L’isola delle storie- Il ritorno


pubblicoI festival letterari non sono tutti uguali, questo è chiaro. L’isola delle storie di Gavoi, però, è ancora meno uguale. Sarà per lo scenario nel quale si svolge: un paesino della Barbagia a quasi 800 metri di altitudine con stradine che scendono in picchiata e salgono in verticale, piccole piazze e balconi fioriti, sarà per il pubblico che affolla gli incontri e che è fatto di gente di tutte le età e che viene da tutta la Sardegna (ma anche dal Continente), con quelli che si portano la seggiola da casa, la carrozzina con il pupo, la nonna sul balcone. Sarà per il cibo, per il mirto, per le decine di giovani volontari con la maglietta rossa che organizzano, spostano sedie, sistemano microfoni e ti aiutano a trovare la strada se ti perdi, sarà che a Gavoi sono così ospitali che aprono le porte delle case e ti fanno entrare dappertutto, sarà per gli odori della vegetazione che si spargono nell’aria e danno alla testa. Sarà che tutto questo messo assieme fa crollare le maschere di botto: sei sei uno stronzo si capisce subito, e si capisce subito anche se dietro la facciata di autore impegnato si nasconde un allegro cazzone pronto a fare baldoria, ché una cosa non dovrebbe escludere l’altra. In questi giorni ho visto autori-scrittori-giornalisti e semplici lettori diventare una specie di corpo unico che si scambiava informazioni, consigli di lettura, che litigava anche, si appassionava, si caricava il piatto di  pane carasau, maccarones de busa e ricotta di pecora senza smettere di parlare: di libri, di idee, e anche di cazzate. Ci sono dei posti dove non te lo puoi permettere, di fare la star. Nessuno ha paura di alzarsi dalla platea e dirti: senti un po’, ma chi ti credi di essere? Qui, ho sentito una ragazza apostrofare così un noto autore: "Lei, mi scusi se glielo dico, ma ha l’apocalisse dentro." Porca miseria, ‘sti lettori.

Ho un taccuino pieno di indirizzi, di appunti, di disegnini: libri che devo assolutamente leggere e film che devo vedere. Ho la macchina digitale piena di scatti. E una fotografia che mi ha regalato Stanislas Guigui: un ragazzino sui dieci anni, nel quartiere del Cartucho, a Bogotà, che posa col suo coltello. Ho conosciuto tante persone, scrittori, giornalisti, (aggiunta: traduttori), attori, cuochi, orafi, scultori, insegnanti in pensione, studenti delle scuole medie e bambini che per il momento sono bambini e basta. A questo servono i festival, a trasformare le parole che hai scritto o quelle che hai letto in voce viva, sguardo, carne. Tra autore e lettore il patto muto diventa una stretta di mano, due vite che si incontrano anche solo per poche ore, ma si incontrano davvero.

E’ stato bello condividere il mio tempo, le emozioni, le parole. Grazie.

pubblico 2                Pubblico in piazza Sant’Antioco

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6 commenti on “L’isola delle storie- Il ritorno”

  1. utente anonimo ha detto:

    ecco, dei traduttori si dimenticano sempre tutti:'(

    (ma sui “posti dove non te lo puoi permettere, di fare la star” hai proprio visto giusto)

    ciao!

  2. analkoliker ha detto:

    Chissà perchè lo vengo a raccontare proprio a te!
    Comunque a giorni riparto, abbandono questa casa, o forse la lascio in sospeso. Eppure ha il sapore di ” Per sempre”.
    Sono sollevato come tutte le volte che sento di potermi muovere liberamente, sapendo di non esserlo mai stato.
    “Chi desidera essere amato non è mai libero”

  3. utente anonimo ha detto:

    Da barbaricino ti ringrazio per la tua presenza al festival e per le belle parole sul paese e la sua gente
    Voglio aggiungere che la provincia di Nuoro è quella che , in Italia, legge piu’ libri ( fonte Sole 24 ore)
    Se non l’hai già letto ti consiglio Il Giorno del Giudizio ( Adelphi) di Salvatore Satta
    Ad majora

  4. utente anonimo ha detto:

    C’ero anch’io a Gavoi, per il secondo anno,perchè se ci vai una volta…. poi, ritorni.Penso che tu e Missiroli (vedi Avvenire) abbiate colto meglio di tutti la magia del luogo e l’unicità dell’esperienza

  5. ghiaccioblu ha detto:

    In effetti, in quella casa, in quel momento che Marco Missiroli racconta nel suo pezzo -e che si può leggere andando sulla pagina di Facebook dell’Isola delle storie- il ragazzino -Ernesto- che ci ha parlato della felicità, sul letto aveva una copia di Tre uomini in barca, con la pancia aperta, ché finita una storia, subito ne comincia un’altra….

  6. utente anonimo ha detto:

    Io c’ero.
    Il sesto anno, per la sesta volta.
    C’ero e ti ho osservata e ti ho ascoltato parlare, ed è stato strano, perchè ho sempre pensato a come sarebbe stato, ci ho pensato per tutto questo tempo trascorso da “dei bambini non si sa niente” e da tutti i giorni trascorsi da “in tutti i sensi come l’amore”.
    E come è stato lo puoi immaginare pensando che al bar, da Chiodo, mi sarei voluto avvicinare, ma chissà che avresti pensato, magari ti avrebbero messo paura le mie scarpe grosse e i miei pantaloni di velluto scuro, magari ti avrei rincretinito con le stupidiaggini che mi escono dalle bocca al posto delle cose serie e importanti, tutte le volte.
    Però te lo avrei voluto dire che sul muro, al bar, a pochi passi da te, c’è una scritta che avevo fatto il primo anno, alla prima edizione, e che quella frase rubata ad un tuo vecchio sito è ancora la, dopo tutto quello che in questi anni, è passato sotto i ponti. E non sempre c’è passata acqua, anzi, quasi mai, ma roba densa e putrida e fetida.
    Allora ti avrei voluto dire: vedi, tu sei stata qui molto prima di oggi.
    Ma forse è stato meglio così perchè quando ritornerai e allora forse cercherai la scritta e allora sarà un po’ come se ci fossimo presentati.
    “E la mia potenza è terribile finchè avrò il potere delle mie parole da opporre a quello del mondo. Perchè chi costruisce prigioni si esprime meno bene di chi costruisce la libertà”.

    Ciao e grazie

    Alessio.


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