Musica e parole per un asilo in Sierra Leone

Una serata a teatro con Carlo Lucarelli, Simona Vinci, Marco Bettini e la musica degli Arangara.


cuoreSantigie e il cuore- Lakka Beach, gennaio 2008, foto di Simona Vinci


Venerdì 16 gennaio, al Teatro Testoni di Casalecchio, alle ore 21, scrittura e canzoni si sposano per aiutare i bambini della Sierra Leone.

I racconti africani di Lucarelli, Vinci e Bettini si alterneranno con gli interventi musicali degli Arangara, gruppo di etno rock coordinato da Gianfranco Riccelli, e le coreografie curate da  Cecilia Casiello, insegnante di danza etnica della scuola Taranta Power di Bologna.
Lo spettacolo è già stato rappresentato con successo in Calabria a Torre Ruggiero, Soverato e Catanzaro.
Il biglietto di ingresso costa 10 euro. L’incasso andrà interamente devoluto alle iniziative umanitarie in favore dei bambini della Sierra Leone curati da padre Giuseppe Berton, fondatore del Family Homes Movement. Tra i progetti finanziati ci sono un asilo sulla spiaggia di Lakka e un complesso scolastico a Freetown, capitale della Sierra Leone.
L’iniziativa è nata da un viaggio compiuto da Lucarelli, Vinci e Bettini in Sierra Leone nel gennaio del 2008. L’impatto con la realtà del “paese più povero del mondo” ha fatto nascere nei tre scrittori il desiderio di collaborare allo sviluppo di progetti umanitari in favore della popolazione locale. La visita di scuole, ospedali e orfanotrofi all’interno del paese li ha portati a diretto contatto con situazioni di grave sofferenza che sarebbero state facilmente superabili in un contesto “ricco” come quello occidentale.
Per aiutare l’Africa basta poco in termini economici, ma ci vuole molto in termini di impegno personale. E’ per questo che è nata l’idea di spendersi direttamente per raccogliere fondi attraverso l’allestimento di uno spettacolo teatrale.
A questo sforzo si è affiancato il Comune di Casalecchio fornendo l’utilizzo del teatro per le prove e la rappresentazione.

Casalecchio, 12 gennaio 2009

carlo sierrasimona lakka

Sulla spiaggia di Lakka, Freetown, c’è un grande casa coloniale colorata. Lì vivono parecchie famiglie, ospiti di Padre Berton e dei Saveriani che da anni mandano avanti questo posto che è stato prima un centro di raccolta e aiuto per i bambini soldato reduci dalla guerra civile che ha insanguinato la Sierra Leone per oltre un decennio, e ora famiglie di dispersi che sono arrivati da ogni angolo del Paese. Attorno a questa casa, un giorno dopo l’altro è cresciuto un villaggio fatto di baracche, capanne, ricoveri di fortuna e qualche casetta. Ci sono decine e decine di bambini e non c’è una vera scuola. Le lezioni si tengono sotto una baffa, una specie di bungalow coperto di foglie, oppure dentro due piccoli locali a piano terra, che però non bastano per tutti quei bambini. E allora, quando nel gennaio dello scorso anno siamo stati lì, abbiamo pensato di provare ad aiutarli a raccogliere i fondi per costruire un vero asilo. Il terreno c’è. Il progetto anche. Piano piano, una tappa dopo l’altra, il salvadanaio si riempie….

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13 commenti on “Musica e parole per un asilo in Sierra Leone”

  1. Achille81 ha detto:

    ciao simona…tornata dalla baita ? Ti ho mandato un messaggio dal mio telefono giordano ma forse non ti è arrivato…
    un bacio
    Davide

  2. massitutor ha detto:

    Che dire ragazzi? Senza nessuna retorica vi faccio i miei complimenti. Per l’iniziativa, ma soprattutto per il coraggio del viaggio.

  3. analkoliker ha detto:

    …e io resto qui,seduto sul mio ombelico che sembra essere Universo e centro dell’Universo.Leggo ed alla prima sensazione di inadeguatezza mi alzo e vado in bagno a pisciare per le mie emozioni.Poi dimentico.

  4. AWomanAMan ha detto:

    Ho partecipato allo spettacolo, ieri.
    Mi chiedo sempre le ragioni del ns comportamento, paesi industriali che prendono 100 e ridanno 10, che hanno esportato consumismo e l’insostenibile idiozia dello sviluppismo.

