La droga si pensa sempre di poterla controllare e invece è lei che ti tiene in pugno, da un certo punto in poi, e state pur certi che quel punto lì arriva sempre. La droga del plauso immediato, la prova reiterata, continua, della nostra rilevanza nel mondo, della nostra esistenza. L’esperimento dei topi nella Skinner Box ce l’avete presente? 1954. McGill University, Montréal, Canada. Elettrodi nel cervello collegati a una leva che stimola l’orgasmo. Cosa facevano, i topi? Schiacciavano, schiacciavano, schiacciavano, fino a settemila volte al giorno, fino a morire.

Se spegni il computer, se sei senza connessione wi fi, esiste il piatto che stai mangiando? L’amore che stai vivendo? Il pensiero che stai pensando? L’incertezza ti assale. Se non c’è qualcuno a contemplarti, tu esisti? Il mondo, esiste? Le cose, accadono davvero?

Liberiamoci dal senso di colpa: non sapremo mai tutto. Non possiamo capire tutto, partecipare a tutto, approfondire tutto, avere un’opinione su tutto, infilarci in ogni anfratto e da ogni anfratto tornare vittoriosi, sapienti, onniscienti. Siamo esseri umani, non computer o banche dati.

Dopo la sbornia, bisogna ripristinare l’equilibrio elettrolitico.

Poi, fate come vi pare.

Io sto leggendo Claudio Magris, Non luogo a procedere. E’ un libro mattone in quel senso che intendevo. Lo sto scalpellando di segni e asterischi e no, non lo lascio a metà, non c’è nessuna home virtuale che mi attenda. Non oggi, né domani. Poi, chissà.

«Tutta la Storia umana è un raschiamento della coscienza e soprattutto della coscienza di ciò che sparisce». Claudio Magris, Non luogo a procedere, 2015

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2 commenti on “Una crepa in testa”

  1. domenicomortellaro ha detto:

    Io credo, cara Simona, che sia proprio questo illiquidimento del mondo a farci percepire troppe delle colpe che sentiamo come (post?)cittadini->social actors. Siamo sempre più attori su un palocoscenico (sociale?) che riannoda senza alcun criterio e con la presunzione dell’esaustività esperienze, emozioni, sensazioni e culture troppo diverse per cominciare non a passeggiare assieme ma ad andare direttamente a letto! Ci hanno tolto lo stato sociale e l’educazione sanitaria a scuola (credo siamo più o meno coetanei, figli di una scuola gentiliana che si poteva contestare ma che FORMAVA cittadini) e ci hanno convinto che salute e benessere dipendano esclusivamente dalle nostre scelte. Non abbiamo neppure idea del carico di ansie che portiamo addosso. Parimenti ci hanno convinto che il dogma della flessibilità (che è schiavitù del precariato) sia esclusivo appannaggio del nostro senso di responsabilità, costringendoci, sempre sul senso di colpa, ad accettare contratticapestro (solidarietà) o incentivi all’asbeptosi pur di non girarci come spiedi su un letto di braci, di notte, da soli, chiedendoci “E che faccio se perdo anche questo posto?”. Nella stessa identica maniera, quello stesso mondo, ci sovraespone, nudi e debolissimi, all’esplosione del sentire di milioni, convincendoci che non soffriremo mai abbastanza, che non saremo mai empatici il giusto, che le tragedie sono nel giardino di casa, ovunque, e che è nostro preciso compito soffrire allo stesso modo per ogni singola morte (anche inventata, anche retrodatata). Non ci sono complotti: è l’esplosione di quell’inconscio collettivo che Jung ha provato a definire archetipizzando alcuni “tipi”. Siamo figli di una Grande Madre che vestita da Sofia non mostra il volto di Ecate che smembra. Siamo unici e spaventati e ci coinvinciamo chissà perchè che sia il giardino del vicino quello più pericoloso, che il nostro vicino abbia bisogno di noi, che ogni strada sia una trincea, che ogni morto sia nostra responsabilità.
    Pregi e difetti di un medioevo 2.0 (gli islamici vivono in questi anni un trapasso politico simile al nostro medioevo con l’aggravante di FB, noi assistiamo ad un momento simile al basso impero romano, nei costumi, nella socialità… e siamo prigionieri di un villaggio globale che ci obbliga a soffrire e proiettare in noi e fuori da noi una colpa che non esiste!).
    La tua scelta, il tuo suggerimento: spegnere FB? Non lo so. Di sicuro, prima di esplodere… un bel respiro ed un bicchiere d’acqua bevuta lontano dallo schermo possono aiutare. Del resto, senza FB saremmo comunque qui, da splider in poi lo siamo stati senza FB o a prescindere da FB. Compreremmo comunque libri da amazon, continueremmko a scegliere come informarci meglio o di più… Internet è irrinunciabile. Eppure sono convinto che la privazione non serva… anche solo perchè privarci non ci educa ad usare in modo cosciente… ci rende esposti comunque. Voglio crescere proteggendomi, non protegermi restando alla fine indifeso.
    Un abbraccio…

  2. Ginette ha detto:

    Grazie carissima Simona di questa riflessione. Importante, urgente, necessaria.
    “Siamo figli di una Grande Madre che vestita da Sofia non mostra il volto di Ecate che smembra. Siamo unici e spaventati e ci coinvinciamo chissà perchè che sia il giardino del vicino quello più pericoloso, che il nostro vicino abbia bisogno di noi, che ogni strada sia una trincea, che ogni morto sia nostra responsabilità.”
    Nella mia solitudine ed esclusione, selvaggia la mia radice, continuo ad inventarmi la vita.Ne avverto il peso e non mi posso permettere il lusso di gravarmi d’altre fatiche dell’anima. Forse sono miope ed egoista….ma ti ringrazio moltissimo per questo intervento. Ciao, è una bella giornata gelida ma assolata. L’era era gelata all’alba. In questi giorni ho solo voglia di andare via lontano. Per ora niente Natale e capo d’anno in riva al mare a Fiascherino. ciao.gin


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