Storie


(…) Senza uomini, non ci sono storie. A questo pensavo nei giorni scorsi attraversando il sud dell’Islanda sotto una tempesta di pioggia e poi la penisola dello Snaefelness fino al cratere del vulcano Jokull che Jules Verne, nel suo celebre romanzo Viaggio al centro della terra aveva immaginato come il punto perfetto per raggiungere il cuore del pianeta – ma solo il 22 giugno, giorno del solstizio d’estate, quando l’ombra del vulcano segnala con precisione il cratere d’entrata-. Chilometri e chilometri di terra vulcanica, zolle di erba gialloverde modellata dal vento, balle di fieno avvolte una per una in teloni di plastica bianca e legati stretti per non farle spazzare via dal vento, laghi che si aprono tra le rocce nere e le colate laviche, montagne, ghiacciai, strade infinite che improvvisamente si trasformano in carraie di ghiaia, piccoli cavalli con la testa grossa, capre, pecore e centinaia di migliaia di uccelli. Arbusti tenaci aggrappati al terreno. Tutto questo, ma niente storie. Vita che si perpetua un istante dopo l’altro, che sciama, ronza, fischia, scorre, zampilla, erutta, tracima, soffia, cinguetta, bela, nitrisce, ma che non racconta storie. Le storie esistono perché esiste il tempo misurato. E per la Natura, il tempo misurato, scandito, sezionato, non ha alcun senso. Non esiste tempo. La Natura non ha modo di raccontarsi, siamo noi a farlo per lei.

Senza uomini, non c’è racconto. (…)

Via, nell’eremo per una settimana, a lucidare questo testo sotto la neve.

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3 commenti on “Storie”

  1. analkoliker ha detto:

    Un anno prima che cominciasse la mia carriera di Senza fissa dimora

    20 settembre 2003

    Mai visti tanti zeri in trentasei anni; amavo il 1999 sin dal 1991, il 2000 poi mi sembrò irreale. Pensai che saremmo morti tutti e invece il primo gennaio 2000 ero ancora vivo.
    Parentesi.

    Questo racconto avrebbe dovuto avere uno svolgimento differente se non fosse che circa quattro ore fa un medico dell’ospedale di Alessandria mi ha diagnosticato HIV. Positivo all’HIV

    Ho pianto.

    A poche ore di distanza dalla notizia non ho ancora capito bene che cosa mi stia accadendo, ma sento d’essere già cambiato.

    Triste, perché solo ieri m’immaginavo a sessant’anni a passeggiare per le colline del Monferrato sulla mia bicicletta da corsa. Sereno e un poco più saggio perché “ora” per la prima volta nella mia vita comincio a dare un senso al mio tempo e alle cose: un caffè, una telefonata ad un amico, due passi attorno all’isolato, un buon libro. Mi chiedo se non sto pagando un prezzo troppo alto per aver compreso queste cose solo adesso.

    Come è possibile a questo punto essere sintetici?

    Provo a mettermi dall’altra parte. Io medico, con quali parole comunico al paziente che da oggi in poi il concetto della morte per lui sarà meno astratto?
    Dovrò usare comunque delle parole.
    Parole, appunto; e se sono un buon medico avrò imparato che le parole in certi casi devono essere scarne.
    Dilungarsi allungherebbe un’ansia cattiva, inutile.

    Ma le cattive notizie hanno anche un odore.
    Quando le parole arrivano, la notizia spesso è già conosciuta. Aids o tumore sono solo parole, ma hanno quell’odore.
    L’animale che sopravvive in noi nonostante condizionamenti, educazione, cultura, allarga le narici, mostra i denti e trema.

    L’esito delle analisi del sangue, che avvengono ogni due mesi, per un sieropositivo è come il giudizio in cassazione, colpevole o innocente.
    Per la HIV c’è la cassazione della cassazione della cassazione, e ogni volta, ogni due mesi appunto, l’esito si potrebbe ribaltare e i risultati da positivi essere negativi, e allora ti senti come uno yogurt con la scadenza.
    Sono anni che non compero yogurt perché la scadenza è sempre troppo breve.
    Se dovrò morire per un virus che non posso vedere e toccare verrei portarmi dietro il profumo dei fiori di bosco e dell’ulivo appena tagliato.