  5. utente anonimo ha detto:

    awomanaman: grazie per esserci stata/o. capisco quel che intendi, ma temo sia una contraddizione difficilmente sanabile. e poi, quando ti ritrovi lì, davanti a gente che ha fame, che è ammalata, che ha bisogno di tutto, ogni riflessione e ogni presa di posizione ideologica ti si sciogliolgono in testa e colano via. Resta che ti chiedi: posso fare qualcosa, io, adesso?

    ghiaccioblu

  6. utente anonimo ha detto:

    massi: nessun coraggio, c’hai più coraggio tu ogni singolo giorno valà… 🙂

    analkoliker: un giorno devi spiegarmi come si fa a sedersi sul proprio ombelico. :-DD

    continua a scrivere, respirare, pisciare. stammi bene.

    ghiaccioblu

  7. utente anonimo ha detto:

    Anche il fare qualcosa qui e adesso è un sintomo di “sviluppismo”.
    Bene la cooperazione allo sviluppo, ovviamente, bene la solidarietà di missionari e ong, a cui l’attuale governo ha tagliato con l’ultima finanziaria circa la metà dei fondi statali. Ma prima di tutto…prendersi il tempo (di conoscere, di capire; quello che può sembrare fame e privazione a noi è la normalità per milioni di persone)

  8. utente anonimo ha detto:

    Grazie per averci dato la possibilità di partecipare ad un “cosa” cosi bella e importantente. Spero ci rivedrmo presto.
    Un abbraccio
    Andrea

  9. ghiaccioblu ha detto:

    Caro Andrea, le tue canzoni ci hanno conquistati tutti. Al ritorno, abbiamo ascoltato e riascoltato “Il sogno di volare” con le lacrime agli occhi….bravo! E grazie a te e Sonia di esserci stati….

    http://www.myspace.com/orcaandreacanta

  10. utente anonimo ha detto:

    cos’è che ti sciogliolge in testa?
    al di là degli scherzi purtroppo per loro quella è la nuova frontiera, terre vergini da infestare di cellulari, mitra,droga e prostitute spogliandoli del loro oro, nero, bianco o blu che sia; aggredendo l’idea che l’uomo possa vivere senza creare profitto, una bestemmia ormai per noi.
    Non saprei dire se sia peggio la morte per ebola o per fame o quello che noi orgogliosamente esportiamo come civiltà, vantandocene.
    non hanno neanche loro molto futuro davanti, come noi d’altronde, qualcuno direbbe:- diamo una mano anche noi ai nostri fratelli… abbronzati!-.

  11. ghiaccioblu ha detto:

    caro anonimo, non è che non sono d’accordo con quello che scrivi. E’ tutto vero. Però, da un punto di vista umano, trovo le tue parole abbastanza irritanti e vagamente “pericolose”. Mi spiego: se l’Ebola se lo prendesse tuo fratello o tua madre non credo che riusciresti a fare ragionamenti tanto ideologici o astratti. Vorresti solo poterli salvare. Io so solo che se per strada incontro una persona che sta male o che ha fame, non sto a fare della filosofia, ma penso a come guarirlo o dargli da mangiare. Bòn.

    E so che una bambina -vera, concreta, reale, non un ologramma- che stava morendo, adesso sta bene.

    Una bambina non è l’Africa intera, certo.

    O forse sì?

    s

  12. analkoliker ha detto:

    Per sedersi sul proprio ombelico basta sedersi sul divano, raccogliere le ginocchia sul petto.Poi fai scivolare i pensieri dalla testa fino all’ombelico, pian piano porti la testa verso il centro della pancia.
    Al quel punto testa e pancia sono la stessa cosa, una sorta di emorme ombelico appoggiato sul divano.
    Poi man mano che ti rilassi tendi naturalmente a raggomitolarti, a quel pulto è un attimo scivolare al centro della pancia dritto dritto sull’ombelico.
    Non sono ancora ubriaco per cui non credo di essermi spiegato bene.
    Magari tiro giù un sorso di Metano e ci riprovo un’altro giorno.

  13. utente anonimo ha detto:

    Bellissima serata. Ma quel gruppo che suona come in un disco? Che ti fa sobbalzare sulla sedia? Che ti fa sentire un pò africano? Che ti riempe l’anima di ritmo e di gioia? Dove l’avete trovato?
    Grazie ancora, Sergio.


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