Alice nel paese delle meraviglie

978-88-541-1346-6Questa nuova edizione di Alice nel Paese delle Meraviglie di Lewis Carrol, nei Tascabili De Luxe di Newton Compton con una mia presentazione, sarà in libreria da domani. A scriverla mi sono divertita molto perché ho immaginato di indirizzare una lettera alla mia piccola amica Emma – cinque anni ad aprile- che ancora non sa leggere proprio sul serio ma ci siamo quasi.


Avvinte da un improvviso silenzio
Eccole dietro a un sogno fanciullo,
attraverso la libera terra
delle nuove meraviglie-
bisbigliare con uccelli o bestie,
credere per metà che sia tutto vero.

E’ buio qua dentro. C’è odore di polvere e di caramella sciolta, di detersivi e scarpe vecchie. C’è silenzio, tanto silenzio che si sente battere il cuore. Tum-tum. Tum-tum. E’ il tuo o è il mio? Tutti e due, è naturale. E’ che battono allo stesso identico ritmo e quindi se ne sente uno soltanto. Ci stringiamo l’una all’altra e non lo sappiamo più, a dire la verità, se stiamo tanto vicine perché lo spazio è poco, oppure perché abbiamo paura. Un rettangolo di luce si disegna sulla porta a vetri. Oltre questa lastra zigrinata c’è l’ignoto, ci sono le Ombre Cattive, ma qui, qui noi due siamo al sicuro. E nessuno può trovarci se non saremo noi a volerlo. Basta crederci, concentrarsi. Adesso c’è profumo di bosco, di coda di scoiattolo e di tigli fioriti. Dammi la mano. Com’è piccola, e fresca. Mi volto a guardarti e il tuo piccolo viso perfetto è così pallido che sembra di carta, gli occhi brillano inquieti e non c’è accenno di sorriso, sulla tua bocca. Stringi forte le labbra e stringi pure le mie dita. Mi guardi seria e porti il dito indice davanti al naso, “shh”, mi dici, “se no ci sentono, e non devono sentirci, noi qui non ci siamo, non ci siamo proprio per niente”. E allora stringo anch’io le labbra, e chiudo gli occhi fortissimo, le mie ginocchia e le anche scricchiolano nello sforzo di farsi ancora più piccole e occupare meno spazio e meno ancora, fino a sparire. Scuoto la testa e tengo la tua mano: “Non farò il minimo rumore, te lo prometto. Noi, qui, non ci siamo, e qui, in ogni caso, è altrove, chissàdove, nessundove”.

Perché lo so benissimo anch’io, come lo sai tu, che giocare è una cosa seria. La cosa più seria che esista al mondo.

E mentre nessuno può trovarci e nessuno può sentirci ti domando: “quanto sono grandi centotrenta metri quadri? Quanto può dilatarsi, oppure restringersi, un appartamento? E un giardino?” Tu allarghi le braccia e il tuo torace piccolino si gonfia come un mantice. “Così, o anche di più, anzi, molto di più,” dici sottovoce. “Te lo ricordi che sono stata io ad insegnarti a scrivere il tuo nome?” Scuoti la testa, ma mi guardi attenta. Era primavera e c’era un giardino magico che adesso non c’è più. “Ti ricordi che tuo padre ti portava in braccio ad annusare i fiori appena sbocciati del tuo secondo aprile? Avevi appena compiuto un anno e le tue piccole dita stringevano un gessetto colorato. La prima lettera che hai scritto è stata la M. Perché nel tuo nome, Emma, di M ce ne sono due. E perché M è la lettera della prima parola di quasi tutti i bambini del mondo dall’inizio dei tempi: mamma. E infatti l’hai detto, mentre disegnavi due punte aguzze su una pietra, “M come mamma,” e io ho esultato: avevi solo un anno e già mettevi insieme gli indizi, sicura e senza la minima esitazione. “Se vuoi,” mi dici mentre una mano curiosa sta per spingere la maniglia e scoprire il nostro nascondiglio segreto….ma c’è tempo, ancora tutto il tempo del mondo, lì nel nessundove- “ti scrivo una M sulla faccia così poi tu vai in giro a portare le lettere nel mondo”. Sto ridendo di gioia, Emma, perché in effetti, il mio lavoro un po’ assomiglia a questa cosa che hai detto: che cos’è che fa uno scrittore se non portare l’alfabeto in giro per il mondo?