    L’ultima cassazione mi ha assolto, il mio sistema immunitario ha reagito in modo sorprendente tanto da non rendere necessaria una terapia farmacologica; questa è la buona notizia, la cattiva è un’infezione epatica cronica che richiede una biopsia al fegato per accertarne l’entità.
    Ma come, ieri il nemico numero uno era l’HIV, e ora mi sento dire che questo, almeno per il momento, non è il problema?
    Nell’arco di quattordici mesi ho perso madre e padre di tumore, un fratello di overdose, scoperto di essere sieropositivo, perso casa lavoro e visto sfumare una relazione.
    Una sola di queste cose in passato mi avrebbe piegato le ginocchia, tutte insieme hanno migliorato la mia vita.
    Il dolore e la fatica restano totali, da questo punto di vista non ci sono stati sconti, quello che è cambiato è la percezione del peggio.
    Quando sopravvivi a tutto questo restano veramente poche le cose che possano farti paura, e ogni tentativo per essere felice ha il sapore disperato dell’ultima volta, e allora ti butti senza chiederti come ne uscirai, perché mal che vada il peggio è già accaduto.

    Giovedì 23 settembre 2004

    Il primo pensiero è per i ragazzi del circolo letterario del Punto D_Verso di Alessandria, Torino, Piemonte,Italia, Europa, Terra e tanta tanta acqua, e che sono stati il mio aggancio con il mondo della normalità.
    Temo di essere risucchiato dal lato peggiore della strada, le persone che vedo abitualmente sono quelle legati ai servizi sociali: tossici,alcolisti,psichiatrici. Tracce di normalità è possibile trovarle alla mensa della Caritas dove arrivano un gran numero di stranieri che faticano a mettere insieme il pranzo con la cena.
    Dei ragazzi del circolo letterario non ricordo bene i nomi, ho immagini come piccoli quadretti di luce e colore. Il tipo con il pizzetto ed occhialini di metallo, simpatico ed intelligente, una delle poche persone di cui riconosco il talento senza provare disagio. La Erre moscia alla francese dell’imperiale fanciulla ossessionata o affascinata dal Pacco stellare del suo ultimo racconto. Quella di ventiquattro anni che viene da Torino e si ostina ad alzarsi il numero degli anni per adeguarli all’immagine che ha di se.
    Giovani nella loro incompiuta giovinezza che con piccoli spilli tengo appesi al cuore.
    A grande richiesta pubblico una delle prime letture, la mitica Balena scorreggiona.
    Una sagoma gigantesca mi viene incontro.
    Traballante, maleodorante, scorreggiona.
    Deve esserci il residuo di una donna sotto quei capelli di polvere impastati col caramello.
    Mi mette in mano una supposta “ Mettimela ragazzo non ce la faccio più, usa il dito e spingi” Come Pinocchio nella balena temo di essere risucchiato da quel culo mammifero e con forza mi libero dall’ano che spurga diarrea.” Grazie ragazzo non ce la facevo più” Ed io “Scusi signora ma lei non ha paura di farsi mettere le supposte dal primo che passa”?
    “Dì ragazzo non era mica un missile”

    Questo episodio è realmente accaduto durante una degenza presso il Repartino psichiatrico di Alessandria.

