I cinesi non muiono mai

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Quella dei cinesi è la comunità più numerosa d’Europa. Dagli anni Ottanta ad oggi, in Italia sono passati da duemila a centocinquantamila. Tra gli immigrati regolari sono il 5 per cento, una cifra irrisoria a pensarci bene, perché invece sembra che siano dappertutto. Formichine laboriose, sguardo basso e testa china. E se fino a un decennio fa ci stavano anche simpatici, adesso, la sensazione è che gli italiani e gli uomini dagli occhi a mandorla non si capiscano poi così bene. Ogni volta che si parla di loro, salta fuori l’ombra della mafia, lo sfruttamento del lavoro minorile, l’impero dei falsi smerciati in tutto il mondo. I luoghi comuni sui cinesi si sprecano, e la maggior parte sono vere e proprie leggende metropolitane, a partire da quella che dà il titolo a questo saggio scritto a quattro mani dai giornalisti Riccardo Staglianò (Repubblica) e Raffaele Oriani, (Corriere della Sera): ossia che i cinesi non muoiono mai. E infatti, chi l’ha mai visto un funerale cinese? Una delle possibili risposte, quella più macabra e forse fantasiosa, l’ha immortalata in Gomorra Roberto Saviano, con quell’immagine sconvolgente che apre il romanzo e nella quale cadaveri di cinesi stipati come sardine, cascano giù da un container diretto verso la Cina per smaltirne i cadaveri illegalmente e passare i documenti dei morti a nuovi immigrati clandestini. Eppure, potrebbero anche esserci altre risposte, ci dice questo saggio, ad esempio – fatto banale ma estremamente delucidatorio- che sono giovani: l’età media della comunità cinese in italia è di 34 anni- ed è dunque naturale che il tasso di mortalità sia bassissimo. E poi che i cinesi preferiscono morire a casa loro, e che quando si ammalano tornano a farsi curare, e in caso, a morire, in patria. Secondo l’antico detto cinese luo ye gui gen e cioè “non è bene che la foglia cada lontano dall’albero”. Per vederla più da vicino, questa comunità che negli ultimi cinque anni è cresciuta, in termini di imprese, del 154 per cento (quasi un cinese su cinque ha un’attività in proprio), Staglianò e Oriani hanno attraversato l’Italia. Da nord a sud, dalla comunità storica di Milano, la Chinatown di Via Paolo Sarpi, alle risaie del vercellese, dove un tempo stavano le mondine, dal Piemonte – Bagnolo Luserna ad esempio, dove i cinesi spaccano la pietra con la quale si producono i sampietrini che lastricano le strade di mezza Europa e dove, racconta un imprenditore del settore “be’, prima che arrivassero i cinesi nella mia azienda si facevano settanta milioni di lire di fatturato all’anno. Oggi supero il milione di euro.” – Hanno raccolto le storie delle ricche multinazionali cinesi che salvano marchi storici italiani in declino, quelle delle fabbriche tessili di Prato, poi quelle dei cinesi di Roma e Napoli, centri nevralgici dello smistamento di materiale all’ingrosso, fino a quelli delle fabbriche di materassi di Matera. Staglianò e Oriani vanno a incontrarli, queste lavoratrici e lavoratori instancabili e misteriosi che in un’Italia che in fondo è nostra quanto loro, comprano, investono, producono. Questo libro ci svela cose che sarebbero sotto gli occhi di tutti se solo volessimo guardarle, ad esempio, che la loro forza sta nella coesione: “Il dito, il singolo cinese, è come se non esistesse. Se non hai relazioni non sei nessuno, se non fai parte di una mano sei un uomo finito.” Stretti tra loro da vincoli di parentela, anche lontanissima, e capaci di aiutarsi l’un con l’altro a distanza, secondo il sistema delle guanxi, le relazioni. E’ così ad esempio che un cinese che non possiede nulla riesce a mettere insieme cifre sufficienti a mettere in piedi un’attività: con l’aiuto dei connazionali, della sua rete di relazioni. Anche se adesso naturalmente le cose stanno cambiando: i ragazzi nati e cresciuti qui, quelli definiti la generazione del soppalco (in un unico locale, spesso un seminterrato, migliaia di cinesi lavorano e vivono: in basso si lavora, sul soppalco si riposa) o generazione 2 hanno frequentato e frequentano le scuole italiane, parlano italiano, insomma, SONO italiani (anche se spessissimo non hanno la cittadinanza, ma un permesso di soggiorno rinnovato di anno in anno, secondo logiche burocratiche fracamente poco comprensibili). Forse questi ragazzi saranno capaci, come molti di loro stanno già dimostrando, che non è necessario spaccarsi la schiena quattordici ore al giorno e rinunciare a tutto per scalare la vita. E faranno tesoro della lucidità e della tenacia di genitori e nonni, che gli hanno dimostrato che anche da un soppalco si può arrivare dappertutto.

Questa recensione è uscita sul numero di novembre 2008 del giornale di strada Piazza Grande.

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One Comment on “I cinesi non muiono mai”

  1. utente anonimo ha detto:

    Ammiro profondamente la sua Scrittura.

    Buon inizio, per questo 2009!

    🙂

    Miriam


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