E ora ripenso a noi due in quel giardino, in un pomeriggio di primavera. Ci sarebbe voluto niente per cadere dentro la tana di un Bianconiglio e finire sottoterra, giù giù giù così in fondo che nessuno ci avrebbe più trovate per un bel pezzo, ma non ce l’abbiamo avuto il tempo, là, di farlo accadere. E adesso quel giardino non c’è più. Adesso, giochiamo a nascondino dentro un appartamento di centotrenta metri quadri e tu dici: “in tutti gli appartamenti ci sono tanti tanti posti dove nascondersi, ma secondo me qui nel tuo ce n’è di più che in tutti gli altri”. In effetti, c’è un baule, ma del baule tu hai paura. Ci sono tre armadi, ma io dentro gli armadi insieme a te non ci sto, ci sono due letti abbastanza alti da nascondercisi sotto, ma lo sai anche tu che sotto il letto è il primo posto dove verrebbero a guardare. E’ vero, ci sono un sacco di nascondigli….però vorrei dirti, Emma, anche se non so se lo capiresti proprio bene, che nel mio appartamento ci sono più posti segreti che in tutti gli altri perché io, nella tana del Bianconiglio ci sono stata e non ho mai dimenticato come si fa ad entrarci.

Quando imparerai a leggere sul serio, forse, se ti farà piacere riceverle, ti scriverò delle vere lettere. Te le spedirò di nascosto da tutti e le farò arrivare in un posto segreto che sarai tu a suggerirmi, oppure te le farò portare da un piccione viaggiatore, chiuse dentro una bella busta colorata e legate strette con nastri di tulle colorato che poi potrai usare per intrecciare i capelli. Potrò scriverti lettere e anche fotografarti mille e mille volte mentre corri in un giardino o ti rotoli su un tappeto e nessuno ci troverà nulla di strano o di disdicevole, perché io sono una donna, e la mia tenerezza, per quanto bizzarra possa essere, visto che non sono tua madre e nemmeno tua parente, è una tenerezza lecita e proprio nessuno ci troverebbe niente da ridire.

