Le nostre braccia strappate all’agricoltura

Cinque giorni sugli Appennini, qualche raggio di sole e un po’ di pioggia. Le testine verdi degli spinaci dentro una cassetta. Gemme dappertutto. E fiori. Insetti. Uccelli che cantano. Caprioli. Una pila di libri letti, una decina di pagine scritte, schemi, progetti, un bel po’ di lavoro che progredisce. Poi tocca tornare. Oggi ho spalancato le finestre della mia casa bolognese per cambiare aria: fuori il respiro notturno, dentro i gas di scarico. Sul mio balcone, che per fortuna affaccia su un micro giardino e non sulla strada, in questi cinque giorni sono spuntati tutti i semi che avevo piantato la settimana scorsa: zinnie, lattughine, piselli rampicanti, pomodori, spinaci e finocchietto selvatico, le uniche a tacere, per il momento, sono le fragole rampicanti. Osservo le piantine -ancora sottili e verde chiaro- con emozione, ma avverto anche una sensazione sgradevole: i vasi sono troppo piccoli, lo spazio è poco e c’è troppa ombra. E’ un balcone cittadino, d’altra parte, non un orto in piena terra. Intorno, il suono degli aspirapolvere, delle macchine, dei clacson su via Santo Stefano, la musica che esce dalle finestre spalancate delle case gonfie di studenti. Il mio orrizonte, che ieri era una cresta di montagne, oggi è il muro giallo di una chiesetta sconsacrata, sono i tetti affollati di piccioni e le finestre sbarrate del palazzo dall’altra parte della via. Ogni volta che torno, soffro. Ogni volta che torno, tutta l’energia creativa che mi è germogliata dentro cola via insieme alle lacrime da smog. Vangare, zappare, trapiantare, innaffiare, cucinare, pulire, tutte queste cose mi affaticano, ma non mi svuotano. Rispondere al cellulare, presenziare, incontrare, scrivere e-mails, la somma di attività previste dalla parte esteriore del mio mestiere, invece, mi riempie di angoscia, mi stanca, mi deprime. E mi viene in mente un’immagine di me a quattordici anni, i primi giorni di liceo in città. Dopo anni di corse in bici, di accerchiate del generale Custer inscenate in mezzo ai campi, ginocchia sbucciate, pantaloni di velluto a coste a zampa d’elefante e capelli spettinati, eccomi lì, seduta ad un banco come un cane alla catena, in un’aula buia, circondata da cloni travestiti da paninari: maglioncini colorati, calze a rombi, Timberland ai piedi e terra marrone spennellata su guanciotte da bambine emiliane. Sono figli di avvocati, medici, commercialisti. Vivono in appartamenti cittadini o nelle ville sui colli. Io mi sveglio alle sei e mezza per arrivare in via Castiglione, al mitico Liceo Galvani, dal paesello, con la corriera. Fino all’altro ieri facevo sgommare le ruote della bici da cross e adesso mi ritrovo catapultata in un mondo di occhiate fugaci che stimano in un batter di ciglia valutazioni economiche dei guardaroba. Mi chiamano ‘La contadina’. E io non capisco le cose che dicono, non distinguo le marche dei loro vestiti e tornare a casa in corriera attraversando i campi e leggendo un romanzo dopo l’altro, un giorno dopo l’altro, è l’unica soddisfazione delle mie giornate di ginnasiale. Non credo d’essere cambiata poi molto, da allora.

Mentre scendevo in città, ieri sera, lungo via Murri vedo le vetrate di una palestra spalancate sul traffico della sera: gente che suda nei completini grigiopigiama e nei body attilati e ossigena i polmoni a ritmo di dance nei vapori neri dei gas di scarico. Siamo tutti pazzi, ho pensato, dei poveri disperati. Anzi, siamo tutti scemi.

Oggi, su Repubblica, un fondamentale pezzo di Carlo Petrini: Il Made In Italy della terra. Una provocazione, e l’indicazione di una possibile via d’uscita dalla crisi.

"Bisognerebbe pensare e parlare non solo di crisi dell’agricoltura, ma di agricoltura come una delle possibili vie d’uscita dalla crisi. La formula purtroppo però non è così scontata, perché evidentemente in Italia tornare alla terra o continuare il lavoro di padri agricoltori non è facile: il Paese, preso dall’ansia di rilanciare i consumi, l’industria e l’edilizia, un’opzione del genere neanche se la immagina (….)".

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5 commenti on “Le nostre braccia strappate all’agricoltura”

  1. utente anonimo ha detto:

    posos dirlo?
    le superiori eran anni duri x molti,anche se non per tutti ..che bella fu x me l università..una liberazione ,rispetto al liceo

    davide

  2. giadanila ha detto:

    e pensare che qualcuno mi fa sentire “sorpassata” con la mia predilezione per i paesini di mezza collina con tanta natura, poche macchina e un sacco di tempo per leggere!
    per quanto riguarda il liceo: quasi uguale!

  3. lafinedelfiume ha detto:

    pressappoco[..] ragiono così anch’io [..]

  4. weblife ha detto:

    già. le tue, intendi?
    🙂


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