Storie di scarpe


 231210tramecalzanti

 

Uno stivale rosso


Forse questa storia, come tutte le storie, è cominciata tantissimo tempo fa. E’ cominciata ancora di prima di incominciare, se capite cosa intendo. 
 
Certo, un punto di partenza per inziare a raccontarla io l’ho trovato, ma questo non esclude che sia possibile risalire a un tempo ancora più lontano delle passeggiate lungo la spiaggia che mia madre mi portava a fare ogni domenica quando ero un bambino.
 
Mi mostrava le conchiglie, le impronte dei granchi sulla sabbia, le cabine vuote degli stabilimenti balneari. Vuote perché mia madre detestava la spiaggia nei mesi estivi e il mio ricordo infantile del nostro Adriatico è sempre grigio e ventoso, oppure di sole limpido e freddo, e invariabilmente, nelle mie immagini mentali, la spiaggia è semideserta e gli stabilimenti sono chiusi. Il mare d’inverno è come un film in bianco e nero visto alla tivùdiceva quella canzone così triste, e anche per me il mare era questo, è ancora questo: poca gente che cammina lungo il bagnasciuga stringendosi al collo il bavero del cappotto, i capelli che si gonfiano per via di vento e salsedine, i cani che corrono dietro a bastoni lanciati verso l’acqua e a volte hanno paura di bagnarsi le zampe nella spuma che ribolle.
Mia madre camminava accanto a me trascinando la gamba destra in un buffo modo, e lo faceva da sempre, da che ho memoria di lei, della sua figura piccola e dei suoi capelli rossi, e ora che ci penso non gliel’ho mai chiesto perché camminasse in quel modo. Le persone che amiamo sono quello che sono, i loro difetti, le loro caratteristiche, le loro stranezze, ci sono così familiari che non ci troviamo nulla di strano, soprattutto finché siamo bambini. I bambini prendono le cose così come sono. E io non me lo sono mai chiesto, ad esempio, perché mia madre avesse i capelli rossi e le lentiggini sugli zigomi, perché indossasse sempre lunghe gonne fiorite o sorridesse alzando l’angolo destro delle labbra e mai il sinistro. Era lei. Era mia madre, Sabina, una piccola donna dai capelli color fiamma che claudicava leggermente tenendo per mano il suo bambino lungo una spiaggia semideserta.
 
Ruotava l’anca di qualche grado e le sue impronte sulla sabbia erano diverse: una era dritta e, diciamo così, normale, precisa, come quelle di tutti insomma; l’altra invece si portava appresso una specie di rotazione, come uno sbuffo circolare subito prima di posare il piede a terra. Una pennellata rotonda. La sua impronta digitale. Mi piaceva rimanere un po’indietro, con lei che mi tirava per la manina e voltarmi a guardare quel disegno che continuava ripetersi lungo il nostro percorso. Quell’orma mi faceva sentire al sicuro: non l’avrei mai persa, mia madre, come a volte succedeva nelle fiabe che lei mi leggeva la sera, prima di mettermi a letto. Non l’avrei mai perduta perché avrei potuto riconoscere le sue impronte da quelle di chiunque altro al mondo. Se anche se avesse cambiato scarpe ogni giorno e la suola avesse lasciato righe, quadretti, loghi o nomi diversi, io l’avrei ritrovata comunque, perché nessuno, camminando, faceva quello stesso disegno che conoscevo così bene.
 
Poi l’ho persa comunque. Che non bastasse riconoscere il passo e le orme di qualcuno per non perderlo mai, l’ho scoperto molto presto. Perché mia mamma, quando avevo dieci anni si è ammalata e se n’è andata nel giro di sei mesi. L’ho capito subito che non avrei potuto seguirla là dove andava, là dov’era già andata senza aspettarmi. L’ho capito la mattina che la nonna mi portò all’ospedale per salutarla l’ultima volta, di corsa che non c’era tempo, col giubbotto slacciato nel vento freddo di dicembre e gli occhi ancora incollati di sonno. L’ho capito perché quando io e Nonna siamo arrivati, lei stava sdraiata su un lettino di ferro bianco e i suoi piedi nudi erano immobili, con le dita azzurre puntate verso il soffitto. E sul linoleum verde acido di quella stanza d’ospedale e lungo i muri scrostati non c’era traccia di buffe impronte circolari. Non c’era nessuna impronta, a essere precisi. Eppure lei se n’era andata lo stesso. Questo mistero della sua scomparsa ‘senza piedi’ mi tormentò per anni. Fino a che la mia testa di bambino non riuscì ad accettare che la morte è un posto in cui si va senza camminare.  (…) 

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One Comment on “Storie di scarpe”

  1. utente anonimo ha detto:

    bentornata!

    mi hai fatto ricordare tutto il campionario di genere: dalle scarpette di vernice di OZ ai piedi dei passanti nel film di Moretti, le converse nere di Lenore, le nike nere di altre meraviglie in carne e ossa, però il frammento non mi pare tuo, why?

    o mi sbaglio?

    certo che se tra i partecipanti non c'è anche Tiziano avete proprio voluto sfidare la sorte!!!

    Ti auguro di trascorrere un'estate intensa e coinvolgente, camminando a piedi scalzi e sorridendo al mondo, non come quella triste e tenera foto di un "calvone" sulla spiaggia…


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