Ma ora lascia che ti racconti la storia di un signore che si chiamava Charles Lutwidge Dodgson. Era nato a Daresbury nel Cheshire, in Scozia, il 27 gennaio 1832 e aveva un volto così triste, ma così triste che solo a guardarlo fa venir voglia di piangere. Tutte le fotografie in cui compare mostrano il volto malinconico di un giovane uomo vagamente assessuato, vestito di tutto punto, dal portamento un po’ rigido e austero. C’è in lui un bizzarro miscuglio tra tratti infantili e tratti senili, come se l’orribile via di mezzo dell’età adulta (tu lo capisci, Emma, cosa intendo, non è vero?) non si fosse minimamente curata di dover occupare – come accade a tutti- qualche decennio della sua vita. Era alto e magro, con gli occhi azzurri e bellissimi boccoli castani, proprio come quelli di una bambina. Era elegante e fascinoso, e lo era nonostante sin da ragazzino si portasse dietro tutta una serie di malanni un po’ comici: balbuzie, problemi respiratori, sordità da un orecchio e una strana forma di quella che ai suoi tempi definivano epilessia, e che in realtà, probabilmente altro non era che una forte emicrania. Era venuto al mondo come il terzo di undici fratelli, ma il primo maschio, e fino ai cinque anni le sue compagne di giochi furono le sorelline maggiori. La sua era una famiglia un po’ rigida, figurati che suo padre era un Arcidiacono –una specie di prete, anglicano- ma lo stesso lui, il piccolo Charles, si divertiva a fare il giullare di famiglia, si inventava i giochi e le storie per far divertire fratellini e sorelline. A scuola era bravissimo, soprattutto in matematica e quando crebbe e diventò un adulto quasi come tutti gli altri – attenta a quel quasi- fu proprio la matematica il suo mestiere: gli fu assegnata una cattedra all’università di Oxford e fu professore per tutta la vita. Però, Charles era sì Charles, questo è ovvio, ma era anche qualcun altro. Era uno, ma era due. Il numero uno, Charles, visse la solita vita tutta la vita: la mattina andava nella sua aula e faceva lezione – a dire il vero sbadigliando e facendo sbadigliare alquanto i suoi studenti, a quanto mi hanno raccontato- scrisse trattati di logica e non gli accadde mai granché di notevole a parte queste cose noiose; ma l’altro lui, il numero due, e cioè Lewis Carrol, il nome che si era scelto per pubblicare delle assurde storie di conigli parlanti e  viaggi sottoterra, visse tutt’un’altra vita. Lewis amava fare fotografie, soprattutto ritratti, scriveva poesie, storie e indovinelli e sopra ogni cosa adorava giocare con le amiche. Nella vita di Lewis ci furono decine di amiche e strabilianti avventure. Solo che le sue amiche preferite non erano signore della sua età, come sarebbe stato logico e normale, ma ragazzine piccole quasi come te. Era ben strana, questa cosa, nella puritana Inghilterra vittoriana, che era poi il mondo in cui sia Charles che Lewis vivevano. Non hai idea di quante gliene dicevano dietro (e davanti) per colpa di tutte quelle foto e di quella caterva di letterine che faceva recapitare a Jessie, a Alice, a Dolly, a Mary e chissà a quante altre. Eppure, in quelle strampalate missive, scriveva di bambole di cera che se ne vanno a spasso, di pilastri da cancello che non erano obbligati a star fermi, motivo per cui se ne andavano a zonzo per tutto il paese, motivo per cui se volevi mandare una lettera da qualche parte ti bastava averla posta su un pilastro che andava nella direzione giusta, della sua bizzarra passione per il sale con un po’ di minestra sopra e lo zucchero di canna mischiato a una torta di mele. Succederebbe ancora? Se oggi un signore come quel Charles si mettesse a scrivere letterine del genere a delle bimbe che non fossero le sue figlie, dici che qualcuno se la prenderebbe a male? Io credo proprio che oggi succederebbe anche di peggio a un giovane uomo che facesse recapitare missive a bimbe tra i sette e gli undici anni e passasse pomeriggi interi a fotografarle discinte sull’erba di un prato o distese su un canapè, appena coperte da candide vestine o addirittura nude. Oggi, probabilmente, un signore così finirebbe dritto dritto in prigione. Perché i muri, tra i bambini e gli adulti sono cresciuti così tanto che neanche saltando come gazzelle è più possibile battere una mano contro l’altra e provare a giocare. Lo spazio tra adulti e bambini è regolamentato da una quantità di divieti che se hai voglia di giocare con un bambino bisogna proprio che te lo partorisci. I bambini degli altri è meglio non guardarli neanche. E sai cosa ti dico, piccola amica? Che tutte queste pur giustissime cautele, per colpa di pochi uomini cattivi ci hanno reso tutti quanti infinitamente più poveri: perché giocare insieme, adulti e bambini, è un dono del cielo. Senza quel dono lì, non esisterebbe neanche una delle storie più belle che siano mai state raccontate da chè si raccontano le storie. E quella storia, la storia di Alice nel Paese delle Meraviglie, l’ha scritta proprio quel signore, con la sua seconda vita, e il suo secondo nome: Lewis Carrol. Il proemio del romanzo ci riporta indietro nel tempo, là, in quel meriggio dorato in cui la storia prese forma, ed è Lewis stesso a raccontarcelo, senza balbettare. “Tutto un pomeriggio, dorato/sul fiume a scivolare, lentamente./Remi debolmente portati da piccole braccia, e piccole mani con la vana pretesa/di guidare il nostro vagabondaggio. Charles era in barca insieme al suo amico, il Reverendo Liddell e le sue tre bambine su un affluente del Tamigi. Durante il viaggio, Charles guardava il fiume e chiaccherava con l’amico, Lewis invece spettegolava sottovoce con le sue tre amichette. Inventò e raccontò alle tre bambine una storia, che più tardi, visto che Alice insisteva tanto mise per iscritto e regalò proprio a lei. Le avventure di Alice sottoterra fu la prima versione di quello che sarebbe poi diventato un romanzo, e all’inizio si sviluppava in soli quattro capitoli che aveva illustrato lo scrittore stesso. Più avanti, Carroll decise di dare alle stampe la sua storia, e allora la ampliò, ne cambiò il titolo e commissionò delle illustrazioni a John Tenniel.
La storia di Alice inizia il 4 maggio, il giorno del compleanno della vera Alice alla quale la storia è ispirata e dedicata. La bimba si trova in un meraviglioso giardino (che esiste davvero: è un giardino di Oxford e c’è una piccola porta verde che si apre nelle mura della Christ Church. Cosa c’è di più bello al mondo di un giardino in cui correre, stendersi al sole, giocare con fili d’erba e formiche e soprattutto, inventare storie?) e di colpo finisce dentro un buco che sembra non avere mai fine. Precipita precipita e precipita. E quando arriva laggiù in fondo, nel mondo sottoterra, Alice scopre che le misure non sono le stesse del mondo di sopra, le regole sono diverse e diverse sono le domande e diverse le risposte, qui gli animali parlano e si può rischiare di annegare in una pozza di lacrime. E’ un mondo onirico e anche abbastanza spaventoso, perché la vita lo è, in fondo, spaventosa, anche se tutti quanti, nel mondo di sopra, cerchiamo di tenere a bada lo spavento con le regole e l’ordine. Per tutti però, di sopra o di sotto, arriva un giorno in cui di colpo ciò che conosciamo si tramuta in caos e noi ci perdiamo. Nessuno escluso, a meno che non sappiamo adattarci a prospettive ribaltate e risposte che vengono prima delle domande. A meno che, appunto, non impariamo come cambiare forma e misura. C’è una poetessa russa che si chiama Marina Cvetaeva che in una sua poesia una volta ha scritto: io, smisurata nell’Impero delle misure. Questo verso mi ha sempre fatta pensare ad Alice. E a tutti i bambini, e a qualche raro adulto che ha conservato il dono di saper restare un po’ bambino. C’era un altro bizzarro signore, che diceva di se stesso: «Non sono abbastanza giovane per conoscere tutte le cose.» C’è una sua foto, scattata nell’agosto del 1906, in cui questo signore, vestito di tutto punto, con i baffoni neri ben pettinati, un bizzarro cappellaccio calcato in testa e un’espressione sfrenata in viso, gioca alla lotta in ginocchio in un giardino insieme a un bambino alto quanto un soldo di cacio ed è evidente che entrambi si stanno divertendo tantissimo. Non può essere un caso il fatto che anche questo signore, che si chiamava Sir James Matthew Barrie, (sì, lo scrittore scozzese che creò Peter Pan) venisse fatto oggetto, nel corso della sua vita, -proprio come Lewis Carroll- di malignità e pettegolezzi per la sua profonda amicizia con i cinque figli della vedova Llewellyn-Davies (uno dei quali si chiamava proprio Peter). 

