Bambini che vorrei come amici -3-

Robert Louis Stevenson

 

Sarebbe stato il bambino dietro il vetro, evanescente come una silouhette ritagliata nella carta velina. Un perfetto singolo fiocco di neve sempre come appena caduto dal cielo. Ma sarebbe stata solo l’apparenza, come quella della sua stanza, una normalissima stanza, a prima vista – letto, cuscini, armadio, una poltrona, pile di libri, un magico teatrino di Skelt- dove un un bambino pallido e con i polmoni deboli avrebbe trascorso fin troppo del suo tempo. Avresti picchiettato le nocche contro la finestra per catturare la sua attenzione e forse, anche per sfuggire a una strana sfumatura d’oscuro che spesso s’impadroniva dei suoi sogni, lui ti avrebbe fatta entrare. Tu avresti portato l’aria fresca del giardino, l’odore della vegetazione e della pioggia, tutte quelle avventure che ti si attaccano alle fibre dei vestiti e ti si impigliano nei capelli anche solo ad attraversare una strada, e lui avrebbe chiuso i vetri dietro di te per far comparire il vero mondo che da fuori non riuscivi a vedere. E avresti scoperto che quel che ti era apparso come un semplice letto, in realtà era una nave, e l’armadio una montagna, la poltrona un castello, i tappeti mari in tempesta e le tende, dune di ghiaccio da attraversare. L’acqua vi avrebbe travolti e trasportati in mille mondi lontanissimi dove bambini di tutti i colori e di tutte le razze si sarebbero uniti al vostro impavido veliero. Fuori dai vetri sarebbe apparsa Atlantide, e i vetri stessi si sarebbero sciolti come neve al sole al vostro passaggio. Ci sarebbero stati imponenti fari torreggianti tra i flutti a illuminare i marosi e indicarvi la via. Sareste poi tornati sani e salvi, la testa pesante di storie da trascrivere e sareste approdati al tavolino da tè dove una signorina di nome Cummy vi avrebbe aspettato con una ricca merenda e l’avrebbe condita con altre storie ancora, storie da far tremare e piangere qualsiasi altro bambino, ma voi no.

E sempre, sul muro, ci sarebbe stata un’ombra misteriosa. Il suo doppio forse, a volte minuscolo e a volte enorme, diverso da lui, eppure così vero. In partenza verso un paese dei sogni del quale solo la notte si trova la strada, un posto dove suona una musica che una volta svegli non si riesce mai a ricordare e per questo bisogna ritornare.

E scrivere storie cos’è, se non un modo di tornare?

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