    20 settembre 2004

    Ieri è arrivato il tanto temuto sfratto esecutivo.
    Una speculazione edilizia che strappa dalle loro case ricche di ricordi un vecchio innocuo fascista,un tappezziere di stoffe,un insegnante elementare in pensione, ed il sottoscritto, giovane restauratore di fragili speranze.
    Sono comunque stato fortunato dato che ho trovato subito posto presso il dormitorio comunale di Alessandria gestito dalla Caritas; dieci giorni al mese e poi fiducia intraprendenza e freddo.
    E’ come affrontare un viaggio nel deserto senza bussola ed ho pensato che a questo viaggio voglio dare un nome: “Fiori di strada”.
    Nel giro di poche settimane sono passato dalla condizione di artigiano restauratore a quella di utente dei servizio sociali.
    Mi sento in gabbia. Al mattino alle otto esco dal dormitorio, faccio un giro per la città, un salto su internet in comune e poi a mezzogiorno a fare la fila alla Caritas per il pasto.
    Il pomeriggio al centro diurno del Sert fino alle sei di sera l’appuntamento settimanale con l’assistente sociale,quello con la psicologa e quello con il gruppo di alcolisti. C’è poi l’alkover che assumo ogni mattino presso l’ambulatorio e che dovrebbe allentare il desiderio di assumere alcool. Dovrebbe!
    Questa dell’alcool è l’unica cosa che ho voluto da questi Servizi sociali, i problemi con l’alcool me li trascino da troppi anni e alimentano la parte peggiore di me.
    Non più tardi di un mese fa mi sono trovato a camminare completamente nudo nel pieno della notte in preda ad una disperazione dolorosa che in quel momento mi appariva insanabile. In questi ultimi dieci anni ho fatto dentro e fuori dai repartini psichiatrici di Torino,Asti,Alessandria,spesso ritrovando la stessa gente con gli stessi problemi.
    A Torino capitava che l’ambulanza mi raccogliesse in terra completamente sbronzo o seminudo e da questa cosa vorrei poter uscire, anche perchè sento che il peggio della mia fatica di viver si stia lentamente esaurendo per lasciare spazio a qualcosa di nuovo di cui non riesco ancora a vedere i contorni e questo mi lascia ben sperare. Quel che è certo è che non ho intenzione di passare qui ad Alessandria degli anni in attesa che qualcuno di decida a darmi una casa. Ne ho parlato alla psicologa, le dicevo di non trovare un senso nei nostri incontri settimanali e che la soluzione sarebbe stata quella di poter avere un luogo per ricostruirmi personalmente e lavorativamente. La percezione per me è chiara e cioè che se non trovo io una soluzione rischio di restare al gancio dei servizi per anni senza mai scoprire se avrei potuto farcela da solo.
    Qui rischio di affondare nella mia merda, ho preso trecento euro di eroina e non so nemmeno bene perchè, dato che l’eroina non mi è mai piaciuta. A tutto questo si aggiunge questo non senso assoluto frutto forse della noia o di un desiderio di annullamento che mi cova dentro. Certo è che se me la faccio tutta allora sarà difficile gestire anche la dipendenza e la carenza. Potrei spararmela tutta in un colpo solo e andare a trovare Enrico che a una buona dose di eroina aveva aggiunto i gas di scarico della sua R4 bianca.
    Quando si dice “Per esser certi di non sbagliare”
    Ma al di la della mia predisposizione per il dramma credo di non avere ancora voglia di crepare e al tempo stesso non so che fare.
    Nel frattempo mi tocca condividere il buio di questa stanza con quattro letti, quattro cuori, quattro storie differenti e differenti destini. Non so cosa aspettarmi, ma il viaggio è cominciato da tempo e almeno per questa notte il viaggio è cortesemente offerto dalla Caritas.
    Da circa due settimane mi sono messo in lista per l’emergenza abitativa, uno strumento che dovrebbe a breve garantirmi una casa popolare o una collocazione più agevole rispetto al dormitorio.
    Questa mattina sono tornato in comune per la seconda volta per chiedere conto della mia situazione convinto che l’emergenza abitativa si sarebbe mossa proprio sul carattere di emergenza della mia condizione….

  2. utente anonimo ha detto:

    Bello, davvero! Anche il commento

  3. analkoliker ha detto:

    Il paradiso degli uomini
    La vita sorride, si mostra generosa come non mai.
    Mi guardo allo specchio e negli occhi degli altri e vedo continuamente uno Stefano bellissimo.
    Ho il fondato sospetto che si tratti di felicità.
    Non sento neppure il bisogno di doverla gestire, organizzare, difendere.
    In questa nuova dimensione mi sorprendo spesso a cercare frammenti di paradiso mal celati: un pezzo di cielo che si scuce o il prato di fronte a casa che sprofonda e rivela il mondo di prima, quello dove vivere appariva come una lunga interminabile punizione. Come nel film The Truman Show in cui il protagonista scopre ad un certo punto della sua vita, di non vivere nel mondo reale ma in un enorme set cinematografico ripreso da migliaia di telecamere e mandato in diretta tivù per i teledipendenti del mondo reale.
    Mi sono convinto d’essere morto in ospedale da alcuni anni e che quello che accade ora sia la vita che viene concessa a coloro che vanno in paradiso. Sono quasi certo che si tratti di questo. Credo che in questo paradiso sia concesso di continuare a vivere la vita di prima senza avere ricordo e coscienza della morte avvenuta e che tutto quello di bello che sta avvenendo sia il una sorta di grande premio. Il premio, e ne son certo è proprio l’opportunità di percepire questa nuova vita come se non si fosse mai staccata da quella precedente.
    Quello di cui non ho ancora certezza,ma a questo punto ha poca importanza è se tutto questo stia avvenendo col mio corpo reale di carne ed ossa che poggiavo sulla sella della bicicletta, oppure dall’interno della mia sepoltura.
    Certo che in questo paradiso le cose le hanno fatte veramente bene, da professionisti. D’altronde se qualcuno si è preso la briga di gestire il paradiso non posso credere che lo faccia con approssimazione. Dei veri professionisti direi.
    Se mai questo messaggio per qualche strana magia dovesse raggiungere gli amici della vita precedente, a loro vorrei dire di non aver paura della morte, perchè qui c’è il paradiso che vi attende.


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