Alice nel Paese delle Meraviglie e Peter Pan, due dei libri più amati della letteratura mondiale per l’infanzia, sono stati scritti da due signori che erano rimasti forse un po’ bambini, e al noioso e smorto mondo adulto spesso preferivano la compagnia dei più giovani. Questi due capolavori sono la testimonianza senza tempo che anche una volta cresciuti è possibile mantenere, da qualche parte dentro di sé, uno smisurato sguardo-bambino.

La mano è sulla maniglia della porta adesso, le Ombre sono vicinissime, tratteniamo il respiro ancora un secondo, stringi la mia mano, Emma, e non aprire gli occhi: se noi non vogliamo, non possono trovarci. Non ancora.

EMMA si nasconde       Emma che gioca a nascondersi. La foto è del suo papà, il mio amico Marco C.

Ps. Tra qualche giorno,  posto tutto il pezzo.
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5 commenti on “Alice nel paese delle meraviglie”

  1. utente anonimo ha detto:

    🙂 … ehhh… come sempre, bravissima! Tornerò a leggere “tutto il pezzo”… A presto! Ciao, S.

  2. utente anonimo ha detto:

    come fa un nativo dei pesci ad affermare che giocare è una cosa seria…
    potremmo giocare insieme, se solo tu riuscissi a farmi dimenticare per un attimo…
    riuscissi a decostruirmi..liberandomi..
    with love

  3. […] trovare il testo integrale della prefazione a questo link, tratto dal blog dell’autrice. Simona Vinci, prefazione a “Alice nel Paese delle Meraviglie” quanto a me, condivido le affermazioni di Simona Vinci, soprattutto l’ultima. Ed è proprio […]

  4. Medea899 ha detto:

    Un’introduzione davvero speciale, è stata piacevolissima da leggere.


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